Radici del Cielo – Cap. 14

14
Fantasmi
Ti racconto una storia, prete.
È la mia, ma potrebbe essere quella di chiunque altro.
Tranne che per un paio di piccoli dettagli.
Il giorno in cui il mondo è finito, immagino che la maggior parte dei morti abbia avuto la fortuna di morire a casa sua. Stringendo la mano di una moglie, di un figlio, abbracciando un amico. Qualcuno sarà morto facendo l'amore. Dicono che le sirene abbiano dato un preavviso di cinque minuti. Cosa fai di quei cinque minuti, quando il mondo sta per finire?
Qualcuno avrà bevuto, magari una bottiglia che teneva da parte per qualche occasione speciale. Qualcuno avrà riso come ho riso io poco fa. Avrà riso come un pazzo. Altri magari avranno detto, oh, al diavolo. Avranno fatto l'amore con la prima persona che avevano accanto. Altri avranno usato quei cinque minuti per cercare di salvarsi. Alcuni persino sapendo che era del tutto inutile.
Devono essere stati i cinque minuti più indaffarati della storia dell'umanità.
Tutto per niente.
Ma almeno la maggior parte delle persone è morta accanto a chi amava. A casa sua.
Qualcuno di noi non ha avuto questa fortuna.
Dicono che gli aerei cadevano dal cielo a decine. A centinaia. Tutti gli aerei in volo quando le bombe caddero.
Una pioggia di aerei.
Piccole punture d'insetto sulla pelle della Terra, al confronto delle esplosioni atomiche. Il più incredibile spettacolo di fuochi artificiali che l'umanità si sia mai offerto. Naturalmente nessuno di noi l'ha visto davvero. Possiamo solo immaginarlo. Chi l'ha visto non è più qui per poterlo raccontare.
Mi chiedo come sia stato, vedere il FUBARD da fuori.
Gli unici che potrebbero dircelo sono gli astronauti della stazione spaziale orbitale.
Ma immagino siano morti da tempo.
Chi lo sa? Almeno loro una fortuna l'hanno avuta. Da quanto non vediamo più le stelle? Almeno loro le hanno viste, prima di spegnersi. Hanno visto le stelle, e la Terra brillare come un falò. Hanno visto il fumo levarsi dalle nostre città e coprire la Terra come un sudario.
Il giorno che il mondo è finito ero ai Musei Vaticani. Non c'era quasi nessuno. Che pace. Cercavo di andarci ogni volta che tornavo a Roma, ma trovavo insopportabile la folla che si accalcava nelle sale, rumorosa, infantile. Gli scatti delle macchine fotografiche, mille fotografie tutte uguali dello stesso dipinto, foto che non sarebbero mai state stampate.
Invece quel giorno i musei erano deserti. Ero solo, alla biglietteria, in attesa che aprissero. Il personale non aveva ricevuto istruzioni, e quindi quel giorno erano in servizio come al solito. Come se fosse un giorno normale. Pagai il mio biglietto. Un tempo una cosa del genere avrei potuto venderla in, come si chiamavano, quelle aste telematiche? Ah, sì: su eBay. L'ultimo biglietto staccato dai Musei Vaticani…
Era un piacere, e al tempo stesso era impressionante, camminare da solo lungo quei corridoi, circondato dalla bellezza dei millenni passati, una bellezza che era solo per me. Ricordo di aver cercato di chiamare mia moglie, a Ginevra, per dirle della strana esperienza che stavo vivendo. Ma le linee telefoniche erano intasate. Gente che cercava di mettersi in contatto con altra gente, e in questo modo impediva a tutti di comunicare…
Così smisi. Se avessi insistito, prima o poi forse ce l'avrei fatta, a parlare con Chantal. Le avrei chiesto dei nostri figli… Persino del nostro cane…
Invece…
Invece continuai ad aggirarmi per le sale deserte, godendomi il silenzio e lo spazio. Nella luce del mattino il marmo delle statue e i colori dei dipinti brillavano come gioielli.
Camminai per ore in quel museo. Fino ad arrivare alla Cappella Sistina.
Entrare in quello spazio fu un'esperienza nuova. Era come vederla per la prima volta.
Ero solo, sotto la volta affrescata da Michelangelo. I colori del Giudizio Universale sulla parete di fondo sembravano nuovi, come se fossero stati dipinti allora.
