Le Radici del Cielo – Capitolo 1

1
Uomini e topi
C'è un odore pungente di polvere, nella stanza in cui mi hanno detto di attendere.
Polvere e fumo grasso di candele: un tempo quelle che illuminano questi affreschi antichi di millesettecento anni sarebbero state fatte di pura cera d'api. Ora le ricaviamo come si può, da quello che ci troviamo sottomano. Paraffina, stearina. Grasso, animale e non. Nel nostro nuovo mondo non si butta via nulla. Né i corpi né le idee.
Stiamo riscoprendo il passato. Le tecniche di un tempo. Come fondere una candela, costruire una balestra, scuoiare un topo e conciarne la pelle.
È come se stessimo viaggiando all'indietro nel tempo. D'altra parte anche il mondo prima della Tribolazione non faceva che riscoprire invenzioni del passato. Eravamo già allora dei nani sulle spalle di giganti. Parassiti del passato.
L'eco di un canto gregoriano arriva a tratti fino a qui, limpido e nitido anche dopo il passaggio attraverso una serie di cunicoli e svolte.
La panca di pietra è scomoda. Le due guardie svizzere poste a entrambe le porte hanno l'aria stanca. Riescono a mantenere la posizione, ma nei loro sguardi la noia è evidente. Si chiamano ancora Guardie Svizzere, anche se non assomigliano affatto ai soldati in divisa da operetta di un tempo. Niente alabarde, ma una pratica pistola automatica nella fondina slacciata. Finiti i tempi delle uniformi sgargianti, che una leggenda sicuramente falsa voleva disegnate da Michelangelo. Le uniche tracce lasciate dai colori dei Medici – blu, rosso e giallo – sono tre nastrini sottili sul taschino delle mimetiche. Sopra i nastrini è cucito uno stemma di stoffa grigia con le chiavi incrociate di San Pietro sotto un baldacchino: il simbolo della "sede vacante". Roma senza papa.
Passano quasi due ore prima che la porta dell'ufficio del cardinale camerlengo si apra, e la guardia mi faccia finalmente entrare.
Il cardinale Ferdinando Albani è un uomo piccolo, paffuto, con dita morbide e grasse come salsicciotti. Di questi tempi un uomo grasso è una rarità.
Forse tengo tra le dita la sua mano troppo a lungo, perché la ritrae quasi di scatto.
Si schiarisce la gola.
– Entri, si accomodi, padre Daniels. Mi scusi se non ho potuto riceverla prima, ma ho dovuto occuparmi di un affare imprevisto.
La scrivania dietro cui il cardinale va a sedersi è un mobile pesante, antico. Mi chiedo quanta fatica ci sia voluta per portarla quaggiù. Quante vite perdute. Anche la grande libreria alle sue spalle ha un aspetto altrettanto antico. Racchiude preziosi volumi rilegati in cuoio. Ci saranno almeno duecento volumi, dietro i vetri incisi. Probabilmente la più grande raccolta di libri sopravvissuta alla Tribolazione.
Non ero mai stato qui. Il cardinale sorride, vedendo come guardo l'alto soffitto a volta della stanza, e gli antichi affreschi che la decorano.
– Le interessa l'arte?
Mi schiarisco la gola. – Non ci bado più tanto.
Albani guarda un'immagine in una piccola nicchia sulla parete. Gesù che regge un Vangelo: – Cristo Pantocrator – indica, con un orgoglio esagerato, perché l'affresco è tutto meno che un capolavoro.
Poi indica un'altra immagine, accanto a quella: – Sant'Urbano, papa e martire.
Si alza dalla poltrona, che emette uno scricchiolio di protesta.
Si avvicina alla parete a sinistra della scrivania.
– Prima di diventare il mio ufficio, questa era la cripta di Santa Cecilia. Ospitava il suo sarcofago. Guardi, le faccio vedere.
Fa scorrere lentamente una tenda di velluto rosso, scoprendo una nicchia nel muro. Alla luce tremula dei candelabri appare la statua di marmo di una giovane donna distesa, col capo volto verso la parete.
La voce di Albani assume una nota melodiosa.
– Santa Cecilia, – sussurra. – Il grande scultore Maderno la raffigurò come venne trovata durante la ricognizione del 1599. Vede le dita? Tre aperte nella mano destra, e una nella sinistra. Secondo la tradizione la santa, morendo, volle indicare la sua fede nell'unità e trinità di Dio. Questa nicchia ospitava il suo sarcofago, fino all'anno 821.
