Radici del Cielo – Cap. 12

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Una scritta sul muro
Anche con un veicolo come l'Hummer non è facile muoversi sulle strade intasate d'auto coperte di neve, con l'asfalto distrutto dalle intemperie. A tratti una ruota del SUV sprofonda in una buca. Altre volte scavalca ostacoli invisibili, come insegne cadute o mucchi di ossa umane. Crepitano, le ossa, sotto il peso delle ruote, facendo un suono come di nacchere. Ma nessuno a bordo lo sente quel rumore, attutito dallo spessore della lamiera. Un tempo, in auto, si sarebbe ascoltata la musica di un compact disc, o la radio. Ora i CD non esistono più. Quei dischetti propagandati al loro esordio come eterni non hanno resistito al logorio del tempo e degli agenti atmosferici. La sottile verniciatura metallica è sparita, lasciando nuda la plastica trasparente. E nessuna stazione radio spezza il silenzio dell'etere. Solo fruscii e rimbombi, come in una casa deserta, infestata dagli spettri.
Una decina di miglia a nord di Roma, sulla vecchia autostrada A90, all'altezza di Fidene, incontriamo il primo vero ostacolo: un fiume che ha rotto gli argini, straripando nella campagna. Neve e grandi blocchi di ghiaccio scorrono lungo l'acqua, diretti al mare.
Il ponte sul fiume è crollato. I fari illuminano il vuoto, oltre il primo pilone.
– Fine della corsa, – mugugna Wenzel.
Durand punta il dito sulla carta geografica. – Non è detto. Vedi quello svincolo laggiù? Possiamo arrivarci?
Il sergente si gratta la barba di tre giorni. – Con un po' di culo. Non mi piacciono le crepe su quei piloni. Oh beh, si muore una sola volta. Dicono così, no?
– Non i morti.
Wenzel ridacchia. Inserisce le marce ridotte e comincia a far scendere il SUV lungo il fianco del terrapieno.
Scendiamo con cautela, a strappi e a sobbalzi, fino ad arrivare a un incrocio a quadrifoglio. Il sergente guida con la stessa spasmodica attenzione di un equilibrista sul filo. Alcuni piloni sono crollati come il ponte. Sicuramente per l'età e la mancanza di manutenzione, più che per gli effetti della bomba, caduta lontano da qui. Anche se non abbastanza lontano, perché le poche auto visibili nella luce dei fari sono tutte rovesciate su un fianco, o capovolte. Le altre, la maggior parte, arrugginiscono in mezzo al fiume.
– Che fiume è? – chiedo a Durand.
Lui alza lo sguardo, perplesso come se gli avessi fatto una domanda stupida.
– Il Tevere.
Guardo l'acqua bassa, stagnante, una decina di metri sotto di noi. Centinaia di carcasse di auto e di camion sono disseminate lungo il letto e sulle rive del fiume. L'onda d'urto dell'esplosione deve averle colpite con la forza di un maglio.
Il fiume non ha nulla di maestoso. Qualcosa dev'essere successo, a monte di questo tratto. Il Tevere occupa solo una larghezza minima del suo letto. Ma non c'è tempo per le curiosità. Mancano meno di tre ore all'alba, e dobbiamo trovare in tempo un riparo dove passare le maledette ore del giorno, quando il sole colpisce coi suoi raggi mortali.
Scendiamo a passo d'uomo, come se stessimo percorrendo un campo minato. Purtroppo è qualcosa di ancor più pericoloso. Ci sono ostacoli invisibili che potrebbero spezzare il semiasse di questa macchina d'acciaio, lasciandoci qui fuori esposti alla minaccia dei raggi solari. Maksim, il mio amico professore, mi ha detto che il pericolo deriva dalla distruzione dello strato d'ozono. All'inizio, subito dopo la Tribolazione, la gente pensava che gli unici pericoli fossero quelli legati alla radioattività. Pensava che bastasse un rilevatore di radiazioni per potersi muovere all'esterno. Non era così. Anche in aree virtualmente libere da contaminazione nucleare, la gente moriva, col volto deturpato da orrende pustole.
La pelle veniva via come un guanto.
E le poche nascite…
Ne avevo visto un saggio a Stazione Aurelia.
Maksim aveva capito quasi subito che i pericoli non rilevabili da un contatore Geiger venivano dal sole, e che la cappa di nuvole che avvolgeva la Terra come un enorme sudario non serviva a proteggerci. Aveva cercato di avvertire gli altri, ma un russo non era precisamente benvoluto, a quei tempi. Viveva recluso in una stanza, guardato a vista. Le cose erano cambiate quando ci si era resi conto che Maksim aveva ragione. Che era inutile tentare di coltivare qualcosa all'esterno, e che anche le serre non salvavano umani e piante da una morte orribile.