Che sublime ironia, sedere ai piedi del Giudizio Universale il giorno in cui il mondo stava per finire…
Rimasi lì per almeno un'ora. Seduto, in mezzo alla cappella, a guardare il Giudizio.
Poi mi distesi, come se fossi in un parco. Arrotolai la giacca, ne feci un cuscino. Mi allungai sul pavimento che aveva visto tanti secoli di storia, e messe celebrate da papi, e conclavi…
Il mio sguardo si fissò su un particolare di quel gigantesco capolavoro. La creazione di Adamo. Dio che allunga l'indice verso il primo uomo, e Adamo che tende la mano per essere sollevato dal fango.
Mi immersi in quella visione finché mi sembrò che il mio corpo si staccasse da Terra, e levitasse verso Dio. Sapevo cosa stava accadendo, naturalmente. I giornali, anche i più tradizionalisti, avevano titoli enormi. E i programmi televisivi erano diventati un unico, infinito telegiornale.
Ero lì da ore, forse era il primo pomeriggio, quando una voce mi strappò ai miei sogni ad occhi aperti.
Signore, guardi che non può stendersi in mezzo alla Cappella.
Spostai lo sguardo verso destra.
Era un custode, in divisa. Un uomo anziano, con degli occhiali dalla montatura antiquata e in mano una vecchia radio a transistor. Sembrava uscito da una macchina del tempo. Dagli anni '70.
Lo guardai senza rispondere. Lui tentò in altre lingue: francese, spagnolo, un inglese stentato. Alla fine ne ebbi pietà.
Parlo italiano, gli dissi.
Ah. E allora perché continua a starsene lì?
Perché è bello. E perché non c'è nessun altro. Non sto dando fastidio a nessuno.
Va bene, però non è una scusa. Deve alzarsi.
Sorrisi.
È sicuro che nel regolamento ci sia scritto che non posso farlo? Voglio dire, è proprio sicuro che da qualche parte ci sia scritto che è vietato stendersi sul pavimento della Cappella Sistina?
Il custode mi guardò stupito. Poi fece una cosa che non mi aspettavo.
Sorrise.
Disse: sa che ha ragione?
E con un certo sforzo, con uno scricchiolio delle sue ginocchia artritiche, si chinò e si distese accanto a me. Non proprio vicino. Diciamo, a una distanza di rispetto. Gli italiani, soprattutto quelli di una certa età, sono dei tradizionalisti, in questo genere di cose. Giacere a fianco di uno sconosciuto lo metteva a disagio.
Rimanemmo così a lungo, distesi a guardare le scene della Creazione, e del Diluvio Universale.
Trent'anni che lavoro qui ai musei, e non ho mai trovato il tempo di guardare bene questi affreschi, aveva sospirato l'anziano custode.
Io gli avevo sorriso.
Mi sentivo come un sasso in fondo a un fiume, un sasso su cui scorrevano le immagini dipinte da una mano morta da secoli, ma ancora incredibilmente vitali.
Le dà fastidio se accendo la radio?, chiese il custode.
Risposi di sì. Ma me ne pentii subito. In fondo lui aveva fatto un grosso strappo alla regola per me. E si sa, gli anziani sono legati alle regole.
Va bene, feci. L'accenda pure.
Il vecchio mi fu grato. Sa, disse, io non ho più nessuno al mondo. Cioè, ho un figlio, ma per me è come se fosse morto. Mai una volta che si sia curato di me. E la sua povera mamma, ah, sapesse quanto l'ha fatta soffrire…
La radio va bene, dissi. Ma non ho voglia di chiacchierare.
Lui capì. L'avevo detto in francese, ma lui capì. Accese la radio, tenendola a basso volume.
Il mio italiano era buono, anche se non come adesso. Per un po', pur non volendo, rimasi a sentire le notizie che parlavano delle conseguenze di quello che ancora si ostinavano a chiamare un incidente diplomatico. Le mosse delle due superpotenze coinvolte sembravano i tentativi di due scacchisti di saggiare ognuno le capacità dell'altro.
Ma era un gioco mortale.
Pian piano, le voci della radio divennero alle mie orecchie un brusio indistinto, un rumore di fondo senza senso. Una specie di musica, come quella che dicono facciano le stelle, ascoltate da un radioscopio…
Quando la bomba esplose, il pavimento si inarcò come il dorso di un cavallo. Lo fece tre volte, e poi si assestò. Ma nel soffitto cominciarono ad aprirsi delle crepe.
