2034 – Cap. 9

Capitolo nove

Aria


Paura e orrore non sono affatto la stessa cosa. La paura ti stimola, ti fa agire, ti fa ingegnare. L'orrore paralizza il corpo, ferma i pensieri, toglie l'umanità agli uomini. Omero ne aveva viste abbastanza nella sua vita per conoscere la differenza fra le due cose.

Il suo brigadiere, che non era dotato della capacità di provare paura, improvvisamente sembrava in balia dell'orrore. Ma quello che era successo ad Hunter in quella circostanza stupì ancora di più il vecchio.

Il cadavere al quale era riuscito a togliere la maschera antigas aveva un aspetto insolito.

La resina nera rivelò una pelle scura, luccicante, le guance sventrate, il naso ampio schiacciato. Omero non aveva visto dei neri da quando aveva smesso di funzionare il televisore con i canali musicali: più di vent'anni prima, ma riconoscere che l'uomo morto era di un'altra razza non era difficile. Un caso curioso, chiaramente. Ma cosa c'era di spaventoso?

Del resto, il brigadiere era già tornato in sé, lo strano accesso non durò nemmeno un minuto. Illuminò il volto dal naso schiacciato, ruggì qualcosa di indistinto e si mise a svestire rudemente il corpo indocile. Omero era pronto a scommettere di aver sentito il rumore delle dita che si spezzavano.

"Ridono... ancora una volta ti fanno ricordare, no? Ma ti sembra umano? Questo castigo...", parlava in tono appena udibile.

L'aveva scambiato per qualcun altro? Stava mutilando il morto per vendicarsi dell'umiliazione di un minuto prima oppure si trattava di qualcosa di più serio, di conti lasciati in sospeso da tempo? Il vecchio cominciò a guardare furtivamente il brigadiere, che nonostante il disgusto strapazzava un altro corpo: tutto normale.

La ragazza non prendeva parte allo sciacallaggio, ma Hunter non aveva bisogno di lei. Si allontanò, si accucciò sui binari e nascose il viso con le mani. Omero ebbe l'impressione che stesse piangendo.

Hunter trascinò i cadaveri fuori dalla porta e li ammucchiò. Tempo un giorno e di loro non sarebbe rimasto più niente. Nelle ore diurne, il potere sulla città sarebbe passato nelle mani di quelle creature così mostruose che i predatori notturni minacciosi si nascondevano nel profondo delle tane, attendendo con rassegnazione che arrivasse il loro turno.

Sull'uniforme scura il sangue altrui non si vedeva, ma non si era asciugato subito. Si attaccava freddo allo stomaco, al petto, come se volesse tornare in un copro vivo, causando una rivoltante sensazione di fastidio tanto alla pelle quanto alla mente. Omero si chiese se quella mascherata fosse davvero necessaria, si consolò solo con il fatto che poteva sfuggire a nuovi sacrifici all'Avtozavodskaya. Se il calcolo di Hunter si fosse rivelato esatto, sarebbero passati senza problemi, li avrebbero presi per gente del posto... ma in caso contrario? Lui tentava mai di tenere il conto delle morti inutili che seminava sul loro cammino?

La sete di sangue del brigadiere non solo allontanava Omero, ma lo intrigava anche. L'autodifesa non giustificava nemmeno un terzo degli assassini messi in atto, ma qui entrava in gioco qualcosa di più grande del sadismo mediocre. La cosa importante, che tormentava il vecchio, era che forse Hunter si era diretto alla Tulskaya semplicemente per seguire la sua inclinazione.

Eppure i malcapitati, che erano caduti nella trappola in questa stazione, non erano riusciti a trovare un rimedio per sconfiggere la febbre misteriosa. Questo però non significava che non esistesse! Nel mondo sotterraneo c'erano ancora posti dove continuava a covare sotto la cenere il pensiero scientifico, dove facevano scoperte, mettevano a punto nuovi farmaci, preparavano sieri. Per esempio, la Polis, l'unione delle quattro arterie, il cuore delle Metro, l'ultima parvenza di una vera città, che si estendeva nei passaggi fra l'Arbatskaya, la Borovitskaya, la Giardini di Alessandro e la Biblioteca Lenin, dove si erano stabiliti i medici e gli studiosi sopravvissuti. Oppure l'enorme bunker vicino alla Taganskaya, la cittadella scientifica di proprietà dell'Hansa...

