2034 – Cap. 7

Capitolo sette

L'attraversamento


Lungo il suo cammino l'automotrice dipingeva una striscia giallo chiaro sul pavimento e sulle pareti della galleria. Il timoniere non poteva più fingere di non sentire tutti gli scricchiolii accelerati del dosimetro. Tirando il freno borbottò con un tono di scusa: "Compagno colonnello... non possiamo proseguire senza difesa..."

"Dai, ancora un centinaio di metri", implorò pacato Denis Mikhaylovich, voltandosi verso di lui. "Tra una settimana poi ti tolgo dal servizio per condizioni nocive. Non chiedo la luna, solo di avanzare per altri due minuti, poi loro con questi scafandri si proseguono per un'altra mezz'ora".

"Il limite è così vicino, compagno colonnello", si lamentò il timoniere, senza decidersi a ridurre la velocità.

"Ferma", ordinò Hunter."Andiamo avanti da soli. È vero, inizia ad aumentare il rumore".

I ceppi cominciarono a scricchiolare, il faro che pendeva dal telaio oscillò. Il brigadiere e il vecchio, seduti sul bordo con le gambe penzoloni, scivolarono sui binari. Le tute da difesa pesanti, preparate con un tessuto piombato, sembravano degli scafandri veri e propri. Erano impensabilmente costose e rare, in tutta la Metro non se ne trovavano più di una ventina: alla Sevastopolskaya non si usavano quasi mai, avevano aspettato il momento giusto. Queste armature si usavano per assorbire le irradiazioni più violente, ma con quelle addosso anche una semplice camminata diventava un compito difficile, soprattutto per Omero.

Denis Mikhaylovich si lasciò alle spalle l'automotrice e per alcuni minuti ancora avanzò a piedi con loro, scambiando con Hunter delle frasi tronche e frettolose, apposta perché Omero non potesse comprenderle.

"Come li prenderai?", sussurrò al brigadiere.

"Si arrenderanno. Non c'è scampo", sentenziò quello guardando dritto davanti a sé.

"Da tempo ormai non ti aspetta nessuno. Per loro sei morto. Morto, capisci?"

Hunter si fermò un momento e a bassa voce, quasi parlasse fra sé e non con il comandante, disse:

"Se fosse così semplice".

"Ed essere radiato dall'Ordine è peggio che morire", esclamò Denis Mikhaylovich.

Il brigadiere, senza rispondere, mosse la mano per fare un saluto militare al colonnello e al tempo stesso indicò il filo di un'ancora invisibile. Denis Mikhaylovich, soggiogato, rimase sul molo, mentre il brigadiere e il vecchio lentamente, come se andassero contro corrente, si staccarono dalla riva e diedero inizio alla loro immersione nei mari dell'ombra.

Togliendosi la mano dalla tempia, il colonnello diede al conducente il segnale al conducente di avviare il motore. Si sentiva svuotato: non aveva più nessuno a dargli ultimatum, non c'era qualcuno con cui fare battaglia; a questo punto il comandante dell'esercito dell'isola persa in uno di quei mari poteva solo sperare che la piccola spedizione non sparisse, ma tornasse a casa, arrivando dall'altra parte, per dimostrare a modo suo che la Terra è tonda.


L'ultimo posto di blocco era disposto all'incrocio subito dopo la Kakhovskaya ed era quasi sprovvisto di uomini. Per quanto ricordasse il vecchio, da est alla Sevastopolskaya non era mai arrivato nessuno.

La linea gialla dell'intestino di cemento infinito quasi si interrompeva nei tratti stabiliti, mentre un ascensore cosmico univa due pianeti lontani l'uno dall'altro centinaia di anni luce. Da lì, lo spazio terreno abitato si trasformava in un paesaggio lunare privo di vita, dove qualsiasi somiglianza era ingannevole. Dovendo fare molta attenzione a dove metteva i piedi con le scarpe pesanti, sentendosi il respiro affannoso che passava per un complicato sistema di anse e filtri, Omero si immaginava proprio come un astronauta, sbarcato sul satellite di una stella lontana. Si perdonava l'atteggiamento infantile. Per lui era già tanto muoversi con uno scafandro pesante, e ciò si poteva spiegare con la gravitazione e con il fatto che per chilometri sarebbero stati gli unici esseri umani.

