Radici del Cielo – Cap. 10

10
I campi del Signore
– Non le piacerà, quello che vuole vedere.
– Che mi piaccia o no, devo vederlo.
– Non capisco perché.
– È quello che mi dico anch'io. Che non capisco. E quindi ho bisogno di vedere. Ho bisogno di sapere.
– Come vuole – sospira la Lombard, spalancando un'altra porta. Poi pronuncia alcune parole sottovoce, che non colgo. Parole rabbiose.
Il corridoio oltre questa porta è buio. C'è un odore cattivo, e sopra quell'odore puzzo di disinfettante. Un po' alla volta i miei occhi si abituano al buio, che non lo è del tutto, perché la luce che viene dalla stanza in cui siamo rivela alcune sagome, mucchi di stracci bianchi per terra, immobili.
Poi uno di quei mucchi reagisce alla luce, si muove.
È come vedere una grossa lumaca scivolare. Poi la lumaca apre gli occhi.
Un tempo, in seminario, ho sentito un vecchio prete dire che i bambini sono i gigli dei Campi del Signore. Sono felice che non sia qui adesso, a vedere l'orrendo raccolto di questo campo. Queste creature cieche per aver vissuto al buio, nel loro sterco, come maiali. C'è mai stata tenerezza – anche un solo gesto – per loro? C'è mai stato un attimo in cui il seme del dubbio abbia fatto pensare a chi li trattava così che anche in queste creature poteva esserci un riflesso della luce divina?
Non credevo che dopo tutto quello che ho passato, dopo il dolore per la certezza della perdita dei miei e per la morte di tante persone care, non pensavo che avrei potuto piangere ancora così. Eppure le lacrime non vogliono smettere di scendere, bagnando quella terra marcia, quella terra sporca di liquami e sozzeria, la più grande delle quali è la follia di chi ha concepito questo orrore.
Quando ho chiesto alla Lombard se ha avuto lei questa idea, mi ha insultato, e poi mi ha chiesto se sono pazzo.
– Sono arrivata qui tre anni fa. Mi ci ha portata Marc. Mi aveva avvertito su cosa dovevo aspettarmi, ma anche così… È stato terribile…
Si china su una di quelle creature. È magra, emaciata. E ha quattro braccia. E occhi azzurri come fiordalisi.
– È un maschio – risponde la Lombard, come se sapesse leggermi nel pensiero.
Il tasso di nascite anormali, mi ha spiegato, qui alla Stazione era del cento del cento. Lentamente, quando si accorsero che nessun bambino normale nasceva più, gli abitanti della Stazione si convinsero che la maledizione della zingara li aveva colpiti.
– Naturalmente sarebbe stato assurdo sprecare delle proteine preziose. Così, a parte la madre e il padre del bambino, tutti gli altri prendevano parte a quella che, non inorridisca, padre, chiamavano Comunione della carne…
Alcuni dei bambini presentano mutilazioni che non derivano dalla nascita. Una gamba, un braccio amputati…
– Dio onnipotente…
Una mano minuscola si tende verso i miei pantaloni, ne afferra la stoffa. È una mano con sette dita.
Credo che mai come in questo momento Dio mi abbia messo alla prova. Gli insegnamenti della Chiesa mi impongono di considerare sacra ogni vita. Mi impongono di non uccidere. Ma in questo momento io obbedisco a un'autorità più alta della Chiesa. Obbedisco alla mia coscienza.
I lamenti dei bambini straziano il cuore.
– Soffrono? – domando sottovoce alla Lombard.
– Certo che soffrono.
– Allora li liberi. La scongiuro, li liberi, – sospiro, distogliendo lo sguardo dalla manina deforme.
– È sicuro che vuole che… lo faccia?
– Sì. La prego, dottoressa.
La Lombard tira fuori da una tasca del camice una siringa dall'ago lunghissimo. Poi, con tutta la delicatezza possibile, scosta gli stracci che coprono il petto del bambino mostruoso. Con le dita cerca un punto sulla carne bianca. Poi di scatto infila il lungo ago nel torace della creatura, premendo a fondo lo stantuffo. La siringa è vuota. L'aria entra nel cuore. Gli occhi del bambino si dilatano, e poi si paralizzano, come in una foto.
Recito una preghiera e poi sfioro col pollice il liquido dorato e caldo che riempie a metà una fiaschetta di metallo. È olio, un residuo prezioso del passato. Non è detto che sia olio d'oliva, e comunque non è sicuramente più commestibile. Ma il suo valore simbolico è enorme.
Segno con una croce la fronte del bambino morto.
