2034 – Cap. 8

Capitolo otto

Maschere


La gabbietta era rimasta nel punto esatto in cui il grassone l'aveva fatta cadere di mano a Sasha. La porticina era socchiusa, il topo era scappato. "Che sia", pensò la ragazza. Anche il topo aveva bisogno di libertà.


Non c'era altra possibilità e a Sasha toccò indossare la maschera antigas del suo rapitore. Sembrava che trattenesse ancora dei residui del suo respiro putrido, ma Sasha poteva solo essere contenta del fatto che il grassone fosse riuscito a togliere la maschera prima che gli sparassero.

Più vicino al centro del ponte il fondo di radioattività fece nuovamente un balzo.

L'enorme tuta di tela catramata nella quale sguazzava, come una larva di scarafaggio nel bozzolo, si reggeva a lei per miracolo. Ma la maschera antigas le aderiva strettamente al viso, nonostante fosse stata allargata dal muso del grassone con le guance sporgenti. Sasha cercava di respirare il più a fondo possibile, per scacciare attraverso i tubi e i filtri l'aria che era destinata all'uomo morto. Ma, guardandosi attorno attraverso i vetri tondi che cominciavano ad ammuffire, non riusciva ad allontanare la sensazione di trovarsi non solo nell'abbigliamento da difesa di un'altra persona, ma anche in un corpo altrui. Solo un'ora prima la indossava il demone privo di anima che si era lasciata alle spalle. Adesso, perché tutti potessero oltrepassare il ponte, le era toccato diventare lui e guardare il mondo attraverso i suoi occhi.

E attraverso gli occhi di quegli uomini che l'avevano cacciata insieme al padre alla Kolomenskaya, che li avevano tenuti vivi per tutti questi anni solo perché la loro avidità era più forte dell'odio. Era curioso, per trovarsi in mezzo a quegli uomini, anche Sasha aveva dovuto indossare una maschera di resina nera, fingendosi un'altra, una persona senza volto e senza sentimenti? Se solo l'avesse aiutata a cambiare anche dentro, ad azzerare i ricordi... a credere sinceramente che non le fosse successo niente di irreversibile, che tutto potesse ancora iniziare di nuovo.

Sasha voleva pensare che questi due non fossero arrivati per caso, ma che fossero stati mandati alla stazione proprio per lei, ma sapeva che non era così. Aveva difficoltà a capire il motivo per cui l'avevano presa con loro: per divertimento, per compassione, oppure per dimostrare qualcosa l'uno all'altro. Il vecchio non aveva fatto altro che lanciarle un osso, anche se trapelava comprensione, l'aveva fatto comunque gettando uno sguardo al suo compagno di viaggio, aveva tenuto a freno la lingua e sembrava temesse di dare prove di umanità.

Invece il secondo, dopo che aveva permesso alla ragazza di proseguire con loro fino alla stazione abitata più vicina, non aveva mai più guardato nella sua direzione. Attardandosi di proposito, Sasha l'aveva lasciato andare un po' avanti, per riuscire a studiarlo più facilmente, anche se da dietro. Percepiva chiaramente il suo sguardo: prese subito una posa innaturale, muoveva a scatti la testa, ma non si voltò, forse acconsentiva alla curiosità della ragazzina, o forse non voleva dimostrare che le prestava attenzione.

La costituzione possente e i vezzi animaleschi dell'uomo rasato, che avevano indotto il grassone a credere che fosse un orso, tradivano in lui esperienze di guerra e solitudine. Non era solo un fatto di altezza o di spalle enormi. Emanava una forza che sarebbe stata palpabile anche se fosse stato basso e magrolino. Un uomo di quel tipo sarebbe riuscito a costringere alla sottomissione praticamente chiunque e avrebbe saputo distruggere senza esitazione chi non obbedisce.

E molto dopo che Sasha aveva avuto definitivamente la meglio sulla paura di questo uomo, fino al punto che aveva cercato di veder chiaro in lui e in se stessa, la voce ancora sconosciuta della donna che cresceva dentro di lei disse risolutamente che anche lei sarebbe riuscita a sottometterlo.


* * *


L'automotrice andava avanti sorprendentemente bene. Omero quasi non sentiva l'opposizione della leva: il brigadiere aveva preso su di sé tutto il peso. Il vecchio, che stava dall'altra parte, per amore dell'ordine sollevava e spingeva le mani, ma questo lavoro gli aveva già tolto le forze.