Una luce enorme, non ho altro modo che questo per definirla, una luce assoluta entrò dalle finestre, accendendo le figure dipinte di un biancore soprannaturale.
E poi volai verso Dio.
Pensai questo, mentre la figura del Creatore si faceva sempre più grande, sempre più vicina.
Invece era il soffitto che cedeva, e gli antichi affreschi che cadevano giù. Lo vidi come al rallentatore, il volto di Dio farsi sempre più grande, e Adamo che invece restava lontano, lontano. Sempre più lontano da Dio.
Dio cadde al mio fianco. Un blocco alto dieci centimetri, largo due metri.
Schiacciò il custode.
Il sangue schizzò da sotto il cemento, mescolandosi alla polvere.
Avevo la bocca piena di polvere e calcinacci.
Mi rialzai a fatica, incredulo. La volta della Cappella non c'era più. La luce che mi colpiva era quella del sole. Il soffitto era stato spazzato via dall'esplosione, quasi del tutto. Solo un tratto rimaneva ancora, per non so quale miracolo strutturale. E delle decine di figure dipinte solo Adamo, incredibilmente, era ancora al suo posto. Quasi integro. Soltanto la mano, con l'indice che aveva puntato alla mano di Dio, solo quella non c'era più.
Il braccio di Dio terminava al polso.
Mi spazzolai la camicia. Un gesto ridicolo. Ero coperto di polvere. Dovevo sembrare un fantasma. E così mi sembrarono, fantasmi, gli uomini pallidi che uscirono dalla porta della Sistina che dava sulle Stanze di Raffaello.
Preceduto da due uomini in completo nero che impugnavano pistole automatiche, un uomo corpulento, vestito di un clergyman, entrò a piccoli passetti nella Cappella.
Sgranò gli occhi alla vista del disastro. Si fece il segno della croce.
Cominciò a piangere. Piangeva come una donna, o un bambino. Un pianto che era un lamento, forse il primo e l'ultimo che sia stato pronunciato sulla perdita di quel capolavoro dell'umanità.
Mosse due passi verso il centro della Cappella, verso il Giudizio Universale spezzato a metà da una lunga crepa.
Poi mi vide.
Fece segno alle due guardie di abbassare le pistole.
Mi chiese: chi sei, figliolo?
Non risposi.
Dobbiamo andare, eminenza.
Il cardinale Albani aveva fatto un gesto infastidito.
Questo poveretto sta male. Ha bisogno di cure. Lo portiamo con noi.
Ma non lo conosciamo, eminenza. Potrebbe essere…
Io so cos'è. È un uomo che ha bisogno di aiuto. Non discuta, capitano.
Capitano…
Era Tommaso Guidi, l'uomo di cui avrei preso il posto due anni dopo. L'uomo che avrebbe posto fine ai suoi giorni sparandosi un colpo di pistola alla tempia, e lasciandomi una lettera fitta di indicazioni, in cui non mi diceva nulla del perché di quel gesto, ma mi dettava istruzioni dettagliate per ogni aspetto del comando di quel piccolo corpo armato che ci ostinavamo a chiamare Guardie Svizzere. Nemmeno una parola sul perché avesse deciso di farla finita. Nemmeno una parola. Al cardinale Albani aveva scritto dicendo che ero l'uomo giusto per prendere il suo posto. Lo ringraziava per la fiducia, manifestava il suo apprezzamento per quello che il prelato aveva fatto per salvare più gente possibile, per tentare di dar loro una vita normale, e cibo, e acqua potabile, e una speranza per il futuro.
Era uscito all'aperto, per togliersi la vita. L'aveva fatto in un punto in cui l'acqua del fiume, il mattino dopo, l'avrebbe portato via. Albani aveva rispettato il suo volere. Proteggendoci alla meglio con dei teli di plastica, respirando attraverso le nostre maschere artigianali, guardammo l'acqua scura salire lentamente verso il corpo che avevamo avvolto in un lenzuolo.
L'acqua sollevò la stoffa, raggiunse il braccio, muovendolo come in un saluto.
Poi alzò il corpo, lo trasportò via, verso il mare.