Sospirando, il cardinale fa scorrere di nuovo la tenda.
– Questa è solo una copia, purtroppo. L'originale…
Fa un gesto con la mano a indicare la superficie, e poi un tremito.
Perduto per sempre, vuol dire quel gesto.
Come tutte le cose di sopra.
Torna a sedersi dietro la scrivania.
– Gradirebbe qualcosa da bere?
Scuoto la testa.
– No, grazie.
– Credo che abbiamo ancora qualche bustina di tè. Davvero non ne gradisce una tazza?
– Meglio di no. Ho impiegato molto tempo a scordarmi il gusto del tè, o del caffè. Meglio non risvegliare nostalgie.
– Dell'acqua, allora – conclude il prelato, sorridendo.
Batte le mani due volte. Da dietro una tenda in fondo alla stanza esce un vecchio servitore vestito con un tight così logoro che sembra sia stato recuperato dal relitto del Titanic.
– Anselmo, saresti così gentile da portare dell'acqua fresca per padre Daniels? E un tè per me, grazie.
L'uomo anziano si inchina, uscendo dalla stanza.
– Anselmo era al servizio del papa, – fa sottovoce il cardinale. – Dobbiamo a lui il resoconto delle ultime ore di vita del nostro compianto pontefice. È un miracolo, un vero miracolo, che si sia salvato.
Tutti, in questi sotterranei, conosciamo i dettagli della morte di papa Benedetto, così come ci sono stati raccontati. L'ultimo discorso pronunciato dal balcone, di fronte a una piazza San Pietro affollata da più di duecentomila fedeli, mentre cinque volte tanti si accalcavano fuori dal perimetro del colonnato, inginocchiati in preghiera, sgomenti. Il papa aveva raccomandato Roma e il mondo alla protezione di Dio, invocandone il perdono. Le sue ultime parole erano state sovrastate dalle sirene d'allarme, che a Roma non suonavano più dalla fine della seconda guerra mondiale.
La bomba era caduta pochi minuti dopo, cinque chilometri a nordest della piazza, e l'onda d'urto aveva colpito con la forza di uno tsunami, spazzando via la cupola, e il colonnato del Bernini, e incenerendo la folla assiepata in preghiera.
Almeno è quello che si dice.
Ciò che ci è stato raccontato.
Nessuno di noi c'era. L'abbiamo saputo da altri, che a loro volta l'hanno saputo da qualcuno che forse, forse, era lì di persona, quel giorno.
– Anselmo dice di essersi sentito un traditore, voltando le spalle alla piazza per raggiungere la più vicina stazione della metropolitana. Ma la sua testimonianza è stata così preziosa che sicuramente è stato Dio a ispirarlo, quel giorno.
Il cardinale si zittisce quando il vecchio riappare nella stanza, reggendo in mano un vassoio di plastica con sopra una tazza e un bicchiere. Solo quando è vicino, nella luce della candela sulla scrivania vedo le lunghe cicatrici sul volto, le chiazze di bruciature sul collo.
– Ti ringrazio, Anselmo. È già zuccherato? Due zollette? Grazie.
Guarda la tazza fumante. Aspira l'aroma del tè, a occhi chiusi, sorridendo per il piacere. Poi li riapre, scuotendo la testa con aria colpevole.
– Lo so, non dovrei. Sono le ultime bustine. Poi non ce ne sarà più. È già incredibile il fatto che siano riuscite a durare tanto. Come facciamo, Anselmo?
– Le teniamo in un surgelatore, eminenza.
– Ah, già. In un surgelatore. Grazie, carissimo. Puoi andare, ora.
Quando il servitore è uscito dalla stanza, il cardinale riprende il racconto.
– Da allora siamo orfani di padre. Benedetto è stato l'ultimo papa. La costituzione apostolica Universi Dominici Gregis regola nei dettagli tutte le procedure da seguire dopo la morte del pontefice. Ma non potevano certo prevedere una situazione come questa. Secondo le procedure avrei dovuto accertare la morte del pontefice battendogli la fronte con un martelletto d'argento e chiamandolo tre volte per nome, alla presenza del Maestro delle Celebrazioni Liturgiche, del Segretario e del Cancelliere della Camera Apostolica. Ma papa Benedetto è solo cenere portata dal vento. Dovrei uscire di qui e battere il martelletto d'argento contro il cielo di Roma? Se ce l'avessi, un martelletto d'argento…
Albani scuote il capo.
