Radici del Cielo – Cap. 11

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Al posto della Stella Polare
Al posto della Stella Polare, mi dice Wenzel, potremmo usare i segnali dei contatori geiger. L'unica bomba che ha colpito Roma è caduta al chilometro 12 della Via Tiburtina, a nord di dove siamo adesso.
– I contatori cominciano a cantare come grilli, quando ti avvicini a quel posto.
– Perché hanno bombardato proprio lì?
– ­Era la sede della MBDA – dice Durand, dal posto accanto all'autista. – Un consorzio europeo. Era un'azienda leader nel settore dei sistemi missilistici.
– Produceva un sacco di roba buona, – aggiunge il sergente. – Può darsi che la bomba che è caduta lì l'abbiano lanciata gli americani… Per eliminare la concorrenza, sa?
– Un mio amico, un professore, dice che sono due, le bombe che hanno colpito la città.
– È vero e non è vero – interviene Durand. – Sono cadute due bombe, ma una sola è scoppiata. L'altra non è esplosa. Era destinata all'aeroporto di Ciampino.
– Cinquanta per cento di malfunzionamento – commenta Bune, sarcastico.
– Ma perché due sole bombe, per la capitale di un paese?
– Dico, padre, ma si ricorda che paese di merda era questo? Che piccolo, minuscolo, striminzito paese di merda era questo?
– Ma anche così…
Durand alza le spalle. – Sarà stata la mano di Dio. È così che si dice, no?
– Capo, mi viene da vomitare – annuncia Bune, seduto al posto di destra.
– Non provarci.
– Wenzel guida di merda…
– Ringrazia che ti abbiamo preso a bordo, – risponde calmo il sergente.
Mi chiedo come faccia a guidare in queste condizioni. Buio, e nevischio, e gli ostacoli che emergono dal nulla all'ultimo momento, un attimo prima di poterli schivare. Le gomme sono rinforzate al kevlar, mi ha detto. Ce ne sono altre quattro, nel portabagagli, a occupare metà dello spazio.
Parla del mezzo con un tale affetto che è poco probabile non l'abbia mai guidato prima.
Glielo dico.
– Certo che l'ho già guidato. Avevamo anche una Humvee, quando siamo arrivati da Castel Sant'Angelo. Quella sì che era una macchina. Un modello militare americano, che qualche imbecille pieno di grana aveva convertito in berlina. Peccato fosse impossibile trovare i pezzi di ricambio. Questa e l'altra, che spero Diop non mi rovini, sono creature mie. Compresi i filtri potenziati per l'aria, e la copertura in piombo del sottotetto. Sono una specie di mostri meccanici di Frankenstein, dato che ho dovuto recuperare parti di scorta da altre auto. Sa, lavoravo come meccanico in una concessionaria della Jeep, prima… Prima che tutto andasse a puttane.
– Una concessionaria qui a Roma?
– Nah. Ad Amburgo. Nessuno di noi è di qui. Dico, ma l'ha sentito il mio accento? Ero in vacanza con la mia ragazza. Per vedere la Città Eterna. Altro che eterna… Viaggiavamo dormendo negli ostelli della gioventù, in sacco a pelo. Se solo avessi saputo che da allora sarei stato costretto a dormire quasi sempre in un sacco a pelo…
– Cos'è successo alla sua ragazza?
Wenzel non alza le spalle, ma è come se lo facesse. La sua voce è neutra, indifferente.
– Ci siamo persi di vista. È un po' che non la sento. Magari un giorno le telefono, cosa dice?
E quello è l'ironico epitaffio per il suo amore perduto.
Ha trovato la concessionaria a due chilometri dalla Stazione Aurelia, racconta Wenzel. Quasi tutte le auto erano ridotte a rottami, dice.
– Ma queste due bellezze… – sospira, per poi fare un fischio di ammirazione.
– Stavano nel garage sotterraneo. Chiuse come nella pancia di una brava mamma. Nessuno era entrato laggiù dai tempi del FUBARD. Certo, in vent'anni qualche acciacco gli era venuto, ovvio. Ma in un paio di settimane le avevo rimesse a posto. Non come nuove, ma abbastanza da funzionare, eccome. Probabilmente quando la bomba è caduta le avevano appena preparate per la consegna. La prima volta che le abbiamo fatte uscire mi veniva da piangere.
– E a me da vomitare. Non ne posso più.
– Zitto, Bune. E tu, Wenzel, bada alla strada e lascia stare le nostalgie. Ti ricordo che stiamo entrando in una zona molto brutta.
Il silenzio cala di colpo nell'auto. Il tepore del riscaldamento, le luci del cruscotto riflesse sul parabrezza, mi avevano cullato in un'illusione di normalità.