Il ponte basso con molte gambe correva sopra un grosso fiume nero. La carne di cemento si staccava dalle ossa di ferro, gli mancavano le zampe, una delle due spine dorsali si era abbassata ed era franata. Era utilitaristico, standard e poco duraturo, come tutte le nuove costruzioni che aveva attorno, come tutta la Mosca di periferia stereotipata, era assolutamente superfluo pensare all'eleganza. Ma, scivolandovi sopra e guardando da ogni parte con ammirazione, Omero ricordò i ponti magici di Pietroburgo, le niellature ricamate del ponte Krymsky. Durante i vent'anni e poco più trascorsi nella Metro, il vecchio era salito in superficie forse tre volte e ogni volta aveva cercato di guardarsi attorno più di quanto non fosse concesso dalla sua breve libera uscita. Risvegliare i ricordi, guardare con occhi obiettivi la città cambiata negli anni, far scattare la memoria dello spettatore e l'otturatore arrugginito, raccogliere le impressioni per il futuro. Improvvisamente non lo rallegrava più l'idea di andare su, alla Kolomenskaya, alla stazione Rechnoy Vokzal o Teply Stan. Erano posti di meravigliosa bellezza, ai quali lui come molti moscoviti, prima si accostava con un certo disgusto, immeritato.

Di anno in anno la sua Mosca era invecchiata, si era sfasciata, era scomparsa. Omero voleva guardare il ponte scomposto proprio come la ragazza alla Kolomenskaya aveva accarezzato per l'ultima volta l'uomo coperto di sangue. Ma anche il ponte e le sporgenze grigie degli edifici operai e gli alveari abbandonati delle case. Innamorarsi di loro. Sfiorarle, per sentire che era davvero fra loro, che non le aveva viste in sogno. E, infine, per dire addio.

La visibilità era pessima, il faro argenteo non riusciva a penetrare attraverso il filtro di nuvole compatte e al vecchio toccò più indovinare che vedere. Non doveva abituarsi a sostituire la realtà con i fantasmi.

Sentendo pienamente il gusto della contemplazione, a quel punto Omero non pensava a nient'altro, aveva dimenticato le leggende che era costretto a inventare e il diario segreto che aveva tormentato incessantemente la sua immaginazione nelle ultime ore.

Un altro attraversamento del ponte non era affatto divertente. Il brigadiere, che aveva preso posto con il viso in avanti, di tanto in tanto si fermava ad analizzare i rumori che salivano da sotto. Per il resto, la sua attenzione era concentrata su un punto lontano, che nessuno poteva vedere, dove i binari toccavano di nuovo terra. La ragazza era seduta dietro la schiena di Hunter, con entrambe le mani strette alla maschera antigas di cui si era impossessata.

Si vedeva chiaramente: lì sopra si sentiva imbarazzata. Mentre il drappello si muoveva per le gallerie, la ragazza sembrava molto alta, ma non appena uscirono, si era schiacciata tutta, come se si fosse ritirata in una cavità invisibile e anche l'abito di tela catramata rubato al cadavere, che le era spaventosamente grande, non la faceva sembrare più adulta. Era indifferente alla bellezza che riuscivano a scorgere dal ponte e guardava ancora più fissa un punto sul pavimento proprio davanti a sé.


Passarono attraverso i ruderi della stazione Technopark che, costruita in fretta e furia poco prima della guerra, era stata disintegrata non dai colpi, ma dal tempo; alla fine si avvicinarono alla galleria.

Nell'oscurità pallida della notte, entrando nella galleria il buio diventava assoluto. Ora, per Omero, lo scafandro era una vera e propria corazza e lui si sentiva un cavaliere medievale, che entrava in una grotta fiabesca, nella tana del drago. Il rumore della città notturna rimaneva sulla soglia della sua tana, lì dove Hunter aveva intenzione di lasciare l'automotrice. In quel momento si sentiva solo il timido fruscio dei passi dei tre viaggiatori e le loro parole parche, frantumante dall'eco che balbettava per le strutture di rinforzo. Ma nei rumori di questa galleria c'era qualcosa di insolito. Anche Omero sentiva chiaramente la strettezza dello spazio, era come se fossero entrati in una bottiglia di vetro attraverso l'imboccatura.

"Qui è chiuso", Hunter confermò il suo timore.

Il raggio di luce del faro trovò subito il fondo: davanti alla parete cieca si profilava la porta ermetica chiusa. I binari si interrompevano davanti alle porte, il lubrificante cadeva in brandelli marroncini quasi scintillando sui cardini massicci. Lì erano state scaricate vecchie assi, rami secchi spaccati, tizzoni, come se qualcuno poco tempo prima avesse acceso un fuoco proprio in quel luogo. La porta era stata chiaramente usata, ma solo come uscita: stando ai rumori, dalla loro parte non c'erano altri elementi di informazione.

Il brigadiere lanciò un'occhiata alla ragazzina.

"È sempre stato così?"