Le piante…
Prima della Tribolazione i più pensavano che la natura avrebbe prevalso su ogni catastrofe. Che nei campi sarebbero cresciuti di nuovo il grano, il mais, la verdura. Ma oltre ai pericoli dell'aria e della luce, non avevano tenuto conto di qualcosa di altrettanto mortale. Le piante seminate anno per anno erano sterili. Dopo la Tribolazione non ci fu alcun raccolto, ma non ci sarebbe stato nemmeno se le radiazioni non fossero state così forti. I campi si sarebbero coperti di erbacce. Nessuna pianta commestibile. Nessun nuovo raccolto, a meno di non trovare una riserva di semi.
Il mondo era deserto, brullo. Solo il ghiaccio e la neve impedivano alla terra morta di alzarsi in tempeste di polvere, sollevate dal vento che fischiava e cavalcava costantemente sulle lande morte.
Mi chiedo spesso cosa ne sia stato di altri posti. Se Roma è stata colpita da una sola bomba ed è così, come devono essere le città bersaglio di più testate nucleari? Cosa sono oggi New York, Pechino, Mosca? Le radio tacciono, e il nostro mondo è limitato all'orizzonte che lo sguardo può abbracciare. Credevamo di essere giganti e ci siamo risvegliati nani, anzi peggio: formiche. E guardando le creature che abbiamo ucciso, riconoscendo una luce nei loro occhi, mi chiedo se possiamo ancora dire di essere destinati ad ereditare la Terra, o se invece quell'eredità stabilita nel lontano passato non ci sia stata tolta. Noi non abbiamo un nome per chiamarle, quelle creature. Nessuno, che io sappia, ha mai tentato di classificarle, di ordinarle per specie e sottospecie. Alcune volano, altre strisciano. Altre, come i Muscoli, mi risultano del tutto incomprensibili. Ma hanno una cosa in comune. Sono tutte pericolose. Una minaccia per l'uomo, che sembrano odiare con tutte le loro forze, anche quando ci assomigliano. Anche quando devi sforzarti per non cogliere in loro tratti umani.
– Un dollaro per i suoi pensieri, padre – sorride Adéle. C'è più spazio, nell'abitacolo del SUV, ora che Bune è salito sul secondo mezzo. E decisamente più tranquillità, a patto di non guardare fuori dai finestrini e di non ascoltare le imprecazioni di Wenzel mentre cerca di guidare il SUV attraverso gli ostacoli, come in un rally la cui posta è la morte.
Sono grato alla donna per la distrazione dai pensieri che mi offre.
– Stavo pensando a quelle creature…
– Quali? I Lupermann o gli Sfigati?
Scuoto la testa.
– Non capisco.
– Gli Sfigati sono quelle bestie con le braccia lunghe e la testa piccola. Li chiamano così perché basta un colpo e vanno giù. I Lupermann invece sono tutto un altro paio di maniche. Sono quelle bestie che sembrano un incrocio tra un lupo e Superman… Credo sia per questo che li chiamano così. O forse c'entra una vecchia razza di cani che si chiamava Dobermann… Comunque sia, il fatto è che puoi svuotargli addosso un caricatore e quelli non vanno giù. Abbiamo imparato a sparargli alle zampe, così rallentano la corsa e puoi beccarli in qualche punto vitale. Non la testa, però. Glielo dico per il suo prossimo incontro: la testa di quelle bestie è dura come l'acciaio. Per sfondarla ci vorrebbe un lanciagranate…
– Come fa a conoscerli così bene? Pensavo che una scienziata…
– Quegli esseri sono il mio lavoro. E comunque più che una scienziata sono una ricercatrice sul campo.
L'Hummer scivola pericolosamente all'indietro, nel superare l'ostacolo di un mucchio di macerie. Poi recupera l'assetto, si raddrizza.
– Cosa c'è? – chiede Adéle in tono gentile, vedendomi immerso nei miei pensieri.
– Pensavo… La carne di queste creature…
La donna spalanca gli occhi. – Oh, no. Assolutamente no. È veleno puro. I primi tempi… Quando ancora le mutazioni non erano così aggressive… Qualcuno ha provato a nutrirsi di quelle creature… Almeno di quelle che… che somigliavano meno a… Insomma, mi ha capito. Ma la loro carne era mortale. Chi ne mangiava si ammalava immediatamente. E moriva.