– Ho celebrato da solo i Novendiali, le esequie di nove giorni in suffragio del papa defunto. Ho seppellito in queste catacombe un pugno di cenere raccolto alla periferia della città.
Chino la testa. Anch'io ho fatto quel gesto, prima di entrare in questo rifugio. Nessuno di noi sa cosa ne sia stato dei suoi parenti, degli amici. I miei genitori e mia sorella erano a Boston, mio fratello a Seattle. Immagino che entrambe le città fossero bersagli primari. Prima di scendere quaggiù ho raccolto un pugno di cenere e l'ho chiuso in un sacchetto di cuoio. Lo porto sempre con me. Non so di chi o di cosa sia, quella polvere: di un uomo, di una donna, o di un cane. Di un albero, forse. Comunque di qualcosa che è stato vivo e ora non lo è più. Quando la realtà ci viene nascosta, quando la realtà non può essere contemplata, dobbiamo accontentarci dei simboli.
Il cardinale beve il suo tè.
Mi porto alle labbra il bicchiere. Assaporo l'acqua. Un tempo l'avrei mandata giù con noncuranza, in un fiato. Ma ora è diventata preziosa, un dono da centellinare goccia dopo goccia.
Albani depone lentamente la tazzina sul piattino, senza fare il minimo rumore.
Quaggiù abbiamo tutti imparato il valore del silenzio. Spesso è l'unica risorsa per salvarti la vita.
– Come lei ben sa, John, alla fine di questo periodo di lutto, nella mia qualità di cardinale camerlengo avrei dovuto convocare i cardinali elettori, e riunirli in conclave per eleggere il nuovo papa… Ma vede, c'era un problema, e c'è ancora. Io sono l'unico cardinale. Non ce ne sono altri. Cioè, qualcuno potrebbe essere sopravvissuto, in qualche parte del mondo. Ma ai fini pratici è come se non ci fosse. Da solo non posso tenere un conclave. Quindi da oltre vent'anni la sede pontificale è vacante. Non abbiamo un papa. Ma due mesi fa…
Il cardinale fa una lunga pausa di silenzio. Poi congiunge le dita a formare un triangolo.
Sembra pesare ogni parola prima di pronunciarla.
– Due mesi fa un reparto di ricognizione che perlustrava i dintorni di Ancona, dove abbiamo stabilito un nostro avamposto permanente, ha soccorso un mercante. L'ultimo sopravvissuto di una carovana partita da Ravenna. La carovana di cinque carri era stata massacrata in un agguato a pochi chilometri dall'avamposto. Il mercante era riuscito a cavarsela rifugiandosi in un edificio, un vecchio bunker costiero la cui porta d'acciaio era misericordiosamente aperta. Dico misericordiosamente perché intravedo la mano di Dio, dietro la salvezza di quell'uomo.
Non nominiamo spesso Dio, quaggiù, se non durante i riti e le preghiere. È come se avessimo diviso in compartimenti la nostra fede: continuiamo a invocarlo, ma nella nostra vita quotidiana preferiamo non pensare a lui.
Il cardinale finisce di bere il suo tè. Io tengo tra le mani il mio bicchiere, apprezzando la freschezza dell'acqua attraverso il vetro.
– Quando le guardie svizzere l'hanno trovato, il poveretto era quasi morto di fame e di paura. Per tre notti aveva dovuto sentire i rumori e i versi bestiali delle creature che si aggiravano attorno al bunker. La prima notte le belve, che il mercante non ha saputo descrivere, hanno banchettato coi resti della carovana. La seconda notte hanno cercato di forzare la porta del bunker. La terza, sembrava che avessero desistito, ma quando il mercante ha provato a uscire, una creatura in agguato è quasi riuscita a sopraffarlo. Le guardie l'hanno trovato che era disidratato, e quasi impazzito dal terrore.
Posso immaginarlo. Ognuno di noi ha ascoltato i racconti sulle creature che infestano la notte. È come se le avessimo viste coi nostri occhi. Popolano i nostri incubi da anni.
– Prima di morire ha raccontato alle guardie una storia incredibile. Ha detto che a nord di Ravenna esiste una città popolata di spettri.
– Sono leggende diffuse. Si dice che anche Roma…
– La prego, padre John, non mi interrompa.
– Mi scusi. Non era mia intenzione.