"Loro a volte escono. Vengono da noi su quella riva. Commerciano. Pensavo che oggi..."

Sembrava che cercasse di giustificarsi. Sapeva che non c'era l'entrata o la nascondeva?

Hunter cominciò a picchiare sulla porta con l'impugnatura del suo machete, come se suonasse un enorme gong di ferro. Ma l'acciaio era troppo spesso e invece del rombo sonoro ottenne un tintinnio fiacco. Difficilmente si sarebbe sentito oltre la parete, anche posto che là dietro ci fosse qualcuno vivo.

Non accadde il miracolo. Non ci fu risposta.


* * *


Sasha, a dispetto del buonsenso, sperava che questi uomini riuscissero ad aprire la porta. Temeva di avvertirli che l'accesso alla grande Metro era chiuso. E se improvvisamente avessero deciso di prendere un'altra strada e di lasciarla lì dove si trovavano?

Ma nella grande Metro non li aspettava nessuno, mentre sfondare la porta ermetica era un compito superiore alle forze di un uomo. Quello rasato esaminò il battente, tentando di trovare un punto debole o una serratura segreta, ma Sasha lo sapeva: da questa parte non c'era nessuna serratura. La porta si apriva solo dall'altro lato.

"State qui. Vado in avanscoperta. Controllo le chiusure della seconda galleria, cerco i pozzi di ventilazione", berciò; rimase un attimo zitto e poi aggiunse: "Torno".

Lo disse e sparì. Il vecchio raccolse i rami e le assi sparpagliati tutt'attorno per accendere un falò esile. Si sedette direttamente sulle traverse, affondò le mani nello zaino e cominciò a passare in rassegna i suoi averi. Sasha si piegò vicino a lui, accovacciata, osservandolo. Il vecchio rappresentava uno strano spettacolo, che fosse per lei o per se stesso. Estratto dallo zaino un quadernetto logoro e sporco, lanciò uno sguardo obliquo e sospettoso in direzione di Sasha, spostandosi di lato più lontano da lei, e si ingobbì sulla carta. Poi, con una rapidità insolita per la sua età, si mise a controllare che il suo amico rasato se ne fosse davvero andato. Goffamente andò a una decina di passi verso l'uscita dalla galleria, lì non notò nessuno e decise che questo tipo di precauzioni era sufficiente. Si appoggiò con la schiena alle porte, allontanò lo zaino da Sasha e si immerse nella lettura.

Leggeva in maniera inquieta: disse qualcosa di indistinto con tono nasale, poi si infilò i guanti, prese la borraccia e cominciò a lavare alla bell'e meglio il quaderno con l'acqua. Lesse ancora un po' e improvvisamente cominciò a sfregare le dita sui calzoni, si batté le mani sulla fronte per l'irrequietezza, si toccò la maschera antigas e riprese di nuovo a leggere. Contagiata dalla sua preoccupazione, Sasha si avvicinò un po', il vecchio era troppo rapito per notare le sue mosse.

I suoi occhi verdi sbiaditi, inondati dalla luce del falò, luccicavano febbrilmente anche attraverso il vetro della maschera. Di tanto in tanto, con evidente difficoltà, si tirava indietro, per prendere una boccata d'aria. Era distaccato e scrutava guardingo la moneta del cielo notturno alla fine della galleria, che però era pulito: l'uomo rasato sembrava disperso. E allora il quaderno lo assorbiva di nuovo.

Alla fine la ragazza capì perché versava l'acqua sulla carta: cercava di scollare le pagine appiccicate. Si vedeva che si separavano male, una volta lanciò un urlo come se si fosse tagliato: per caso aveva strappato uno dei fogli. Imprecando, si rimproverò da solo e allora vide che lei lo osservava con aria indagatrice. Si imbarazzò e si sistemò di nuovo la maschera antigas, ma non cominciò a chiacchierare con lei finché non ebbe letto tutto fino alla fine.

Poi si avvicinò al fuoco e vi gettò dentro il quaderno. Ma Sasha non lo guardò, in cuor suo sentiva: adesso non val la pena prendere informazioni: mente o tace. Eppure c'erano cose che la preoccupavano ora più che mai. Era passata probabilmente un'ora buona da quando il rasato se n'era andato. Che li avesse abbandonati come un fardello troppo pesante? Sasha si sedette più vicino al vecchio.

"Anche la seconda galleria è chiusa", disse piano "E tutti i pozzi vicini sono murati. C'è solo questa entrata".

Quello la guardò confuso, sforzandosi evidentemente di dare un senso a quello che aveva sentito.