Né gli studiosi né gli autori di fantascienza erano mai riusciti a descrivere il futuro come si deve, pensò il vecchio. Nel duemilatrentaquattro l'uomo avrebbe dovuto diventare il padrone almeno del sistema solare, se non di mezza galassia. Era quello che avevano promesso a Omero durante l'infanzia. Ma né gli autori di fantascienza, né gli studiosi avevano fatto affidamento sull'umanità in modo razionale e coerente. Come se non consistesse in alcuni miliardi di personalità pigre, superficiali, entusiaste, ma fosse un alveare, dotato di una ragione collettiva e una sola volontà. Come se, iniziando la valorizzazione del cosmo, avesse cominciato a occuparsene seriamente, e non l'avesse lasciata a metà, giocando e passando all'elettronica, e poi dall'elettronica alla biotecnologia e con nessuna delle due avesse ottenuto i risultati attesi. Ad eccezione, forse, della fisica nucleare.

Ed eccolo, l'astronauta terra-terra, incapace di vivere senza il suo scafandro ingombrante, estraneo sul suo pianeta, che percorre e conquista i passaggi dalla Kakhovskaya alla Kashirskaya. Ma di lui e degli altri sopravvissuti è meglio dimenticarsi. Da qui comunque non si vedono stelle.

Strano: qui, sulla linea gialla, il suo corpo si lamentava per la forza di gravità moltiplicata per una volta e mezza, ma l'anima era il peso più insostenibile. Un giorno prima aveva promesso a Elena, davanti all'accesso alla Tulskaya, che sarebbe tornato. Ma quando Hunter aveva pronunciato il suo nome, scegliendo Omero per la seconda volta consecutiva come collega, aveva capito: non riusciva a mostrare pusillanimità. Aveva tanto chiesto di essere messo alla prova, di essere lucido, che alla fine era stato ascoltato e adesso tentare di sottrarsi sarebbe stato sciocco e indegno.

Aveva capito: non si può occupare a metà di qualcosa che coinvolge tutta la vita. Non c'è da civettare con il destino, promettendogli immancabilmente di darsi completamente a lui, ma non ora, dopo, la prossima volta... potrebbe non esserci una prossima volta, e se non si decide subito, cosa ne sarà di lei poi? Erano finiti i suoi giorni da ignoto Nikolay Ivanovich, il matto del villaggio, che racconta vecchie favole con un sorriso sfuggente?

Ma per trasformarsi dalla caricatura di Omero in quello vero, dal mitomane al mitografo, per rinascere dalle sue ceneri rinnovato, doveva abbandonare la nostalgia di casa, la sua donna, il guardare indietro incessantemente, per guardare qualcosa di molto più importante davanti. Doveva darci un taglio.

Da questa nuova spedizione gli sarebbe stato difficile tornare intero, se fosse tornato. E come gli dispiaceva per Elena, che all'inizio non credeva che Omero sarebbe tornato alla stazione solo dopo un giorno vivo e vegeto, e poi aveva pianto, vedendolo partire di nuovo verso il nulla, senza riuscire a dissuaderlo. Questa volta però non le aveva promesso niente. Aveva stretto a sé Elena e aveva guardato l'orologio dietro la sua spalla. Doveva andare. Omero lo sapeva: dieci anni di vita non si possono amputare, avrebbero sicuramente rievocato fantasmi di dolore.

Pensava che per tutto il tempo avrebbe avuto il desiderio irresistibile di guardare indietro, ma una volta attraversatolo spesso tratto giallo, gli era sembrato di essere morto davvero e che la sua anima fosse evaporata, sfuggendo a entrambi gli involucri pesanti e goffi. Si era liberato.


Sembrava che ad Hunter non pesasse l'abbigliamento da difesa. Gli abiti ampi ingrossavano la sua figura muscolosa, da lupo, trasformandola in una mole sformata, ma senza ridurre la sua agilità. Avanzava alla stessa altezza del vecchio ansimante, ma solo perché dalla Nakhimovsky Prospekt aveva cominciato a seguirlo con attenzione.

Dopo quello che aveva visto alla Nagatinskaya, alla Nagornaya e alla Tulskaya, per Omero non era facile andare d'accordo con Hunter e continuare il viaggio con lui. Ma aveva trovato un modo per convincersi: proprio in presenza del brigadiere cominciavano le tanto attese metamorfosi, la rinascita tanto desiderata. Non era chiaro perché Hunter se lo portasse ancora dietro: per rimettere il vecchio sulla strada giusta, oppure come un bagaglio alimentare? La cosa importante per Omero era non farsi scappare questa fortuna, riuscire a servirsi di lui, riuscire a escogitare, a scrivere...

e tanto altro ancora. Quando Hunter lo chiamava a sé, Omero si meravigliava che avesse proprio bisogno di lui. No, non per indicargli la strada nelle gallerie e per prevenire il pericolo. Forse, supponeva il vecchio, anche il brigadiere prendeva qualcosa senza chiederglielo? Ma cosa poteva prendere?