– Quello che conta non sono gli spettri. Il mercante ha detto anche un'altra cosa, a cui le guardie in un primo tempo non hanno prestato attenzione. Ha detto che se pure non aveva mai messo piede in quel luogo, gli abitanti di un villaggio vicino a Ravenna, gli stessi che gli avevano raccontato degli spettri, gli avevano detto che quei fantasmi tenevano prigioniero nei sotterranei della città un alto dignitario ecclesiastico.
Albani fa una lunga pausa ad effetto, prima di completare la frase.
– Si tratterebbe del cardinale patriarca. E la città è Venezia.
Venezia…
Non ho mai visto Venezia.
Malgrado abbia passato in Italia quasi metà della mia vita, era la metà sbagliata per viaggiare. La parola "turismo" è andata ad aggiungersi alla schiera delle parole fantastiche, come "ippogrifo" o "unicorno". La parola Venezia ha per me lo stesso significato di Atlantide. Mitiche città di un passato perduto.
Sono arrivato a Roma da Boston a ventitre anni. Ero ancora uno studente del St. John's Seminary, quando sono arrivato qui, per un viaggio di studio che avrebbe dovuto durare un anno. Ma la guerra è scoppiata dopo soli sei mesi. E dopo la guerra, Boston è diventata lontana quanto la Luna. Ho preso gli ordini quaggiù, due anni dopo la Tribolazione. Una cerimonia rapida, per nulla simile a come l'avevo immaginata.
Dell'Italia ho visto molto poco: qualche spiaggia sul litorale del Lazio, Napoli, Pompei... Ora tutto il mondo è una grande Pompei. Cenere e buio. Dicono che la nuvola di cenere emessa dal Vesuvio avesse oscurato il sole, creando una notte artificiale. Allo stesso modo il nostro mondo è coperto da un sudario di nubi scure. La Terra – o almeno quello che ne vediamo – è avvolta da un eterno crepuscolo. Sarebbe bello pensare che lontano da qui continuano ad esserci cieli azzurri, erba, mari pieni di vita. Ma è solo un sogno. Gli scienziati avevano previsto da tempo tutto questo. Lo chiamavano inverno nucleare. C'erano romanzi, e film, che ne parlavano. Ma viverci è un'altra cosa.
Scuoto la testa. – Si sono sentite tante dicerie…
– Ma questa non è una diceria. Il racconto del mercante è stato molto dettagliato.
– È un racconto basato sul racconto di altri. Ravenna è lontana da Venezia.
– Le voci corrono. Noi italiani siamo sempre stati un popolo di chiacchieroni.
Sorrido, mio malgrado. – Anche ammesso che questo fantomatico patriarca esista, vuole dirmi perché mi ha convocato, eminenza?
– Diretto al punto. Bene, molto bene. L'ho convocata qui perché lei è l'unico membro rimasto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
È vero. Come è vero che l'antico nome della Congregazione per la Dottrina della Fede era Santa Inquisizione.
Come americano, educato fin da piccolo alla libertà di pensiero e di espressione, ho delle serie difficoltà a vedermi nel ruolo di un inquisitore.
– Non ho mai esercitato il mio ufficio. Siamo piuttosto a corto di eresie, quaggiù.
Il cardinale Albani non è il tipo di persona che accetta un rifiuto.
– Comunque sia, lei ha assunto quell'incarico.
– Una formalità.
– Fino a oggi.
Beve un altro sorso di tè, lasciando scorrere il tempo.
Guardo la croce che sta alle sue spalle. È una croce antica, bizantina. Gli occhi di Cristo sono infinitamente tristi.
Alla fine Albani riprende a parlare. Sottovoce, pesando ogni parola.
– Le nostre risorse sono limitate. Se si venisse a sapere che ne impegno una parte considerevole per inseguire una semplice voce, le critiche mi travolgerebbero. La mia posizione non è stabile. Ascolti bene quello che le dico e poi lo dimentichi immediatamente: il mio potere deriva dal Consiglio della Città. L'autorità della Chiesa è stata minata dalla… dalla Tribolazione. Dipendiamo sempre di più dall'autorità secolare. Sono loro che assicurano cibo ed acqua alla popolazione. Il nostro unico elemento di forza sono le Guardie Svizzere. Dio non voglia che la loro fedeltà alla Chiesa venga meno. Sarebbe la nostra fine.
Si sporge sulla scrivania, avvicinandosi a me, e abbassando ancora di più la voce. Il suo alito sa di menta.
– Ho intenzione di assegnarle una squadra di sette Guardie. Un quinto dell'intera forza armata del Vaticano. Così facendo corro un rischio tremendo. Questo dovrebbe farle capire l'importanza della missione. Ufficialmente la giustificherò con la necessità di estirpare una pericolosa eresia. Solo io e lei saremo al corrente del vero scopo della missione. Mi ha capito, padre John? Solo io e lei.
