2034 – Cap.2

Capitolo due

Il ritorno


Rannicchiato sulla porta, il vecchio rizzò le antenne: prima di allora non gli era mai capitato di sentire questo nome alla Sevastopolskaya. In realtà non si trattava di un nome, ma di un soprannome, proprio come il suo, perché lui si chiamava banalmente Nikolay Ivanovich, ma dato che provava un amore incontenibile per tutte le storie e le dicerie, qualcuno, proprio in quella stazione, gli aveva affibbiato il soprannome di Omero, ispirandosi al vecchio mitografo greco.


"Ecco il vostro nuovo brigadiere", aveva detto il colonnello alle vedette, che lanciavano cupi sguardi curiosi al nuovo arrivato. Quello, spalle larghe ed elmetto pesante in testa, trascurando l'etichetta aveva voltato la schiena agli uomini con indifferenza: sembrava che la galleria e la fortificazione lo interessassero più degli uomini che gli erano stati affidati. Diede la mano ai subordinati che si avvicinavano per fare conoscenza, ma non si curò di presentarsi da solo. Faceva cenni di saluto muti, memorizzando l'ennesimo soprannome, e sbuffava in faccia il residuo azzurrognolo delle sigarette, era segno che bisognava mantenere le distanze. Nell'ombra della visiera appena sollevata riluceva lo sguardo del guerriero, mortale e inespressivo, inquadrato dalla cicatrice. Nessuna delle vedette osava insistere e dopo due mesi ecco che già lo chiamavano semplicemente "brigadiere". Giunsero alla conclusione che la stazione avesse messo mano al portafogli per avere uno di quei mercenari che si aggirano ovunque, gente senza passato e senza nome.

Hunter.

Omero senza emettere alcun suono articolò con le labbra quella strana parola. Un nome più adatto a cane pastore dell'Asia Centrale che a un uomo. Sorrise piano fra sé: "Quei cani sono esistiti sul serio, e lui te li ricorda. Come mai ti viene in mente? Era una razza combattiva, con la coda mozza e le orecchie tagliate proprio sotto il cranio. Non avevano niente di superfluo".

Ma il nome, se lo ripeteva a lungo nella testa, cominciava ad avere un sentore vagamente familiare. Dove poteva averlo sentito prima? Lui era attratto dall'infinito torrente delle favole, probabilmente l'aveva collegato a qualcosa che si era posato sul fondo della memoria. Ma sopra si era già depositato uno spesso strato di melma: nomi, fatti, dicerie, cifre... tutte quelle inutili nozioni sulla vita delle altre persone che Omero, con tutta la sua curiosità, ascoltava e si sforzava di memorizzare con tanto zelo.

Hun-ter... forse era un recidivo e l'Hansa aveva messo una taglia sulla sua testa? Il vecchio scagliò la pietra di paragone della sua sclerosi e si mise in ascolto. Ci sei quasi. Uno stalker? Non è verosimile. Un comandante di campo? Forse. Ma comunque un personaggio leggendario...

Omero già una volta aveva lanciato uno sguardo al volto del brigadiere: era impassibile, come se fosse paralizzato. Comunque, il nome da cane gli calzava in maniera sorprendente.

"Mi servono tre persone. Prendo Omero, conosce le gallerie di qui", continuò il brigadiere, senza voltarsi verso il vecchio e senza chiedere il suo consenso. "Potete darmi ancora una persona a vostra scelta. Un camminatore, un corriere. Parto già oggi".


Istomin fece uno scatto nervoso con la testa e posò lo sguardo interrogativo sul colonnello. Quello, incupito, borbottò che nemmeno lui aveva niente in contrario, anche se in tutti questi giorni aveva battagliato tanto accanitamente con il comandante della stazione per accaparrarsi ogni soldato libero. Sembrava che a nessuno importasse di consultarsi con Omero, ma lui non pensò di discutere: a prescindere dalla sua età, il vecchio non aveva mai rifiutato incarichi simili. E per questo aveva i suoi motivi.

Il brigadiere arraffò dal tavolo il suo elmetto da un pud e si avvicinò all'uscita, quindi buttò lì a Omero, che si era soffermato vicino alla porta: "Saluta la famiglia. Preparati a stare via molto. Non prendere cartucce, te le fornisco io", e detto questo sparì.

Il vecchio forse avrebbe voluto precipitarsi dietro di lui, sperando almeno di sentirsi dire, in parole povere, a cosa dovesse prepararsi per questa missione. Ma quando arrivò sulla piattaforma, Hunter si era già allontanato di una decina dei suoi passi lunghi e Omero non sarebbe riuscito a raggiungerlo, così si limitò a scuotere il capo, accompagnandolo con lo sguardo.

Contrariamente al solito, il brigadiere si fermò a capo scoperto: era immerso in altri pensieri e l'aveva dimenticato o forse in quel momento gli mancava l'aria. E quando passò il piccolo branco di porcai fannulloni in pausa pranzo, dietro di lui si sentì mormorare "Ehi, ragazze, è incredibile, che mostro!"