L'impassibilità intrinseca di Hunter non riusciva più a ingannare il vecchio. Sotto la crosta del viso paralizzato ribolliva il magma, che di tanto in tanto si riversava attraverso i crateri degli occhi che non si chiudevano, fumanti. Era inquieto. Anche lui cercava qualcosa.

Hunter probabilmente corrispondeva al ruolo dell'eroe epico dei libri del futuro. Omero, tentennando, l'aveva preso dopo i primi provini. Ma molto nella figura del brigadiere, nella sua passione per l'omicidio, nelle parole non dette fino in fondo e nei gesti moderati, metteva in guardia il vecchio. Hunter somigliava a quegli assassini che con le loro allusioni rinfocolano le indagini perché desiderano essere smascherati. Il vecchio non sapeva se Hunter vedesse in lui una guida, un biografo o un donatore, ma sentiva che questa strana dipendenza era diventata reciproca. Diventava più forte della paura.

Omero non riusciva a liberarsi dalla sensazione che Hunter tenesse in sospeso un discorso molto importante. A volte il brigadiere si voltava verso di lui, come se fosse in procinto di chiedere qualcosa, ma poi non diceva niente. La volta successiva il vecchio avrebbe anche potuto scambiare i suoi desideri con la realtà e Hunter si sarebbe limitato a fargli proseguire il cammino nella galleria, per spezzare il collo a un testimone scomodo.

Il suo sguardo si posava sempre più spesso sullo zaino del vecchio, dal giorno in cui aveva riposto lì il diario malaugurato. Non poteva vederlo, ma sembrava intuire che nello zaino fosse nascosto qualche oggetto che catalizzava i pensieri di Omero, braccandoli, e gradualmente lui stesso si avvicinava sempre più al block notes. Il vecchio tentò di non pensare al diario, ma invano.

Non c'era stato tempo per i preparativi e Omero era riuscito ad appartarsi con il diario solo per qualche minuto e non di più. Quegli istanti non erano bastati per inumidirei fogli sporchi di sangue in modo che si dividessero e si scollassero, ma Omero era riuscito di sfuggita a scorrere le altre pagine, piene di appunti frammentari aggiunti in fretta, di traverso e di sbieco. La cronologia era interrotta, come se tutto fosse stato scritto con grande sforzo, pescando parole fuggitive e fermandole sulla carta, dove capitava. A quel punto, perché acquisissero un senso, il vecchio doveva metterle nell'ordine giusto.


"Non ci sono collegamenti. Il telefono tace. Un sabotaggio, forse. Qualcuno degli esiliati, per vendetta? Ancora prima di noi".


"Situazione senza via d'uscita. Non si possono aspettare aiuti da nessuna parte. Se ti rivolgi alla Sevastopolskaya, condanniamo anche i nostri. Dobbiamo aver pazienza... Quanta?"


"Non li mandano... sono impazziti. Se non io, allora chi? Scappare!"


C'era ancora qualcosa. Subito dopo le ultime parole, che invitavano a rinunciare all'attacco alla Tulskaya. C'era una firma, poco chiara, aggiunta con la ceralacca marroncina di un dito insanguinato. Era un nome che non solo Omero aveva già sentito prima, ma che lui stesso aveva pronunciato non poche volte. Il diario apparteneva al radiotelegrafista della carovana mandata alla Tulskaya una settimana prima.


Passarono la discesa verso il deposito elettrico, che immancabilmente sarebbe stato saccheggiato. Il rumore era ormai fuori misura. Una diramazione nera rinsecchita, che portava lì, era stata inspiegabilmente isolata con pezzi di armatura saldati, cosa non molto razionale e chiaramente fatta in fretta e furia. Sulla targhetta di latta attaccata alle sbarre con un filo di ferro sogghignava il solito cranio e si vedevano le lacrime di un avvertimento di colore rosso che, era stato consumato dal tempo, oppure era stato raschiato via da qualcuno.

Immersosi con lo sguardo in questo pozzo crivellato e distogliendolo a fatica, Omero pensò che probabilmente la linea non era stata priva di vita come si pensava alla Sevastopolskaya.

Avevano risparmiato la Varshavskaya, spaventosa, coperta di ruggine, simile a un annegato ripescato. Le pareti, ricoperte di mattonelle a quadretti, gocciolavano un'acquerugiola torbida. Attraverso le labbra socchiuse delle porte ermetiche, soffiava all'interno un vento freddo proveniente dalla superficie, come se qualcuno di enorme, che era vicino all'esterno, avesse da tempo imputridito il respiro artistico della stazione. I dosimetri battevano all'impazzata, chiedendo di andarsene subito da lì.