Il sergente rallenta. La strada passa in mezzo a degli edifici alti, semicrollati. Bui come montagne. Il vento schiaffeggia l'auto facendola vibrare. Non ho idea di dove siamo. Di tanto in tanto il capitano Durand consulta una vecchia carta stradale, ridotta in condizioni non migliori di un papiro antico. Ma per me potremmo anche essere sulla Luna. Credo che il paesaggio non sarebbe molto diverso.
Senza dire nulla, Bune, in preda a un conato di vomito, abbassa il finestrino dalla sua parte.
Il capitano si volta, infuriato. – Bune, idiota!
Qualcosa urta la fiancata dell'Hummer. Il corpo di Adéle Lombard mi cade addosso.
Un lungo ramo scuro è entrato dal finestrino.
No, non è un ramo: è un braccio! Un lungo braccio scheletrico, grigio, che termina con cinque artigli. Il braccio si allunga e si piega nello spazio ristretto dell'abitacolo, cercando di afferrarci. Si stringe attorno al torso di Bune, che grida per il dolore.
Scattando come due felini, Wenzel e Durand spalancano le portiere ed escono dalla jeep, pistola in pugno. Il rumore dei colpi esplosi sembra un temporale. Un altro braccio entra dal finestrino, seguito da un muso mostruoso, come di un cane deforme, i denti storti schiumanti bava. Cogliendomi di sorpresa, Adéle infila la canna dello Schmeisser in bocca alla creatura e tira il grilletto.
La testa del mostro rimbalza violentemente indietro, spruzzando di sangue il tettuccio dell'auto. Gli artigli allentano la presa su Bune, che spalanca anche lui la portiera e balza fuori dall'auto, impugnando una pistola nella destra e un coltello nella sinistra. Urla come un invasato, sparando tutto il caricatore e poi scagliandosi con il coltello contro qualcosa che è impossibile vedere, nel buio che brulica di movimento, di rabbia, di spari. Alla battaglia devono essersi aggiunte le forze della seconda Hummer, perché la notte risuona del fuoco di molte armi automatiche e delle urla di molti uomini. Versi bestiali, aggressivi o agonizzanti, fanno da contrappunto alle voci umane. Il caos è totale.
Anche Adéle esce dalla jeep. A questo punto non posso fare altro che seguirla.
La dottoressa spara fino a svuotare il caricatore. Ne infila un altro nell'arma. Una creatura l'aggredisce da destra. Senza quasi voltarsi, lei le scarica l'arma in testa. La creatura si accascia, con un urlo che si trasforma in lamento. Ci sono corpi stesi per terra, immobili. Nessuno sembra umano. Hanno ali da pipistrello e braccia lunghissime, bestiali.
Riesco a capire dove sono gli altri solo dalle fiammate che spezzano il buio, spesso nascoste dalle sagome nere e veloci che si frappongono tra loro e noi.
– Spara, John! – urla Adéle. Deve affrontare una di quelle creature, e la sua arma è scarica.
– Spara, cazzo!
Non mi ero neanche reso conto di avere in mano il mio mitra. Lo punto e premo il grilletto. Niente. Provo di nuovo. Nulla. L'arma dev'essersi inceppata. Sto per buttarla via, quando un uomo in divisa appare al mio fianco, e spara contro la bestia che ha aggredito Adéle.
Poi l'uomo si volta verso di me, la faccia tesa in una smorfia di rabbia.
– La sicura, razza di idiota! Togli la sicura!
Traffico con la mia arma fino a trovare il gancio e togliere la sicura. Appena in tempo, perché nella luce dei fari della seconda jeep vedo avanzare caracollando verso di noi due bestie enormi, pelose, grosse come orsi e dagli occhi di brace.
Durand si inginocchia accanto a me, prende la mira.
Faccio lo stesso. Adéle sta ricaricando lo Schmeisser.
Mi inginocchio anch'io.
Quando le bestie sono a meno di due metri, il fuoco concentrato dei mitra le devasta, facendo fiorire decine di geyser rossi sul pelo nero. Il muso di una delle due bestie praticamente si disintegra. La creatura si abbatte al suolo. La seconda invece prosegue la corsa, ma dev'essere solo per inerzia, perché prima di raggiungerci cade morta, con tre gambe ridotte a monconi sanguinanti.
Morendo cerca di mordere ancora. Le mandibole si aprono e si serrano, scattando a vuoto. Ma la cosa più orribile della creatura è l'unico occhio rimasto. Brilla di un'intelligenza quasi umana. E non maligna. Quello sguardo mi serra come in un incantesimo. Potrei affondare in quell'occhio azzurro come il cielo del passato.
Con un angolo della coscienza sento una specie di musica, un ronzio che è quasi una melodia.
Uno sparo. Assordante.
L'occhio azzurro esplode.
Il capitano Durand rimette la pistola nella fondina. Si guarda intorno nervoso, e si calma solo quando vede Adéle Lombard uscire dall'ombra imbracciando il suo mitra.
Ci sono altri spari, qui e là nella notte, ma il silenzio che segue conferma che la battaglia è finita. Solo colpi di grazia.