* * *


"Dove sei andato a tirarlo fuori questo?", chiese Istomin abbandonandosi con sollievo contro lo schienale della sedia e allungando la mano paffuta verso il pacchetto di cartine per le sigarette.

Stando alle dicerie, quelle foglie che fumavano con tanto piacere nella stazione erano state raccolte dagli stalker in superficie, da qualche parte nei dintorni dei quartiere Bitcevsky Park. Una volta per scherzo il colonnello aveva messo vicino al pacchetto di "tabacco" un dosimetro e quello aveva preso a indicare qualcosa di negativo. Il vecchio aveva smesso di fumare quasi subito e la tosse, che di notte lo tormentava facendogli temere un cancro ai polmoni, cominciò ad attenuarsi un po'. Istomin invece si rifiutava di credere alla radioattività delle foglie e ricordava a Denis Mikhaylovich, non senza motivo, che nella Metro erano tutti "esposti", chi più e chi meno.

"Vecchie conoscenze", rispose malvolentieri il colonnello e, dopo un attimo di silenzio, aggiunse: "Prima non era così. Gli è successo qualcosa".

"Vorrei ben dire, a giudicare dall'aspetto fisico non c'è dubbio che gli sia successo qualcosa", disse perplesso il direttore e subito lanciò uno sguardo all'ingresso, come se Hunter potesse essersi trattenuto e averlo sentito per caso.

Al comando del perimetro di difesa era un peccato lamentarsi del fatto che il brigadiere fosse inaspettatamente tornato dalla nebbia fredda del passato. Appena comparso in stazione per poco non si era trasformato nel principale punto di sostegno del perimetro. Ma Denis Mikhaylovich non riusciva ancora credere fino in fondo al suo ritorno.

Le notizie dell'assassinio di Hunter, spaventoso e strano, si erano rincorse nell'eco delle gallerie della Metro già dall'anno precedente. E quando due mesi prima era sbucato sulla soglia del bugigattolo del colonnello, lui si era affrettato a farsi il segno della croce prima di aprirgli la porta. La facilità sospetta con la quale il redivivo superava i posti di blocco, come se passasse attraverso i soldati, faceva nascere il dubbio che fosse un miracolo bello e buono.

Nello spioncino appannato della porta era apparso un profilo noto: il collo taurino, il cranio rasato fino a brillare, il naso un po' schiacciato. Ma per qualche motivo l'ospite notturno si era irrigidito a mezzo profilo, con la testa bassa senza fare il minimo tentativo per diradare il silenzio che si addensava. Guardava con disapprovazione la bottiglia di birra artigianale che era aperta sul tavolo, quindi il colonnello fece un respiro più profondo e rimosse il chiavistello. Il codice prescriveva di aiutare i propri uomini, senza fare distinzione fra vivi e morti.

Hunter sollevò lo sguardo dal pavimento solo quando la porta si fu spalancata e fu subito chiaro il motivo per cui aveva nascosto un'intera metà del volto. Temeva semplicemente che il vecchio non l'avrebbe riconosciuto. Il colonnello ne aveva viste di tutti i colori, per lui essere al comando della guarnigione della Sevastopolskaya altro non era che una pensione onorevole in confronto ai precedenti anni burrascosi; tuttavia quando lo vide gli scappò una smorfia, come se si fosse scottato, e poi sorrise con aria colpevole. "Scusa, non sono riuscito a trattenermi".

L'ospite non sorrise nemmeno in risposta. Nei mesi precedenti le cicatrici crudeli erano riuscite a rimarginarsi un po', ma comunque non somigliava molto all'Hunter di prima.

Rifiutò risolutamente di spiegare il suo miracoloso salvataggio e la successiva assenza e, davanti a tutte le domande del colonnello, reagiva come se non le avesse nemmeno sentite. Peggio di tutto, chiese a Denis Mikhaylovich di non raccontare a nessuno delle sue condizioni: era quello che gli doveva per un vecchio prestito. A lui toccò soffocare il buonsenso, che chiedeva di informare immediatamente gli anziani, e decise di lasciare in pace Hunter.

Tuttavia, il vecchio aveva condotto verifiche scrupolose. Il suo ospite non era stato arrestato e nessuno lo piangeva da tempo o lo stava cercando. Il corpo non era mai stato ritrovato, ma se Hunter fosse sopravvissuto, avrebbe sicuramente fatto parlare di sé, dissero al colonnello alcune fonti sicure. "Effettivamente è così", concordava lui.

Come accade spesso con chi è scomparso senza lasciar tracce, Hunter, o meglio, la sua copia abbellita e dai contorni incerti, si insinuò in una buona decina di miti e racconti con un fondo di verità. Sembrava che quel ruolo gli calzasse a pennello e non fece nulla per dissuadere i compagni che l'avevano seppellito vivo.

Ricordando i suoi conti in sospeso e traendo le opportune conclusioni, Denis Mikhaylovich restò zitto e cominciò addirittura a reggergli il gioco: in presenza di estranei non chiamava mai Hunter per nome e, senza scendere nei dettagli, mise a parte del segreto Istomin.