Vicino alla Kashirskaya uno degli strumenti smise di funzionare, i numeri dell'altro si impuntarono sul margine della tabella. Omero si sentiva l'amaro in bocca.

Dov'è l'epicentro? La voce del brigadiere si sentiva male, come se Omero avesse calato la testa in una vasca piena d'acqua. Si bloccò, per approfittare anche di questa breve sosta, e con il guanto indicò il sud-est.

"Alla Kantemirovskaya. Pensiamo che sia stato perforato il tetto del padiglione o il pozzo di ventilazione. Nessuno lo sa con certezza".

"Quindi la Kantemirovskaya è stata abbandonata?"

"È sempre stato così. Dopo la Kolomenskaya, tutta la linea è vuota".

"Ma a me hanno detto...", cominciò Hunter, ma tacque, zittendo con un gesto anche Omero e sintonizzandosi su alcune onde appena percettibili. "Sai cos'ha la Kashirskaya?", chiese alla fine.

"Cosa avrebbe?", il vecchio non era sicuro di saper mettere una nota ironica nel rombo nasale che fuoriusciva dai filtri di respirazione.

"Te lo dico io. Là c'è un'irradiazione così forte che nel giro di un minuto in stazione tutti e due arrostiamo come carboncini. Non c'è soluzione. Là non si può andare. Sbrighiamoci".

"Torniamo? Alla Sevastopolskaya?"

"Sì. Là salgo su e provo ad arrivarci dalla superficie", ribatté Hunter pensieroso, aveva già ingranato la marcia.

"Ci provi da solo?", lo mise in guardia Omero.

"Non posso metterti sempre in pericolo. Mi preoccuperò solo della mia pelle. Ma in due non si va. Io stesso non ho garanzie".

"Tu non capisci. Ho bisogno di venire con te, devo...", Omero cercò convulsamente un pretesto, una scusa.

"La tua morte deve avere un senso?", concluse per lui il brigadiere, con tono indifferente.

Anche se Omero lo sapeva benissimo: questi filtri antigas escludevano ogni impurità, facendo entrare solo aria sterile, priva di sapore, e lasciando uscire una voce meccanica, priva di anima.

Il vecchio socchiuse gli occhi, per ricordare tutto quello che sapeva della linea Kakhovskaya mozzata, dei rami estremi della linea Zamoskvoretskaya colpiti da radiazioni, della strada dalla Sevastopolskaya alla Serpukhovskaya... tutto ciò che serviva, ma non voleva tornare indietro, non voleva tornare alla sua vita misera, alla falsa gravidanza dei grandi romanzi e delle leggende immortali.

"Seguimi!", disse all'improvviso e con un'agilità sorprendente anche per se stesso, si diresse a est, verso la Kashirskaya, nel calore infernale.


***


Sognò di passare la lima nella morsa delle catene di ferro che la tenevano legata alla parete. La lima strideva e scivolava e, anche quando cominciò ad avere l'impressione che la lima fosse entrata di mezzo millimetro nel metallo, le bastò distogliersi dal lavoro, aveva un solco poco profondo, quasi delineato, in mezzo agli occhi.

Ma Sasha non disperava: si mise di nuovo al lavoro e cominciò a segare il metallo resistente, mantenendo un ritmo costante e intenso. L'importante era non stancarsi, non lasciarsi vincere dalla debolezza, non lasciare il lavoro nemmeno per un attimo. Le caviglie strette dai ceppi erano gonfie e intorpidite. Sasha capì che, anche se fosse riuscita a sconfiggere il metallo, non avrebbe comunque potuto correre, perché le gambe si rifiutavano di ascoltarla.

Si riprese, sollevando a fatica le palpebre.

Le catene non erano apparse in sogno: i polsi di Sasha erano stretti dalle manette. Era stesa nel cassone sporco della vecchia automotrice da miniera, che gagnolava con tono monotono mentre si trascinava avanti con lentezza penosa. Aveva la bocca imbottita di cenci sudici, aveva male alla tempia, che sanguinava.

"Non mi ha ucciso", pensò Sasha "Perché?"

Dal cassone si vedeva solo un pezzetto di soffitto. Nello squarcio irregolare della chiazza di luce balenavano le saldature delle strutture di rinforzo: l'automotrice avanzava in un passaggio. Mentre Sasha cercava di togliersi da dietro la schiena le mani incatenate, le strutture di rinforzo lasciarono il posto alla vernice bianca scrostata. Sasha si allarmò: che razza di stazione era?

