Radici del Cielo – Cap. 13

13
Un Dio dal passato
L'ambiente in cima alla torre è enorme. Ogni rumore risuona come sotto le volte di una cattedrale. L'impressione di uno spazio sacro è accentuata dalla fonte di illuminazione: decine di candele lungo il bordo della sala, e un candelabro appeso al centro, sopra qualcosa coperto da un telo di plastica verde. Dal bordo, il pavimento inclina fino al centro della sala, più basso di almeno tre metri. La stanza ha la forma di un'enorme ciotola, chiusa da un'altra ciotola rovesciata.
– Benvenuto al Rifugio 14, – sorride Bune, aiutandomi a saltare giù dalla piattaforma di legno. – Manchiamo praticamente di tutto, ma in compenso quello che abbiamo fa schifo.
– Sparisci, Bune – ringhia Durand. – Speravo che mettendoti sul secondo Hummer sarei riuscito a liberarmi di te.
– Ahimè, mio capitano, i tuoi legittimi desideri non si sono avverati. Il povero soldato Bune si è fatto piccolo piccolo come un topolino sul sedile di quell'auto grande grande, e non ha fiatato per tutto il viaggio.
– Una cosa difficile da immaginare.
– Oh, ma è andata proprio così, lo giuro. Altrimenti come potrei essere qui?
– E allora, se vuoi che la vita continui a sorriderti, vedi di toglierti dai piedi. Padre Daniels, lei mi segua, per favore.
Cammino dietro di lui fino a raggiungere il bordo della sala intorno al quale corre una superficie piatta, larga almeno tre metri. Sopra ci sono una dozzina di materassi, e un mucchio di coperte e cuscini dentro un sacco di plastica terribilmente logoro.
– Non sarà un cinque stelle ma è sicuro. Prima che me lo chieda le dico che no, non è possibile farsi una doccia.
– Pensavo che una torre dell'acqua fosse il posto giusto.
– Lo sarebbe. È lei che è arrivato in ritardo. Di circa vent'anni.
Hanno scoperto la torre sei anni fa, mi spiega. Hanno dovuto combattere per liberarla, anche se non mi dice da chi. Immagino che non sia stato un episodio che il capitano ricorda volentieri.
– Loro avevano la torre. E la benzina. Noi le auto col serbatoio vuoto. E le armi, naturalmente.
– Capisco.
Durand mi guarda a lungo. Sorride. – No. Non credo che lei capisca. Forse col tempo. Ma non ora.
E senza aggiungere altro se ne va.
Yegor Bitka e il caporale Diop aprono dei paraventi, per isolare la zona notte.
Chiedo dove sono i servizi. Il nero mi guarda senza capire. Poi scoppia a ridere.
– Adesso ti mostro. Vieni, vieni.
Mi fa strada lungo il muro curvo dell'enorme sala, attraverso un labirinto di scatoloni e oggetti sparsi, fino a portarmi dalla parte opposta. Lì mi indica un secchio. Quando vede che non capisco, alza il coperchio. Il puzzo che esce spiega tutto anche senza bisogno di un manuale.
– L'ultimo che finisce lo porta giù al deposito.
– Deposito…?
– Non crederai mica che buttiamo via piscio e merda? Valgono parecchio. Concime, no? Ogni tanto lo riportiamo alla base. Un bidone pieno vale due pacchetti di sigarette. E con due pacchetti ti compri…
– Okay. Ho capito.
Do un'occhiata al secchio. Per fortuna manca ancora un po' prima di doverlo svuotare. Anche se la curiosità di vedere di nuovo lo strano dipinto sul muro è forte.
– Buonanotte, allora – fa il caporale. – Io adesso ho un turno di guardia.
E se ne va, lasciandomi solo con questo secchio. Credo si chiami bugliolo, in italiano.