Per lui non faceva comunque differenza. Il brigadiere faceva molto più del necessario per guadagnarsi il pane, stava giorno e notte in prima linea, nelle gallerie meridionali. In stazione quasi non lo si notava: veniva una volta alla settimana, nel giorno che gli era assegnato per il bagno. E lui si rifugiava in questo inferno solo per nascondersi dai suoi oppressori ignoti. Questo turbava Istomin, che non provava ribrezzo per le voci sui legionari dalla biografia oscura, al massimo ci si scontrava, ma ciò rientrava nell'ordine delle cose.

Dopo il primo combattimento le vedette che rumoreggiavano, insoddisfatte per l'alterigia del nuovo comandante, tacquero. Dopo aver visto una volta come annientava tutto ciò che era lecito annientare, in maniera metodica, scrupolosa, mosso da freddezza efferata, in ognuno di loro ritrovavano qualcosa di lui. Nessuno tentò più di fare amicizia con il disumano brigadiere, ma si sottomisero a lui incondizionatamente, sicché non dovette mai alzare la voce, che era sorda, sofferente. In quella voce c'era qualcosa di ipnotico, tanto che anche il comandante della stazione aveva cominciato ad annuire docilmente ogni volta che Hunter si rivolgeva a lui, anche prima di averlo ascoltato fino in fondo. Ascoltava e basta, in ogni caso.


Per la prima volta negli ultimi giorni l'aria nell'ufficietto di Istomin si fece più leggera, come se fosse appena scoppiata una tempesta e poi fosse passata la minaccia silenziosa, portando la quiete tanto attesa. Non c'era più motivo di litigare. Non c'erano militari migliori di Hunter: se anche lui si fosse dileguato nelle gallerie, ai sebastopolitani sarebbe rimasta una sola cosa da fare.

"Devo dare disposizioni per preparare l'operazione?", si offrì per primo il colonnello, sapendo che il capitano della stazione avrebbe comunque esordito con quell'argomento.

"Devi aspettare ancora tre giorni", Istomin sfregò l'accendino e socchiuse gli occhi. "Non possiamo più attenderli. Tu che ne pensi, quanta gente serve?"

"Un distaccamento d'assalto aspetta ordini, prendo gli altri, ci sono venti uomini. Se dopodomani non sentiamo niente da parte loro", il colonnello indicò con la testa l'uscita, "Dichiara la mobilizzazione generale. Scaveremo".

Istomin sollevò le sopracciglia, ma anziché obiettare, intonò con voce profonda qualcosa di udibile solo dalla sigaretta artigianale crepitante. Denis Mikhaylovich ammucchiò alcuni fogli coperti di appunti che erano buttati sul tavolo e, chino sulle carte come un miope, cominciò a tracciarci sopra degli schemi segreti, inserendo nei cerchietti cognomi e soprannomi.

Scavare? Il comandante della stazione guardò al di sopra della nuca grigia del vecchio, attraverso il fumo di tabacco che aleggiava sulla grande mappa della Metro, appesa dietro la schiena del colonnello. Quello schema ingiallito e unticcio, ricoperto di note d'inchiostro, frecce per gli spostamenti di marcia e cerchi per le interruzioni, stelline per i posti di blocco e punti esclamativi per le zone proibite: era una cronaca dell'ultimo decennio. Dieci anni, durante i quali non c'era stato nemmeno un giorno tranquillo.

Al di sotto degli appunti sulla Sevastopolskaya si passava alla Yuzhnaya: a memoria di Istomin da là non tornava nessuno. La linea lunga, scendeva verso il basso strisciando, con dei rizomi che si diramavano, ed era assolutamente pulita, intonsa. La conquista della linea Serpukhovskaya non sembrava pane per i denti del sebastopolitani: c'erano poche possibilità che fossero sufficienti tutte le forze di quell'umanità resa debole e malata dai raggi.

Nel frattempo la nebbia biancastra del non sapere avvolgeva anche il troncone di quei rami, che tenacemente tendeva verso l'alto, verso l'Hansa, verso la gente. "Nessuno di quelli a cui il colonnello domani ordinerà di prepararsi al combattimento si rifiuterà". Alla Sevastopolskaya la guerra per la distruzione dell'uomo, iniziata da oltre vent'anni, non si era fermata nemmeno per un minuto. Quando si vive per degli anni faccia a faccia con la morte, la paura della morte cede il posto all'indifferenza, al fatalismo, alle superstizioni difensive e agli istinti animali. Ma nessuno sapeva cosa ci fosse più avanti, fra la Nakhimovsky Prospekt e la Serpukhovskaya. "Chissà se sarà mai possibile squarciare questo sbarramento e trovare un posto dove liberarsi".