L'aria che tirava non aveva niente di buono: non era solo il silenzio, ma anche l'assenza di rumore, di uomini e di vita, e il buio completo. Per qualche motivo pensava sempre che lì, dopo il ponte, ogni stazione fosse piena di gente e ovunque ci fosse baccano. Si era forse sbagliata?

Il soffitto sopra Sasha si fermò. Il suo rapitore salì sulla piattaforma gemendo e imprecando, poi fece stridere i tacchi ferrati, muovendosi lì accanto, come se stesse studiando i dintorni. Quindi, avendo già tolto la maschera antigas, disse benevolo, ma con voce sepolcrale:

"Eccoci qui. Quanti anni, quanti inverni!"

E, buttando fuori l'aria dai polmoni con gusto, batté pesantemente... anzi no, diede un calcio con lo stivale a qualcosa di inanimato, voluminoso: un sacco, pieno?

La supposizione costrinse Sasha a stringere i denti nel cencio puzzolente e mugolare, inarcando il corpo intorpidito. Capiva sia dove l'aveva portata il grassone di tela catramata, sia con chi stesse parlando.


***


Era ridicolo anche solo sperare di allontanarsi da Hunter. Quello raggiunse il vecchio con una breve corsa, gli batté sulla spalla e lo scosse con forza.

"Cosa ti prende?"

"Andiamo avanti ancora un po'...", disse Omero con voce roca. "Mi sono ricordato! Qui ci sono dei passaggi che arrivano direttamente alla Zamoskvoretskaya, ancora prima della Kashirskaya. Attraversandoli saremo subito nella galleria, non c'è bisogno di passare dalla stazione. L'aggiriamo, arriviamo direttamente alla Kolomenskaya. Non deve essere lontano. Forse..."

Cogliendo l'attimo, provò a divincolarsi, ma si incastrò nella svasatura dei pantaloni, cadde sui binari, si rialzò e scattò avanti di nuovo. Hunter, con la leggerezza di un topo alla corda, tenne fermo sul posto Omero, facendolo girare per averlo di fronte. Si piegò su di lui tanto che gli oblò delle maschere antigas erano allo stesso livello. Guardò Omero e dopo alcuni secondi allentò la stretta.

"Bene".

A quel punto il brigadiere lo trascinò, senza fermarsi più nemmeno per un momento. Il sangue che batteva nelle orecchie copriva il ticchettio dei contatori, le gambe si erano irrigidite e quasi non si sentivano, sembrava che, per la tensione, i polmoni si fossero screpolati e irritati spaventosamente.

Per poco non si fecero scappare la piccola macchia d'inchiostro dell'apertura stretta. Vi si infilarono e corsero per altri lunghi minuti, finché non si ritrovarono in una galleria nuova. Si guardarono attorno in fretta e furia, il brigadiere si lanciò indietro di corsa e abbandonò il vecchio: "Dove mi hai portato?! Sei mai stato da queste parti?!"

A una trentina di metri a sinistra dell'apertura, proprio là dove stavano per spostarsi, la galleria era fittamente ricoperta di qualcosa che ricordava una ragnatela, dal pavimento al soffitto.

Omero, che risparmiava il fiato per i discorsi, si limitò a scuotere il capo. Era la pura verità, non era mai stato lì prima di allora. E le cose che aveva sentito su quei posti... ormai non aveva più senso raccontarle a Hunter.

Spostando il mitra nella mano sinistra, il brigadiere estrasse dallo zaino una scure lunga e rettangolare, che ricordava un machete artigianale, e colpì quel merletto biancastro scucito e appiccicoso. Le carcasse secche degli scarafaggi volanti, intrappolati nelle reti, cominciarono a tremare e a frusciare come sonagli arrochiti. La ferita che aveva inferto si chiuse ai bordi, come se si rimarginasse. Quando la tela di ragno traslucida tornò a comparire alla luce della torcia, il brigadiere illuminò la galleria laterale. Per sgomberarlo ci sarebbero volute delle ore: i fili appiccicosi con l'intreccio a più strati riempivano tutta la diramazione, fin dove arrivava il raggio di luce.

Hunter controllò con il dosimetro, emise uno strano suono gutturale e cominciò a tagliuzzare in modo esasperato il filo che cresceva fra le pareti. La ragnatela cadeva lentamente, costringendoli a perdere più tempo di quanto ne avessero a disposizione. Nel giro di dieci minuti erano riusciti ad avanzare di un solo metro su tredici e i fili si infittivano sempre più chiudendo il passaggio con un tappo di ovatta.

