Le Radici del Cielo – Capitolo 2

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Attraverso la polvere
Percorriamo una serie di corridoi, alcuni antichi 1.600 anni ed altri appena scavati, prima in una direzione e poi nell'altra, mettendo alla prova il mio senso dell'orientamento. Alcuni di questi corridoi sono piuttosto larghi, con le pareti traforate da loculi e passaggi. Altri sono strettissimi, e danno una sensazione di soffocamento. Il cardinale camerlengo mi precede, muovendosi con una rapidità sorprendente, per un uomo così corpulento. Ma immagino che dopo vent'anni conosca questi sotterranei così bene da poterli percorrere anche a occhi bendati. La Congregazione per la Dottrina della Fede, di cui sono l'unico membro, ha la propria sede lontano da qui, nella cosiddetta Regione Liberiana delle catacombe, a nord di queste gallerie lungo le quali ci spostiamo – se il senso dell'orientamento non mi inganna – verso oriente. Alla luce soffusa delle poche lampade a olio che illuminano questa città di talpe intravedo tracce di affreschi, luccicare di marmi, frasi incise nella pietra da mani pietose, sedici secoli fa. Alcuni di questi epitaffi li ho imparati a memoria, dopo averli tradotti dal latino. La lapide di Valentina, ad esempio, scritta dai genitori: "O Valentina, dolce e tanto amata, io sono vinto da un pianto irrefrenabile e non posso proferire parola. A chi hai rivolto il tuo sorriso, questo gli rimane nel cuore e aggiunge altre lacrime, né può togliergli il dolore. All'improvviso per sé ti rapì il cielo." O quella del piccolo Acuziano "che visse circa dieci anni. Benemerito in pace. Nella tomba che vedi riposa un ragazzo arguto nel parlare nonostante la giovane età. Agnello rapito in cielo e donato a Cristo".
Se dovessimo scrivere anche solo le iniziali dei nomi di tutti i bambini morti a causa della Tribolazione non basterebbero le pareti di queste catacombe. Pochi di loro hanno avuto sepoltura. Uno dei nostri esploratori mi ha raccontato che un giorno, durante una spedizione alla ricerca di cibo, nella cantina di un asilo aveva trovato una stanza piena di ossa di bambini. Un tappeto di ossa. Si rompevano come stecchini sotto i nostri stivali…
Un giorno remoto del futuro, se la razza umana si estinguerà com'è probabile, un archeologo alieno forse scoprirà uno dei nostri rifugi, e cercherà di capire come vivesse l'Homo Callistianus. Quante idee sbagliate potrà farsi, trovando questi enormi cimiteri d'ossa? E imbattendosi in queste grotte dalle pareti unte di fumo, che idea si farà di noi? Come potrà collegare i nostri resti alla magnificenza delle rovine che ci circondano? Saprà capire che siamo gli ultimi eredi di una grandezza antica di due millenni?
Non ho conosciuto bene il Vecchio Vaticano, prima che venisse distrutto. L'ho visto da fuori, come un qualsiasi turista. Lo immagino come un posto pieno di vita, un alveare di attività. Un tempo uno scrittore aveva detto che San Pietro non gli ispirava nessun senso di spiritualità. Che gli sembrava la sede del consiglio di amministrazione di una multinazionale. Se potesse vedere il Nuovo Vaticano apprezzerebbe il cambiamento? Ora che tutto il lusso, e gli ori e i dipinti preziosi si sono trasformati in fumo e cenere, ora che la Chiesa si è purificata nel fuoco atomico, siamo diventati più degni di rispetto?
Non rimpiango mai il passato. Nessuno di noi lo fa. Non apertamente, almeno. Dobbiamo guardare avanti, sempre avanti. Il passato è un mausoleo infestato da spettri.
Ma dentro di noi, nel segreto del nostro cuore, custodiamo la memoria dei tempi andati come un avaro custodisce il suo tesoro.
