2034 – Cap. 6

Capitolo sei

Dall'altra parte


Un attimo dopo Omero era già pronto a credere che tutto questo fosse stato un'allucinazione: sia il contorno indistinto delle barricate alla fine della galleria che la voce quasi conosciuta, alterata dal vecchio megafono. Poi insieme alla luce si spensero tutti i suoni e in quel momento si sentì un condannato al quale davanti all'esecuzione capitale, era stato posto un sacco sulla testa. Nell'oscurità fitta e nel silenzio che era piombato all'improvviso sembrava che il mondo fosse scomparso. Omero si sfiorò il viso, per accertarsi di non essere ancora dissolto in quell'oscurità cosmica.

Dopo qualche istante si riprese, ritrovò la torcia e puntò davanti a sé il raggio tremolante, là dove alcuni minuti prima si era verificata la battaglia invisibile. A una trentina di metri dal luogo dove era rimasto in attesa del colpo, la galleria finiva in un vicolo cieco. A chiudere l'ingresso in tutta la sua ampiezza e altezza, quasi fosse il braccio mobile della ghigliottina, c'era un battente di metallo enorme.

Non aveva capito male: qualcuno aveva effettivamente messo in azione la porta ermetica. Omero sapeva che c'era, ma non pensava che si potesse ancora utilizzare. O almeno così sembrava.

I suoi occhi, indeboliti dal lavoro sulle carte, non notarono subito la figura umana che si rifletteva sulla parete di ferro. Omero tese il mitragliatore davanti a sé e cominciò a indietreggiare; aveva stabilito che quell'uomo dovesse essere uno di quelli dell'altra parte, che nella confusione era rimasto dietro la porta, ma poi riconobbe la sagoma di Hunter.

Non si mosse. Coperto di sudore, il vecchio si avvicinò al brigadiere zoppicando e pensando di vedere chiazze di sangue sul metallo arrugginito... ma non c'erano. Anche se gli avevano sparato a bruciapelo , Hunter era indenne. Appoggiando al metallo l'orecchio dai bordi laceri, assimilava rumori che lui solo riusciva a sentire.

"Cos'è successo?", chiese Omero con cautela, avvicinandosi.

Il brigadiere non lo notò. Mormorava qualcosa, ma parlava da solo, ripetendo le parole di quelli che erano rimasti dall'altra parte delle porte chiuse. Passarono alcuni minuti, prima che si staccasse dalla parete e si voltasse verso Omero.

"Torniamo indietro".

"Cos'è successo?", ripeté lui.

"Quelli sono banditi. Servono i rinforzi".

"Banditi?", chiese il vecchio con aria smarrita. "Mi è sembrato di sentire..."

"La Tulskaya è stata occupata dal nemico. Bisogna prenderla. Servono i lanciafiamme".

"Perché i lanciafiamme?", chiese alla fine Omero.

"Per avere una speranza. Torniamo alla base", Hunter si voltò dall'altra parte e si incamminò.

Prima di seguirlo, il vecchio ispezionò attentamente la porta ermetica e si avvicinò al metallo freddo, sperando di sentire anche lui un frammento di conversazione. Silenzio...

Omero si trovò a non credere al brigadiere. Chiunque fosse il nemico che aveva occupato la stazione, si comportava in modo inspiegabile. A chi sarebbe passato per la testa di usare le porte ermetiche solo per difendersi da due uomini? Quali banditi si sarebbero persi in lunghe trattative con degli uomini armati in un posto di guardia di frontiera, invece che crivellarli di colpi mentre si avvicinavano?

Alla fin fine, cosa poteva significare la parola sinistra "punizione", pronunciata dalle guardie misteriose?


* * *


Non c'è niente di più prezioso della vita umana, diceva il padre di Sasha. Per lui non erano parole vuote, né una verità lapalissiana. Un tempo il padre non la pensava affatto così, tanto che era diventato il più giovane soldato di comando della linea.

Quando hai vent'anni ti accosti all'uccisione e alla morte con leggerezza e tutta la vita ti sembra un gioco che, se mai, si può ricominciare da capo. Non a caso tutti gli eserciti del mondo avevano arruolato gli studenti. E così comandava dei giovani che giocavano alla guerra, sapeva vedere migliaia di uomini che lottano e periscono come delle freccette azzurre e rosse sulla carta. Era colui che sapeva dimenticarsi delle gambe strappate, degli intestini spappolati e delle scatole craniche sfondate, prendendo la decisione di sacrificare una compagnia o un reggimento.