Alla fine del pozzo di ventilazione coperto, sotto il quale c'era uno scheletro a due teste mostruoso sdraiato sulle traverse, il brigadiere gettò a terra la daga. Erano impigliati nella ragnatela proprio come gli scarafaggi e anche se l'essere che aveva teso questi fili era morto da tempo e non poteva inseguirli, sarebbero morti molto presto, per l'irradiazione.

Esattamente nel momento in cui Hunter aveva preso la decisione, il vecchio ricordò ancora una cosa che una volta aveva sentito a proposito di questa galleria. Appoggiandosi su un ginocchio estrasse dal caricatore di riserva alcune cartucce, tolse un po' di polvere con l'aiuto di un temperino e la fece cadere sul palmo della mano.

Hunter non chiese spiegazioni. Qualche minuto dopo, tornato all'inizio della linea di raccordo, accumularono sul pavimento ovattato una montagnetta di polvere e accostarono l'accendino.

La polvere sbuffò, fece fumo e improvvisamente accadde l'inverosimile: da lì divampò una fiamma che andava in tutte le direzioni, salì sulle pareti, fermandosi verso il soffitto lontano, occupando tutto lo spazio della galleria. Correva in profondità, divorando la ragnatela. Era un anello ruggente, ardente, che illuminava le strutture di rinforzo e lasciava dopo di sé brandelli radi che formavano piccoli cumuli sul pavimento e proseguiva indomabile. Falciato in fretta, il cerchio di fuoco andò verso la Kolomenskaya, riempiendo l'aria come un pistone gigante. A quel punto la galleria faceva una svolta secca e la fiamma si nascose dietro l'angolo, trascinandosi dietro un manto di bagliori color porpora.

E più lontano, attraverso il rombo del fuoco, sembrava che si diffondesse un urlo disumano, disperato, mescolato a un sibilo rauco... anche se era ipnotizzato da questo spettacolo, Omero era rimasto completamente meravigliato.

Hunter ripose la daga nello zaino, dove trovò invece i ricambi per la maschera antigas.

"Tienilo da parte per il ritorno", cambiò il filtro e diede la seconda scatoletta al vecchio. "È tutto sporco per via del'incendio, come dopo un bombardamento".

Il vecchio annuì. La fiamma si era sollevata verso l'alto, agitando particelle radioattive che per anni si erano depositate sulla ragnatela, corrodendo i fili. Il vuoto nero della galleria ora era comunque pieno di molecole mortifere. Ma si libravano nel nulla miliardi di briciole di mine subacquee, con cui avevano chiuso la zona navigabile. Era impossibile oltrepassarle.

Dovevano proseguire senza badare agli ostacoli.


***


"Se ti vedesse adesso tuo papà", le disse il grassone con aria di scherno.

Sasha era seduta proprio di fronte al corpo del padre, rovesciato bocconi, con il volto nel sangue. Entrambe le bretelle della salopette le erano state tolte dalla spalla, scoprendo la canottiera slavata con disegnato qualche animaletto allegro, il rapitore non le permetteva di vederlo in viso e, ogni volta che lei cercava di alzare lo sguardo, le accecava gli occhi con un raggio chiaro. Le aveva tolto il cencio alla bocca, ma Sasha non voleva comunque chiedergli niente.

"Non somigli alla mamma, purtroppo. E io che lo speravo..."

Le gambe da elegantone con gli stivali alti di resina erano già sporche di rosso, si aggiravano di nuovo attorno alla colonna presso la quale sedeva Sasha. A quel punto sentiva la voce dietro la schiena.

"Il tuo paparino probabilmente pensava che con il tempo si sarebbe dimenticato tutto. Ma per alcuni il delitto non cade in prescrizione... la calunnia. Il tradimento".

Quella sagoma pingue passò al buio dall'altra parte. Si fermò sopra il corpo del padre di Sasha e quando lo calpestò con gli stivali scaracchiò abbondantemente.

"Che peccato, che il vecchio si sia lasciato andare senza il mio aiuto", l'uomo fece scorrere la luce lungo la stazione triste, anonima, ricoperta da mucchi di robaccia inutile, si fermò sulla bicicletta senza ruota. "E qui da voi il posto era abbastanza accogliente. Penso che se non fosse stato per te, il paparino avrebbe preferito impiccarsi".

Quando il faro la colpì, Sasha tentò di strisciare di lato, ma dopo un secondo la luce la tirò fuori dalle tenebre.