Passiamo attraverso stanze adibite a magazzini, ed altre convertite in sale mensa, in armerie, in sale di lettura. I dormitori e l'infermeria si trovano altrove, protetti da porte e tendaggi. Al nostro passaggio quasi nessuno si alza. Solo un anziano accenna un inchino. I più ci guardano con aria sospettosa, o apertamente ostile. La mancanza di un papa non fa bene alla Chiesa. Molti sospettano, e non ne fanno mistero, che il cardinale camerlengo stia usurpando poteri che non gli spettano. Col passare degli anni la sua autorità si è sciolta lentamente, mentre è cresciuto il peso del Consiglio della Città, un'autorità laica, dalla quale la Chiesa dipende per il sostentamento e sul quale Albani ha meno presa di un tempo. La politica è sempre stata una passione degli italiani. E lo è ancora. Un'antica tradizione, come la Mafia. E il governo del Consiglio assomiglia decisamente alla Mafia, governato com'è dalle famiglie "storiche" a cui si deve la fondazione di questo rifugio. Anche se parlare di "storia" è ridicolo, quando la storia è vecchia solo vent'anni…
Politica, sesso, potere… Tutte cose a cui ho rinunciato.
Spesso, intorno al fuoco di una sala comune, si sente discutere di questi assestamenti del potere, e delle trame che vi stanno dietro. Un tempo questi argomenti venivano discussi a bassa voce, mentre oggi lo si fa apertamente, senza più remore. È il segno più evidente del declino di Albani. L'unico motivo per cui le tre famiglie del Comune non hanno ancora chiuso i conti con lui è che stanno affrontando anch'esse un periodo difficile. Devono gestire la transizione del potere dal despota assoluto morto sei mesi fa, Alessandro Mori, al figlio Patrizio, che dopo una faida sanguinosa ha avuto la meglio sui suoi fratelli, Ottaviano e Mario. Il potere di Patrizio Mori deve ancora consolidarsi. È logico che il cardinale camerlengo cerchi di approfittarne. Intrighi sotterranei, si chiamavano un tempo questo genere di cose. Che nome appropriato al presente…
Guardo il corpo in apparenza goffo del cardinale e provo nei suoi confronti un senso di ammirazione, e di fierezza. Sembrerebbe l'ultima persona in grado di sopravvivere alle tragedie che ci hanno colpito, e invece ha saputo assumere il controllo, e riorganizzare quel poco che rimane della Chiesa. Niente, della sua grandezza, appare all'esterno. Ma c'è. È un uomo degno di entrare in un libro di storia.
Camminiamo a lungo, attraversando ambienti affollati, in cui la concentrazione di corpi che hanno dimenticato l'uso del sapone impregna l'aria di un tanfo nauseabondo, che compete con l'onnipresente puzzo di terra e funghi per rovinarti il respiro.
Colpi di tosse, chiacchiere sottovoce. Quaggiù si impara a parlare piano, a muoversi lentamente, in questi spazi angusti che sembrano più la cabina di una nave che una casa.
Quello che mi manca di più è la musica. Camminando per le vie di Roma, prima della Tribolazione, la musica era come un fluido perenne in cui ti muovevi, al ritmo della città: musica dai bar, dai finestrini delle auto. Voci di donne che stendevano i panni ad asciugare da un lato all'altro di un vicolo. La musica era dovunque, ti sembrava di respirarla.
Quaggiù regna il silenzio. Non si sente mai una voce cantare. Nessuno strumento fa sentire una nota, come se la musica fosse stata bandita. È come se fossimo in qualche modo in lutto.
Eppure anche quaggiù non mancano i piaceri.
A volte, in qualche angolo più buio, due persone – quasi sempre un maschio e una femmina – stanno in piedi, addossati l'una all'altra. I gemiti, gli strusciamenti, sono inequivocabili. Albani non batte un ciglio.
– Sa da cosa deriva la parola fornicare? – sussurra.
– No, eminenza.
Scavalchiamo due corpi avvinghiati sul pavimento, nascosti da un sacco a pelo sbrindellato.
– La stupirò, allora.
Mi chiedo se non stia parlando solo per distrarsi da quello che ci circonda, dalla violazione continua e gioiosa del sesto comandamento.