Da quel giorno io sono quello che sono. Una Guardia Svizzera. Un uomo votato al servizio della Chiesa. E malgrado tutto ciò che lei può pensare di me, sono un soldato fedele. Non ho mai pensato, mai, neppure per un attimo, di tradire la parola data. Ho prestato un giuramento, pronunciando la formula tradizionale. E così hanno fatto i miei uomini. Noi non tradiremo.
Durand mi guarda in modo strano, mentre pronuncia queste parole.
Mette un accento ironico su quel "noi".
Chi altro potrebbe tradire la sua missione, mi chiedo.
Ma non lo dico.
Dico, invece: – Avevi detto che era una storia di fantasmi.
Il capitano sorride.
– Lo è. Parla di un uomo bianco come un fantasma, e di un altro uomo che si è ucciso, e del suo cadavere che si muove sull'acqua e ci fa un gesto di saluto. Parla di un mondo ridotto a un'enorme rovina. Parla di un gruppo di quattro sopravvissuti che si muovono per le gallerie dei Musei Vaticani cercando una via di scampo alla fine del mondo. Ma quando finisce il mondo, dove puoi rifugiarti?
Quando finisce il mondo, dove puoi rifugiarti?
A Castel Sant'Angelo, disse il capitano Guidi. Ma dobbiamo arrivarci per vie traverse. Il Passetto è inagibile.
Il "Passetto" era il camminamento elevato che portava dal Vaticano a Castel Sant'Angelo. Serviva come via di fuga per i papi in caso di necessità.
La strada che stavamo percorrendo per raggiungerlo non era certo la più corta, o la migliore. Ma era l'unica rimasta.
Non ricordo bene come arrivammo lì.
La mia memoria è piena di immagini distorte. Cose che ho visto, e che mai avrei voluto vedere.
Qualcuno ha detto che eravamo stati fortunati.
Io non lo penso. Tra il morire in un istante, nel lampo dell'esplosione, e il consumarsi per giorni, o settimane, com'era il destino di quelli che incontravamo lungo la strada, povere anime disperse e senza guida…
Nessuno di quelli che incontrammo all'esterno quel giorno oggi è vivo. Questa è più o meno l'unica certezza che ho. Noi come ce la cavammo, mi chiede?
Ce la cavammo perché Guidi era uno che curava i dettagli. Prima di uscire all'aperto ci preparò, con il materiale che aveva a disposizione, dei teli antiradiazioni. Riuscì persino a fabbricare delle rudimentali maschere.
Non c'erano più custodi. Probabilmente erano tornati a casa, dalle loro famiglie.
Saccheggiammo… non c'è altra parola… i distributori automatici, e un paio di bar lungo la strada. C'era un supermercato. Le saracinesche erano aperte, ma dentro non c'era nessuno. Era ancora presto per i saccheggi…
Consumammo le monetine da un euro che avevamo in tasca per prendere quattro carrelli della spesa. Seguendo le istruzioni di Guidi li riempimmo con le cose che lui riteneva essenziali: bottiglie d'acqua, cibo in scatola, materiale per il pronto soccorso…
Arrivati vicino alle casse con i nostri carrelli pieni, vidi su uno scaffale un pupazzo. Era Kermit, la rana dei Muppets. Pensai che a mia figlia più piccola sarebbe piaciuta…
È stato allora che ho pianto. Che sono scoppiato a piangere come un vitello. Pensando a Danielle, e a Chantal, e a Olivier…
A tutto il mondo che non sarebbe tornato mai più.
Guidi mi prese a schiaffi. Mi disse di spingere fuori il carrello.
E così feci…
Così feci…
– Ma lei vuole una storia di fantasmi. E allora eccola. Arriva.
Quando entrammo a Castel Sant'Angelo non lo facemmo dall'ingresso principale, che era sbarrato. Passammo per un portoncino a sinistra del massiccio portone che avrebbe potuto resistere a un assedio. Spingemmo dentro i carrelli ed entrammo nel Castello. Lei conosce la sua storia? In origine non era una fortezza. Era la tomba dell'imperatore Adriano. Il Mausoleo Adriano.
C'era un bar, in cima all'edificio.
I frigoriferi non funzionavano. Non c'era corrente elettrica in tutta la città. Guidi disse che per prima cosa dovevamo consumare il cibo nei congelatori, finché il ghiaccio fosse durato. E non sarebbe durato a lungo.