"E lo capisco", con un balzo il rapitore si fece da parte. "La ragazza è venuta su come si deve. Peccato solo che non somigli alla mamma. Penso che anche lui si sia rovinato. Ma non importa", con una protuberanza dello stivale la rovesciò di lato. "Non a caso, con tutti i posti che c'erano nella Metro, ti ho portato proprio qui".


Sasha voltò la testa con uno strattone.


"Vedi che è tutto imprevedibile, Petya", si rivolse di nuovo al padre di Sasha. "C'è stato un tempo in cui portavi in tribunale qualunque rivale. E ringrazia che non ti ho fatto soffrire, ma solo trascinato da morto. La vita è lunga e le circostanze cambiano. Non sempre a tuo vantaggio. Sono tornato, anche se mi ci sono voluti dieci anni più del previsto".

"I ritorni non sono mai casuali", Sasha ripeté a bassa voce le parole del padre.

"Parole d'oro", approvò il grassone con aria beffarda. "Ehi, chi va là?!"


Dalla parte opposta della piattaforma qualcosa di molto pesante frusciò e cadde, poi si sentì una specie di sibilo, i passi di un animale a quattro zampe, molto goffo... la quiete che si impossessò nuovamente dello spazio era falsa, spezzata e Sasha si sentiva proprio come il suo rapitore: qualcosa nella galleria si muoveva nella loro direzione...

Il grassone batté il mitragliatore, spostandosi su un ginocchio accanto alla ragazza, avvicinò alla spalla il calcio e creò una macchia di luce sulle colonne vicine. Sentire che i passaggi meridionali rimasti vuoti per decenni riprendevano vita non era meno terribile che cogliere il risveglio delle statue di marmo in una qualunque delle stazioni centrali.

Nel faro che già si faceva da parte baluginava un'ombra sfocata, assolutamente disumana: né nella sagoma, né per agilità... ma quando la luce cadde di nuovo nel punto dove poco prima si trovava la misteriosa creatura, quella si era già ritratta. Dopo un minuto di panico il faro puntato lo catturò di nuovo: a una ventina di passi da loro, non di più.

"Un orso?", sussurrò incredulo il grassone, premendo il grilletto.

I proiettili si scagliarono sulle colonne, cominciarono a perforare le pareti, ma sembrava che la bestia si scindesse a metà e nessun colpo raggiunse il bersaglio. E poi, all'improvviso, il grassone sospese il fuoco insensato, si lasciò cadere di mano il mitra e lo avvicinò alla pancia. La sua torcia era caduta di lato, emetteva un cono luminoso che aderiva al pavimento e illuminava dal basso la sua figura ingobbita e corpulenta.

Dal crepuscolo, senza fretta, uscì un uomo: camminava con le scarpe pesanti in modo sorprendentemente mite, quasi senza far rumore. Indossava una tuta difensiva troppo ampia anche per un gigante come lui, si poteva effettivamente scambiare per un orso. Non aveva la maschera antigas, la testa rasata coperta di cicatrici ricordava un terreno riarso dal sole. Parte del suo volto, maschile, rozzo e dal profilo duro, era tutt'altro che bella, sembrava morta, e guardandola Sasha non riuscì a reprimere i brividi. L'altra metà era chiaramente mostruosa: un intrico di cicatrici la trasformava in una mezza maschera da mostro delle fiabe, perfetta nella sua informità. Eppure, se non fosse stato per gli occhi, il suo aspetto sarebbe stato più repellente che spaventoso. Lo sguardo mobile, da pazzo, ravvivava il volto immobile. Lo ravvivava, ma senza dargli un'anima.

Il grassone cercò di alzarsi in piedi, ma ricadde a terra, urlando di dolore, con le ginocchia sotto tiro. Poi l'uomo si accucciò di fianco a loro, avvicinò la canna lunga della pistola dotata di silenziatore alla nuca dell'altro e premette il grilletto. L'urlo cessò per un momento, l'eco indugiò ancora per alcuni secondi fra le volte della stazione, come se lasciando il corpo perdesse l'essenza.

Il colpo gli centrò il mento e un momento dopo il rapitore di Sasha era steso, rivolto verso di lei... al posto del volto si apriva un buco scarlatto bagnato. Sasha chinò la testa sulla spalla e pian piano cominciò a urlare per il terrore. Lo strano uomo lento, pensoso, voltò la canna nella sua direzione.

Poi guardò meglio e cambiò idea: la pistola sparì nella fondina ascellare e lui stesso indietreggiò, come se rinnegasse il fatto compiuto. Aprì una borraccia piatta e l'avvicinò alla ragazza.