Inoltre, la Tulskaya poteva non essere la prima stazione dove si era diffusa l'epidemia. E se per caso qualcuno fosse già riuscito a sconfiggerla? "È davvero così facile perdere la speranza di salvarsi?", si chiese Omero. Certamente era interesse egoistico per il vecchio, che in quel momento nel suo corpo portava la mina a orologeria del contagio. A livello razionale Omero aveva quasi fatto pace con l'imminenza della morte, ma gli istinti si ribellavano e richiedevano di cercare una via di uscita. Se avesse trovato un mezzo per salvare la Tulskaya, preservare la sua stazione di appartenenza e salvare se stesso...

Ma Hunter non credeva affatto nel farmaco contro la malattia. Scambiando due parole con la sentinella della Tulskaya aveva condannato a morte tutti i suoi abitanti e lui stesso si apprestava a tradurre la condanna in un fatto compiuto. Dopo aver indotto in errore il comando della Sevastopolskaya con storielle sui banditi, aveva imposto la propria decisione e adesso si avvicinava inesorabilmente a passare ai fatti, a dare fuoco alla Tulskaya.

Oppure sapeva che in stazione era successo qualcosa che avrebbe messo tutto a soqquadro? Qualcosa di cui né Omero né la persona che aveva lasciato il diario alla Nakhimovskaya erano a conoscenza...

Quando ebbe finito con i cadaveri, il brigadiere tolse dalla cintura la borraccia e svuotò quello che restava. Che cosa c'era dentro? Alcol? Usava il suo beverone come condimento delle sue azioni oppure voleva eliminare il retrogusto? Assaporava il momento o cercava di dimenticare e forse sperava di lenire con l'alcol qualcosa che aveva dentro?


* * *


Per Sasha la vecchia automotrice fumosa era diventata la macchina del tempo delle favole, con le quali a volte la faceva divertire il padre. Non portava la ragazza dalla Kolomenskaya all'Avtozavodskaya, ma tornava dal presente al passato. Anche se solo a lei poteva venire in mente di chiamare presente il sacco di pietre dove aveva trascorso gli ultimi anni, questa appendice nello spazio e nel tempo.

Ricordava bene il cammino percorso da quella parte: il padre, legato, con una sciarpa fatta a maglia in bocca, era seduto accanto a lei, che era ancora una bambina. Aveva pianto per tutto il tempo e uno dei soldati del comando di fucilazione, piegando le dita, le aveva mostrato le varie bestie, le ombre gialle che danzavano nell'arena, che correvano sul soffitto della galleria, facendo a gara con l'automotrice.

Diedero lettura della condanna a suo padre quando già avevano superato il ponte: il tribunale della rivoluzione lo graziava, la pena capitale era mutata in un esilio a vita. Li spinsero sui binari, lasciarono lì un coltello, un mitra con un caricatore e una vecchia maschera antigas, avevano aiutato Sasha a scendere. Il soldato che le aveva mostrato il cavallo e il cane, agitò la mano verso la bambina.

Era uno degli uomini fucilati oggi?

La sensazione di respirare aria altrui si fece più forte quando si infilò la maschera antigas nera che il rasato aveva tolto a uno dei corpi. Ogni minuscolo pezzo della sua strada costava la vita a qualcuno. Probabilmente il rasato li avrebbe fucilati lo stesso, ma in quel momento Sasha era lì accanto e diventava una complice.

Suo padre non voleva tornare a casa non solo perché era stanco di lottare. Diceva che tutta la sua umiliazione e privazione non pesavano più della vita di un altro. Lottava da solo, per non provocare sofferenze agli altri. Sasha sapeva qual era il piatto della bilancia sul quale erano state disposte tutte le vite che aveva spezzato, era lontano, lassù in alto, e suo padre non faceva altro che tentare di arrivare a un equilibrio.

Eppure il rasato avrebbe potuto immischiarsi prima, poteva semplicemente spaventare gli uomini dell'automotrice con una delle sue apparizioni, disarmarli senza sparare nemmeno un colpo di pistola, Sasha ne era assolutamente certa. Nessuno degli uomini uccisi sarebbe stato un degno oppositore per lui.

Perché si era comportato così?


La stazione della sua infanzia si rivelò più vicina di quanto pensasse: non erano passati nemmeno dieci minuti, quando davanti a lei si profilarono i fuochi. I passaggi per l'Avtozavodskaya non erano controllati da nessuno. Evidentemente i suoi abitanti contavano troppo sulle porte ermetiche chiuse. A una cinquantina di metri dalla piattaforma il rasato fece andare giù di giri il motore e ordinò a Omero di stare al volante, mentre lui si avvicinò un po' di più alla mitragliatrice.

Il carrello scivolò in stazione molto lentamente, quasi senza far rumore. Oppure il tempo rallentava per Sasha, perché per alcuni brevi istanti era riuscita a vedere tutto e ricordare tutto?