Albani sorride. Nella luce giallastra di una lampadina il suo volto ha un colorito malsano, da morto vivente.
– Quando da piccolo non avevo idea che avrei preso i voti sentivo il prete dire dal pulpito "non fornicare", e nella mia testa pensavo che quella parola avesse a che fare con le formiche… Poi il sacerdote mi spiegò che fornicare voleva dire commettere atti impuri.
– In inglese non c'era un'ambiguità così divertente. Il sesto comandamento recita: Thou shalt not commit adultery. Non commettere adulterio.
– Già. Eppure la cosa non è così semplice. Bisogna tener conto del contesto storico e culturale in cui i comandamenti vennero formalizzati. Nef, in ebraico, non è solo l'adultero. La Chiesa ha privilegiato questa interpretazione a motivo della proliferazione dell'adulterio nel matrimonio monogamico. Ma nell'ambiente poligamico in cui furono scritti i Dieci Comandamenti la parola na'af non significava solo adulterio, ma qualsiasi adulterazione del comportamento dell'uomo o della donna, nei rapporti con sé o con gli altri. Il nef è quindi un adultero, un furfante, un truffatore, un traviato, un dissoluto portato a ogni tipo di infrazione, anche di tipo sessuale, ma non solo.
Albani si ferma. Una pattuglia di ronda – due uomini e una donna – salutano toccandosi il frontino del berretto con la punta dei lunghi manganelli. È un gesto rispettoso, e al tempo stesso non lo è.
Il cardinale sospira.
– Le stavo dicendo dell'origine del verbo fornicare. Deriva dalla parola latina fornix: arco, nel senso di elemento architettonico. Le prostitute esercitavano il loro mestiere sotto gli archi dei portici. Il verbo viene da lì.
– Non dalle formiche, quindi.
– No. Interessante, vero?
Attraversiamo una zona meglio illuminata. Nella stanza affollata ci sono dei banchetti che espongono mercanzia: capi di vestiario, oggetti prebellici. La merce è esposta anche nei loculi che un tempo ospitavano i corpi dei primi cristiani. Una delle nicchie è occupata in tutta la lunghezza da vecchi fumetti e giornalini pornografici. Il cardinale cammina a passi veloci, senza guardarsi intorno. La sua figura corpulenta non ispira certo timore, o devozione. Indossa la tuta che portiamo tutti. L'unico segno di distinzione è il cappello rosso porpora. Oltre al grasso che lo appesantisce. Tutti quaggiù siamo molto più magri, e mediamente più sani, della gente di prima della Tribolazione. Le principali cause di morte non sono più il colesterolo, o il fumo. E nemmeno gli incidenti d'auto. Eppure si muore più di un tempo. Il mio amico professore una volta mi ha detto che la causa principale di morte, ai nostri giorni, è il rilassarsi troppo. Non puoi permetterti di farlo. Non quando sei circondato da pericoli di ogni tipo. Ognuno dei quali potenzialmente mortale.
Attraversiamo nell'indifferenza generale, e sotto qualche sguardo ostile, la zona del mercato. I corridoi in cui ci addentriamo adesso sono quasi deserti. Odorano di terra e muffa. Penso sia l'odore che ci portiamo tutti addosso, in questi sotterranei. Solo che dopo un po' ci si fa l'abitudine. Ma qui l'odore è decisamente più forte. Anche l'illuminazione è scarsa. I generatori non forniscono abbastanza corrente per mantenere ovunque una parvenza di finzione del ciclo giorno-notte. Ci sono aree meno importanti, come questa, in cui la luce elettrica semplicemente non c'è. Albani cerca in una tasca della tuta, tirandone fuori una torcia ricaricabile. È un oggetto prezioso. Non credevo nemmeno che ne fossero rimasti. È una torcia a led luminosi, che si ricarica girando una manovella. Quando la torcia era nuova, un minuto di giri garantiva parecchi minuti di luce. Ora il cardinale deve caricarla in continuazione, perché funzioni. Ma anche così resta un oggetto sorprendente, e il suo fascio luminoso è il benvenuto, per quanto a tratti gli oggetti che illumina siano spaventosi: il ghigno di un teschio sdentato, o un mucchietto di femori e tibie in un altro loculo sulla parete. Ragnatele come sudari pendenti dall'alto. Un vero e proprio tunnel dell'orrore. A tratti la mia mano sfiora qualcosa che si muove, nel buio. Un topo, o altro. Dicono ci siano cose molto peggiori dei topi, nel buio.