Sulla scena, illuminata dalla torcia morente del grassone ucciso, apparve un nuovo volto: un vecchio che respirava affannosamente, tenendosi le costole.

Indossava lo stesso scafandro difensivo dell'assassino e lo guardava con aria sbigottita. Raggiunse il compagno di viaggio, senza nemmeno notare che c'era sangue tutto attorno. Solo dopo, riavutosi e avendo aperto gli occhi, vide due corpi mutilati e fra loro una fanciulla immobile, muta, spaventata.


* * *


Tranquillizzatosi, il cuore fece ancora un balzo. Omero non riusciva ancora a esprimerlo a parole: l'aveva trovata. Dopo tante notti trascorse nel tentativo inutile di immaginarsi la sua futura eroina, di immaginarsi le sue guance e le mani, l'abito e il profumo, i movimenti e i pensieri, improvvisamente aveva incontrato un essere umano che corrispondeva perfettamente ai suoi desideri. No, prima non se l'era immaginata proprio così... Più elegante, più dolce e, per essere precisi, più adulta. Sembrava di gran lunga più ruvida, in lei c'erano molti spigoli e, guardandola negli occhi, invece dei veli tiepidi e languidi che si aspettava, il vecchio incontrò due frammenti di ghiaccio. Era un'altra, ma Omero lo sapeva: in questo si era sbagliato, in questo non aveva potuto indovinare correttamente come dovesse essere.

Il suo sguardo avvilito, i tratti distorti dalla paura, le mani impacciate intrigavano il vecchio. Anche se era un maestro a raccontare storielle, non gli riusciva di scrivere una tragedia come quella che doveva essere accaduta a questa ragazza. Con la sua impotenza, il senso di condanna, il pericolo straordinario e il modo in cui il suo destino si era intrecciato alla storia dei due uomini lo stabilivano: era sulla strada giusta.

E anche se lei non aveva ancora detto una parola, lui era già pronto a crederle. Eppure, senza contare tutto il resto, la ragazza con i suoi capelli bianchi, scarmigliati, tagliati alla bell'e meglio, con gli zigomi imbrattati di fuliggine e le clavicole nude scolpite, inaspettatamente bianche, vulnerabili, con le sue guance paffute da bambina aveva una sua singolare bellezza.

Alla sua curiosità si mescolavano la compassione e una tenerezza interiore.

Il vecchio si avvicinò e si accucciò di fianco a lei, che era rannicchiata e aveva gli occhi socchiusi.

"Una selvaggia", pensò lui. La scosse per la spalla senza sapere cosa dire...

"È ora di andare", intervenne Hunter.

"Ma cosa...", Omero si chinò con aria interrogativa sulla ragazza.

"Niente. Non sono affari nostri".

"Non possiamo lasciarla qui da sola!"

"È più semplice ammazzarla", ribatté il brigadiere.

"Non voglio venire con voi", disse la ragazza inaspettatamente. "Però toglietemi le manette. Le chiavi dovrebbe averle lui", indicò il grosso manichino rotto.

Hunter in tre mosse perquisì il cadavere e tolse dalla tasca interna un anello di latta con delle piccole chiavi. Lo lanciò alla ragazza, guardando il vecchio.

"È tutto?"

Omero, che stava ancora cercando di rimandare la partenza, le chiese:

"Che cosa ti ha fatto questa creatura disumana?"
"Niente", ribatté lei, armeggiando con il lucchetto. "Non c'è riuscito. Non è disumano. È un uomo qualunque. Crudele, cieco, vendicativo. Come tutti".

"Non sono tutti così", rispose il vecchio senza particolare convinzione.

"Tutti", disse senza mezzi termini la ragazza, che tremava, ma stava sulle gambe intorpidite. "Non è niente. Nemmeno rimanere un uomo è facile".

Come aveva fatto presto a dimenticare la paura! Non nascondeva più gli occhi, fissava gli uomini imbronciata, con aria di sfida. Si avvicinò a uno dei cadaveri, gli voltò il viso verso l'alto con cautela, gli compose le braccia spezzate e lo baciò sulla fronte.

Poi si rivolse verso Hunter, socchiuse gli occhi e con l'angolo della bocca tremante disse: "Grazie".

Non aveva con sé né cose né armi. Strisciava sui binari e muoveva timidi passi, zoppicando, verso la galleria. Il brigadiere la guardava accigliato, con la mano andava senza decisione lungo la cinghia fra il coltello e la borraccia. Alla fine, sistematosi, si raddrizzò e le gridò: "Aspetta".