– Il prossimo – sussurro.
Dieci minuti ed è tutto fatto. Le otto creature di questo mostruoso allevamento giacciono immobili, per sempre.
– Per uno che si preoccupa tanto della sorte di questa gente, non ha agito in modo molto razionale – commenta rassegnata la Lombard, chiudendo alle nostre spalle la pesante porta d'acciaio. – Così saranno carne marcia nel giro di due giorni. Se li avesse lasciati vivere avrebbero potuto razionarli.
La guardo incredulo.
Lei alza le spalle. – Sono una donna di scienza, padre. Credo che dopo la morte siamo carne, e basta. Non mi scandalizzerei se qualcuno mangiasse il mio corpo, per sopravvivere.
– Non vediamo le cose allo stesso modo, questo è certo. E la cosa mi fa tutt'altro che dispiacere.
– Oh, già. È vero. Voi siete la voce della nostra coscienza! Siete i guardiani della nostra integrità spirituale! E allora mi dica, padre Daniels: dov'era il vostro Dio quando le bombe cadevano sulla mia città, riducendo in cenere la mia famiglia? Dov'era mentre arrancavo nel buio, al freddo, nutrendomi di cibo marcio raccolto per strada? Dov'era quando sette uomini mi hanno preso e mi hanno violentata per giorni e giorni, dicendo che così ammorbidivano la bistecca? Quando Durand è entrato nel loro campo, da solo, e li ha guardati uno ad uno, tranquillo, quasi rilassato, e loro erano armati fino ai denti e lui no, e poi ha guardato me e mi ha sorriso... Mi ha strizzato l'occhio, e si è mosso come un fulmine…
Uno scatto violento.
Un clangore metallico.
Un'altra porta che si chiude, sigillando dietro di sé l'orrore, ma non tutto, non quello che Adéle Lombard si sta togliendo dal cuore per gettarmelo addosso, a manate.
Attraverso le sue parole mi sembra quasi di vedere la scena.
Durand entra nel cerchio degli uomini seduti. Sono sei. Ce ne dovrebbe essere un settimo, di sentinella. Ma quello non è più un problema. Quello non c'è più. Ora sono sei. Solo sei, ride Adéle incredula, ricordando.
Durand fa un mezzo giro su se stesso, e con lo stivale solleva una nuvola di tizzoni ardenti che colpiscono i due uomini alla sua sinistra. Uno fa cadere il coltello, un Bowie knife enorme, ed è il suo ultimo errore. Basta quello. Durand lo raccoglie, e con un movimento fluido lo scaglia contro uno degli uomini alla sua destra, che intanto si sono alzati e stanno cercando di liberare le pistole dalla fondina. L'uomo crolla a terra, il coltello piantato nella gola. Sembra un sogno, si dice Adéle. Sembra una scena al rallentatore. Come in un film. Lo sconosciuto dagli occhi gentili raccoglie nella mano guantata un altro mucchietto di tizzoni ardenti e lo ficca negli occhi del capo della banda. Quello cade ululando. Durand si lascia cadere accanto a lui, schivando così la pallottola destinata alla sua testa. Raccoglie una pistola. Ha il tempo, nel suo tempo rallentato, di fare una smorfia vedendo le cattive condizioni dell'arma. Andrà bene comunque. Punta l'arma e fa fuoco, disintegrando la mandibola, e col secondo colpo spappolando il cuore, dell'uomo che gli ha sparato. Poi infila la canna della Beretta in fondo alla bocca del capo dei banditi e tira il grilletto.
Ancora tre colpi, prega Adéle.
Ma non serviranno. Ne ammazza ancora uno, con un colpo alla testa, e gli altri due cadono in ginocchio, buttando le armi a terra.
È un bell'uomo, il suo salvatore, pensa Adéle, ancora confusa per il terrore e le violenze di tutti quei giorni. È un bell'uomo, e gentile, si dice, curandogli la ferita di striscio alla testa. Ha persino una scatola da pronto soccorso, piena di cose. Che meraviglia. E prima ha curato lei, le ha medicato il seno graffiato, e il pube, e le ha pulito il sedere lacerato, con delicatezza, come una madre farebbe col suo bambino.
Poi, prima di farsi curare a sua volta, ha accennato col pollice ai due uomini legati a terra. Il nevischio li aveva quasi coperti. Erano già una specie di fantasmi.
Vuoi farlo tu?, le aveva chiesto.
Lei aveva fatto segno di no con la testa.