Castel Sant'Angelo ha più di duemila anni. Può sopravviverne altrettanti. Forse per sempre. Aveva subito qualche danno, ma poca cosa. Qualche cornicione, una torretta.
Quella notte salimmo sul tetto, a guardare Roma.
Non era proprio notte, altrimenti non avremmo visto nulla. Le uniche luci della città erano quelle degli incendi che la stavamo consumando.
Condutture del gas saltate, fiamme libere…
Ascoltavamo, senza sentirlo davvero, il capitano Guidi mentre ci spiegava le dinamiche tecniche della fine del mondo.
Il cardinale Albani ci chiese di aiutarlo a inginocchiarsi. Chinò il capo e si raccolse in preghiera. A mani giunte invocò la benedizione di Dio sulla Città Eterna e sui suoi abitanti.
Non volse mai lo sguardo verso il Vaticano.
Io lo feci.
La cupola, quella che i romani chiamavano affettuosamente il "Cupolone", era crollata. I due porticati berniniani sembravano le braccia di un cadavere rivolte verso la città per abbracciarla.
Qualcosa di strano… Una specie di aurora boreale… occupava metà del cielo verso est…
Qualcosa di bello e tremendo.
Rientrammo nel nostro fortino. Non ne uscimmo per mesi.
Furono gli altri, a venire. Attirati dal cartello che Albani, nonostante le proteste del capitano Guidi, aveva fatto appendere al portone d'ingresso del Castello.
CENTRO DI ACCOGLIENZA.
CIBO, ACQUA.
BUSSATE E VI SARÀ APERTO.
Io avevo aiutato traducendo quelle parole in francese e in inglese.
Perché non in russo e giapponese?, aveva ironizzato Guidi, scuotendo la testa.
Non so cosa si aspettasse. Un'invasione di disperati, suppongo.
In realtà i sopravvissuti che bussarono alla nostra porta furono molto pochi. Arrivarono alla spicciolata, e tra loro non c'erano i banditi che Guidi temeva. Era gente disperata, in fuga. Quasi tutti erano turisti. I romani, che in un primo tempo erano rimasti nelle loro case, ora, finite le scorte alimentari, stavano svuotando la città per cercare scampo in campagna. Guidi compativa quegli sforzi. Indicò il cielo. Era un cielo basso, come un sudario di nubi pesanti e grigie, dalle quali cadeva per buona parte del giorno un nevischio che sembrava misto a cenere.
Non troveranno nulla, in campagna, sentenziò. Inoltre sono troppi.
Albani pregò anche per loro.
Non mancavano certo le persone per cui pregare, in quei giorni.
Poi le preghiere non bastarono più, e smettemmo di recitarle. Tranne forse Albani. La sua fede era commovente quanto inutile.
Le colonne di profughi che vedevamo passare lungo l'altra sponda del Tevere si fecero sempre più sottili, finché solo pochi gruppetti, sempre più sparuti e male in arnese, furono visti trascinarsi sul Lungotevere in direzione del ponte Vittorio Emanuele II. Andavano verso il Vaticano, nella vana speranza di trovarvi soccorso.
Non capivamo perché quella gente ignorasse la nostra offerta di un rifugio, finché un giorno Albani non pretese di uscire. Nonostante le proteste di Guidi, venne organizzata una spedizione, se così si può definire una camminata di meno di un chilometro, durata non più di dieci minuti.
Il risultato di quella breve esplorazione fu la scoperta di due cartelli, che dicevano, in dieci lingue, PONTE MINATO e STATE LONTANI.
Se il messaggio non avesse dovuto essere abbastanza chiaro, c'era un segnale ancora più eloquente: due teste mozze, un uomo e una donna, appese al collo dei due angeli che decoravano l'inizio del ponte.
Albani andò su tutte le furie. Fece rimuovere i cartelli e seppellire le teste, e accusò Guidi di aver messo in piedi quell'inganno per egoismo, per poter mantenere intatte le scorte di cibo e acqua.
Guidi negò, con sufficiente convinzione perché il cardinale gli concedesse il beneficio del dubbio.
Da quel giorno arrivarono altri venti profughi. Ma cinque erano così malridotti che si spensero in meno di una settimana.
Stavamo bene, a Castel Sant'Angelo. Almeno finché durarono le scorte.