"Lui troverà un modo per entrare. Ha fiuto"., Tacque e dopo un minuto, come se non volesse essere sgarbato, chiese: "Come ti chiami?"
"Aleksandra", disse lei seria. "E tu?"
"Nikolay", iniziò lui, tendendole la mano, poi come se ci avesse ripensato, la ritrasse di colpo prima che Sasha riuscisse a stringerla. "Omero. Mi chiamo Omero".

"Che strano soprannome", criticò Sasha in risposta al vecchio.

"È un nome", disse Omero duramente.


Doveva forse spiegargli che, finché erano con lei, le porte non si sarebbero aperte? Avrebbero anche potuto spalancarsi del tutto, se quei due fossero arrivati da soli. La Kolomenskaya rifiutava di lasciar passare Sasha, la puniva per essere andata con il padre. La ragazza era riuscita a scappare tirando la catena che la legava alla sua stazione, ma non riusciva a squarciarla. La stazione l'aveva riportata a sé una volta, l'avrebbe fatta tornare indietro ancora...

Questi pensieri e immagini, per quanto cercasse di scacciarli come zanzare, si allontanavano da lei quanto il suo braccio teso, per poi tornare e circondarla, entrarle nelle orecchie, negli occhi.

Il vecchio stava ancora chiedendo a Sasha a cosa si riferisse, ma lei non reagiva: le si era formato un velo di lacrime sugli occhi, mentre le risuonava nelle orecchie la voce del padre, che ripeteva "Non c'è niente che valga più della vita umana". Era arrivato in momento in cui lei lo capiva davvero.


* * *


Quello che era successo alla Tulskaya non era più un mistero per Omero. Tutto si spiegava in modo più semplice e terribile di quanto avesse pensato. Ma la storia più spaventosa era iniziata solo allora, con la decifrazione del block notes che aveva trovato. Quel diario, per Omero somigliava a un segno nero, un biglietto di sola andata, dal momento in cui l'aveva preso in mano il vecchio già non poteva più liberarsi di lui, anche se aveva tentato di incendiarlo.

Comunque, i suoi sospetti riguardanti Hunter, a quel punto erano rinforzati da alcuni chiari indizi importanti, anche se Omero non aveva nemmeno la minima idea di cosa farsene. Tutto quello che aveva letto nel diario contraddiceva completamente le affermazioni del brigadiere. Lui mentiva spudoratamente, e mentiva sapendo di farlo. Il vecchio doveva vederci chiaro, voleva sapere in nome di cosa dicesse questa bugia, e se in essa c'era un senso. Da questo dipendeva anche la decisione di seguire ancora Hunter e trasformare la sua avventura in un epos eroico oppure in una guerra da incubo, senza esclusione di colpi, in seguito alla quale non sarebbero rimasti testimoni vivi.

I primi appunti sul block notes portavano la data del giorno in cui la carovana era passata senza perdite dalla Nagornaya ed era entrata alla Tulskaya, senza incontrare nessuna opposizione...


"Quasi fino alla Tulskaya i tunnel sono tranquilli e vuoti. Ci muoviamo in fretta, buon segno. Il comandante pensa che si possa tornare non più tardi di domani", dichiarava il telegrafista ucciso. "L'ingresso alla Tulskaya non è difeso. Hanno mandato un esploratore. È scomparso", si era preoccupato dopo alcune ore. "Il comandante ha preso la decisione di muoversi verso la stazione tutti insieme. Ci prepariamo all'assalto". E dopo un po' di tempo: "Non riusciamo a capire dove sia il problema... parliamo con la gente del luogo. Brutto affare. Qualche malattia", poi in breve chiariva: "Alcuni uomini alla stazione colpiti da qualcosa... Malattia sconosciuta". Evidentemente, gli uomini della carovana cercavano di dare aiuto ai malati. "L'infermiere non è riuscito a trovare la medicina. Dice che sembra idrofobia... provano un dolore mostruoso, sono fuori di sé... si scagliano gli uni contro gli altri". E ancora: "Indeboliti dalla malattia, non possono causare seri danni. Il guaio è un altro...", in quel punto le pagine, come per dispetto, si erano incollate e a Omero aveva dovuto versarci sopra l'acqua della borraccia. "Fotofobia. Nausea. Sangue in bocca. Tosse. Poi si gonfiano... si trasformano in...", la parola era stata cancellata diligentemente. "Come si diffonda non è chiaro. Aria? Contatto"?", questo già il giorno successivo. Il drappello si tratteneva.

"Chissà perché non hanno fatto rapporto...", si chiedeva il vecchio e subito ricordò di aver visto da qualche parte la risposta. Elencò. "Niente legami. Il telefono tace. Forse, un sabotaggio. Forse coloro che sono stati cacciati, per vendetta? Anche prima che li scoprissimo, all'inizio avevano scaraventato i malati nelle gallerie. Qualcuno di qui? Aveva tagliato il cavo?"