– Non riesco a capire.
– Che cosa?
– Perché il Consiglio dovrebbe attribuire più importanza a un pericolo d'eresia che alla ricerca di un cardinale sopravvissuto alla catastrofe.
Albani sorride, come un bambino.
– Lei sta parlando di motivazioni ufficiali. Quello che sussurrerò all'orecchio di un paio di membri del Consiglio, in privato, è che fra gli scopi della nostra missione c'è il recupero di importanti reliquie conservate nel Tesoro della Basilica di San Marco. Ovviamente assieme alle sacre reliquie verrebbero recuperati anche i reliquiari. Vale a dire decine di quintali d'oro e gemme.
– Che non ci servono a nulla, nelle nostre condizioni attuali. E che sarà molto difficile portare fin qui.
Il cardinale alza le spalle. – L'uomo è una strana creatura, padre John. Non sempre siamo razionali nei nostri moventi. Il luccichio dell'oro esercita ancora il suo fascino, soprattutto sui meno giovani fra noi. E quanto alla logistica… Bah. Ci penseremo dopo.
– C'è un altro aspetto, eminenza, e non è da trascurare. Otto uomini in tutto, per una missione del genere? Da qui a Venezia quante miglia ci sono?
Anche dopo vent'anni, il sistema metrico decimale non ha ancora fatto presa nella mia testa. Del resto ormai le distanze, nel nostro nuovo mondo, si misurano in passi, e non in miglia, o chilometri…
– Cinquecento chilometri. Più o meno. Dipende dalle condizioni delle strade. Il capitano Durand pensa che sia possibile coprirli in quindici notti. Salvo complicazioni.
– Chi è il capitano Durand?
– Il comandante della squadra di Guardie che le sarà assegnata. Lo incontrerà tra poco. È un uomo di grande esperienza.
– Ma anche così, quindici notti all'aperto…
– Lo so. Sono molte. Ma confido nell'aiuto di Dio e nell'abilità degli uomini scelti. Allora, padre, qual è la sua risposta? Andrà a Venezia?
– Come potrei non farlo? Lei è il mio superiore.
– Sono tempi duri, questi. La fedeltà e la disciplina a volte non bastano.
Alzo le spalle.
– Per me sono sufficienti.
Dalle labbra paffute di Albani esce un sospiro di sollievo.
– Prima che lei parta vorrei mostrarle una cosa.
Il cardinale non attende una risposta. Si alza da dietro la scrivania facendomi segno di seguirlo.
Scostata un'altra tenda lunga dal soffitto al pavimento, mi precede attraverso il corridoio buio e stretto che si apre dietro di essa.
La sala in cui entriamo è ancora più grande dell'ufficio del cardinale. Tre candelabri a sei bracci illuminano la sala fino al soffitto, sostenuto da due belle colonne di marmo. È una stanza in cui sono già stato, in un'epoca tanto lontana da sembrarmi un'altra vita.
– Questa è la Cripta dei Papi – sussurra Albani, mostrandomi con un ampio gesto del braccio le nicchie per sarcofagi e i loculi che occupano le pareti. – Qui sono sepolti nove papi del terzo secolo. Quasi tutti martiri.
Indica i nomi scritti sulle lapidi: – Ponziano, Antérote, Fabiano, Lucio primo, Eutichiano, Sisto secondo… Ci sono anche Stefano primo, Dionisio e Felice, ma le loro lapidi non sono mai state trovate. Eppure sono qui, sepolti in queste pareti. La cripta un tempo era chiamata "il piccolo Vaticano". Mi chiedo se durante la Tribolazione non sono state proprio queste reliquie ad attirarci qui, come la luce di un faro. È il luogo più santo che ci è rimasto.
Me lo sono chiesto spesso anch'io, cosa mi avesse spinto a cercare rifugio proprio quaggiù, nelle catacombe di San Callisto. Le avevo visitate prima del disastro, e mi avevano molto colpito. C'ero venuto in inverno, quando il flusso di turisti era ridotto al minimo, e il silenzio dominava quegli immensi e al tempo stesso claustrofobici spazi sotterranei: quasi venti chilometri di gallerie e stanze, a volte distribuiti su quattro piani. La guida disse che vi erano sepolti mezzo milione di cristiani. Quel semplice, nudo dato mi aveva lasciato senza parole. E sono ancora senza parole, quasi senza fiato, all'idea di questo luogo, di questo enorme cimitero diventato un estremo rifugio per la vita.