Poi…
Cominciammo a razionare l'acqua, e dopo il cibo. C'era un pozzo, nella fortezza, ma non ci fidavamo a bere l'acqua, in mancanza di contatori Geiger. Il cibo calava a vista d'occhio. Guidi calcolò la razione minima sufficiente a mantenerci in vita, e poi la ridusse ancora del dieci per cento.
Anche così non sarebbe durato a lungo.
Cominciammo ad avere visioni. Anche senza la fame era facile averne, in quel luogo che sapeva della polvere dei secoli e dei millenni. A volte mi sentivo come uno di quegli avventurieri ottocenteschi che per primo entrava in una piramide, o nella tomba di un faraone. La sensazione era la stessa, e non solo perché Castel Sant'Angelo in origine era proprio la mastodontica tomba di uno dei più grandi imperatori romani. No, non era solo e non era tanto questo, quanto la sensazione che intorno a noi tutto il mondo moriva. Un mondo da cui dio si era ritirato. Ci aveva voltato la schiena. Questo, almeno, era quanto ci dicevamo tra noi, fuori portata dalle orecchie del cardinale.
Guidi…
Guidi teneva per sé i suoi pensieri. Se mai aveva dubitato di Dio, non lo diede mai a vedere. Sapevamo che se ci fossimo permessi di esprimere dubbi davanti a lui ce ne saremmo amaramente pentiti. Guidi era un uomo tutto d'un pezzo. La sua morte lo conferma. Semplicemente, non era uomo da compromessi.
Ma tu vuoi sapere dei fantasmi.
Ora ci arrivo. Un attimo.
Lascia che ti spieghi perché ero sceso laggiù, quel giorno.
Avevo letto di come l'imperatore Adriano fosse anche un valente architetto. Suo è il progetto di ricostruzione del Pantheon, uno dei più straordinari edifici della storia dell'umanità.
Quel giorno, non sapendo come ingannare i morsi della fame, avevo deciso di andare a vedere la sala più importante del Castello, quella che aveva ospitato le ceneri di Adriano.
Avevo una torcia elettrica. A quei tempi era normale. Non erano dei preziosi cimeli del passato, come oggi. Pensavamo che prima o poi la civiltà sarebbe tornata, chissà per quale miracolo.
Scesi di piano in piano, in ambienti sempre più bui e minacciosi, finché non entrai nella sala che mi era stata indicata come il sito della tomba.
Scoprii con delusione che non c'era niente. Assolutamente niente. Chissà da quanto tempo le ceneri di Adriano erano state disperse al vento, e la sua urna riutilizzata chissà per cosa. Magari campeggiava nella vetrina di un antiquario a Boston, o a Berlino, ignaro di quel che un tempo aveva contenuto…
Mi misi a sedere sul pavimento freddo. La temperatura calava giorno dopo giorno, e attraverso le nubi coglievamo i guizzi multicolori di immani tempeste elettriche. Era come se gli antichi dei si fossero dati battaglia nel cielo, nascosti agli occhi indegni di noi mortali da quella cappa di nubi sempre più opprimente.
Quando spensi la pila, la stanza rimase illuminata solo dalla luce che entrava dal corridoio. Cercai di immaginarla quando vi era stata deposta l'urna con le ceneri dell'imperatore. Le pareti erano senz'altro rivestite di marmi preziosi, che ormai erano spariti lasciando vedere solo i mattoni sottostanti. Ci saranno stati addobbi fastosi, arredi in bronzo e in metalli preziosi, statue e…
A mano a mano che pensavo a quegli oggetti, e al posto in cui avrebbero potuto essere collocati, sembrava che la stanza diventasse più luminosa, e nella penombra che schiariva intravedevo le sagome di mobili e arredi. Ma al centro della sala non c'era un'urna cineraria. C'era un uomo, seduto su una semplice seggiola in legno. Non aveva nulla di regale, ma anche in quella luce incerta capii subito chi era. Avevo visto il suo volto riprodotto in tante statue e ritratti, su tante monete.
Che scherzi fa la fame, pensavo, alzandomi e avvicinandomi a quell'uomo.
Qualcosa non andava, era evidente. La sostanza di quella persona era… incerta. Non so come altro dirlo. I contorni erano netti, ma i dettagli tremolavano, come se la figura potesse vivere solo nella mezza luce che bagnava la sala.