– Un'area tutta da sfruttare, questa. Un giorno diventerà oggetto di speculazione edilizia. Come dicono gli immobiliaristi, "ha un grande potenziale".
Non so se il cardinale scherzi o sia serio. Come non so dire per quanto abbiamo camminato, forse per due miglia, su e giù da un livello all'altro delle cripte, prima di arrivare a quella che sembra un'isola di luce: una stanza illuminata da lampade a petrolio.
Il cardinale smette di caricare la torcia.
– Abbia pazienza se hanno modi un po'… rudi. Sono soldati. L'educazione non è il loro forte. Lei cosa sa del mondo là fuori, padre?
– Molto poco. Quello che si sente dagli esploratori.
– Gli uomini che incontreremo fra poco sanno tutto, dell'esterno. O almeno, tutto quello che è necessario per sopravviverci. Sono la migliore scorta che potevo trovarle. Venga.
Nessuno degli uomini nella stanza mostra segni di curiosità quando entriamo.
L'ambiente è piccolo, affollato. Illuminato appena da due lampade e da una dozzina di fioche candele. Gli uomini, immobili nella penombra, sembrano statue di cera.
Albani sorride, mentre sposta con sussiego il suo corpo obeso in mezzo a quegli uomini magri come sciacalli, come cani randagi. Lo seguo, passando in rassegna senza dar loro nell'occhio i volti dei soldati, il modo in cui si muovono, lento come se ogni gesto, ogni minimo spostamento andassero calibrati.
Sono in sei. Di diversa taglia, vestiti in combinazioni varie di abbigliamento mimetico. Non faccio fatica a identificare il loro capo. È l'unico in piedi, ed è come se dagli altri partissero delle linee rette – di attenzione, di rispetto – che puntano su di lui.
– Il capitano Marc Durand – sussurra Albani, facendo le presentazioni. – Padre John Daniels, della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Gli occhi di Durand sorridono divertiti. Ma le sue labbra rimangono chiuse in una piega sottile, asettica. È snello come un levriero, sulla cinquantina. Mi fa pensare a qualcuno, a un personaggio del passato, anche se non riesco a ricordare il suo nome. L'ufficiale muove un passo in avanti e mi tende la mano, stringendo la mia in una presa salda e asciutta.
– Come se la cava, lei, con le armi? – mi chiede, senza troppi preamboli.
– Ne ho usate da ragazzo.
– È passato un sacco di tempo, a occhio e croce.
– Una trentina d'anni.
L'uomo seduto a fianco di Durand sogghigna, scuotendo la testa.
È un tipo basso e tarchiato, con una cicatrice che gli sfregia il cranio rapato a zero e i gradi da sergente sulla giacca.
Durand gli batte una pacca sulla spalla. – Pauli, presta la tua pistola a padre John.
Il sergente estrae la pistola dalla fondina e me la passa, sempre sorridendo.
– Con cosa ha sparato, da ragazzo? – mi chiede il capitano Durand.
– Oh, con un sacco di cose. Carabine, pistole. Fucili automatici, fucili da cecchino, lanciafiamme, disintegratori, bombe atomiche tattiche…
Il capitano mi guarda come se stessi dando i numeri.
– …Storditori al plasma, catapulte, arco gallese, gladio, cannone particellare…
– Ehi, ehi. Un attimo, padre. Di cosa sta parlando?
– Delle mie uniche esperienze con le armi. Le ho fatte giocando con il computer e la Playstation.
Il capitano Durand scuote la testa.