Gli tornò alla mente il suo ultimo viaggio alla Serpukhovskaya: le bancarelle dei mercanti, i giacigli dei vagabondi e i paraventi decrepiti, dietro i quali dormono e si amano quegli abitanti che hanno qualche soldo. Non allevavano niente di proprio, non c'erano serre né recinti per il bestiame. Furtivi e svelti, gli abitanti della Serpukhovskaya si nutrivano di speculazioni, rivendendo merci non più fresche comprate per un tozzo di pane dai carovanieri ritardatari e rendendo favori ai cittadini dell'Anello, a casa dei quali li attendeva il giudizio. Più che una stazione, era un fungo-parassita, cresciuto sul fusto possente dell'Hansa.

Il consiglio dei ricchi commercianti delle stazioni dell'Anello, che erano stati soprannominati così dall'Hansa a memoria del modello germanico, rappresentava un baluardo di civiltà sprofondato nel pantano di barbarie e miseria della Metro. Mentre l'Hansa... l'Hansa aveva un esercito regolare: illuminazione elettrica in tutte le stazioni, persino in quella più piccola e povera, e c'era un pezzo di pane garantito per chiunque avesse sul passaporto il timbro di cittadinanza. Passaporti di quel tipo sul mercato nero costavano un patrimonio, c'era chi ne possedeva uno falso, ma se le guardie di frontiera fossero riuscite a smascherarlo avrebbe pagato con la vita.

La ricchezza e la forza dell'Hansa era ovviamente legata alla sua posizione: l'Anello era la fascia che cingeva gli altri rami, che aprivano alle stazioni di trasbordo un accesso per ciascuna e le collegavano tutte insieme. I piccoli importatori che portavano il tè dalla VDNKh, e le automotrici, che consegnavano cartucce dalle corti di armi alla Baumanskaya, preferivano scaricare le loro merci nel deposito commerciale dell'Hansa più vicino e tornare a casa. Fare così più facile e più economico che lanciarsi all'inseguimento di profitti per tutta la Metro, in un viaggio che poteva interrompersi in ogni istante.

L'Hansa a volte incorporava le stazioni adiacenti, ma più spesso erano loro stesse a cedere e si trasformavano, con la sua connivenza, in un territorio grigio dove potevano condurre degli affari dai quali i bonzi dell'Hansa non volevano essere esclusi. Ovviamente le stazioni radiali erano inondate dalle sue spie, che compravano alla fonte come faccendieri, ma formalmente restavano indipendenti. Era così anche per la Serpukhovskaya.

Su uno dei tratti che portavano nella sua direzione si trovava sempre un convoglio che non aveva alcuna fretta di arrivare alla vicina Tulskaya. Era stato reso abitabile dai settari e poi evidenziato sulla mappa di Istomin con una semplice croce cattolica, il treno si sarebbe trasformato in un cascinale sperduto nel mezzo del nero terreno incolto. Se non fosse stata mandata un'ispezione dai missionari delle stazioni vicine, avidi di anime smarrite, Istomin non avrebbe avuto nessuna riserva verso i settari. I pastori di Dio non si spingevano fino alla Sevastopolskaya e non davano particolari problemi ai viaggiatori che le passavano accanto, si limitavano a trattenerli con le loro chiacchiere sulle anime da salvare. Inoltre, il secondo tunnel dalla Tulskaya alla Serpukhovskaya era pulito e vuoto, lo usavano anche i carovanieri locali.

Istomin fece scorrere lo sguardo sulla linea, in senso discendente. La Tulskaya? Era un villaggio che si inselvatichiva sempre più: i suoi abitanti compravano gli avanzi dai convogli della Sevastopolskaya e dai bottegai della Serpukhovskaya e vivevano alla meno peggio, chi riparava ciarpame meccanico di varia natura, chi andava a cercare lavoro ai confini dell'Hansa, stando per giorni accovacciato in attesa che arrivasse un direttore di cantiere con modi da schiavista. "Anche se vivono in miseria, non hanno negli occhi la furfanteria degli uomini viscidi della Serpukhovskaya", pensò Istomin "E c'è anche molto più ordine. Il pericolo, probabilmente rende uniti".

Sulla sua mappa, la stazione successiva, la Nagatinskaya, era contrassegnata con un trattino corto: vuoto. Mezza verità: da molto tempo lì non si fermava più nessuno, ma capitava che si affaccendasse della gentaglia di vario genere che conduceva un'esistenza crepuscolare, semianimalesca. Nel buio pesto si intrecciavano coppiette fuggite a occhi estranei. Qualche volta si accendeva fra le colonne un fuocherello debole, attorno al quale pullulavano le ombre dei banditi delle gallerie, che si preparavano per un'assemblea segreta.

Ma qui si fermavano a dormire solo le persone poco informate o i più temerari: non si poteva certo dire che tutti gli abitanti della stazione fossero umani. Nel buio tremolante e pieno di bisbigli che riempiva la Nagatinskaya, se si aguzzava la vista, a volte baluginavano silhouette da incubo. E di tanto in tanto, cosa che spaventava i senzatetto, soffiava un'aria viziata, lacerata dall'urlo di un povero disgraziato che veniva trascinato nella tana per essere divorato senza fretta.

I vagabondi non osavano andare alla Nagatinskaya e la "terra di nessuno", si estendeva fino alle propaggini militari della Sevastopolskaya. Il nome era emblematico: era ovvio che lì ci fossero dei padroni che salvaguardavano i loro confini, tanto che perfino i gruppi di ricognizione dei sebastopolitani preferivano evitare di incontrarli.


