2034 – Epilogo

Epilogo


Omero sospirò e voltò pagina. Nel quaderno ormai non rimaneva più molto spazio libero, solo un paio di facciate. Cosa scriverci, cosa sacrificare? Allungò le mani verso il falò per scaldare le dita congelate e lenirle.

Il vecchio aveva chiesto spontaneamente di fare servizio a sud. Qui, con il viso rivolto alle gallerie, riusciva a lavorare meglio che a casa, alla Sevastopolskaya, in mezzo a una massa di riviste morte, quando Elena proteggeva la sua quiete.

Il brigadiere era seduto un po' distante dalle altre sentinelle, al confine fra luce e ombra. Chissà perché ha scelto proprio la Sevastopolskaya, si chiese il vecchio. Evidentemente, c'era qualcosa in questa stazione...

Hunter non aveva raccontato al vecchio chi esattamente gli fosse apparso allora, alla Polyanka, ma Omero adesso lo sapeva; la cosa che aveva visto non era una profezia, ma un ammonimento.

L'acqua che aveva sommerso la Tulskaya era rifluita una settimana dopo; i resti erano stati risucchiati da enormi pompe portate dall'Anello. Omero si era recato là con piacere, insieme ai primi esploratori.

Quasi trecento cadaveri. Dimenticato il ribrezzo, dimenticato tutto, lui stesso aveva rivoltato i corpi spaventosi, cercandola, cercando...

E poi era rimasto ancora a lungo seduto nel punto esatto dove aveva visto Sasha per l'ultima volta. Dove non era riuscito, dove non si era deciso ad andare da lei e salvarla, oppure morire insieme a lei.

E lì accanto, in una processione infinita, si trascinavano malati e sani diretti alla Sevastopolskaya, nelle gallerie integre della linea Kakhovskaya. Il musicista non mentiva: l'irradiazione effettivamente bloccava la malattia.

E se non avesse mai mentito? Forse, da qualche parte c'era davvero la Città di Smeraldo, bisognava solo trovare le porte... e forse, era arrivato proprio a quelle porte, solo che allora non era riuscito a meritare che si aprissero davanti a lui?

"E quando le acque erano rifluite...", era ormai troppo tardi.

Ma l'Arca non era la Città di Smeraldo; la vera Arca era la Metro stessa. L'ultimo rifugio, riparato dalle acque scure e impetuose; Noè, Sem e Cam: e il giusto, e l'indifferente e il mascalzone. Ogni bestia in coppia. Per ognuno, il conto resta incompleto, oppure non pagato.

Erano troppi e non avrebbero trovato posto in questo romanzo. Non rimanevano altre pagine bianche nel quaderno del vecchio. Il suo libro non era un'arca, ma una barchetta di carta, non poteva prendere a bordo tutti quanti. Ma Omero aveva l'impressione di essere quasi riuscito a trasferire sulle pagine, con tratti attenti, qualcosa di molto importante... non sugli uomini, ma sull'uomo.

La memoria di chi se n'è andato non si spegne, pensò Omero. Tutto il nostro mondo è intessuto dei pensieri e degli atti di altre persone, esattamente come ognuno di noi è fatto di innumerevoli pezzetti di un mosaico, ereditati da migliaia di antenati. Si sono lasciati alle spalle una scia, hanno lasciato ai posteri un pezzetto della loro anima. Bisognava solo guardare attentamente.

E la sua barca, fatta di carta, di pensieri, di ricordi, potrà solcare l'oceano del tempo per un periodo infinitamente lungo, finché qualcun altro non la raccoglierà, la guarderà attentamente e capirà che l'uomo non è mai cambiato, che anche dopo la morte del mondo è rimasto fedele a se stesso. Comprenderà che il fuoco celeste, che una volta era là sopra di lui, ha combattuto con il vento, ma non si è spento.


Adesso il suo conto personale era stato sistemato.

Omero chiuse gli occhi e si trovò nella stazione splendente, inondata di luce chiara. Sulla piattaforma si erano raccolte migliaia di persone con abiti eleganti, che appartenevano a quel tempo in cui era ancora giovane, quando ancora a nessuno sarebbe venuto in mente di chiamarlo Omero, e nemmeno con il patronimico, e adesso si riunivano attorno lui le persone del posto, che vivevano nella Metro. Gli uni non si meravigliavano delle altre. Qualcosa li univa tutti...

Aspettavano qualcosa e guardavano ansiosi le volte scure della galleria lontana. Adesso il vecchio riconosceva questi volti: c'erano sua moglie e i bambini, i colleghi e i compagni di classe, i vicini e due migliori amici, Achmed, i suoi attori del cinema preferiti. Erano tutti qui, quelli che ricordava.

La galleria si illuminò e il treno della Metropolitana entrò silenziosamente in stazione, con le finestre vive, ardenti, con i fianchi lucidi, con le ruote unte. La cabina del macchinista era vuota; all'interno erano appesi una giacca fatta su misura e una camicia bianca.

È la mia uniforme, pensò il vecchio. È il mio posto.

Entrò nella cabina e aprì le porte dei vagoni. Fischiò. La folla cominciò a riversarsi all'interno, si sedettero sui vari divani. C'era posto per tutti: tranquillizzati, i passeggeri sorridevano. Sorrideva anche il vecchio.

Omero lo sapeva: sarebbe bastato mettere l'ultimo punto al suo libro e questo convoglio luccicante, pieno di uomini felici, sarebbe partito dalla Sevastopolskaya alla volta dell'eternità.


E improvvisamente, a liberare il vecchio dalla visione magica, proprio di fianco a lui si udì un lamento sordo, disumano. Omero trasalì, afferrò il mitra...

Il gemito era del brigadiere. Il vecchio si alzò, voleva avvicinarsi e far visita ad Hunter, ma lui gemette di nuovo... un po' più forte... poi ancora... stavolta con un tono un po' più basso...

Non credendo alle proprie orecchie, Omero si mise in ascolto e gli vennero i brividi.

Con voce rauca, priva di abilità, il brigadiere seguiva la melodia. Sbagliava, tornava e ripeteva meglio, correggeva... cantava a bassa voce... come una ninnananna.

La melodia era la stessa a cui Leonid non aveva dato un titolo.


Omero alla Tulskaya non aveva trovato il corpo di Sasha.


Cos'altro?