A questo punto Omero distolse lo sguardo dalle lettere e lo fissò nello spazio, senza guardare niente in particolare. Il cavo tagliato, poniamo. Allora perché non si erano rivolti alla Sevastopolskaya?
"Peggio. È passata una settimana dal momento in cui è manifestato il guasto. E se fosse passato più tempo? Poi fino alla morte, altre due settimane circa. Non si sapeva chi era malato, chi era sano. Non c'era niente che potesse migliorare la situazione. Niente medicine. Mortalità cento percento". Dopo un giorno il telegrafista aveva fatto ancora un appunto, che Omero già conosceva. "Caos alla Tulskaya. Non c'è via d'uscita verso la Metro, l'Hansa la blocca. Non si può tornare a casa", e dopo una pagina continuava. "I sani hanno sparato ai malati, soprattutto a quelli aggressivi. Hanno fatto un recinto per gli infetti... oppongono resistenza, chiedono di uscire" e dopo poco, lo spaventoso: "Si torturano a vicenda..."

Anche il telegrafista era molto spaventato, ma la disciplina ferrea impediva che la paura crescesse fino a sfociare nel panico. Anche se era circondata dall'epidemia di rabbia mortale, la brigata della Sevastopolskaya era rimasta la brigata della Sevastopolskaya... "Hanno preso il controllo della situazione, valutato la stazione, nominato un comandante", lesse Omero. "I nostri stanno bene, ma è passato troppo poco tempo".

Il drappello di ricerca mandato dalla Sevastopolskaya aveva raggiunto la Tulskaya senza problemi e, ovviamente, anche quelli erano rimasti bloccati lì. "Hanno preso la decisione di trattenersi qui, per non esporsi al pericolo, almeno finché non passa il periodo di incubazione... o per sempre", scriveva il telegrafista condannato a morire. "La stazione è senza via d'uscita. Non c'è nessuno da cui attendere aiuto. Chiedere alla Sevastopolskaya, i nostri sono condannati. Resta da aspettare... quanto?"

Significava che la pattuglia segreta alle porte ermetiche della Tulskaya era stata allestita da quelli della Sevastopolskaya? Non a caso le loro voci erano sembrate familiari a Omero: erano gli uomini con i quali per alcuni giorni si era difeso dai vampiri in direzione Chertanovskaya! Rifiutandosi spontaneamente di tornare, speravano di salvare dal contagio la stazione natia...

"Più spesso il contagio avviene per contatto, ma si vede che è anche nell'aria. Qualcuno però è immune. È iniziato un paio di settimane fa, molti non si sono ammalati... Ma i morti sono ancora di più. Viviamo in un obitorio", scriveva il telegrafista. "A chi toccherà adesso?", precipitava poi in una crisi isterica. Riprendeva il controllo di sé e cominciava piano: "Bisogna fare qualcosa. Avvisare. Voglio andare volontariamente. Non fino alla Sevastopolskaya: devo trovare il punto dove il cavo è danneggiato. Telefonare. Dobbiamo riuscire a telefonare".

Passarono altre ventiquattro ore, piene di lotte invisibili con il comandante della carovana, di litigi silenziosi con gli altri soldati e di disperazione crescente. Tutto quello che il telegrafista si sforzava di segnalare loro, riordinate le idee, lo riversava nel suo diario. "Non capiscono che impressione avranno alla Sevastopolskaya! È come essere sotto assedio da una settimana. Spediranno altri tre uomini, e nemmeno loro riusciranno a tornare. Poi manderanno una brigata d'assalto più grande. Ordineranno la mobilizzazione. Chiunque capiti alla Tulskaya è a rischio. Chiunque sia contagiato, scappi a casa. Punto, fine. Bisogna scongiurare l'assalto! Non capiscono..."

Ancora un tentativo di arrivare alla direzione, inutile come tutti i precedenti... "Non mi danno il permesso... sono fuori di senno. Se non io, chi? Dobbiamo sbrigarci".

"Finto di essere più tranquillo, d'accordo ad aspettare", aveva scritto dopo un giorno. "Uscito alle porte ermetiche per prestare servizio. Urlato che ho trovato il guasto del cavo, cominciato a correre. Mi hanno sparato alla schiena. Si è incastrato il proiettile".

Omero sfogliava.

"Non per me. Per Natasha, per Serezhka. Io stesso non pensavo di essere in pericolo. Devono vivere. Serezhka per...", in quel punto la mano che impugnava la penna si faceva più debole; forse l'aveva aggiunto più tardi, perché era finito lo spazio o perché non gli importava cosa scrivere. Poi la cronologia interrotta riprendeva: "Passati per la Nagornaya, meno male. Non ho più forze. Cammino, cammino. Deliquio. Per quanto ho dormito? Non lo so. Sangue nei polmoni? Per il proiettile o per la malattia? Non...", la curva delle lettere si raddrizzava in una linea leggera come l'encefalogramma del morente, ma poi si era comunque ripreso e aveva concluso "Non riesco a trovare il guasto".