Un tempo suo padre affrontava con disprezzo i suoi nemici e se stesso, e con una leggerezza che stupiva tutti si dedicava a compiti che potevano costargli la testa. Non era avventato e in ogni sua azione c'era sempre una forte componente di calcolo. Intelligente, zelante e per giunta indifferente alla vita, non ne percepiva la realtà, non pensava alle conseguenze e non aveva rimorsi di coscienza. No, non sparava mai alle donne e ai bambini, ma giustiziava con le sue mani i disertori ed era stato il primo a recarsi in postazione con la mitragliatrice. Era anche quasi insensibile al dolore. Come se non bastasse, per lui era tutto indifferente.

Finché non aveva incontrato la madre di Sasha.

Lei, con la sua indifferenza, aveva colpito quell'uomo abituato alla vittoria. La sua unica debolezza era l'ambizione, che l'aveva lanciato fra le braccia della mitragliatrice e che in quel momento lo portò a tentare un nuovo attacco disperato, il quale inaspettatamente aveva preso la piega di un lungo assedio.

Non gli era capitato di applicare sforzi particolari all'amore: le donne gettavano subito bandiera bianca ai suoi piedi. Corrotto dalla loro malleabilità, accontentandosi di una fila di amiche, riusciva sempre a innamorarsi e a perdere ogni interesse verso la seduttrice dopo la prima notte. La sua irruenza e la sua fama riempivano gli occhi delle ragazze, ed erano in poche a tentare di utilizzare la buona vecchia strategia: lasciare l'uomo ad aspettare, per riuscire a conoscerlo.

Ma lui era stufo di lei: non la impressionavano le onorificenze, i trionfi sentimentali e bellici. Non rispondeva ai suoi sguardi, scuoteva la testa in risposta ai suoi scherzi. Conquistare questa ragazza cominciò a sembrargli una vera sfida. Più seria della conquista delle stazioni vicine.

Ben presto capì che stare vicino a lei non sarebbe stata solo una tacca in più sulla sua cintura, era qualcosa che andava oltre, nel tempo e per importanza. Si poneva in modo tale che passare con lei un giorno o anche un'ora gli sembrava un successo. E acconsentiva solo per farlo patire un po'. Lei dubitava dei suoi meriti e rideva dei suoi principi. Lo criticava per la sua insensibilità. Indeboliva la sua sicurezza nelle proprie forze e nei suoi obiettivi.

Lui sopportava tutto. Gli stava bene anche un no. Con lei cominciò a riflettere. Ad agitarsi. E poi anche a provare sentimenti: l'incapacità, perché non sapeva come avvicinarsi a questa ragazza, il dispiacere per quei minuti che non passava con lei, e anche la paura, di perderla, se così il destino avesse voluto. Amore. E la ricompensò con un segno: un anello d'argento.

Alla fine, quando non sapeva più come fare a stare senza di lei, lei aveva ceduto.

Un anno dopo era nata Sasha. E poiché ormai c'erano due vite verso le quali non poteva più mancare di rispetto, non poteva più avere il diritto di uccidere se stesso.

Quando hai solo venticinque anni e comandi l'esercito più forte nella parte del mondo visibile, è difficile liberarsi dalla sensazione che i tuoi ordini potrebbero anche costringere la terra a smettere di girare. Ma per privare della vita gli uomini non serve un grande potere. E nessuno può restituire la vita ai morti.

Gli fu data una possibilità per accorgersene: la tubercolosi uccise sua moglie e lui non ebbe il potere di salvarla. A quel punto, qualcosa in lui si spezzò.

Sasha aveva appena compiuto quattro anni, ma ricordava bene la madre. Ricordava anche il vuoto spaventoso che aveva lasciato nella galleria, dopo la sua dipartita. La vicinanza della morte aveva portato un baratro senza fondo nel suo piccolo mondo, nel quale spesso si ritrovava a guardare. I bordi del baratro si ricongiunsero molto lentamente. Passarono due o tre anni prima che smettesse di chiamare la mamma nel sonno.

Il padre, a volte, la chiamava ancora.


* * *


Non era forse questo l'intento che aveva spinto Omero a mettersi all'opera? Se l'eroe del suo epos non voleva manifestarsi spontaneamente, sarebbe stato meglio cominciare con il suo futuro innamorato? Carpire la sua bellezza e freschezza?