L'odore che stagna intorno ai due SUV è bestiale. Un tanfo ferino, unito al puzzo acre della polvere da sparo.
L'odore del sangue.
Sgorga a fiotti dai corpi neri ai nostri piedi.
Durand comincia a gridare i nomi dei membri della squadra. Da un punto all'altro del buio le voci rispondono, una ad una.
Tranne quella di Bune.
Lo chiamano tutti. Ma non c'è risposta.
Il vento è caduto. La neve torna a fioccare.
Un muso mostruoso esce dal buio e mi si lancia contro.
Alzo le mani per respingerlo, ma uno schiaffo della creatura mi colpisce alla guancia.
La voce del sergente Wenzel esce deformata attraverso la maschera antigas che indossa, e che lo fa assomigliare a un enorme insetto.
– Si metta la sua maschera! Subito!
Mi tasto la giacca, la tuta. Niente maschera. Nelle fasi concitate della lotta dev'essermi caduta a terra. Il gancio di tela che la reggeva è strappato.
Sgancio la torcia elettrica dalla cintura e comincio a cercare in giro. Altre torce segnano il buio, guizzando su e giù sui corpi delle creature morte. I passi dei soldati nella neve producono scricchiolii. I motori dei due Hummer ronfano come gatti, indifferenti al massacro. Sono almeno otto, le creature che abbiamo ucciso, senza subire altre perdite oltre Bune. Ci sono dei feriti, ma non sembrano gravi.
Torno verso il SUV giallo, illuminando il carnaio al suolo. Ed ecco la mia maschera. Proprio accanto al primo mostro ucciso. Con sollievo mi chino a raccoglierla.
E in quel momento il mostro si rianima.
Faccio un salto indietro per la paura. Inciampo e cado di schiena. Il corpo del mostro si solleva, voltando la testa ghignante verso di me.
Poi cade giù da un lato.
Bune sbuffa, emergendo da sotto il cadavere.
– Cazzo, stavolta c'è mancato poco…
Ha la faccia coperta di sangue, ma non dev'essere suo, In mezzo a tutto quel rosso, il bianco dei denti e quello degli occhi lo fanno sembrare un diavolo. Un diavolo che ride, e ride…
– Bune, razza di coglione!
Il sergente Paul Wenzel tira su di forza il soldato. Strattonandolo per il bavero del giubbotto lo trascina via e lo scaraventa di peso sul cofano del secondo SUV.
Poi tira fuori la sua Colt.
Gli infila la canna della pistola nel naso.
– Brutto cazzone, per poco non ci hai fatti ammazzare tutti!
Il suo pollice alza il cane del revolver.
– Fermo, sergente! Lasci stare quel soldato.
La voce di Durand è fredda, anzi gelida. Si avvicina a passo lento. Tende la mano a palmo in su. Con un attimo di esitazione, il subalterno gli porge l'arma.
– Benissimo. Sergente, torni al posto di guida della nostra jeep.
Bune, disteso sul cofano, si lamenta.
Il capitano gli si avvicina. Gli tende la mano per aiutarlo ad alzarsi.
Quando il soldato semplice è in piedi, la mano destra di Durand si chiude e lo colpisce al viso con un pugno tremendo.
– Un altro scherzo come quello del finestrino e sei morto. Verstehen? Morto!
Bune si rialza da terra, massaggiandosi la mascella.
– Capito. Agli ordini, signor capitano.
– Un'altra cazzata e ti sparo con le mie mani. Non voglio lasciare a nessun altro il piacere di liberare il mondo dalla tua presenza. E adesso fila in macchina. No, non nella nostra. Viaggerai in quella dopo.
– Ma quelli mi odiano.
– E il sergente invece non ti odia. Ti vuole semplicemente morto. Fila via, soldato!
Bune obbedisce, senza replicare.
Durand allora si rivolge a me.
La sua maschera è di un modello diverso da quella di Wenzel, che non sarebbe sembrata fuori posto in un film sulla Grande Guerra. La maschera antigas dell'ufficiale ha un visore largo, in un materiale che sembra plastica, e il respiratore non altera quasi per nulla la voce.
– Lei non indossa la maschera.
– Mi è caduta. Quando…
– Le ho forse chiesto qualcosa? Le ho solo detto che non indossa la maschera. E continua a non indossarla.
Mi affretto a infilare sul volto la scomodissima guaina di plastica. Mi chiedo se un gas, per quanto malefico, possa battere questa puzza di gomma vecchia e prodotti chimici.
– Così va meglio. A parte questa dimenticanza, non si è comportato male.
– Grazie.
– Non c'è bisogno di ringraziare. Cerchi di non fare sciocchezze, tutto qui. E adesso torni in macchina.
Faccio dietrofront e mi muovo verso il primo Hummer.
La voce di Durand mi chiama indietro.
– Ehi, padre!
Mi volto, lo guardo.
– Benvenuto nel mondo di fuori.