"La Nakhimovsky Prospekt. Sono arrivato. So dov'è il telefono. Avvertirò... che non si può! Salvare... Mi manca mia moglie", aveva sparso sulla carta parole slegate insieme a grumi rossi "Riuscito a telefonare. Hanno sentito? Ora muoio. Strano. Mi addormento. Niente cartucce. Voglio addormentarmi prima che questi... mi circondano, aspettano. Sono ancora vivo. Vai via".

Sembrava che il finale del diario fosse stato preparato prima, scritto con una grafia solenne e diretta: la preghiera di non assaltare la Tulskaya e il nome di colui che aveva dato la sua vita perché ciò non accadesse.

Ma Omero lo sentiva: l'ultima cosa che era riuscito a scrivere il telegrafista prima che il suo segnale si spegnesse per sempre era: "Sono ancora vivo. Vai via".


* * *


Un silenzio pesante avvolgeva due uomini serrati accanto al fuoco. Omero non cercava più di svegliare la ragazzina. In silenzio mosse con un bastone la cenere del falò, dove, come un eretico, il block notes moriva a fatica, e il vecchio aspettava che si placasse la bufera che infuriava nella sua testa.

Il destino si faceva beffe di lui. Quanto aveva cercato di decifrare il segreto della Tulskaya! Come si era gonfiato d'orgoglio, ritrovando il diario, e si era vantato per essere quasi riuscito, da solo, a sciogliere tutti i nodi di questa storia. E adesso? Ora che aveva in mano la risposta a tutte le domande, si malediva per la sua curiosità.

Vero, aveva inalato attraverso il respiratore quando aveva preso il diario alla Nakhimovskaya, e anche adesso portava lo scafandro da difesa, però nessuno sapeva esattamente come si diffondesse la malattia!

Che stupido era stato ad avere paura perché non gli restava ormai molto! Sì, questo gli serviva da sprone, lo aiutava a sconfiggere la pigrizia e a superare la paura. Ma la morte fa di testa sua e non ama chi tenta di comandarla a bacchetta. Ed ecco che il diario significava per lui che il tempo aveva un limite predefinito: alcune settimane, dal giorno del contagio alla morte. Poniamo anche che fosse un mese intero! quante cose avrebbe voluto fare in questi squallidi trenta giorni...

Che fare? Dire ai suoi compagni di viaggio che era malato e andarsene a crepare alla Kolomenskaya, non per la malattia, ma per la fame e l'irradiazione? Ma se la spaventosa malattia lo aveva già contagiato, allora anche Hunter e la ragazza con i quali aveva spartito l'aria, probabilmente erano già infetti. Soprattutto il brigadiere: alla Tulskaya aveva parlato con la sentinella del posto di blocco andandogli molto vicino.

Oppure poteva sperare che la malattia l'avesse risparmiato, mantenere il segreto e aspettare? Era chiaro che non poteva stare con le mani in mano, ma doveva continuare il viaggio con Hunter. Nel turbine di avvenimenti il vecchio non doveva lasciarlo andare e poteva continuare ad attingere ispirazione da lì.

Però, una volta aperto il diario maledetto, Nikolay Ivanovich, vecchissimo, inutile e mediocre abitante della Sevastopolskaya, ex aiuto macchinista, era stato schiacciato come un bruco dall'attrazione verso la terra. Al tempo stesso Omero, cronista e mitografo, era appena venuto alla luce come una farfalla chiara che dura un giorno. Forse gli era stata mandata una tragedia degna della penna dei grandi e ora dipendeva solo da lui, poteva trasferirla su carta in quei trenta giorni che gli erano stati concessi.

Aveva il diritto di trattare con disprezzo questa possibilità? Aveva il diritto di diventare un eremita, dimenticarsi la sua leggenda, respingere volontariamente l'immortalità vera per sé e per tutti i suoi contemporanei? Qual era il delitto peggiore, la più grande stupidità: trascinare la torcia della peste per mezza Metro oppure bruciare te stesso insieme ai tuoi manoscritti?

Essendo un uomo vanaglorioso e pusillanime, Omero aveva già fatto la sua scelta, ora doveva solo cercare argomenti a suo favore. Cosa c'è di buono nel fatto che lui, da vivo, si mummificasse nella tomba della Kolomenskaya insieme ad altri due cadaveri? Non era fatto per le imprese gloriose. E se i soldati della Sevastopolskaya fossero già comunque pronti a entrare nel regno dei morti alla Kolomenskaya, era una loro scelta e un loro diritto. Perlomeno, non avrebbero dovuto morire in solitudine...