Ho le viscere strette. Un po' perché durante il viaggio sull'Hummer ho mangiato solo una patata lessa, che sapeva più di muffa che di patata. Ma soprattutto perché mi sento tutt'altro che a mio agio. C'è qualcosa di malsano, in questo posto. Quando ho finito di usare i "servizi", invece di passare lungo le pareti per tornare al dormitorio vado verso il centro della sala che un tempo conteneva centinaia di ettolitri d'acqua potabile, e oggi ospita solo i rumori amplificati di gente che dorme o che tarda a prendere sonno. Ognuno – sia chi veglia sia chi dorme – con i suoi incubi e le sue paure.
Ma c'è un altro suono, che arriva dal centro dell'enorme sala. All'inizio indistinguibile, incomprensibile. Poi man mano che mi avvicino comincio a cogliere un ritmo, in quei suoni. Sono voci umane, immerse in una cantilena quasi ipnotica, sommessa.
La zona è stata chiusa con una tenda nera, che attutisce sia la luce che il suono. Ma non abbastanza da impedirmi di sentire, o di vedere, soprattutto quando scopro un taglio verticale nella tenda, e attraverso quello posso vedere cosa succede al centro dell'enorme spazio chiuso.
In ginocchio davanti alla cosa misteriosa al centro della sala, Bitka, Diop e il capitano Durand sono immersi in un canto che è forse una preghiera. La cosa non è più coperta da un telo, ed è illuminata da alcuni lumini rossi disposti in cerchio tutt'intorno.
Quando la vedo, non riesco a credere ai miei occhi.
La statua in marmo di un giovane che sgozza un toro è tinta di rosso dalle minuscole luci che la circondano. Come se fosse coperta di sangue appena versato. E i volti di Durand e degli altri due uomini sono anch'essi dipinti di rosso. Volti di diavolo. Le parole che escono dalle loro bocche mi stupiscono più che se vedessi uscire dalle loro bocche una lingua biforcuta. Sono parole che credevo sepolte nei libri antichi. Libri condannati dalla Chiesa in tempi remoti.
D'improvviso, qualcosa brilla tra le dita di Durand. Mi aspettavo un pugnale, e invece è un anello. Un anello d'oro. Lo stesso che ho visto tra le dita di Bune a Stazione Aurelia. Il Sigillo del Pescatore.
Una mano si posa sulla mia spalla, facendomi sussultare per la paura.
Adéle Lombard si porta l'indice alle labbra, facendomi segno di stare zitto. Poi mi fa segno che dobbiamo allontanarci da lì. La seguo, tentando di tenere a freno le domande che vorrei farle.
Mi porta lungo il bordo della stanza, naturalmente lontano dal centro e anche dalla zona adibita a dormitorio.
Si accoccola sui talloni, indicandomi di sedere davanti a lei. Poi, quando sono seduto, avvicina la testa alla mia. Appoggia la fronte contro la mia. È un contatto fresco. Sensuale. Tiro indietro la testa, anche se non subito.
– Non deve giudicarci male, padre Daniels. John…
– Che cosa succede qui?
– Niente. Nulla di cui preoccuparsi.
– Ho appena assistito a un rito pagano. Non è certo una messa, quella. Che Dio adorate?
Adéle ha un'espressione offesa.
– Io non adoro nessun Dio. Tantomeno Mitra. È una religione per uomini, quella. Per soldati. Io non sono né l'uno né l'altro.
– Pensavo che il disegno fosse solo uno scherzo.
– E io invece pensavo fosse così intelligente da capire subito.
– Il culto di Mitra non viene più praticato da duemila anni.
– Così si dice. I tre uomini che ha visto di là però smentiscono quest'affermazione. O no? E comunque, secondo alcuni, il culto di Mitra non è mai morto.
– Chi ha dipinto quella… mostruosità?
– Che importa? Gli stessi che hanno portato qui la statua del dio. Non è stata certo un'impresa facile.
– È stato Durand?