Il sergente si gratta il mento. – Mi sa che quello non conta. Mai sparato davvero? Voglio dire, con una pistola vera?
– No. Neanche un colpo.
Il sergente si volta verso il suo superiore, parlando in francese, così in fretta che riesco a malapena a cogliere le parole problema e munizioni.
Durand mi toglie la pistola di mano.
– Lei sa cosa vuol dire, uscire là fuori senza saper sparare? Vuol dire avere le stesse probabilità di sopravvivere di un fiocco di neve all'inferno.
– Credevo che a sparare ci avreste pensato voi.
Durand mi fissa, severo. – In questa missione tutti devono essere in grado di cavarsela da soli. Non c'è posto per i pesi morti. Quindi ognuno dev'essere in grado di difendersi. Altrimenti mette a rischio non solo se stesso ma l'intera spedizione. È chiaro?
Annuisco.
Durand approva con un cenno del capo. – Bon. L'addestramento teorico possiamo saltarlo. Non è che le munizioni abbondino. Quello pratico lo farà sul campo. Se sarà necessario. Ma lo sarà sicuramente, temo. Anzi, l'addestramento teorico glielo faccio subito. Prima e ultima lezione… Le regole della mia squadra sono due: un colpo, un morto.
Lo guardo. – Questa è una regola, – dico. – E la seconda?
– La seconda è implicita nella prima: non sono tollerati sprechi di munizioni.
Il cardinale Albani si schiarisce la gola.
– Sarebbe così cortese da presentare a padre John gli altri membri della squadra, capitano?
Durand indica l'uomo tarchiato al suo fianco. – Il sergente Paul Wenzel, detto "Pauli". Specializzato in tecniche di distruzione. Ovviamente resterà sempre il numero due, in questo campo. Nessuno batte il generale Fubard.
– Fubard?
Durand sorride. – Un gioco di parole. Il FUBAR Day. Lei sa cos'è una situazione FUBAR, padre Daniels?
– Ammetto la mia ignoranza.
– Nel gergo militare americano le situazioni difficili sono… erano… classificate con le sigle SNAFU, TARFU e FUBAR, in ordine di gravità. SNAFU è formato dalle iniziali delle parole Situation Normal, All Fucked Up, TARFU da Things Are Really Fucked Up. L'acronimo FUBAR indica la situazione peggiore, e sta per Fucked Up Beyond All Recognition. Significa che una situazione è talmente mal messa che ti conviene radere al suolo tutto e ricominciare da capo. Il FUBAR Day…
– È quello che noi chiamiamo la Tribolazione.
– Voi, appunto.
Durand fa poi un cenno col capo verso i due uomini seduti alla sua destra. Il più magro si sta pulendo le unghie con un coltello da lancio. L'altro mi osserva, gli occhi bianchissimi nel viso nero come l'ebano
– Quello bianco è Yegor Bitka, il nostro addetto alle comunicazioni, tra tante altre cose. In realtà un addetto alle comunicazioni, all'esterno, è utile come un bicchiere all'inferno. Una radio è un peso inutile. Ma la tradizione va rispettata, e quindi ci portiamo dietro una radio che non serve a niente. Quel negro lì invece è il caporale Marcel Diop. Esperto di tutto. Oltre che un gran rompicoglioni.
La parola negro, sulle sue labbra, in qualche modo non suona offensiva.
Tutti e due i soldati fanno una specie di piccolo inchino. Quello di Diop sembra sincero, quello di Bitka ironico.
– Bitka è un nome serbo? – gli chiedo.
Lui non risponde. È biondo, pallido, i muscoli del collo tesi come gomene di nave.
– Bitka, in serbocroato, vuol dire "battaglia" – faccio.
– Ah sì? E Diop? Anche Diop vuol dire qualcosa? – rilancia lui, sarcastico. – Sa dirmi anche quello?
Non gli rispondo.
– I due gentiluomini laggiù – prosegue il capitano Durand, – sono il soldato Guido Greppi e il caporale Marco Rossi.
I due militari sono giovani. Sicuramente nati dopo la guerra.