Ma che utilità avrebbe avuto il sacrificio di Omero? Hunter in ogni caso non l'avrebbe fermato. Il vecchio avrebbe potuto benissimo contrarre l'infezione senza saperlo, mentre invece Hunter lo sapeva benissimo da quell'incontro alla Tulskaya. Non per niente aveva tanto insistito per annientare tutti gli abitanti, includendo anche i carovanieri della Sevastopolskaya. Non a caso aveva menzionato i lanciafiamme...

E se fossero stati entrambi malati, l'epidemia avrebbe inevitabilmente investito la Sevastopolskaya. E prima ancora, le persone che avevano attorno. Elena... il capo della stazione. Il comandante del perimetro. I loro aiutanti. Questo significava che nel giro di tre settimane la stazione sarebbe stata dapprima decapitata, poi presa dal caos, e poi la moria avrebbe falciato tutti gli altri.

Ma Omero, da solo, come contava di sfuggire al contagio? Perché era tornato alla Sevastopolskaya, anche se aveva già capito che avrebbe potuto essere stato contagiato anche lui dalla malattia? Omero cominciò ad aver chiaro che il brigadiere non agiva per intuizione, ma passo dopo passo attuava un piano. Finché il vecchio non gli aveva scompigliato tutte le carte.

Quindi, la Sevastopolskaya era condannata in ogni caso e tutta la spedizione perdeva senso? Ma anche per tornare a casa e morire tranquillamente di fianco a Elena, Omero doveva portare fino alla fine il suo viaggio intorno al mondo. Un solo passaggio dalla Kakhovskaya alla Kashirskaya era sufficiente per far andare fuori servizio la maschera antigas, quanto agli scafandri, che avevano assorbito decine, se non centinaia di raggi, era necessario liberarsene il più in fretta possibile. Non poteva già più tornare per la strada precedente. Che fare?

La ragazza dormiva, raggomitolata come una palla. Il falò, alla fine, aveva consumato fino in fondo il diario appestato, aveva inghiottito gli ultimi rami e si era ridotto. Per risparmiare le batteria della torcia, il vecchio provò a rimanere in attesa, per quanto gli riusciva, nel buio.

No, era costretto a seguire ancora il brigadiere. Avrebbe evitato le altre persone per ridurre il rischio di contagio, lasciato lì lo zaino con tutte le sue cose, distrutto i vestiti. Avrebbe sperato nel perdono e tenuto comunque il conto alla rovescia dei trenta giorni. Avrebbe cominciato a lavorare al suo libro ogni giorno, senza concedersi riposo. "In qualche modo tutto si risolve", si fece forza il vecchio. "La cosa importante è seguire Hunter, non allontanarsi da lui".

Se fosse riuscito a tornare...

Erano già passate due ore piene da quando era sparito nello spiraglio di luce alla fine della galleria. Omero confortava la ragazza, ma non era così sicuro che il brigadiere sarebbe tornato da loro.

Più cose scopriva su di lui, meno lo capiva. Dubitare del brigadiere non era possibile, come non era possibile credere in lui. Non si lasciava studiare, non si piegava alle normali emozioni umane. Credergli era la stessa cosa che essere in balia degli elementi. Omero l'aveva già fatto; pentirsene non avrebbe avuto senso, ed era tardi.

Nel buio pesto il silenzio già non sembrava più così fitto. Era interrotto da strani sussurri leggeri, qualche ululato lontano, un fruscio... al vecchio parve di scorgere in alcuni l'incedere ubriaco dei mangiacadaveri, in altri lo scivolamento dei giganti immaginari dalla Nagornaya, negli ultimi le grida dei morti. Dopo neanche dieci minuti si arrese.

Diede un colpetto all'interruttore e sobbalzò.

A due passi da lui c'era Hunter che, con le braccia incrociate sul petto, fissava la ragazza addormentata. Riparandosi con i palmi dalla luce accecante per l'occhio disabituato, disse tranquillamente: "Adesso aprono".


* * *


Sasha sognava: è di nuovo sola alla Kolomenskaya, incontra il padre di ritorno dalla passeggiata. Lui tarda, ma lei deve assolutamente aspettarlo, aiutarlo a togliersi gli abiti usati per salire in superficie, a sfilarsi la maschera antigas, farlo mangiare. È tutto apparecchiato da tempo per il pranzo, ma non sa che cosa fare. Vorrebbe allontanarsi dalle porte che vanno in superficie, ma se lui tornasse proprio nel momento in cui lei non è lì? Chi gli aprirebbe? Allora si siede sul pavimento freddo accanto all'uscita, le ore corrono, i giorni se ne vanno, lui non c'è, ma lei non si allontana dalla sua postazione finché le porte...