All'inizio bastava abbozzarne le linee con cautela, e poi lui sarebbe apparso dal non-essere per andarle incontro? Perché il loro amore fosse completo, sarebbe stato costretto a esserle complementare, cioè, nel poema doveva presentarsi già pronto, finito.

Con le sue sfumature, con i suoi pensieri, si sarebbero avvicinati l'uno all'altra esattamente, come i frammenti variopinti delle vetrate rotte alla Novoslobodskaya. Eppure una volta erano stati una cosa sola, e per questo erano stati condannati a riunirsi di nuovo... Omero non vedeva niente di male nel rubare questo intreccio di successo ai classici che aveva sempre ammirato.

Ma era una decisione semplice solo in apparenza: modellare una ragazza con carta e inchiostro sembrava un compito superiore alle forze di Omero. Era già difficile raccontare in modo convincente i sentimenti.

La sua unione attuale con Elena era colma di freschezza senile, ma si erano incontrati troppo tardi per amare senza lanciare occhiate al passato. A questa età si cerca di appagare non la passione, ma la solitudine.

Il vero e unico amore di Nikolay Ivanovich era stato sepolto in superficie. Nei decenni trascorsi, tutti i dettagli, tranne uno, erano sbiaditi e cancellati, e non poteva più scrivere un romanzo modellato sulla realtà. Inoltre, in quei rapporti non c'era eroismo.

Nel giorno in cui su Mosca si era riversato il flusso nucleare, a Nikolay era stato proposto di diventare macchinista al posto di Serov, che era andato in pensione. La paga era quasi il doppio, e per la promozione gli avrebbero concesso alcune festività pagate in più. Lui aveva telefonato alla moglie, lei gli aveva annunciato che avrebbe preparato una charlotte e sarebbe andata a prendere dello champagne, cogliendo l'occasione per portare i bambini a fare una passeggiata.

Prima però doveva finire il turno.

Nikolay Ivanovich entrò nella cabina del treno che avrebbe comandato: era ancora felicemente sposato e si trovava proprio all'inizio di una galleria che portava a una prospettiva stupenda, splendente. Nella mezz'ora successiva, invecchiò di colpo di vent'anni. Alla fine Nikolay diventò uno scapolo abbattuto, misero. Forse è per questo che ogni volta che vedeva davanti a sé un treno meravigliosamente conservato, lo straziava il desiderio di prendere il posto del macchinista, che gli spettava, guardare con fare da padrone il pannello di controllo, osservare la ragnatela di strutture di rinforzo dal vetro frontale. Immaginare che il convoglio potesse ancora mettersi in moto.

Che potesse ingranare la retromarcia.


Non invano, il brigadiere aveva creato un campo attorno a sé, che allontanava ogni pericolo. E sembrava che lo sapesse. Il cammino verso la Nagornaya non gli richiese nemmeno un'ora. La linea non oppose nessuna resistenza.

Omero lo sentiva sempre: gli esploratori e i piccoli importatori privati dalla Sevastopolskaya, come ogni altro uomo comune che osasse entrare nelle gallerie, erano organismi estranei per la Metro. Microbi capitati nel suo sistema circolatorio. Conveniva passare al di là dei confini della stazione, quando l'aria attorno a loro si infiammava, la realtà si incrinava e, come dal nulla, apparivano delle creature impensabili, che la Metro aveva schierato contro l'uomo.

Ma Hunter non era un corpo estraneo nei passaggi bui, non suscitava l'indignazione del Leviatano, nei cui vasi viaggiava. A volte spegneva la torcia e diventava lui stesso un coagulo d'ombra che riempiva la galleria. Allora sembrava che fosse sollevato da correnti invisibili e procedesse a doppia velocità. Omero, che si affrettava dietro il brigadiere con tutte le sue forze, rimaneva indietro, lo chiamava urlando e quello, come se fosse rinsavito, si fermava ad aspettarlo.

Nel cammino inverso gli era addirittura permesso passare tranquillamente per la Nagornaya. Morok si era dileguato, la stazione dormiva. In quel momento si vedeva tutta, da una parte all'altra e non era necessario immaginare dove sarebbe riuscita a nascondere i giganti immaginari. Una normale stazioncina abbandonata: c'erano escrescenze cloridriche sul soffitto umido, la piattaforma era coperta da un sottile materasso di polvere che proveniva dal carbone sulle pareti annerite. E l'occhio era attirato solo dagli strani aloni sul pavimento, rimasti in seguito alle danze febbrili di qualcuno, dalle chiazze indurite sulle colonne, dai pannelli del soffitto, urtati e spostati, come se qualcuno li avesse sfregati.