– Pensavo che le Guardie Svizzere fossero, beh, svizzere – dico.
– Una volta. Adesso la ricerca di personale a quella distanza è, come dire, piuttosto difficoltosa. Siamo comunque ancora abbastanza internazionali. Come la Chiesa, del resto. Daniels non è certo un nome italiano.
– Sono nato in America. A Boston.
Mi guardo intorno, cercando di capire dove sia l'ultimo membro della squadra.
In quel momento entra nella stanza l'uomo più strambo che io abbia mai visto. Si sta allacciando i bottoni della patta, canticchiando una canzone che non conosco.
– Scusate. Quando il dovere chiama… – sogghigna. E poi fa partire un peto devastante.
– Scusate, – ripete, col tono di chi non è dispiaciuto per nulla.
Ogni millimetro di pelle visibile del soldato è coperto da tatuaggi. Aquile, serpenti, croci, stelle e comete. I tatuaggi sono azzurri come il colore dei suoi occhi. Difficile capire quanti anni abbia, ma a occhio e croce dev'essere sulla quarantina.
– Padre Daniels, – fa il capitano, – le presento il soldato semplice Karl Bune. Se non avesse collezionato più condanne di un battaglione di disciplina, sarebbe già arrivato al grado di maggiore. Quante volte sei finito sotto processo, Karl?
– Numerari non potest – risponde l'altro, in un latino impeccabile.
Non è possibile contarle.
– Karl, prima di diventare qualcosa di ancora più interessante, era un seminarista. I tatuaggi delle croci risalgono a quel tempo, Karl?
Il soldato scuote la testa. I draghi sul suo cranio rasato si piegano e poi sembrano spiccare un balzo.
– Nah, mio capitano. Le croci le ho fatte dopo. Gli unici tatuaggi di quegli anni infelici passati tra le Grigie Mura sono le tacche che mi incidevo con una lametta sul cazzo. Vuoi vedere, prete? Vuoi contarle?
Il capitano Durand lo fulmina con lo sguardo. Accenna con gli occhi al cardinale Albani, in fondo alla stanza.
– Oh, mi scusi tanto, eminenza. Perdoni questo indegno figlio di Santa Romana Chiesa…
– Puoi passare a confessarti dal cardinale, stasera – propone Durand, in tono fintamente serio.
Il soldato si piega come se avesse preso un pugno. Trema, ed è difficile dire se è solo una finta.
– No, capitano. No, la prego. È proprio in un confessionale che ho perso la mia verginità. Sia quella posteriore che quella anteriore, anche se non ricordo quale fu la prima a cedere. O l'ultima.
– Smettila di fare il buffone. Va' a sederti.
Il soldato obbedisce.
– Non fategli caso. Bune è un'idiota. Oltre che un bugiardo patentato. Che le piaccia o no, padre, questa è la squadra. Dovrà convivere con questi signori per tutto il viaggio.
– Magari non per tutto il viaggio… – sussurra il sergente Wenzel, a voce abbastanza alta perché tutti lo sentano.
– In che senso? – chiedo.
– Nel senso che è un viaggio così lungo… Difficile pensare che ce la facciamo tutti ad arrivare fino a Venezia e ritorno…
– Morituri te salutant! – esclama Karl, scattando in piedi e alzando il braccio in una parodia di saluto nazista.
Quelli che stanno per morire ti salutano.
Guardo la parete alle spalle di questi uomini. Nella penombra i colori degli affreschi sembrano smorti, terrei. Un apostolo con l'aureola apre le braccia nel gesto della preghiera. La scritta ai suoi piedi è illeggibile, rovinata dall'umidità di secoli. La stessa umidità che ha sbavato la pittura rossa delle labbra del santo, trasformandolo in una creatura maligna, un demone con la bocca grondante sangue.
Rabbrividisco.
– Beva un goccio, padre – sogghigna Karl, tendendo verso di me un boccale che puzza di schnapps, il micidiale distillato di patate che quaggiù è l'unico liquore disponibile per il consumo di massa. – Qualcuno ha provato a distillare anche i funghi, nonostante i divieti di legge. Si dice che i risultati a volte siano stati… bizzarri, come direbbe Yegor. Vero, Yeg? Tu sai di cosa parlo, vero?