Quel giorno il padre l'aveva lasciata al suo attendente, dandole l'ordine di nascondersi finché non fosse stato tutto deciso. Quello l'aveva portata nel ventre profondo della stazione, in uno dei locali di servizio. Ma perfino da lì si sentivano i ruggiti degli uomini. Lui era tornato indietro per essere di fianco al proprio comandante. Sasha l'aveva ricorso per i corridoi vuoti ed era sbucata nella sala...


Scivolarono lungo la piattaforma e Sasha guardò le ampie tende delle famiglie e i vagoni adibiti a uffici, i vecchi che spettegolavano e i bambinetti che giocavano a rincorrersi, gli uomini cupi, le armi lucenti...

E vide suo padre, in testa a una fila spessa di uomini malvagi e spaventosi, tentavano di prendere una folla immensa, che sfuggiva. Si avvicinò di corsa al padre, si strinse alla sua schiena. Lui stupefatto si voltò, se la scrollò di dosso e mollò un ceffone all'aiutante di campo che si avvicinava di corsa. Ma nel frattempo era successo qualcosa anche a lui. Lo schieramento, immobile con i mitra spianati in attesa dell'ordine di aprire il fuoco, batté in ritirata. L'unico sparo rimase un colpo in aria: suo padre aprì le trattative per il passaggio pacifico della stazione ai rivoluzionari.

Suo padre ci credeva: l'uomo riceve dei segni.

Bisogna solo riuscire a vederli e leggerli correttamente.


No, il tempo rallentava non solo per permetterle di vivere ancora una volta gli ultimi giorni della sua infanzia. Gli uomini armati che venivano incontro all'automotrice li aveva notati prima degli altri. Vide che il rasato faceva passare il dito dietro il grilletto con un movimento impercettibile e poi mise di fronte alle guardie stupite una spessa canna brunita.

Aveva sentito prima del vecchio l'ordine sibilante di lasciare il mezzo. E aveva capito: qui adesso sarebbe morta così tanta gente che lei avrebbe avuto la sensazione di respirare l'aria altrui fino alla fine della sua vita. Ma Sasha aveva ancora intenzione di evitare una rappresaglia, proteggere da qualcosa di indicibilmente spaventoso sia loro, sia se stessa, sia un uomo particolare.

Le guardie avevano già tolto la sicura ai mitra, ma trafficarono troppo a lungo, lasciando il rasato in vantaggio di alcune lunghezze.

Lei fece la prima cosa che le passò per la testa.

Fece un balzo e si strinse alla sua schiena di ferro bitorzoluto, abbracciandolo da dietro e unendo le mani sul petto immobile, come se non respirasse. Lui sobbalzò, come se l'avesse colpito con una frusta, indugiò... rimasero di stucco anche i mitraglieri che si preparavano a sparare.

Il vecchio la capì senza bisogno di parole.

Il carrello scattò in avanti, sollevando acri nuvole nere e la stazione Avtozavodskaya schizzò via. Nel passato.


* * *


Fino alla Paveletskaya nessuno proferì più parola. Hunter si liberò dall'abbraccio inaspettato, aprendo le mani della ragazza come se stesse piegando un cerchio di acciaio che gli impediva di respirare. Schizzarono accanto all'unico posto di blocco a tutta velocità, il ventaglio di pallottole sparate crivellò il soffitto sopra le loro teste. Il brigadiere riuscì a estrarre la sua pistola e rispose con tre deflagrazioni silenziose. A quanto pare, ne abbatté uno, mentre gli altri si appiattirono contro le pareti, si addossarono alle sporgenze poco profonde delle strutture di rinforzo e si aggrapparono a quelle.

"Però!", pensò Omero, guardando la ragazzina piegata. Supponeva che il filone amoroso cominciasse subito dopo la comparsa dell'eroina, ma era andato tutto distrutto fin troppo precipitosamente. Troppo in fretta perché riuscisse a prendere appunti e, ma anche perché potesse ricordare.

Uscendo alla Paveletskaya si fermarono.

Al vecchio era già capitato di passare da questa stazione, che rinviava ad alcune leggende gotiche. Al posto delle colonne semplici, che sostenevano le volte in tutte le nuove strutture della Metro periferica, la Paveletskaya si basava su una serie di archi ariosi tondeggianti, troppo alti per la gente comune. Come spesso accadeva in quelle leggende, la Paveletskaya era stata afflitta da un'insolita maledizione. Nel giro di otto sere esatte la stazione burrascosa si era spopolata, diventando il fantasma di se stessa. Di tutta la popolazione attiva e truffaldina sulla piattaforma erano rimasti solo alcuni prodi. Tutti gli altri erano spariti, insieme ai loro figli, alle suppellettili, ai i bauli pieni di merce, alle panche e alle brandine.