Attraversarono la Nagornaya e se la lasciarono alle spalle: stavano volando avanti. Omero si affrettava dietro il brigadiere e sembrava che entrambi fossero racchiusi in una bolla magica, che li rendeva intoccabili. Il vecchio si stupì fra sé: da dove aveva preso le forze per marciare così a lungo e tanto rapidamente?

Non avevano nemmeno più fiato per i discorsi. E Hunter non lo degnava nemmeno più delle sue risposte. Durante quella lunga giornata Omero si era chiesto diverse volte perché si fosse arreso al brigadiere silenzioso e spietato, che per tutto il tempo cercava di dimenticarsi di lui.


Il fetore della Nakhimovsky Prospekt si avvicinava e li tramortiva. All'interno di questa stazione Omero accelerò ulteriormente il passo, dimenticandosi delle precauzioni, al contrario il brigadiere rallentò l'andatura. Il vecchio nella maschera antigas faticava a resistere, mentre Hunter si era già abituato, come se nel puzzo pesante e asfissiante della Nakhimovsky Prospekt riuscisse distinguere delle note isolate.

Questa volta i mangiacadaveri riverenti si dispersero davanti a loro, abbandonando gli ossi non ancora rosicchiati del tutto, lasciando cadere dalle fauci dei brandelli di carne. Hunter arrivò quasi a metà sala, si sollevò sulla collinetta, sguazzando fino alla caviglia nella carne e lanciò lunghi sguardi alla stazione. Poi, insoddisfatto, si sottrasse alle occhiate e proseguì, anche se non aveva trovato quello che cercava.

Invece l'aveva trovato Omero.

Scivolando e cadendo carponi, aveva spaventato un giovane mangiacadaveri, che stava smembrando un giubbotto antiproiettile inzuppato. Aveva visto un casco della Sevastopolskaya messo da parte e coperto di sudore che in un attimo si sparse sul vetro della maschera antigas.

Tenendo a freno i conati di vomito, Omero si avvicinò alle ossa e le girò, sperando di trovare la piastrina militare. Ma al suo posto vide un piccolo block notes, imbrattato di rosso. Lo aprì subito all'ultima pagina, sulle parole: "Non assediare in nessun caso".


* * *


Il padre le aveva insegnato a non piangere già da piccola, ma a quel punto non aveva più nessuno a cui rispondere. Le lacrime scesero da sole lungo il viso, dal petto esplodeva un dolore spesso, nostalgico. Aveva capito subito cosa fosse successo, ma ancora per molte ore non riuscì a mettersi l'animo in pace.

Aveva forse chiesto il suo aiuto? Voleva dirle qualcosa di importante prima di morire? Non aveva capito quando aveva ceduto al sonno e non era sicura fino in fondo di non essere ancora addormentata. Eppure doveva esistere un mondo in cui suo padre non moriva. Dove lei non lo affaticava con il suo distacco dalla realtà, con la sua debolezza e l'egoismo.

Sasha teneva in grembo la mano del padre, che sembrava ancora debole, come se cercasse di alleviarle il dolore e convincesse lei e se stesso.

"Trova tu una macchina. Andiamo su, saliamo a bordo e partiamo. Riderai come quel giorno in cui ho portato quell'aggeggio con i dischi musicali..."

All'inizio il padre era seduto, con la schiena appoggiata alla colonna e il mento sul petto, tanto che avrebbero potuto prenderlo per uno che sonnecchiava. Ma poi il corpo aveva cominciato a scivolare lentamente verso il basso, in una pozza di sangue addensato, come se lui stesso si fosse stancato di far parte dei vivi e non volesse più ingannare Sasha.

Le rughe, che solcavano eternamente il volto del padre, si erano quasi spianate. Lei gli lasciò la mano e lo aiutò a sdraiarsi meglio, lo coprì dalla testa con una coperta lacera. Non aveva altro modo per seppellirlo. Sì, voleva portare il padre in superficie e lasciarlo là, perché rimanesse sdraiato a guardare il cielo, che prima o poi si sarebbe di nuovo ripulito. Ma molto presto il suo corpo sarebbe diventato preda di carogne affamate, che scandagliavano la superficie, all'eterna ricerca di qualcosa.