Yegor vede i fantasmi, mi alita nell'orecchio, facendo una smorfia buffa. Il suo alito puzza come una distilleria. Yegor sente i fantasmi…
– Grazie, ma non bevo – gli rispondo, forse troppo in fretta.
– Come? Con un nome come il suo, non beve? Questa è davvero bella!
– In che senso, scusi, un nome come il mio?
– John Daniels. Il diminutivo di John, in americano, non è forse Jack? E allora lei è Jack Daniels! Padre Jack Daniels, come il famoso whisky.
Dovrei correggerlo. Dirgli che il Jack Daniels non è un whisky ma un whiskey americano, che è tutt'altra cosa. Ma preferisco mentire, e ripetergli che non bevo. Sorridere al suo gioco di parole.
Senza sapere che quel nomignolo me lo porterò dietro fino alla fine del viaggio.
– Bando alle chiacchiere, ragazzi – taglia corto Durand. – Di questa missione sapete già tutto quello che dovete sapere, quindi evitiamo di perdere altro tempo. Questo è il civile che dobbiamo scortare all'obiettivo e ritorno. Punto. La conoscenza con lui la farete durante il viaggio. Qualche domanda?
Uno dei due italiani, di cui già non ricordo il nome, alza la mano, come uno studente sul banco di scuola.
– Puoi parlare, Marco.
– Mi chiedevo solo se è prevista un'indennità di missione di guerra.
Durand scuote la testa. – Mi chiedo dove sia finita la vecchia e sana ambizione per la gloria. Soldi, soldi. Non sapete pensare ad altro. Comunque la risposta è no, questa non è considerata una missione di guerra. Non dobbiamo dare la caccia a nessuno. L'unica cosa che dobbiamo fare è scortare questo civile fino all'obiettivo e riportarlo indietro sano e salvo. Non mi sembra granché.
– Magari non sarà una missione di caccia, come dice lei, ma di sicuro qualcuno la darà a noi. E poi quanto tempo dovremo rimanere là fuori?
Durand lo fissa a lungo, prima di rispondere. – Cinquecento chilometri, più o meno, fino alla città di Venezia.
L'italiano fischia tra i denti. – Cinquecento chilometri…
– Calcolo che possiamo percorrere una ventina di chilometri al giorno, senza forzare troppo il passo. Vuol dire che possiamo farcela in quattro settimane.
– Quattro settimane là fuori?
– Più o meno.
– Impossibile! Più altrettante per tornare… E quanto tempo dovremo star fermi, a Venezia?
– Questo dipende da padre Daniels.
Sento che i volti di tutti i presenti nella stanza puntano su di me.
– Non ne ho idea, francamente – rispondo. – Non so quanto tempo mi servirà, una volta lì. Magari pochissimo.
– E magari no – sbotta Karl Bune. – Magari dovremo fermarci lì tantissimo. All'aperto. In un territorio sconosciuto…
C'è un tono di velata minaccia, nella sua voce. Dev'essere quel tono, che spinge il cardinale Albani a farsi avanti, con le mani tese.
– Vi prego, ascoltatemi: questa missione è di importanza vitale per la Chiesa…
Bune sussurra qualcosa, tra i denti. Se le parole non si capiscono, il tono è chiaro.
Durand lo zittisce con un'occhiataccia di cui il cardinale non si accorge.
– Figlioli, voi siete il braccio della Chiesa. Siete il nostro scudo e la nostra spada…
Un sacco di cose, commenta Bune, ridacchiando.
– Se falliremo in questa missione, il destino della Chiesa potrebbe essere segnato. Ma se riuscirete…
Il silenzio calato nella stanza si può tagliare con un coltello.
– È vero, il Comune non considera questa spedizione una missione di guerra. Non ha autorizzato alcuno stanziamento supplementare. Ma la Chiesa ha le sue risorse. Se riuscirete, il premio sarà grandissimo. Al di là di ogni vostra possibile aspettativa.