La donna alza le spalle. – Può darsi. Che importanza ha?
– Che importanza ha? Che importanza ha? Crede che il cardinale Albani sarà contento di sapere che il capo delle Guardie Svizzere è un pagano? Uno che mangia carne umana?
– Non alzi la voce! È pazzo? Vuole che la sentano?
– L'ho già sentito.
La voce di Durand, asciutta e fredda come la pelle di un serpente, parla a pochi centimetri dalla mia nuca.
Il capitano muove un passo, apparendo al mio fianco. Il volto è ancora rosso di sangue, che l'ufficiale si deterge con un asciugamano talmente logoro da sembrare antico.
– La stupirebbe sapere quanti punti in comune ci siano tra il culto di Mitra e quello di Gesù.
– Lo so. Ma voi servite la Chiesa Cattolica.
– E la serviamo bene. Le Guardie Variaghe dell'imperatore di Bisanzio erano guerrieri nordici che adoravano Odino. Ma erano le migliori guardie del corpo che l'imperatore avesse mai avuto.
– Le vostre motivazioni non sono chiare. Il vostro comportamento è ambiguo. Vi ho visti trasgredire ogni principio su cui dovrebbe basarsi il vostro servizio per la Chiesa.
– Oh, la smetta. Quali principi? Quando siamo arrivati a san Callisto, se fosse dipeso da me avrei dato ordine di aprire il fuoco su Mori e la sua marmaglia. Invece la Chiesa ha accolto quel vecchio e la sua masnada di assassini come se fossero persone rispettabili. E non mi racconti la solita fiaba del Buon Pastore e delle pecorelle smarrite. Mori è un incrocio tra un lupo e una mietitrebbia.
Durand scuote la testa. – Ogni tempo ha il suo Dio. Un Dio di pace e di misericordia non ha vita facile, nel nuovo mondo che le bombe ci hanno donato.
– E il vostro Dio? Che genere di Dio è il Dio per cui vi dipingete le facce di sangue?
– La tua ignoranza supera anche la tua arroganza. Con che diritto vieni a farmi la predica, tu che hai vissuto sempre al sicuro, nel ventre molle e caldo della Chiesa?
Il passaggio dal "lei" al "tu" sottolinea la mancanza di rispetto di Durand nei confronti dell'autorità che rappresento. D'improvviso la mia stessa incolumità mi appare in pericolo. Ho già visto troppe cose, sentito troppe cose.
– Non è sangue – sussurra Adéle.
– Come…?
– Ho detto che non è sangue. È solo colore. Non usano sangue. Non è come pensi.
Anche lei mi dà del "tu".
Come se tutti quanti fossimo diventati di colpo grandi amici.
– Lascialo perdere – fa Durand, astioso. – Tanto per lui non fa nessuna differenza. Il sangue non c'entra. Il fatto è che le nostre credenze mettono in discussione la sua. E la reazione della Chiesa, in questi casi, è una sola: sopprimere. I cristiani hanno una tradizione di duemila anni, nel distruggere chiunque non la pensi come loro.
– Parli come se non fossi un cristiano.
– E infatti non lo sono. Servo i cristiani, obbedisco ai loro ordini, ma non sarò mai uno di loro. Uno di voi.
Lo guardo a lungo. Lui ricambia il mio sguardo, senza cedere. Facevo questo genere di cose da bambino. Queste sfide a chi resiste di più senza scoppiare a ridere. Ma c'è poco da ridere, in questo confronto.
Incredibilmente, è Durand a cedere.
La sua faccia si apre in una risata. Una lunga risata, che sembra possa durare all'infinito.
Mi metto a sedere. Se devo morire, che almeno sia comodamente.
Anche il capitano si siede, imitato subito dopo dalla Lombard.
Seduti così, in circolo, sembriamo tre ragazzini a un campo estivo.
Questo sarebbe il momento giusto per una bella storia di fantasmi.
E la storia arriva.