Mentre nella loro stazione non l'avrebbe toccato nessuno. Dalle gallerie meridionali inaccessibili non c'era da aspettarsi nessun pericolo, là sopravvivevano forse solo scarafaggi volanti. A nord il tratto si interrompeva, andava verso il ponte arrugginito e semidistrutto con l'unico binario rimasto intatto.

Là, oltre il ponte, c'erano degli uomini, ma a nessuno di loro passava per la l'anticamera del cervello l'idea di attraversarlo, anche solo per curiosità. Tutti sapevano che dall'altra parte iniziava un terreno incolto e riarso e al limitare del terreno c'era una stazione-casetta con due confinati condannati a morte.

Il padre non voleva che ci restasse da sola, ma la cosa ormai non aveva più alcun senso. E poi, Sasha lo sapeva: per quanto lontano corresse, per quanto strenuamente cercasse di liberarsi da quella camera di tortura, non sarebbe mai riuscita a liberarsi veramente di lui.

"Papà, scusami, per favore", singhiozzò lei, riconoscendo di non poter meritare il perdono.

Gli tolse dal dito l'anello d'argento e lo mise nella tasca della salopette. Raccolse la gabbia con il ratto che si era calmato e si diresse a nord lasciandosi dietro, sul granito polveroso, una scia di impronte insanguinate.


Quando Sasha arrivò sul binario e sul tratto della stazione vuota, trasformata in una barca dei morti, ebbe un presagio insolito. Dalla bocca della galleria di fronte emerse una lunga lingua di fiamma, che tendeva verso il corpo di suo padre, ma che non riuscì a raggiungerlo; quindi tornò indietro nelle profondità scure, riconoscendo di malavoglia che il padre di Sasha aveva diritto a riposare in pace.


* * *


"Tornano! stanno tornando!"

Istomin si tolse dall'orecchio la cornetta del telefono e la guardò incredulo, come se fosse un cartone animato e gli avesse appena raccontato una storiella da imbecilli.

"Ma chi... loro?!?"

Denis Mikhaylovich si alzò dalla sedia, rovesciò il tè e sui suoi pantaloni si formarono delle chiazze scure confuse. Maledicendo il tè, ripeté la domanda.

"Loro chi?", ripeté meccanicamente Istomin all'apparecchio.

"Il brigadiere e Omero", sussurrò la cornetta. "Achmed è stato ammazzato".

Vladimir Ivanovich si bagnò la stempiatura con il fazzoletto, si sfregò la tempia sotto l'elastico della benda da pirata. Comunicare ai parenti la morte dei soldati rientrava nel novero dei suoi doveri.

Senza aspettare il cambio di centralino, diede un'occhiata oltre la porta e gridò all'attendente:

"Tutti e due da me! E chiedi che preparino il tavolo!"

Passeggiò per l'ufficio, aggiustò le fotografie appese alla parete, sussurrò qualcosa alla mappa, si voltò verso Denis Mikhaylovich. Quello, con le braccia conserte sul petto, sghignazzava smaccatamente.

"Volod, mi sembri una ragazza prima di un appuntamento", mugugnò il colonnello.

"Anche tu, a quanto vedo, sei turbato", rispose bruscamente il comandante della stazione, facendo un cenno verso i pantaloni militari bagnati.

"Anche io cosa? Ho tutto pronto. Ho raccolto due schiere d'attacco un giorno prima della mobilitazione". Denis Mikhaylovich guardò con affetto il berretto azzurro steso sul tavolo, si alzò e se lo mise in testa, dandosi un'aria ufficiale.

Nell'anticamera iniziarono a correre a destra e sinistra, gli strumenti tintinnavano, l'attendente, con uno sguardo interrogativo, apparve sulla porta portando una bottiglia appannata con dell'alcol. Istomin lo scacciò: dopo, tutto dopo! E poi si sentì una voce sorda conosciuta, la porta si aprì e una sagoma ampia riempì il vano. Dietro la schiena del brigadiere, esitante, c'era il vecchio contafrottole che, chissà perché si era portato appresso.

"Salve!", Istomin era seduto nella sua poltrona, si alzò per poi risedersi.

"Cosa c'è?!", lo offese il colonnello.

Il brigadiere fece scorrere uno sguardo pesante dall'uno all'altro e tornò al comandante.

"La Tulskaya è stata presa dai nomadi. Hanno trucidato tutti".