Si erano nascosti nel rifugio,un passaggio lungo circa un chilometro che portava all'Anello, e lì andavano ogni lunga notte perché dalla superficie scendevano in stazione alcune creature mostruose, che erano state svegliate dal loro sonno correvano alla ricerca di qualcosa. Gli uomini sapienti dicevano che la stazione e le terre circostanti erano il loro feudo isolato e anche quando sonnecchiavano, non c'era creatura vivente che osasse passare di là. Gli abitanti della Paveletskaya erano indifesi davanti a loro: nelle altre stazioni c'erano barriere e scale mobili isolate, mentre qui mancavano e l'uscita in superficie rimaneva sempre aperta.

Secondo Omero, era difficile trovare un posto meno conveniente per sostare e pernottare. Ma Hunter aveva opinioni diverse: arrivato all'estremità opposta della sala, fermò il carrello.

"Fino a domattina staremo qui. Sistematevi", toltosi la maschera antigas, fece un movimento con la mano per comprendere tutta la stazione.

E li abbandonò. La ragazzina lo accompagnò con lo sguardo, poi si raggomitolò sul pavimento nudo. Il vecchio si accomodò meglio e socchiuse gli occhi, provando ad assopirsi. Invano: gli affollavano ancora la mente i pensieri sulla peste, che avrebbe abbracciato le stazioni ancora in salute. Nemmeno la ragazza riusciva a dormire.

"Ti ringrazio. Pensavo che tu fossi proprio come lui", si sentì una voce.

"Non penso che ci siano ancora persone del genere", rispose il vecchio.

"Siete amici?"

"Come la remora e lo squalo", disse con un sorriso amaro, pensando fra sé che era proprio così: Hunter distruggeva gli uomini, ma i pezzi di carne umana insanguinati toccavano anche a Omero.

"Com'è possibile?", lei si sollevò un po'.

"Dov'è lui ci sono anche io. Senza di lui non ce la posso fare, ma lui... Forse, pensa che io sia il suo purificatore. Anche se in effetti nessuno sa che cosa pensi lui".

"E perché tu non puoi stare senza di lui?", la ragazzina si sedete un po' più vicina al vecchio.

"Ho l'impressione che finché sono al suo fianco, l'ispirazione... non mi resta...", tentò di spiegare Omero.

"Ispirazione viene dalla parola inspirare", disse Aleksandra, e non era chiaro se fosse una domanda o un'affermazione. "Perché devi respirare queste cose? Qual è il vantaggio?"

Omero alzò le spalle.

"Non è quello che respiriamo. È quello che respirano in noi", rispose lui.

"Secondo me finché respiri morte, nessuno ti sfiora le labbra. Si spaventano per l'odore di cadavere", lei stava disegnando qualcosa con le dita sul pavimento.

"Quando vedi la morte, pensi a molte cose", buttò là Omero.

"Non hai il diritto di evocarla ogni volta che hai bisogno di pensare", ribatté lei.

"Non la evoco, le sto semplicemente a fianco, e poi il punto non è la morte... non è solo lei", oppose resistenza il vecchio. "Volevo che mi succedesse una di quelle avventure che cambiano tutto. Volevo che cominciasse una nuova fase. Che nella mia vita succedesse qualcosa. Che mi scuotesse... e facesse pulizia nella mente".

"Hai avuto una brutta vita?", chiese la ragazza con compassione.

"Noiosa. Sai, quando ogni giorno somiglia al precedente, volano tanto in fretta che sembra che l'ultimo giorno non sia poi così lontano", tentò di spiegare Omero. "Temi di non riuscire a fare niente. E ognuno di questi giorni è pieno di migliaia di piccole cose, ne porti a temine una, fai una pausa... è ora di dedicarsi a un'altra. Non ti resta la forza né il tempo per fare qualcosa di davvero importante. Pensi non fa niente, comincio domani. Ma il domani arriva ed è sempre solo un oggi senza fine".

"Hai visto molte stazioni?", sembrava che lei non seguisse affatto quello che le raccontava il vecchio.

"Non so", rispose lui perplesso. "Forse tutte".

"Io invece due", sospirò la ragazza. "All'inizio io e papà vivevamo all'Avtozavodskaya, poi ci hanno cacciati alla Kolomenskaya. Avrei sempre voluto vederne almeno un'altra. Qui è così strano", fece scorrere lo sguardo lungo gli archi. "Come se ci fossero mille uscite, anche la parete nel mezzo non c'è. Ed ecco che sono tutte aperte per me, e io non voglio andarci. E fa paura".