Era un fantasma, ma solo perché non so trovare un altro termine per definirlo. Forse anomalia sarebbe la parola più giusta. Perché da allora ne ho viste altre, di queste… anomalie…
Mi avvicinai all'imperatore Adriano, ma lui non mi badava. Solo quando fui a un metro da dov'era seduto alzò la testa, fissando gli occhi nella mia direzione, anche se non esattamente verso di me. Poi sembrò mettermi a fuoco, con gli occhi miopi. Era già vecchio, anche se non saprei dire quanti anni mostrasse. La vecchiaia, nei tempi antichi, doveva essere ben diversa da oggi. So che mi guardò, e aprì la bocca come per dirmi qualcosa. In quel momento l'immagine scomparve, e davanti a me c'erano solo mura grezze, e ombra.
– La Chiesa crede nei fantasmi, padre Daniels… John…?
– Crediamo nella resurrezione dei morti. Ma non nei fantasmi. Non tecnicamente, voglio dire…
Durand ridacchia, ripetendo la parola.
– Tecnicamente…
Mi schiarisco la gola.
– Esperienze soprannaturali, naturalmente, sono riportate anche nella Bibbia. Visioni, incantesimi, fantasmi… Ma appartengono a un substrato antico. Noi cristiani non crediamo negli spettri, no. Non nel senso che intendi.
– Beh, io sì. Motivo in più per diffidare della tua chiesa.
– Va bene. Ma perché Mitra? Perché proprio quello? Come ti è venuto in mente di…
– Aspetta, aspetta. Frena. Tu pensi che sia stato io a introdurre il culto di Mitra fra i miei uomini?
Non rispondo.
Non ce n'è bisogno.
Durand scoppia a ridere.
– Per me un Dio o l'altro non fa differenza. Non ho bisogno di Dio. Mitra non sapevo nemmeno chi fosse. Non sono stato io a riportarlo in vita.
– E allora chi?
Durand scrolla le spalle.
– Scoprilo tu. Tempo ne hai. E adesso mettiti a dormire, prete. Partiamo appena scende il buio.
– Aspetta.
– Cosa c'è, ancora?
– L'incidente della "spruzzata"… del succo di morto, o di come la chiamate… Quella piccola dimenticanza che per poco non mi costava la vita. Ha scoperto chi è il responsabile?
Durand rimane in silenzio. Poi dice: – Non c'è stato il tempo. Dormi, John. Domani sarà una giornata dura.
Per tutta la notte il vento fa sentire la sua voce attraverso le fenditure che incrinano la superficie del rifugio. A volte come parole bisbigliate, altre volte con tono minaccioso, come il sibilo di un serpente, o l'urlo trattenuto di un mostro in agguato.
Mi chiedo quante storie terrificanti del passato siano nate così, dall'immaginazione di uomini chiusi al buio in una caverna, rassicurati dal riparo e dalla presenza dei loro compagni ma atterriti dalla prospettiva del mondo fuori, enorme e sconosciuto.
Mille pensieri mi si agitano in testa.
Mi chiedo sino a che punto posso fidarmi di questi uomini. Fino a che punto posso sentirmi sicuro, con gente che uccide un'intera comunità senza battere ciglio.
E poi, scoprire che all'interno delle Guardie Svizzere si praticano culti pagani è già incredibile. Venire a sapere che intorno a Roma ci sono basi e avamposti di cui né io né, immagino, i vertici della Chiesa abbiamo mai sentito parlare, è qualcosa di semplicemente assurdo.
Oltre che allarmante.
Se questa gente ha permesso che io venissi a sapere certe cose, cosa mi aspetta, alla fine del viaggio?
Immagino che la risposta sia scontata.
Una tomba senza nome da qualche parte in questa desolazione.
E un encomio alla memoria da parte del Nuovo Vaticano, se la missione verrà compiuta.
Ma come posso fidarmi di questi mercenari? Potrebbero sopprimermi e dire che la missione è fallita, se quello che troveremo a Venezia sarà il tesoro favoloso di cui si parla…
E poi, anche se nel mio cuore dovessi trovare pietà, o amore, sufficienti per non condannare questi uomini, resta il fatto che sono l'ultimo membro di quella che un tempo si chiamava Santa Inquisizione. La soppressione delle eresie è mio dovere.
Tanti pensieri.
Troppi.
Cerco conforto nella preghiera.
Mi addormento comunque tardi, e dormo male.
Ma almeno le voci dei bambini di Stazione Aurelia non turbano il mio sonno.