Ma in quel momento nelle gallerie si era manifestato qualcosa di nuovo. Qualcosa di inaudito. Qualcosa che, a quanto pareva, risucchiava chiunque cercasse di andare oltre la tabella di marcia studiata. Era impossibile sapere se la sua stazione sarebbe riuscita a radunare un esercito tanto potente da sconfiggerlo, anche se avessero chiamato alle armi tutti gli abitanti capaci di usarle... Istomin si alzò con qualche difficoltà dalla sedia, strascicò i piedi fino alla mappa e con la matita chimica tracciò un segmento dal punto con la scritta "Serpukhovskaya", fino al punto con la scritta "Nakhimovsky Prospekt". Di fianco alla riga tracciò un punto esclamativo spesso. L'intenzione era di disegnarlo di fianco alla Prospekt, ma finì proprio di fronte alla Sevastopolskaya.



* * *


Al primo sguardo, la Sevastopolskaya sembrava disabitata. Sulla piattaforma non si notava nemmeno una traccia delle solite tende dell'esercito che nelle altre stazioni erano comunemente usate come alloggi. Qui c'erano solo alcune lampade opache messe in fila, si vedevano mucchi di trincee costruite con sacchi di pietre. Ma le posizioni di fuoco erano vuote e sulle colonne quadrate rade c'era un denso strato di polvere. Era sistemato tutto in quel modo perché se un estraneo fosse capitato lì, avrebbe immediatamente pensato che la stazione fosse stata abbandonata da tempo.

Però se a un ospite fosse passata per la testa l'idea di trattenersi anche solo per un po' senza essere stato invitato, quello rischiava di restare lì per sempre. Ventiquattro ore su ventiquattro erano in servizio le mitragliatrici della vicina Kakhovskaya e i tiratori scelti avrebbero occupato il loro posto nelle trincee in pochi secondi. Invece delle deboli lampade al soffitto si accendevano lampade al mercurio spietate, che accecavano la retina di qualunque uomo o mostro abituato al buio della galleria.

La piattaforma era il limite bellico estremo ed era stata progettata in maniera estremamente scrupolosa dagli abitanti della Sevastopolskaya. I loro alloggi invece erano disposti nel ventre di questa stazione-illusione, nei collettori sotto le piattaforme. Sotto le lastre di granito del pavimento, nascosto agli occhi estranei, c'era ancora un piano, un'area che non era stata ceduta alla sala principale, ma che si sviluppava in una moltitudine di cellule. Camere ben illuminate, asciutte e tiepide, inondate dal ronzio ritmico degli apparati per la pulizia dell'aria e dell'acqua, le serre idroponiche... gli abitanti riuscivano a sentirsi accolti e al sicuro nella loro stazione solo quando sprofondavano sotto terra.


Omero sapeva che la battaglia decisiva non lo attendeva nelle gallerie settentrionali, ma fra le pareti di casa. Passando per gli stretti corridoi, accanto alle porte socchiuse degli altri appartamenti, si trascinava sempre più lentamente via via che si avvicinava alla sua. Bisognava ponderare quale fosse la tattica più adatta e provare a ripetere le frasi giuste per ribattere; il tempo stringeva sempre più.

"Cosa devo fare? È un ordine... lo sai anche tu com'è la situazione. Non mi hanno nemmeno interpellato. Adesso cosa fai, la ragazzina? È ridicolo! E come, non ho fatto richiesta io! Non posso. Che dici! Non posso, fine. Evitarlo? Ma questo è disertare!", mormorava fra sé e sé, un po' provando l'intonazione decisa, indignata, un po' buttandola sul malinconico e cercando di essere convincente, ma in modo carezzevole.

Arrivato alla soglia della sua camera, riprese a biascicare da capo. No, le lacrime non erano da risparmiarsi, ma non si decideva a desistere. Incupendosi e preparandosi alla battaglia, il vecchio spinse la maniglia verso il basso.

Due dei nove metri quadrati e mezzo, un grande lusso che aveva atteso per ben cinque anni, vagando per gli ostelli, erano occupati dal letto militare a due piazze, un metro era riservato al tavolo da pranzo, coperto da una tovaglia elegante, e altri tre ospitavano un mucchio enorme di giornali vecchi che arrivava fino al soffitto. Viveva da scapolo, un bel giorno questa montagna sarebbe piombata su di lui seppellendolo con la sua mole. Ma quindici anni prima aveva incontrato una donna che era pronta non solo a sopportare la presenza di una simile quantità di carta straccia polverosa nella sua casetta angusta, ma anche ad allinearla, perché non voleva trasformare il suo focolare in una Pompei di carta.