"E così quello era tuo padre? Il secondo...", Omero si fermò, esitante. "L'hanno ammazzato?"

La ragazzina si nascose di nuovo nel suo guscio e rimase in silenzio a lungo prima di rispondere.

"Sì".

"Rimani con noi", il vecchio diventò risoluto. "Parlo io con Hunter, penso che sia d'accordo. Gli dico che hai bisogno di me per...", allargò le braccia, senza sapere come spiegare alla ragazza che a quel punto toccava a lei ispirarlo.

"Digli che ho bisogno di lui", Sasha pose l'accento sull'ultima parola.

Balzò sulla piattaforma e si incamminò lentamente in direzione opposta all'automotrice, guardando ogni colonna accanto alla quale passava.

In lei non c'era nessuna civetteria, non giocava affatto. Sembrava che fosse sprovvista non solo di armi da fuoco, ma anche del solito arsenale femminile di smorfiette toccanti e moine carine, battiti di ciglia capaci di sollevare un uragano e mezzi sorrisi con i quali si può dare se stessa o uccidere un altro. Le mancavano del tutto oppure non sapeva usarle?

Che si trattasse di una cosa o dell'altra, questo arsenale a lei non serviva. Con una frecciata diretta degli occhi aveva fatto cambiare idea a Hunter, con un movimento l'aveva preso nella rete e trattenuto dall'omicidio. Possibile che avesse perforato la corazza, centrando il punto debole? Oppure gli serviva per qualcosa? La seconda ipotesi era la più probabile: anche volendo supporre che il brigadiere avesse dei punti vulnerabili, che qualcosa potesse ferirlo o anche solo offenderlo, a Omero sembrava alquanto strano.


* * *


Omero non riusciva a dormire in nessun modo. Anche se aveva sostituito la maschera antigas nera soffocante con un respiratore leggero da campo, il respiro gli veniva a fatica e le morse che gli stringevano la testa non si allentavano.

Omero aveva lasciato nella galleria tutte le sue vecchie cose. Con un pezzo di sapone grigio si era raschiato le mani, aveva tolto lo sporco con l'acqua che fioriva dai fusti. Quindi aveva deciso volentieri che avrebbe sempre portato una museruola bianca. Cos'altro ancora poteva fare il vecchio per allontanare il pericolo da quelli che gli si trovavano vicino?

Niente. Adesso non c'era proprio niente da fare, nemmeno andarsene nelle gallerie e trasformarsi da solo in un mucchio di stracci inceneriti sarebbe servito a qualcosa. Ma la vicinanza alla morte del giorno precedente l'aveva riportato improvvisamente a più di venti anni prima, all'epoca in cui aveva appena perso tutto quello che amava. E questo aveva dato al suo piano un senso nuovo, autentico.


Se fosse dipeso da Omero, avrebbe innalzato per loro un monumento vero e proprio. Ma fosse anche un sepolcro, se l'erano meritato. Erano nati a distanza di alcuni decenni e morti tutti lo stesso giorno: sua moglie, i suoi figli, i suoi genitori.

E anche i suoi coscritti e gli amici della scuola professionale. Gli attori del cinema e i suoi musicisti preferiti. E tutte quelle persone che quel giorno erano ancora al lavoro, oppure erano già arrivate a casa, oppure erano rimaste bloccate da qualche parte lungo la strada.

Poi c'erano quelli che erano periti immediatamente e coloro che avevano tentato ancora per alcuni lunghi giorni di sopravvivere nella capitale avvelenata, semidistrutta, grattando debolmente le porte ermetiche isolate della Metro. Quelli che in un attimo si erano scomposti in atomi e quelli che si erano inzuppati e da vivi si erano sbriciolati, corrosi dalla malattia dei raggi.

I soldati del gruppo di esplorazione, i primi che erano saliti in superficie dopo il ritorno dall'incarico per giorni non erano riusciti a prendere sonno. A Omero era capitato di incontrare alcuni di loro accanto al falò nelle stazioni di passaggio, li aveva guardati e aveva visto che nei loro occhi erano impresse per sempre le vie cittadine che sembravano fiumi gelati gonfi di pesci morti. Migliaia di macchine abbandonate con i passeggeri morti riempivano i viali e le strade che uscivano da Mosca. C'erano cadaveri ovunque. Finché non fossero arrivati dei nuovi padroni in città non c'era nessuno che li rimuovesse.