Il capitano Durand doveva aver pensato, guardandola, che la ragazza era molto bella, e che sotto lo sporco e i graffi e i capelli che sembravano la criniera di un randagio doveva esserci un volto bellissimo.
Va bene, lo faccio io, aveva detto lui, tranquillo. La neve si era scossa sul corpo dei prigionieri, quando avevano intuito le sue intenzioni. Ma ovviamente non potevano farci nulla. Il più giovane dei due aveva guaito, mentre la lama dell'enorme coltello gli squarciava prima i genitali e poi la gola.
Il secondo aveva fatto un verso come un maiale sgozzato.
In fondo è quello che era.
Il suo salvatore aveva trascinato per i piedi i cadaveri, portandoli lontano dal fuoco, che aveva ravvivato con dei pezzi di una cassetta da imballaggio.
Poi si era seduto di nuovo con lei sotto il riparo.
Le aveva chiesto se poteva curargli la ferita alla tempia.
Lei aveva obbedito come se fosse un ordine.
Come ti chiami?, le aveva chiesto.
Ma non era ancora il momento. Lei era rimasta zitta, medicandogli la ferita con delicatezza e perizia.
Potresti essere un bravo dottore, aveva detto lui.
Lo ero, gli avrebbe risposto lei, qualche settimana dopo. Una specie, cioè. Non ci sono più università, ma sono lo stesso una specie di dottore.
Quanti anni avevi, quando è successo?Voglio dire…
Dodici.
Sei molto bella.
Tu sei bello, gli avrebbe risposto lei, allungandosi al suo fianco, al riparo delle coperte e al riparo del suo abbraccio così forte.
– Non abbiamo fatto l'amore. Non quella notte.
– Non c'è bisogno che… – cerco di interromperla. Ma Adéle non mi bada.
– Non ho problemi, a parlare di queste cose. Lei sì?
– Sono un prete.
– Ma è anche un essere umano. Come Gesù. Gesù era umano, vero? Era fatto di carne come noi.
– Beh…
– Aspetti. Non voglio una lezione di teologia. Voglio sapere una cosa, da lei. Cosa pensa che dovremmo farne, delle persone in quella stanza? Hanno mangiato i loro stessi figli. Hanno ucciso. Allevato bambini come maiali…
– Non spetta a me giudicare.
– Ah no? E a chi spetta?
– A Dio, naturalmente.
– Oh, certo. A Dio. Come ho potuto scordarmene. Il Dio che ha condannato a morte milioni, miliardi di persone, e ha lasciato vivere quelle carogne…
– Lei viveva con loro.
Adéle si volta con occhi furibondi.
– Non si azzardi a confondermi con quelle persone! Io non sono una di loro. Marc mi ha portata qui proprio perché li aiutassi a smettere. Sono stata io a prendermi cura di questa stazione. Ho fatto di tutto per fargli… abbandonare le vecchie abitudini…
– Eppure hanno servito carne, alla cena di ieri.
La Lombard arrossisce. Sulla sua pelle bianca, il rossore si diffonde come l'impronta di un ceffone.
– Quella non è stata un'idea mia.
– No? Neanche loro, mi sembra. Ricordo che nessuno degli abitanti di Stazione Aurelia ha toccato la carne.
Lei non replica. Rimane zitta, a guardare la porta metallica che chiude quello che era un sinistro allevamento e ora è una tomba.
Poi pronuncia sottovoce queste parole: quella carne… era del figlio del Diacono…
Mi volto. Un fiotto bilioso mi sale dallo stomaco. Vomito, senza poter smettere. Un vomito acido, schifoso. Adéle mi sorregge la testa, mi aiuta a non cadere mentre faccio uscire dalla mia bocca tutto, tranne il ricordo, di quella carne.
Rialzo la testa. Mi pulisco la bocca col dorso della mano.
– Può dire una preghiera per loro? – sussurra Adéle..
– Certo.
L'eterno riposo dona loro, o Signore,
e splenda ad essi la luce perpetua,
riposino in pace.
Amen.
Perché mi sento così falso, pronunciando quelle parole?
Perché mi sembra di essere io quello che sbaglia, e non la Lombard?
– Dio onnipotente, – dico, – abbi pietà di loro, e di chi ha fatto del male a loro e ai loro bambini. Non sono stati i peccati che hanno commesso a meritare il Tuo castigo. Nella Tua immensa giustizia tieni a freno la Tua ira, e dona loro la possibilità di trovare, nel Tuo seno, la pace che non hanno saputo trovare su questa Terra.
– Amen, – fa lei. – E adesso andiamo, padre. Non c'è molto tempo.