In generale era disposta a sopportare molte cose. Infiniti ritagli di giornale con titoli allarmanti come "La caccia agli armamenti subisce una svolta", "Gli americani hanno collaudato un nuovo antimissili", "Il nostro scudo nucleare si rafforza", "Le PROvocazioni PROseguono", e "Al diavolo la pazienza!" ricoprivano dal soffitto al pavimento due delle pareti della stanzetta. Passava notti intere rosicchiando una penna a sfera su una pila di quaderni scolastici, alla luce di una lampadina elettrica: con quelle masse di carta, le candele non si potevano nemmeno nominare in quella casa. Il suo soprannome era per metà scherzoso e per metà serio, tanto che lui stesso lo portava con orgoglio, mentre gli altri lo pronunciavano sorridendo sotto i baffi.

Ne sopportava molte, ma non tutte. Nel suo tentativo fanciullesco di sentirsi ogni volta al centro dell'uragano, per vedere che in fondo è lo stesso anche lì, erano passati quasi sedici anni! E acconsentiva con leggerezza a ogni incarico che gli dava la direzione, dimenticandosi che una delle ultime missioni per poco non l'aveva spedito all'altro modo.

Non lo fermava il pensiero che lei potesse perderlo e trovarsi di nuovo completamente sola.

Accompagnava Omero nelle ronde, il suo turno cadeva una volta alla settimana, non restava mai a casa. Per nascondersi dai pensieri ansiosi, andava con le vicine al lavoro, anche se non era il suo turno. L'indifferenza degli uomini nei confronti della morte le sembrava stupida, egoistica, criminale.

La trovò nella stanza per caso, era passata a cambiarsi dopo il lavoro. Infilò il braccio nella manica della maglia di lana rattoppata e subito si fermò: i capelli chiari erano arruffati, i fili grigi già si notavano distintamente, sebbene non avesse ancora cinquant'anni, nei poveri occhi castani c'era il terrore.

"Kolya, è successo qualcosa? Non avevi il servizio fino a tardi?"

E a Omero improvvisamente passò la voglia di comunicarle subito la decisione che aveva preso. Esitò: "Per il momento potrei tranquillizzarla e poi dirle la verità a cena, fra una cosa e l'altra?"

"Non inventarti una bugia", disse lei, intercettato il suo sguardo ramingo.

"Capisci, Len... ecco come stanno le cose", cominciò lui.

"Non è che qualcuno è...?", chiese subito la cosa più importante, più terribile, senza riuscire nemmeno a pronunciare la parola "morto", come se credesse che i suoi pensieri cattivi potessero materializzarsi.

"No, no", Omero scosse la testa. "Mi hanno solo tolto dal servizio. Mi mandano alla Serpukhovskaya", aggiunse con tono piatto.

"Ma là", si impaperò lei. "Ma là... quegli altri sono già tornati? Là..."

"Suvvia, smettila con queste sciocchezze. Là non c'è niente", concluse in fretta lui.

Elena si voltò, si avvicinò al tavolo, spostò la saliera da un posto all'altro senza motivo, liscò una piega della tovaglia.

"Ho fatto un sogno", tossì lei, cercando di scacciare una leggera raucedine.

"Ne fai in continuazione..."

"Uno brutto", continuò lei cocciuta e improvvisamente singhiozzò per la disperazione.

"Ma cosa credi? Che io possa...? E poi è un ordine", si confuse, perché aveva capito che quel bel discorso che si era preparato non valeva un fico secco. Biascicava, accarezzandole le dita.

"Che ci vada da solo là, il tipo con un occhio solo!", sbottò lei stizzita, già in lacrime, tirando via il braccio. "Che diavolo, ci vada quello tutto a strisce, con il suo berretto! Ma che, quelli non fanno altro che dare ordini... e a lui cosa fanno? Passa la vita con il suo mitra sotto mano! Ha mai dormito insieme a una donna? Che cosa vuoi che capisca lui?"

Ora che aveva spinto la sua compagna alle lacrime non poteva consolarla, non poteva passare sopra se stesso. E Omero si vergognava, e veramente aveva pietà di lei, ma sarebbe stato così semplice crollare in quel momento, prometterle che si sarebbe rifiutato di obbedire, tranquillizzarla, asciugarle le lacrime, per poi pentirsi, dispiacendosi per l'occasione rifiutata? Poteva essere l'ultima possibilità che gli capitava nella vita, con i criteri e la procedura corrente.

E così rimase in silenzio.


* * *


Era già ora di andare, prepararsi e istruire gli ufficiali, ma il colonnello stava seduto nell'ufficio di Istomin, senza prestare attenzione all'abituale fumo di sigaretta che tanto lo seccava e invogliava.

Nel frattempo, il capitano della stazione bisbigliava qualcosa con fare assorto, scorrendo le dita sulla sua mappa della Metro, faceva previsioni, e Denis Mikhaylovich tentava di capire: perché Hunter aveva bisogno di tutto questo? Dalla sua apparizione misteriosa alla Sevastopolskaya, dal suo desiderio di stabilirvisi, dall'attenzione con la quale il brigadiere si presentava in stazione, indossava quasi sempre l'elmetto, teneva il volto coperto, restava solo un'ipotesi: Istomin aveva ragione, Hunter stava scappando da qualcosa. Dopo essersi guadagnato dei punti supplementari, si era stabilito al posto di blocco meridionale: aveva dato il cambio alla sua brigata intera e da solo, a poco a poco, era diventato insostituibile. Se qualcuno in quel momento avesse chiesto di denunciarlo, qualunque taglia pendesse sulla sua testa, né Istomin, né il colonnello avrebbero mai pensato di cedere.