Dispiaciuti, gli esploratori cercavano di evitare le scuole e gli asili infantili. Ma per perdere la ragione bastava intercettare attraverso il vetro impolverato uno sguardo senza vita che li fissava dal sedile posteriore di un'automobile famigliare.

Miliardi di vite si erano spente contemporaneamente. Miliardi di pensieri erano rimasti inespressi, sogni incompiuti, miliardi di offese mai perdonate. Il figlio minore di Nikolay gli aveva chiesto un grande set di pennarelli colorati, la figlia aveva paura di andare a pattinaggio artistico, la moglie, prima di dormire, gli descriveva la breve vacanza al mare che avrebbero fatto.

Quando si rendeva conto che questi piccoli desideri e paure erano stati gli ultimi, improvvisamente assumevano per lui un'importanza insolita.

Omero avrebbe voluto scolpire un epitaffio per ognuno di loro. Ma anche un epitaffio sulla gigantesca fossa comune dell'umanità sarebbe stato sufficiente. E adesso che a lui non era rimasto niente, Omero aveva l'impressione di saper comporre le parole giuste.

Non sapeva ancora in che ordine disporle, con cosa legarle, come abbellirle, ma già lo sentiva: nella storia che si scioglieva nei suoi occhi c'era posto per ogni anima inquieta, per ogni sentimento, per ogni granello di sapere che raccoglieva tanto scrupolosamente, e per se stesso. La trama calzava a pennello.

Quando in superficie fosse spuntato il giorno e nelle viscere della terra fossero iniziate le attività commerciali sarebbe sicuramente andato al mercato, avrebbe cercato un quaderno bianco e una penna a sfera. E doveva sbrigarsi: se non avesse trasferito su carta un abbozzo del futuro romanzo, quel miraggio che si profilava in lontananza davanti a lui poteva dileguarsi e chissà quanto altro tempo gli sarebbe rimasto per stare seduto sulla vetta della duna a guardare lontano, sperando che dalla sabbia finissima e dall'aria cocente avrebbe cominciato di nuovo a prendere forma la sua personale torre di ossa di elefante...

Il tempo poteva non essere sufficiente.

Non importa cosa dice la ragazza, lo sguardo nelle occhiaie vuote dell'eternità costringe a muoversi, ghignava fra sé il vecchio. Poi sorrise ancora una volta ricordando le sue sopracciglia ricurve, i due fari bianchi su un volto tetro, sporco, il labbro mordicchiato e i capelli color paglia scompigliati.

Al mercato l'indomani bisognava cercare ancora qualcosa, pensò Omero mentre si addormentava.


La notte alla Paveletskaya era sempre agitata: si puntavano i riflessi delle fiaccole puzzolenti sulle pareti marmoree annerite dal fumo, le gallerie avevano un respiro irregolare e si sentiva il chiacchiericcio degli uomini seduti sul bordo della scala mobile. La stazione diventava morta e sperava che le creature rapaci dalla superficie non si lasciassero tentare dalle carogne.

Ma a volte le più curiose scovavano un'apertura profonda lontana, fiutavano e distinguevano l'odore di sudore fresco, sentivano il battito del cuore, percepivano il sangue fluire nelle vene. E cominciavano a entrare.

Alla fine Omero si era assopito e le voci allarmate dall'altro capo della piattaforma penetravano nella sua coscienza con difficoltà, distorte. Improvvisamente risuonò un proiettile, che lo strappò dalla foschia del mezzo sonno. Il vecchio saltò su, sgranando gli occhi, tastando il pavimento dell'automotrice in cerca della propria arma.

Al boato assordante del proiettile seguirono subito gli spari di alcuni mitragliatori, l'ansia negli urli delle vedette si trasformò in orrore prolungato. Non importava a chi stessero sparando tutti in quel momento, il loro bersaglio non ne era minimamente scalfito. Non era già più un fuoco armonizzato su un obiettivo mobile, ma un fuoco disordinato di uomini che tentavano di salvarsi la pelle.

Trovò il mitra, ma Omero non riusciva proprio a decidersi ad andare nella sala; con tutta la forza di volontà, riusciva solo a contrastare la tentazione di avviare il motore e andarsene via dalla stazione, in qualsiasi altro luogo. Senza abbandonare il carrello, allungò il collo cercando di vedere il cambio di pattuglia attraverso l'inferriata fitta di colonne.