– Grandissimo quanto? – chiede uno dei due italiani. – Ci dia un'idea.
Il cardinale trattiene il fiato, prima di rispondere. Si possono quasi vedere gli ingranaggi del suo cervello macinare ipotesi e proposte, dietro la fronte aggrottata.
La moneta ufficiale della Chiesa è la lira vaticana. L'euro è stato solo una breve parentesi dimenticata. Ma è una moneta puramente virtuale. Se ne conia pochissima, in argento e in rame ricavato dalla fusione di vecchi cavi elettrici, e da vent'anni reca il simbolo della sede vacante. Viene prodotta dalla zecca vaticana più che altro in ossequio alla tradizione, e non per circolare. Gran parte di quelle monete resterà chiusa in fondo a qualche forziere, o usata come dono diplomatico. Se mai avremo un papa, mi ha detto una volta Maksim, la sua prima moneta sarà in oro. Oro recuperato fondendo qualche antico arredo sacro, cominciando da quelli meno pregiati.
Ma non è la lira vaticana, la vera moneta di questi sotterranei.
– Cinque litri di whisky, – risponde Albani, quasi soffiando fuori le parole, più che pronunciarle. – Più due stecche di sigarette.
– MS? – domanda Bune, riferendosi alla marca nazionale più diffusa in Italia, prima della Tribolazione. Il fatto che le sigarette, vecchie di vent'anni, siano sigillate nella plastica, le rende teoricamente ancora fumabili. Ma nessuno apre quei pacchetti. Oggi sono moneta, e non più beni di consumo. Lo stesso si dica del caffè, che nessuno si sognerebbe mai di bere. Anche perché dopo tutto questo tempo sarà sicuramente imbevibile. È moneta di scambio, tanto più preziosa in quanto nessuno è più in grado di produrla. E il whisky è la moneta più preziosa di tutte. Contrariamente alle sigarette e al caffè, anche dopo vent'anni il liquore si può ancora bere.
Ma come moneta vale molto di più. Berlo sarebbe come se ai vecchi tempi si fossero usate banconote da mille euro per accendere il fuoco.
È la scarsità di un bene, a determinarne il valore.
– Marlboro, – sorride Albani, sornione, attendendo l'effetto delle sue parole.
Gli occhi di Bune si spalancano per lo stupore.
– Più duecento pallottole. Scegliete voi il calibro. Più…
Quella parola sembra un'esca in fondo alla lenza. Come un bravo pescatore, il cardinale lascia che l'esca vada a fondo, prima di dare lo strattone.
– Più una quota del dieci per cento su tutto quello che recupererete, a Venezia.
– Il dieci per cento ciascuno?
Albani ride, sinceramente divertito. Scuote la testa.
– Il dieci per cento in tutto, da dividere tra voi. Sono vestito di rosso, ma non sono Babbo Natale…
In realtà l'unico capo d'abbigliamento rosso è lo zuccotto sulla testa del cardinale, che come tutti i civili del Nuovo Vaticano indossa una semplice tuta monopezzo, per quanto di buona stoffa e tagliata su misura. È un abito che non gli dona. La sua pancia sporge come se il prelato fosse incinto. Gli abiti lunghi che i cardinali usavano una volta avrebbero nascosto il difetto.
– Non sarà Babbo Natale, ma l'offerta è di quelle da leccarsi i baffi – conclude Bune, stravaccandosi sulla sedia e chiudendo gli occhi, come se già sognasse la sua ricompensa.
– Oltre alla gloria per aver servito il Vaticano in una missione di importanza vitale – aggiunge il cardinale, senza però ottenere il successo di prima.
– Bene, ragazzi – taglia corto Durand, alzandosi in piedi. – Avete sentito sua eminenza. Vi aspetta un grosso premio. Oltre alla gloria, ovviamente.
Si inchina leggermente davanti al cardinale. – Quando dobbiamo partire?
Ferdinando Albani chiude gli occhi, prima di sospirare una parola.
Stanotte.