Il rifugio era impeccabile. Alla Sevastopolskaya non c'erano intrusi, mentre le carovane locali, a differenza delle navette che si perdevano in chiacchiere in tutte le altre stazioni, trovavano il tempo per andare nella grande Metro, senza mai perdersi in chiacchiere. In questa piccola Sparta, che si aggrappava al suo pezzetto di terra al confine del mondo, più di tutto davano valore alla speranza e alla ferocia nella battaglia. E qui sapevano rispettare i segreti.

Ma perché allora Hunter aveva gettato tutto, offrendosi lui stesso per una missione che Istomin non avrebbe avuto il coraggio di affidargli, rischiando per giunta di essere riconosciuto recandosi all'Hansa? Per qualche ragione, il colonnello non riusciva a credere che al brigadiere sarebbe toccata la stessa sorte degli esploratori dispersi. Eppure giocava la partita con la Sevastopolskaya non per amore verso la stazione, ma per motivi noti soltanto a lui.

Poteva darsi che avesse un obiettivo? Avrebbe spiegato molte cose: il suo arrivo repentino, la sua riservatezza, la tenacia con cui passava la notte in un sacco a pelo nelle gallerie e, per finire, la decisione di partire subito alla volta della Serpukhovskaya. Perché allora aveva chiesto di rimanere ignoto agli altri? Da chi se non da lui, poteva essere stato mandato? Da chi?

Il colonnello represse a fatica il desiderio di servirsi della sigaretta artigianale di Istomin. No, non si può. Che Hunter fosse uno dei pilastri dell'Ordine? Quell'uomo al quale dovevano la vita decine, forse centinaia di persone, fra cui lo stesso Denis Mikhaylovich?

"Quell'uomo. Non può", obiettò qualcosa fra sé. "E se fosse Hunter, tornato dall'oscurità, quell'uomo?"

E se avesse adempiuto a un mandato... poteva aver ricevuto un qualche segnale? Significava forse che la sparizione delle carovane con le armi e dei terzetti di esploratori non fosse una casualità, ma un segmento di un'operazione attentamente pianificata? Ma allora qual era il ruolo del brigadiere?

Il colonnello scosse bruscamente la testa, come se tentasse di staccare le sanguisughe dei sospetti che si ingrossavano rapidamente. Come poteva pensare queste cose di un uomo che l'aveva salvato? Fino a quel momento, in stazione Hunter aveva prestato servizio in maniera impeccabile e non aveva dato nessun motivo per dubitare. E Denis Mikhaylovich, imponendosi di non chiamarlo mai "Scipione" e "sabotatore", nemmeno col pensiero, prese una decisione.

"Facciamo il tè e poi vado dai ragazzi", disse con un'energia esagerata.

Istomin staccò lo sguardo dalla mappa e fece un sorriso stanco. Si stava dirigendo verso il suo vecchissimo telefono a disco per chiamare l'attendente, ma improvvisamente l'apparecchio cominciò a suonare da solo e con gran fatica, facendoli sussultare entrambi mentre si scambiavano un'occhiata. Non sentivano quel suono da una settimana: se la persona di servizio voleva dire loro qualcosa bussava sempre alla porta e in stazione non c'era più nessuno che potesse telefonare direttamente al colonnello.

"Qui Istomin", disse con cautela.


"Vladimir Ivanovich... chiamano dalla Tulskaya", si affrettò a dire con voce nasale il telefonista nella cornetta. "Solo che si sente molto male... sembra che i nostri... ma adesso la collego..."

"Sbrigati a collegarmi!", tuonò il direttore, pestando il pugno sul tavolo con tanta forza che il telefono tintinnò in segno di protesta.

Il telefonista spaventato si zittì poi qualcosa scattò e si sentì una voce lontanissima e deformata fino a essere irriconoscibile.


* * *


Elena si voltò verso la parete, per nascondere le lacrime. Cos'altro poteva fare per trattenerlo? Perché era tanto felice di aggrapparsi alla prima possibilità di scappare dalla stazione, coprendosi dietro questa storia rattoppata cento volte sugli ordini della direzione e la punizione per i disertori? Con tutto quello che lei gli aveva dato e aveva fatto in quei quindici anni per addomesticarlo! Lui veniva trascinato nuovamente nelle gallerie, come se là sperasse di trovare qualcosa di diverso dal buio, dal vuoto e dalla morte. Cosa gli manca?

Nella testa di Omero i rimproveri della donna ronzavano chiaramente, come se li avesse espressi ad alta voce. Si sentiva male, ma era tardi per tirarsi indietro. Avrebbe potuto aprire la bocca per scusarsi, per scaldarla con le sue parole, ma si era trattenuto, perché capiva che ognuna di quelle parole avrebbe solo gettato benzina sul fuoco.