– Lei le ha studiate. Le conosce meglio di me. Può spiegarmi una cosa? Com'è possibile un simile livello di mutazione in soli vent'anni? Quelle creature sembrano aliene. È chiaro che derivano da qualche animale. Ma come possono essere cambiati così in fretta?
Adéle guarda a lungo fuori dal finestrino, prima di rispondere. Le tenebre stanno leggermente cedendo, il grigiore che precede l'alba assedia il buio. Le ruote dell'auto corrono sempre di più, per battere in velocità il sole dai raggi mortali.
– Me lo sono chiesta spesso anch'io – sospira la Lombard, scuotendo la testa. – Qualcuno dice che oltre alle bombe atomiche siano state sganciate anche altre testate. Armi ancora peggiori. Armi batteriologiche. Agenti mutageni. Può darsi. Può darsi… Il fatto è che secondo me non c'è una spiegazione logica, a meno che Darwin non si fosse sbagliato di brutto.
– In che senso?
– Nel senso che l'evoluzione non è così indiscutibile come lui credeva. Potrebbero esserci altre… forze… in azione.
– Altre forze? Cosa vuol dire? Che genere di forze?
– Forse è più attrezzato lei di me, a rispondere a questo genere di domande.
Sto meditando su quelle strane parole, quando Durand si volta all'indietro, prendendo la destra di Adéle nella sua.
– Pare che siamo fortunati. Vedete quella torre, laggiù?
Indica una strana costruzione a forma di fungo dal gambo alto, che svetta, apparentemente intatta, sulle rovine ammantate di neve di una piccola città. Una sagoma imponente, tanto da emergere nel nevischio sollevato dal vento.
– Cos'è?
– Una torre dell'acquedotto. Saremo lì in meno di venti minuti. A Dio piacendo, ovviamente. Preghi che non ci mettiamo molto di più, perché dobbiamo fare rifornimento, e ripararci per la notte.
Wenzel accelera, sfruttando un tratto di rettilineo sgombro da carcasse d'auto.
Non si intravede nulla di vivo, intorno a noi. Le case, semplici costruzioni borghesi a un solo piano, sono circondate da recinzioni arrugginite. Molti edifici sono bruciati, altri non hanno il tetto.
– Meno male – sussurra Adéle.
– Cosa…?
– Meno male che è una torre dell'acquedotto. Non avrei sopportato uno di quegli edifici antichi. Mi danno i brividi.
– Perché?
– Oh, non per gli edifici. Quelli del medioevo sono sopravvissuti al FUBARD meglio di tante costruzioni moderne…
– Lo chiama anche lei così…
– Così cosa?
– FUBARD. Di solito si dice Tribolazione, o Giorno della Tribolazione.
– Voi preti, dite così. La gente lo chiama in tanti altri modi. Alcuni non vi piacerebbero. Come mai non lo chiamate Giorno del Giudizio?
– Perché il Giorno del Giudizio è un'altra cosa. È il giorno in cui la Gerusalemme Celeste scenderà sulla Terra, e avremo cieli nuovi e terra nuova, e la Giustizia…
– Guardi là fuori, padre Daniels! I cieli e la terra nuova li abbiamo già. Ma non sono un granché, vero? E quanto alla giustizia…
– Lei vede la cosa con gli occhi della scienza. Io con quelli della fede.
– Oh, ma che belle parole. Peccato che quello che è successo sia dovuto alla scienza, e che la fede non abbia salvato nessuno, il giorno della sua… Tribolazione.
– Siamo messi male tutti e due, eh?
Adéle ricambia il mio sorriso.
– Eh sì.
Tendo la mano. – Pace…?
– Pace, – annuisce lei, stringendola nella sua.
– Perché non le piacciono gli edifici antichi?
Lei mi guarda con autentico stupore.
– Ma come? Non lo sa? Non ha mai sentito parlare dei fantasmi?
Faccio segno di no con la testa.
– Sarei la prima a non crederci, se non gli avessi visti.
– Con i suoi occhi? Ha visto dei fantasmi?
– Sì. A Stazione Aurelia. E poi… Poi nel posto più impensabile di tutti.
– Cioè?
– Un'altra volta, magari – ci interrompe il capitano Durand, in tono brusco. – Siamo arrivati.
Il SUV si è fermato davanti a un recinto che sembra integro, una barricata metallica sormontata da matasse di filo spinato. Dietro il recinto c'è la cosa più incredibile che io abbia mai visto.
Una stazione di servizio. Apparentemente intatta.
Durand si infila la maschera antigas. Indossa un poncho pesante, di quelli che un tempo erano in dotazione ai reparti militari per la guerra nucleare e batteriologica. Imbraccia il mitra. Esce dall'auto e va verso il cancello chiuso da due robuste catene.