Quando torniamo nella stanza, come temevo il peggio è già avvenuto. Tutti gli abitanti di Stazione Aurelia giacciono a terra come bambole rotte. Non c'è quasi sangue, su di loro. Appoggiati al muro ci sono tre manici di piccone interi, e uno rotto.
Mi volto verso la Lombard, aspettandomi di cogliere un'espressione inorridita, per quello che è successo alle persone con cui ha passato tanto tempo.
Invece niente. Nessuna reazione. È perfettamente fredda, come se si fosse aspettata quello che vediamo. Il carnaio indecente in cui si è trasformata questa stanza.
– Cinque minuti e sono pronta. Devo scendere in laboratorio, a recuperare i miei appunti.
Gira sui tacchi, indifferente alla scena di morte.
– Hanno scelto loro, – dice secco Durand, cogliendo il mio sguardo.
– Come se avessero avuto un'alternativa.
– L'avevano. Morire subito o affrontare il viaggio. Hanno scelto, – ribatte lui, gelido. – E adesso vediamo di schiodarci da qui. Abbiamo perso un'ora buona di buio.
– Dimentica qualcosa? Abbiamo solo quattro motoslitte. A due posti. E siamo in nove.
– Non useremo le moto.
Il sergente Wenzel ha guidato fuori dalla Stazione, manovrando lentamente, un veicolo strano simile a un animale preistorico. So come si chiama. Era uno dei simboli del potere economico e della sua arroganza, nel mondo prima della Tribolazione. È un Hummer, una jeep di derivazione militare, un bestione di acciaio inadatto alle strade civili di un tempo. Ma per il nostro mondo è l'ideale. Sul tettuccio sono stati montati una dozzina di fari, e davanti al muso una lama da spazzaneve. Il colore del veicolo è giallo. Un colore assurdo, che è un pugno in un occhio.
Le Guardie caricano armi e bagagli nell'ampio portabagagli, compresa la misteriosa cassa pesantissima.
– Bello, eh? – fa Bune, dandomi una gomitata sul fianco. – Siamo venuti qui per questo.
E per la carne, aggiunge, con un sogghigno diabolico.
Un altro veicolo uguale al primo – solo che questo Hummer è bianco, e non ha la lama da spazzaneve davanti – esce dalla Stazione. Lo manovra il caporale Diop. Il suo stile di guida è completamente diverso da quello di Wenzel. Sgomma sul piazzale, frenando a un millimetro da una matassa di filo spinato.
Diop abbassa il finestrino.
– Cazzo – grida, per sovrastare il rombo del motore. – Ditemi che in Paradiso guiderò una cosa così!
– Chiedilo a padre Jack – ribatte Bune, facendo la mossa di salire sull'Hummer.
– Eh, no! Tu sulla mia auto non sali, brutto rompicoglioni!
– Monta sulla nostra jeep, Bune – taglia corto il capitano Durand, aiutando la dottoressa Lombard a sistemare un paio di borse voluminose nel vano bagagli, e a salire sul sedile posteriore.
– Il giallo mi fa vomitare, capo.
– Tanto tu vomiti sempre, stronzo! – insiste Diop.
– Monta su quella jeep senza fare storie, Bune. E se vomiti in auto giuro che ti sbatto fuori e ti faccio proseguire a piedi! Padre, anche lei viene con noi. Cinque nell'auto di testa, quattro in quella di coda.
Non richiudiamo le porte della Stazione, quando ce ne andiamo. Non rimettiamo a posto le barriere di filo spinato. Lasciamo che il vento entri attraverso le grandi porte spalancate, ululi nei sinistri corridoi deserti. Così nell'antichità Dio puniva le città ribelli, o quelle che l'avevano deluso. Ma io servo un Dio di misericordia, e in questa città morta non vedo il segno della sua ira, ma solo di un altro fallimento dell'Uomo.
Mentre il sergente mette in moto e il nostro Hummer comincia a muoversi, pronuncio dentro di me una preghiera per i morti – per tutti i morti – di Stazione Aurelia. Ma mi chiedo se ci sia ancora un Dio ad ascoltare le mie preghiere. Di tempo deve averne parecchio. Sono rimasti in pochi, ad avere la voce per pregare. E anche quei pochi non lo disturbano spesso. E allora perché non esaudisce quelle poche, pochissime preghiere che arrivano al suo orecchio?
Il vento solleva il nevischio a nuvole. Presto la sagoma della Stazione Aurelia, e la sacca di metano sul suo tetto, spariscono alla vista.
Come se non ci fossero mai state.
Come se le avessi solo sognate.