La svegliò il rumore rimbombante dell'apertura dei chiavistelli, proprio quelli delle chiusure ermetiche alla Kolomenskaya. Si svegliò con un sorriso: era tornato il papà. Si guardò attorno e ricordò tutto.

L'unica cosa vera di tutta la visione appena evaporata era solo il rumore sordo dei pesanti catenacci sulle porte di ferro. Un minuto dopo un battente gigantesco prese a vibrare e si spostò lentamente da dov'era. Un fascio di luce si aprì un varco in una fessura. L'entrata alla grande Metro...

Il chiavistello si fece dolcemente da parte ed entrò nella scanalatura, svelando il ventre della galleria che portava all'Avtozavodskaya e più oltre all'Anello. Sulle rotaie, sotto i vapori, con il motore che ruggiva, c'era una grande automotrice con i fari frontali e alcuni viaggiatori. Nella croce del mirino del mitragliatore gli uomini dall'automotrice videro le due paia di occhi socchiusi e coperti dei viaggiatori.

"Mani in alto!", risuonò l'ordine.

Dietro il vecchio, Sasha sollevò docilmente le mani. Questa volta l'automotrice era la stessa che era passata per il ponte nei giorni di mercato. Il suo equipaggio conosceva benissimo la storia di Sasha. A quel punto il vecchio con il nome strano si sarebbe pentito di avere preso con sé una ragazzina legata a una stazione vuota, senza interessarsi di come ci fosse arrivata.

"Toglietevi le maschere antigas, esibite i documenti!", ordinarono dall'automotrice.

Svelando il viso, si rimproverò la propria stupidità. Nessuno poteva liberarla e l'accordo presentato al padre, e a Sasha con lui, non l'avrebbe cambiato nessuno. Perché credeva ancora che questi due potessero portarla fuori dalla Metro? Pensava che lì non l'avrebbero notata?
"Ehi, tu! Non puoi venire qui!", la riconobbero all'istante. "Hai dieci secondi per sparire. E questo chi è? È il tuo...?"
"Cosa succede?", chiese il vecchio confuso.

"Non osate! Lasciatelo! Non è lui!", cominciò a gridare Sasha.

"Sparite!", Con tono glaciale estrasse il mitra. "Oppure... spariamo..."

"Alla ragazzina?", si sentì una seconda voce insicura.

"L'ho detto io...!", cominciò a puntare il mitragliatore.

Sasha cominciò a indietreggiare e socchiuse gli occhi, per la terza volta in poche ore si preparò a guardare in faccia la morte. Qualcosa cinguettò piano e poi si zittì. L'ultimo ordine non risuonò; era rimasto in sospeso e la ragazza socchiuse un occhi.

Il motore fumava comunque, nuvole grigio-azzurrognole ondeggiavano sul torrente bianco emesso dal faro e salivano verso il soffitto. In quel momento, mentre la luce non accecava le pupille di Sasha, lei vide le persone che erano sull'automotrice.

Erano tutti caduti come bambole sventrate, sulla macchina oppure sulle rotaie di fianco. Le braccia penzolavano molli, i colli erano contorti in modo innaturale, i corpi spezzati.

Sasha si voltò. Dietro di lei c'era l'uomo rasato, che calava la pistola e studiava attentamente l'automotrice, ridotto a una tavola, alzò la pistola e premette di nuovo il grilletto.

"Per ora è tutto", disse con soddisfazione. "Togliete a tutti l'uniforme e la maschera antigas".

"Perché?", il vecchio era teso.

"Ci attrezziamo meglio. Attraversiamo l'Avtozavodskaya con la loro automotrice".

Sasha rimase immobile, guardando stupefatta l'assassino; la paura in lei combatteva con l'ammirazione, la ripugnanza si confondeva con la gratitudine. Aveva appena ucciso con leggerezza tre persone, infrangendo il più importante dei comandamenti di suo padre. Ma l'aveva fatto per salvare la vita a lei, e al vecchio. Forse era un caso che l'avesse salvata per la seconda volta di seguito? Non stava forse confondendo la severità con la brutalità?

Sapeva con certezza solo una cosa: il coraggio di quest'uomo faceva dimenticare la sua mostruosità.


Il rasato si avvicinò al mezzo per primo e si mise a strappare gli scalpi di gomma dei nemici caduti. Ma all'improvviso, con un urlo sordo, si scostò dall'automotrice indietreggiando come se avesse visto il diavolo in persona, tendendo davanti a sé entrambe le mani, ripetendo sempre la stessa parola...

"Nero!"