– Vuole raccogliersi in preghiera con me? – chiede il cardinale. Poi senza aspettare una risposta si inginocchia sul nudo pavimento. Dopo un attimo di esitazione lo faccio anch'io.
Albani china il capo sulle mani giunte.
– O Signore, tu che nella tua infinita saggezza hai ordinato che un pesante fardello venisse posto sulle nostre spalle il Giorno della Tribolazione, fa' che il suo peso non ci schiacci, e siamo in grado di portarlo fino in fondo. Assisti nel suo cammino il nostro fratello John e gli uomini che lo accompagneranno nella sua santa missione. Sii per loro una guida e una luce, nelle tenebre che attraverseranno. La tua forza scorra nelle loro gambe, e nel loro braccio. Il tuo spirito fortifichi il loro cuore, affinché nulla possa fermarli. Proteggili dal demone meridiano, e dagli orrori della notte. Riportali da noi sani e salvi.
Amen, pronuncio, facendo il segno della croce.
– Mi aiuti a rialzarmi – sorride il cardinale.
Lo sostengo per il gomito, aiutandolo a sollevare da terra il peso non indifferente del suo corpo.
– Vede? Faccio fatica a sollevare me stesso. Pensi a cosa vuol dire avere sulle spalle il peso della Chiesa. Ho bisogno di aiuto da qualcuno più forte e più giovane di me.
Potrei fargli presente che la Chiesa cattolica di oggi non è più quella di un tempo. Non è più un'entità universale. O forse sì? In fondo il nostro universo si limita ormai a quello che vediamo, alla distanza che possiamo coprire a piedi. La Chiesa cattolica è ridotta a questo sotterraneo.
Come se Albani mi leggesse nel pensiero, posa la mano sul mio braccio, fissandomi negli occhi. – Non si faccia ingannare dalle apparenze. Non pensi che la Chiesa sia… questo. Che sia tutto qui. La parola cattolica, in greco, vuol dire universale, come lei ben sa. È la nostra missione. Il nucleo stesso della nostra esistenza: diffondere il messaggio di Cristo in ogni angolo del globo.
Potrei rispondergli che essere tornati qui, in questo cimitero di un'epoca in cui la Chiesa era perseguitata e i suoi fedeli venivano dati in pasto ai leoni, è un bel passo indietro. È come quando in quel vecchio gioco da tavolo un tiro sbagliato dei dadi ti riportava alla casella di partenza. Ma la mia bocca rimane chiusa.
– Negli ultimi cinque anni abbiamo costituito una salda base all'interno di queste mura. E negli ultimi due siamo riusciti a sviluppare una rete di avamposti, spingendoci a nord fino ad Ancona. La città, per quanto spopolata, è ancora intatta, e si è rivelata una miniera di risorse. Inoltre da lì abbiamo potuto stabilire contatti con altre comunità di sopravvissuti. La più florida pare, al momento, quella che si è stabilita a Ravenna. Anche quella città sembra aver subito pochi danni, durante e dopo la Tribolazione. È curioso…
– Che cosa?
– Il fatto che anche alla fine dell'impero romano Ravenna fosse diventata uno degli ultimi avamposti di civiltà. Quando Roma cadde, Ravenna diventò la capitale.
Torniamo verso il suo studio. In quella che un tempo era la tomba di una santa. È ironico – ma forse dovrei dire assurdo – pensare che se il corpo di Cecilia fosse rimasto quaggiù sarebbe ancora intatto. Invece la basilica di Santa Cecilia in Trastevere in cui il corpo era stato traslato all'inizio del Nono secolo oggi è un mucchio di rovine, e le reliquie della santa sono solo polvere.
– Si accomodi – lo invita Albani.
Quando siamo seduti, apre un cassetto della scrivania e ne tira fuori una busta in pelle, grande più o meno come un portafoglio del passato.
– Qui ci sono le sue credenziali, e gli ordini di viaggio che le conferiscono l'autorità di usare qualunque cosa, o qualunque persona, le serva, nei territori controllati dalla Chiesa. C'è anche una lettera di presentazione per la chiesa di Ravenna. Il vescovo Giuliano fornirà a lei e alla sua scorta tutto il necessario per affrontare l'ultima parte del viaggio. E, a proposito di scorta, penso sia tempo che la porti a conoscere i suoi compagni di viaggio.