"Anche tutti i nostri?", Denis Mikhailovic alzò le sopracciglia irsute.

"Per quanto ne so. Siamo arrivati fino alle porte della stazione, c'è stato un combattimento e hanno abbassato le chiuse".

"Hanno chiuso le porte ermetiche?", Istomin si alzò, afferrando con le dita il bordo del tavolo. "E adesso cosa facciamo?"

"Assediamo", proruppero all'unisono il brigadiere e il colonnello.

"Non si può assediare", la voce di Omero risuonò inaspettatamente dall'anticamera.


* * *


Bisognava solo aspettare l'ora convenuta. Se non si era confusa sul giorno, l'automotrice avrebbe dovuto apparire a breve dall'oscurità umida della notte. Ogni minuto di più, trascorso qui, sull'orlo precipizio, dove la galleria mostrava una vena aperta sulla massa della terra, le costava un giorno di vita. Ma restava una sola cosa da fare: aspettare. Da quella parte del ponte lungo e senza fine si appoggiava alle porte ermetiche sigillate, che si aprivano solo dall'interno, una volta alla settimana, il giorno del mercato.

Oggi Sasha non aveva niente da vendere, ma aveva bisogno di comprare più di altre volte. Adesso non le sarebbe importato cosa le avrebbero chiesto quegli uomini in cambio del permesso di tornare nel mondo dei vivi. Il freddo sepolcrale e l'indifferenza cadaverica glieli aveva trasmessi suo padre.

In passato Sasha sognava che un giorno sarebbero emigrati in un'altra stazione, dove sarebbero stati circondati dall'altra gente e lei avrebbe potuto fare amicizia con qualcuno, incontrare una persona particolare... faceva domande a suo padre su quando era giovane, non solo perché voleva tornare ancora alla sua infanzia luminosa, ma anche perché di nascosto prendeva il posto di sua madre, come lei oggi, e al posto di suo padre,vedeva un bell'uomo avvolto dalla nebbia, con tratti mutevoli, che le dimostrava amore goffamente. Soffriva di non riuscire a trovare una lingua comune per comunicare con gli altri, se mai fossero tornati nella grande Metro. Di cosa avrebbero parlato con lei?

Ed ecco che alla discesa del traghetto mancavano poche ore, forse pochi minuti, e lei doveva infischiarsene degli altri: degli uomini e delle donne, anche l'intenzione di ritornare a un'esistenza umana le sembrava un tradimento nei confronti del padre. Avrebbe accettato di trascorrere il resto dei suoi giorni nella loro stazione, senza esitare nemmeno per un secondo, se solo fosse servito a salvarlo.

Il moccolo della candela nel barattolo di vetro cominciò ad agitarsi in agonia e lei trasferì la fiamma su un lucignolo nuovo. In una delle sue incursioni in superficie il padre aveva rimediato una cassetta intera di candele di cera e lei ne aveva sempre qualcuna nelle tasche spaziose della salopette. Sasha aveva voglia di pensare che i loro corpi fossero fatti come le candele e che almeno una parte di suo padre fosse passata a lei dopo che si era spento.

Gli uomini con l'automotrice avrebbero visto il suo segnale nella nebbia? Fino a quel giorno era arrivata al momento giusto per non trattenerli invano nemmeno un minuto. Il padre non lo consentiva, anche perché il suo gozzo gonfio di per sé era un avvertimento sufficiente. Di solito Sasha si sentiva a disagio sul burrone, come un toporagno catturato, si guardava attorno inquieta e solo di tanto in tanto osava avvicinarsi al primo tratto della Metro, per guardare il fiume nero che scorreva lì sotto.

Ma aveva fin troppo tempo. Incurvando la schiena e stringendosi contro il vento autunnale umido e freddo, Sasha fece alcuni passi avanti e dietro gli alberi scarni, nella semioscurità apparvero le rovine dell'edificio a più piani che era crollato. Nel fiume vischioso e oleoso schizzava pesantemente qualcosa di enorme e in lontananza gemevano le voci quasi umane dei mostri invisibili.

E improvvisamente al loro pianto si unì uno scricchiolio lamentoso, malinconico...