E sopra la testa di Elena, Mosca piangeva: alla parete era appesa una fotografia a colori, incorniciata con attenzione, che raffigurava la Tverskaya sotto una pioggia autunnale pulita, ritagliata da un vecchio almanacco di carta patinata. Tanto tempo prima, all'epoca in cui ancora vagabondavano per la Metro, tutti i possedimenti di Omero erano pochi abiti e questa istantanea. Nelle tasche degli altri c'erano pagine spiegazzate con delle belle donne nude, tolte dai giornali per soli uomini, ma per Omero non potevano sostituire una donna viva, nemmeno per alcuni brevi minuti di vergogna. E questa fotografia gli ricordava qualcosa di immensamente importante, di indicibilmente bello... che aveva perso per sempre.

Sussurrando un goffo "Scusa", uscì nel corridoio, chiudendosi accuratamente la porta alle spalle e si accasciò, privo di forze. La porta dei vicini era aperta, sulla soglia giocavano due bimbetti gracili e smorti: un maschio e una femmina. Quando videro il vecchio, si fermarono e l'orso di pezza imbottito che avevano appena cercato di dividersi stramazzò al suolo, orfano.

"Nonno Kolya! Raccontaci una storia! Avevi promesso di raccontarcene una quando tornavi!", gridarono a Omero.

"Quale volete?", non poteva rifiutarsi.

"Quella dei mitanti senza testa!", disse il ragazzetto felice.

"No! Non voglio quella dei mitanti!", si avvilì la piccola. "Sono spaventosi e io ho paura!"

"E quale vuoi tu, Tanyusha?", chiese il vecchio.

"Allora quella dei fascisti! E dei partigiani!", interruppe il ragazzo.

"No... a me piace quella della Città di Smeraldo...", disse Tanya con un sorriso sdentato.

"Ma quella ve l'ho raccontata soltanto ieri. Perché non quella dell'Hansa che lotta con i Rossi?"

"Quella della Città di Smeraldo, quella della Città di Smeraldo!", schiamazzarono in coro.

"Va bene", acconsentì il vecchio. "In un posto lontano lontano, sulla linea Sokolnicheskaya, dopo sette stazioni deserte, dopo tre ponti franati, a migliaia di migliaia di traverse da qui c'è una città sotterranea magica. Questa città è incantata e non possono entrarci le persone normali. Lì vivono dei maghi e solo loro possono uscire dalle porte della città e tornare indietro. Ma sulla superficie della terra, sopra di loro, c'è un possente castello con delle torri, dove prima vivevano questi maghi saggi. Questo castello si chiama..."

"Versità!", gridò il bambino, lanciando uno sguardo vittorioso alla sorella.

"Università", corresse Omero. "Quando ci fu una grande guerra e sulla terra cominciarono a cadere i razzi atomici, i maghi abbandonarono la loro città e fecero un incantesimo alla porta, perché non potessero entrare i cattivi che avevano iniziato la guerra. E adesso vivono...", tossì e smise di parlare.

Elena era lì, appoggiata allo stipite della porta, e lo ascoltava. Omero non l'aveva sentita uscire in corridoio.

"Ti preparo lo zaino", disse con voce roca.

Il vecchio si avvicinò a Elena e la prese per mano. Lei lo abbracciò goffamente, imbarazzata dai bambini degli altri, e chiese: "Torni presto? E sarai tutto intero?"

E Omero, per la millesima volta nella sua lunga vita si meravigliò di quanto le donne amassero le promesse, e disse: "Andrà tutto bene".

"Siete così vecchi e vi baciate come due fidanzatini", la bambina fece una smorfietta benevola.

"E papà ha detto che non è vero, che non c'è nessuna Città di Smeraldo", disse alla fine il maschietto, con voce antipatica.

"Forse no", Omero scosse le spalle. "Ma questa è una storia. Cosa faremmo senza le storie?"


* * *


Effettivamente si sentiva malissimo. Istomin ebbe l'impressione che quella voce che passava a fatica fra scoppiettii e fruscii, fosse vagamente nota, forse apparteneva a uno dei tre esploratori mandati alla Serpukhovskaya.

"Alla Tulskaya... non possiamo... alla Tulskaya...", si sforzava di trasmettere qualcosa.

"Ho capito, siete alla Tulskaya!", gridò Istomin nella cornetta. "Cos'è successo? Perché non tornate indietro?"

"Alla Tulskaya! Qui... non si può... È importante, non si può...", quelle maledette interferenze avevano coperto la fine della frase.

"Cosa non si può? Ripetete, cosa non si può?!"

"Non si può assediare! In nessun caso, non assediatela!", La voce uscì dalla cornetta con chiarezza inattesa.

"Perché? Cosa cazzo avete? Cosa succede?!", proruppe il direttore.

Improvvisamente la voce non si sentiva più. Si sentì un'interferenza rumorosa e poi la cornetta tacque. Ma Istomin non voleva crederci e non riusciva a togliersela di mano.

"Che cosa succede?!..."