Il baccano e le imprecazioni delle vedette che si difendevano erano diventati grida acute, inaspettatamente vicine. La mitragliatrice si arrestò, qualcuno lanciò un grido spaventoso e all'improvviso tacque, come se gli avessero tagliato la testa. Lo scoppiettio del mitra gli colpì di nuovo le orecchie, ma era già più isolato, rado. L'urlo si ripeté, anche se sembrava un po' più lontano... E all'improvviso ancora uno sparo rispose per fare eco alla creatura che aveva cacciato, molto vicino all'automotrice.

Omero contò fino a dieci e con mani tremanti avviò il motore: ora, ora tornano i suoi compagni e possono saltare su, tutto a causa loro, non mia... Mentre si riscaldava, il carrello cominciò a vibrare e sputare fumo; in quel mentre fra le colonne balenò qualcosa, a velocità incredibile... stendendosi e sgusciando via dal campo visivo troppo in fretta perché la coscienza potesse trattenerne un'immagine.

Il vecchio si aggrappò al corrimano, mise un piede sul pedale del gas e lo premette a fondo. Se non appaiono per dieci secondi, molla tutto e... E, senza capire nemmeno lui perché lo stesse facendo, Omero fece un passo sulla piattaforma tenendo davanti a sé il mitra, inutile. A quel punto era sicuro di non poter aiutare nessuno dei suoi.

Affondando nella colonna, Omero diede un'occhiata alla sala...

Voleva mettersi a urlare, ma gli mancava il fiato.


* * *


Sasha aveva sempre saputo che la terra non era limitata a quelle due stazioni in cui era vissuta, ma non era mai riuscita a immaginarsi che il mondo oltre i loro confini fosse così meraviglioso. La Kolomenskaya, piatta e monotona, le sembrava comunque accogliente, come una casa conosciuta fin nei minimi dettagli. L'Avtozavodskaya, altera e spaziosa, ma fredda, aveva rotto con lei e suo padre, li aveva respinti, e lei non riusciva a dimenticarlo.

La relazione con la Paveletskaya poteva cominciare con un foglio bianco:Sasha voleva continuare a innamorarsi di questa stazione, delle sue colonne leggere e ramose, degli archi enormi che la chiamavano, del marmo nobile, con le venature leggere che rendevano le pareti simili a una pelle giovane... La Kolomenskaya era squallida, l'Avtozavodskaya era troppo severa, mentre questa stazione sembrava essere stata costruita da una donna: giocosa e spensierata; anche se erano passati diversi decenni, la Paveletskaya non aveva voluto dimenticarsi della sua antica bellezza.

"Gli uomini che vivono qui non possono essere brutali e cattivi", pensava Sasha. Possibile che lei e suo padre sarebbe stato sufficiente oltrepassare una sola stazione ostile per trovarsi in questo paese magico? Forse gli sarebbe bastato sopravvivere ancora un giorno solo per sottrarsi all'ergastolo e tornare a essere libero? Sarebbe riuscita a convincere il rasato a prendere con sé entrambi...

Da lontano si intravedeva il contorcersi del falò acceso dalle vedette, la luce del faro lambiva il soffitto alto, ma Sasha non aveva voglia di andare là. Per quanti anni aveva creduto che una volta liberatasi dalla Kolomenskaya avrebbe incontrato altri uomini e avrebbe potuto essere felice! Ma adesso le era necessario solo un uomo: avrebbe potuto condividere con lui l'entusiasmo e lo stupore, perché la terra sembrava davvero un terzo più grande e, con un po' di fortuna, avrebbe potuto trovare anche qualcosa in più. Ma la stessa Sasha, probabilmente, non aveva bisogno di nessuno per ispirare sé e il vecchio.

Quindi la ragazza si incamminò dalla parte opposta, là dove a metà della galleria di destra c'era un treno logoro, con i vetri rotti e le porte spalancate. Entrò, saltando i divari fra i vagoni, esaminò il primo, il secondo, il terzo. Nell'ultimo Sasha trovò con meraviglia un divano rimasto intatto e ci salì sopra con i piedi. Si guardò attorno e cercò di immaginare che il treno in quel momento si potesse risvegliare e la portasse più avanti, a un'altra stazione chiara e risonante di voci umane. Ma, per spostare da quel posto migliaia di tonnellate di rottame di ferro, non bastavano né la fede né la fantasia. Con la sua bicicletta sarebbe stato molto più semplice.


Non riuscì a nascondersi: saltando di vagone in vagone, inseguendo Sasha, finalmente il rumore della lotta che era in corso alla Paveletskaya la raggiunse.

Di nuovo?!

Saltò giù e corse a rotta di collo per tornare alla stazione, nel posto esatto dove era ancora in grado di fare qualcosa.