Sasha saltò in piedi, sollevando in alto il lumicino, e dal ponte risposero con un faro dubbio, furtivo. Le scivolò incontro una vecchia automotrice decrepita, che si faceva strada a fatica nella nebbia ovattata, con il piccolo cuneo del faro debole che fendeva a stento la notte. La ragazza cominciò a indietreggiare: l'automotrice non era la solita. Procedeva con grande sforzo, come se ogni giro della ruota fosse provocato dagli uomini che lavoravano alle leve con grande fatica.

Alla fine si trovò a una decina di passi dalla ragazza. Un grassone alto saltò pesantemente sul pietrisco nella tela catramata. Negli oblò delle maschere antigas danzavano, riflettendosi, dei fuochi diabolici, che non permettevano a Sasha di vedergli gli occhi. L'uomo teneva in mano un vecchissimo kalashnikov, armeno con il calcio di legno.

"Voglio andarmene da qui", dichiarò Sasha con il mento sollevato.

"Da qui", le fece eco lo spaventapasseri sorpreso, pronunciando con lentezza beffarda le vocali. "E che cos'hai da vendere?"

"Non mi è rimasto niente", fissò lo sguardo nelle sue occhiaie ardenti, ricoperte di ferro.

"A chiunque si può prendere qualcosa, soprattutto alle donne", cominciò a grugnire il traghettatore, poi si accorse di qualcosa. "Lasci il paparino?"

"Non mi è rimasto niente", ripeté Sasha, spostando lo sguardo.

"Morto, però", indugiò la maschera con sollievo, ma in modo disincantato. "E va bene. A questo punto l'avrà già dimenticato", la canna del mitra agganciò la cinghia della salopette di Sasha e la tirò a sé senza fretta.

"Non ti permettere!", prese a gridare con voce roca, tirandosi indietro.

Il barattolo con la candela cadde sui binari, la cera schizzò e la fiamma dissipò la nebbia per un attimo.

"Da qui non si torna indietro, come fai a non capirlo?", lo spaventapasseri la guardò con i vetri morti, spenti. "Il tuo corpo non basta neppure per comprare la strada che ho fatto fino a qui. Pensa che io lo prenda per ripagare il debito di tuo padre".

Il mitra gli si rovesciò in mano, rivolgendosi con il calcio in avanti, e, spegnendole misericordiosamente i sensi, la colpì alla tempia.


* * *


Dopo la Nakhimovsky Prospekt, inspiegabilmente Hunter non aveva permesso a Omero di allontanarsi e non gli aveva dato l'opportunità di studiare il block notes. Il brigadiere diventò improvvisamente accorto e sollecito, non solo cercava di non lasciare il vecchio troppo indietro, ma si adeguava al suo passo, anche se per questo gli toccava fermarsi bruscamente. Un paio di volte si fermò per controllare di non avere nessuno alle calcagna. Ma, quando si voltava, il trincetto del suo proiettore puntava inevitabilmente il viso di Omero, tanto che il vecchio si sentiva quasi sotto tortura. Lui imprecava, ammiccava, cercando di tornare in sé e sentiva gli occhi tenaci del brigadiere che gli scorrevano per tutto il corpo, in cerca di quello che aveva preso di soppiatto alla Nakhimovsky Prospekt.

Sciocchezze! Sicuramente Hunter non poteva vedere niente, in quel momento si trovava troppo lontano. Più probabilmente, aveva solo colto il cambiamento di umore di Omero e sospettava qualcosa. Ma in ogni caso, quando i loro sguardi si incrociavano, il vecchio si bagnava di sudore. Quel poco che era riuscito a vedere del block notes era più che sufficiente per dubitare del brigadiere.

Era un diario.

Una parte delle pagine era appiccicata per il sangue, quelle Omero non le aveva nemmeno toccate: temeva di strapparle con le dita intorpidite dalla tensione. Gli appunti sui primi foglietti erano sconclusionati, il loro autore non riusciva a tenere a freno nemmeno le lettere e i pensieri galoppavano tanto in fretta che era difficile stargli dietro.

"Abbiamo passato la Nagornaya senza perdite", comunicava il block notes, e subito saltava: "Alla Tulskaya il caos. Non c'è uscita nella Metro, l'Hansa la blocca. Non si può andare a casa".

Omero sfogliò a ritroso, notando con la coda dell'occhio che il brigadiere scendeva dalla collina e si dirigeva verso di lui. Il diario non doveva cadere nelle sue mani, questo il vecchio l'aveva capito. Ma prima che il block notes scomparisse nel suo zaino, Omero riuscì a sbirciare: "Hanno preso la stazione, l'hanno bloccata e hanno nominato un comandante", e poi "Chi sarà il prossimo a morire?"