Si guarda intorno a lungo. Sembra frugare con lo sguardo ogni metro di tetto, ogni angolo di muro.
Poi, apparentemente soddisfatto, si toglie di tasca un mazzo di chiavi. Non ha esitazioni a scegliere quelle che aprono prima un lucchetto, e poi l'altro. Durand spalanca il cancello. Alle sue spalle due soldati gli fanno da scudo, con i mitra puntati verso le case crollate, tutto intorno alla stazione. Wenzel fa muovere l'Hummer. Lentamente, senza fare rumore, come non ne ha fatto Durand togliendo le catene.
Il nostro Hummer e quello che lo segue entrano nel compound recintato.
I due soldati di scorta, che non riconosco per via delle maschere e dei poncho di tela cerata, si affrettano a richiudere il cancello, serrandolo poi con la doppia catena.
Durand intanto ha già sollevato la saracinesca serrata di quello che sembra un garage. I due SUV entrano.
Scendiamo. Ci sgranchiamo le gambe.
– Pensavo che avremmo fatto benzina – faccio a Wenzel.
– Sì, come no. E visto che ci siamo possiamo anche farci pulire i vetri…
Indica un angolo del parabrezza dove il sangue di uno dei mostri ha lasciato una macchia scura e densa.
– Faremo benzina qui dentro. Vede quei fusti? Quello è il nostro tesoro. Sempre più misero, dato che queste bestiacce succhiano come troie. Scusi per il francese.
In un angolo del garage ci sono sei fusti allineati in verticale, e una dozzina rovesciati.
– Quelli per terra sono i vuoti. Li teniamo nella speranza che possano tornare buoni, prima o poi. Finora non è successo.
– Sa come si dice? Spes ultima dea… – ridacchia Bune, passandoci accanto come un troll, carico di sacche dall'aria pesante.
Adéle gli batte una pacca amichevole sulla spalla, al volo.
– Ovviamente, padre, lei spera che sia il suo Dio, l'ultimo a morire, e non la Speranza. Strano come gli dei del passato stiano tornando in auge.
– Non è il mio Dio. È il Dio di tutti.
La Lombard non sembra nemmeno avermi sentito.
– Ha mai visto l'immagine di un uomo nudo, con un membro in erezione? Un membro enorme, quasi più grande di lui? Quello è il dio Priapo. Ovviamente un dio della fertilità maschile. Ne avevamo una statuetta in bronzo, a Stazione Aurelia. Chissà dove l'avevano scovata. Probabilmente non era davvero antica, ma solo una riproduzione moderna. Pensavano che… beh, che favorisse la riproduzione. Evidentemente non avevano letto le clausole scritte in piccolo. E poi ci sono divinità molto più efficaci.
Quest'ultima affermazione mi lascia interdetto.
Ma prima che possa replicare, Durand mi si piazza davanti, a muso duro.
– Quando avrete finito la vostra dotta conversazione mi fareste il favore di seguirmi. Vi mostro i nostri alloggi per stanotte.
È curioso come i nomi siano rimasti gli stessi, ma indichino cose completamente diverse. Oggi chiamiamo notte quello che un tempo era il giorno. Il nostro linguaggio, come i nostri ritmi circadiani, ha dovuto adattarsi in fretta alle nuove regole di vita. O di sopravvivenza. Ammesso che ci sia una differenza, tra le due cose.
Vivere è ormai diventato sopravvivere.
La torre dell'acquedotto è stata collegata alla stazione di rifornimento con una galleria ricavata da materiale di fortuna: cartelloni pubblicitari, teli di plastica. Poi la neve, coprendo quelle strutture improvvisate, ha creato un tunnel sotterraneo attraverso il quale ci muoviamo fino a raggiungere la base della torre. Guardo con diffidenza le scalette rugginose che si arrampicano lungo i fianchi dell'edificio. Ma Durand dice: – Non passiamo di lì. Poi usa un'altra delle sue chiavi per aprire una porta metallica dipinta da poco. La porta si apre senza il minimo cigolio, su cardini perfettamente oliati.
– Questa struttura è un rifugio permanente, – faccio, stupito. – Non ne ho mai sentito parlare.
– Ma avrà sicuramente sentito l'espressione Top secret. Ecco, questa è una struttura militare Top secret.
Mi aspettavo di dover salire fino in cima, ma non è così. C'è un rudimentale ascensore, una piattaforma che viene sollevata da un ingegnoso sistema di corde e pulegge, che sembra preso da un antico progetto di Leonardo. E potrebbe benissimo essere così.