* * *


I corpi straziati delle vedette erano caduti accanto alla cabina di vetro con il faro immobile, proprio sul falò spento e anche al centro esatto della sala. I combattenti avevano già cessato di opporsi e si erano messi a correre verso il passaggio, per chiedere riparo, ma la morte violenta li aveva raggiunti a metà strada.

Su uno dei cadaveri era china una figura innaturale, minacciosa. Da quella distanza non era chiaramente distinguibile, ma Omero vide la pelle bianca liscia, la collottola possente tesa, i piedi che si muovevano impazienti, adunchi, con troppe articolazioni.

La battaglia era persa. Dov'era Hunter? Omero si sporse ancora una volta e si gelò... era a una decina di passi, sbirciava da dietro una colonna, proprio come stava facendo il vecchio, come se lo stuzzicasse o giocasse con lui. Da un'altezza di oltre due metri lo fissava un muso da incubo. La mascella rossa e pesante pendeva dal labbro inferiore, si muoveva incessantemente, ruminando qualcosa di terribile, sotto la fronte storta c'era il vuoto assoluto; tuttavia, sembrava che la mancanza degli occhi non impedisse in alcun modo alla creatura di spostarsi e attaccare.

Omero indietreggiò, cacciando un urlo spaventato, il mitra taceva. La chimera emise un lungo urlo assordante e saltò al centro della sala. Il vecchio cominciò a strisciare,l'otturatore inceppato. Aveva capito che non c'era più niente da fare...

Ma all'improvviso il mostro perse ogni interesse verso di lui: la sua attenzione era concentrata sull'estremità opposta della piattaforma. Omero si voltò bruscamente, monitorando l'angolo cieco e il cuore gli si chiuse di botto.

Là, guardando spaventata da ogni parte, c'era la ragazza.

"Corri!", cominciò a urlare Omero, il suono rauco gli uscì dalla gola in un attimo.

La chimera bianca fece un balzo in avanti, percorrendo in una volta alcuni metri, e finì proprio di fronte alla ragazza. Lei estrasse un coltello, buono solo per cucinare, e fece un affondo prevedibile. La creatura, in risposta, piantò la zampa e la ragazza cadde a terra; la lama volò ad alcuni passi di distanza.

Il vecchio era già sull'automotrice. Ma ormai la fuga era l'ultimo dei suoi pensieri. Sbuffando, spiegò il mitra cercando di fare in modo che la ragnatela di proiettili catturasse la figura biancastra saltellante. Non ebbe fortuna: il mostro era vicino alla ragazza. Omero aveva l'impressione che pochi minuti dopo aver dilaniato le vedette che rappresentavano per lui un pericolo di qualche tipo, la creatura volesse divertirsi a mettere all'angolo due indifesi e giocare con loro, prima di infliggere il colpo di grazia.

Ora era ingobbita sopra Sasha, e impediva al vecchio di vederla... stava scorticando la preda?..

Quindi diede uno strattone, si scostò, prese a grattare con gli artigli la chiazza che si diffondeva sulla sua schiena e con un ruggito si voltò, preparandosi a divorare l'offensore.

Camminando a passo incerto, tenendo il mitra con una mano, le andava incontro Hunter. L'altro braccio penzolava lungo il corpo e si notava quanta fatica e dolore gli costasse ogni passo.

Il brigadiere sparò ancora una raffica contro il mostro, ma quello sembrava sorprendentemente vitale; dondolava solo leggermente, trovò l'equilibrio e si lanciò in avanti. Le cartucce si esaurirono e Hunter, che era sfuggito per miracolo, prese l'enorme animale con la lama del suo machete. La chimera crollò su di lui dall'alto, schiacciandolo sotto si sé, soffocandolo con il peso del proprio corpo, rompendogli le ossa.

Uccisa l'ultima speranza, la seconda carogna si levò in volo. Si fermò sul corpo del suo simile in preda alle convulsioni, grattò con gli artigli la pelle bianca, come se cercasse di svegliarlo, poi lentamente sollevò il muso senza occhi sul vecchio...

E Omero non perse l'occasione. Un'arma di grosso calibro lacerò il torso alla chimera, le spaccò il cranio e, dopo averla già abbattuta, briciole e polvere dalle piastre di marmo continuarono a caderle sulla schiena. Il vecchio non riuscì subito a calmare il cuore e liberare le dita dai crampi.

Poi chiuse gli occhi, prese il respiratore e lasciò che l'aria gelida, satura dell'odore di ruggine del sangue delle bestie gli entrasse nei polmoni. Tutti gli eroi caduti sul campo di battaglia restano soli.

Il suo libro si era concluso ancora prima di iniziare.