Come se mi leggesse nel pensiero, Durand fa: – Non ha idea dell'utilità che hanno certi progetti antichi. Se dipendesse dai testi sacri ce ne staremmo tutti in ginocchio a blaterare salmi, in attesa del Giorno del Giudizio. Come se non fosse già passato. Ho sentito di cosa parlavate, lei e Adéle. Il termine Tribolazione implica l'idea di un premio, alla fine del tunnel. Beh, io dico che non ci sarà nessun premio. Il premio vero è sopravvivere, giorno dopo giorno. Ed è la cosa che mi riesce meglio. Il mio mestiere. Salite, su.
– È sicuro?
– Cosa lo è, di questi tempi? Diciamo che se stavolta cade sarà stata la prima volta.
Un motore diesel fa sentire il suo rumore un po' asmatico dall'alto.
– In carrozza, si parte, – fa la voce di Bune dall'alto, amplificata come la voce di Dio.
Saliamo lentamente, senza strappi. La colonna di cemento è enorme, le pareti incrostate di una muffa verde. La luce che arriva da sopra è appena sufficiente a comprendere le dimensioni della struttura.
– Sa perché Roma aveva tante fontane? – mi chiede Adéle.
– Immagino che ai romani piacesse l'acqua.
– Sbagliato.
– Lascia che glielo spieghi io, – fa Durand. – Vede, padre, le fontane non hanno solo una funzione estetica, ma tecnica. Sono necessarie. Per quanto gli antichi Romani fossero ingegneri eccelsi, e riuscissero a costruire acquedotti che per centinaia di miglia mantenevano un'inclinazione calcolata al millimetro, l'acqua arrivava comunque in città con una forza che avrebbe schiantato le tubature, se non avesse avuto uno sfogo. E lo sfogo erano le fontane. I getti d'acqua verticali servivano a questo: a frenare la forza dell'acqua.
– Non lo sapevo. Grazie. Non mi aspettavo una lezione di ingegneria, da lei.
– Perché è prevenuto nei miei confronti. Vede, nella mia… vita precedente, ero un architetto.
L'informazione non mi sorprende. Che Durand sia un uomo fuori del comune è evidente. Quello che mi lascia perplesso è la sua conversione in uomo d'armi.
– Si sta chiedendo come un architetto diventa un soldato?
– Sì.
– Per puro caso. E poi non c'è rimasto molto da progettare o costruire, in questo mondo. Comunque il tunnel là fuori, e la recinzione, e questo ascensore…
– Li ha progettati lei.
– Progettati e costruiti, in buona parte. Con queste mani.
– Complimenti.
– Aspetti di arrivare vivo in cima.
– Certo che sai essere rassicurante, – sorride Adéle, cingendogli il fianco con il braccio.
Sto per fare una domanda, quando una cosa sulla parete mi toglie le parole di bocca.
È un dipinto, un affresco, rozzo ma straordinario nella sua efficacia. Colori forti, forse di antiche bombolette spray. Mostra un giovane vestito a metà tra un legionario romano e un marine moderno. Due bandoliere cariche di pallottole e di bombe gli attraversano il petto gonfio di muscoli. Invece il volto è sereno, amabile. Somiglia a un attore del passato, che un tempo era un mito e di cui oggi non ricordo nemmeno il nome.
Durand fa un segno brusco con la mano. L'ascensore accelera. Ma non abbastanza in fretta perché io non fotografi nella memoria un dettaglio grottesco, assurdo.
Al posto delle mani, il ragazzo del dipinto ha due mitragliatori. È come se i muscoli delle braccia si trasformassero in armi.
Durand e Adéle ridacchiano.
– Una versione aggiornata del dio Mitra…
Li guardo, sconcertato.
L'ascensore passa oltre.
L'ultima a sparire è la faccia del ragazzo. Prima il sorriso benevolo. Poi gli occhi, che sembrano seguirci mentre saliamo nelle viscere dell'edificio che un tempo era una torre dell'acqua, e adesso…
Cosa sia adesso non lo so. La scritta che appare sul muro, un attimo prima che l'ascensore si fermi, mi gela il sangue.
QUI QUESTO DIO NON ENTRA.
Sotto la scritta c'è un segnale, come quelli che un tempo regolavano il traffico sulle strade. Un cerchio rosso, con una barra diagonale che indica un divieto.
Sotto la barra, un rozzo disegno di Cristo appeso ad una croce rovesciata.
Guardo negli occhi i miei due compagni di viaggio, e il vuoto studiato che mi appare nel loro sguardo mi sembra infinitamente più agghiacciante dei mostri che abbiamo combattuto e ucciso là fuori.