E ancora: contornata da una cornicetta, sulla domanda rimasta in sospeso, c'era una data. Per quanto i fogli del block notes si fossero seccati, si era spinti a pensare che i fatti del diario si fossero svolti nel decennio appena trascorso; a giudicare dai numeri, però, pareva che l'appunto fosse stato scritto solo alcuni giorni prima.

Le meningi incallite del vecchio misero insieme i pezzetti sparsi del mosaico con prontezza dimenticata: il viaggiatore misterioso, l'infelice senzatetto della Nagatinskaya, la voce conosciuta e la strage delle porte ermetiche, le parole "A casa non si può tornare"... davanti a lui cominciava a prendere forma il quadro completo. Gli scarabocchi sulle pagine incollate non avrebbero potuto regalare un senso anche a tutti gli altri fatti strani?

Era certo che nessun bandito avesse preso la Tulskaya; là succedeva qualcosa di più complicato e misterioso. E Hunter, che aveva interrogato per un quarto d'ora gli uomini di servizio alla porta della stazione, di certo non era meno informato di Omero.

Proprio per questo non poteva mostrargli il block notes.

Proprio per questo Omero aveva osato ribattere apertamente alla riunione nell'ufficio di Istomin.


"Non si può", disse ancora una volta.

Hunter voltò la testa verso di lui lentamente, come una nave che trasporta artiglieria pesante. Istomin si girò insieme alla poltrona e si decise ad alzarsi dal tavolo. Il colonnello, stanco, si piegò.

"Non possiamo far saltare le porte ermetiche, là ci sono anche acque sotterranee tutt'intorno, in un attimo si inonda la linea. E tutta la Tulskaya prega che non si rompano. La galleria parallela, lo sapete voi stessi, sono già dieci anni che...", continuò Omero.

"E chi va a bussare laggiù e ad aspettare che aprano?", si interessò Denis Mikhaylovich.

"Su, c'è sempre un percorso indiretto", ricordò Istomin.

Colto di sorpresa, il colonnello si mise a tossire, poi cominciò a discutere apertamente con il direttore, accusandolo di aver mutilato di proposito e ammazzato i suoi uomini migliori. E a quel punto il brigadiere sparò la sua proposta .

"La Tulskaya doveva essere ripulita... è quel genere di stazione che è necessario annientare dal principio, con tutti quelli che ci sono dentro. Là ormai non è rimasto nemmeno uno dei vostri uomini. Sono finiti. Se non volete perdite ancora maggiori, è l'unica decisione da prendere. So di cosa parlo. Ho delle informazioni".

Le ultime parole erano chiaramente destinate a Omero. Il vecchio si sentiva un cucciolo scatenato, che qualcuno ha afferrato per la collottola per rimetterlo in riga.

"Avendo appurato che la galleria dalla nostra parte è chiusa", Istomin si aggiustò la giubba, "C'è solo un mezzo per penetrare nella Tulskaya. Dall'altra parte, attraverso l'Hansa. Ma noi non possiamo portarci degli uomini armati, è escluso".

"Troverò io gli uomini", tagliò corto Hunter, e il colonnello trasalì.

"Anche solo per arrivare all'Hansa, bisogna attraversare due passaggi, per la linea Kakhovskaya e per la Kashirskaya...", il silenzio del capitano era eloquente.

"E poi?", il brigadiere incrociò le braccia sul petto.

"Nel passaggio del distretto Kashirskaya il rumore è spropositato", chiarì il colonnello. "Là, poco lontano, è caduto un frammento di ogiva. Non è esplosa, ma è già abbastanza. Uno su due di quelli che sono esposti alle radiazioni, muore entro un mese. Almeno fino ad ora".

Cadde un silenzio malevolo. Omero, approfittando dell'intoppo e senza farsi notare iniziò una ritirata, ovviamente tattica, dall'ufficio di Istomin. Alla fin fine Vladimir Ivanovich, che evidentemente temeva che il brigadiere fuori controllo si dirigesse comunque a rimuovere le porte ermetiche della Tulskaya, riconobbe: "Ci sono le tute di protezione. Due in tutto. Puoi portare con te il soldato più sano, chiunque. Noi aspetteremo", lanciò un'occhiata a Denis Mikhaylovich. "Cosa ci resta ormai?"

"Dai, andiamo", disse il colonnello con un sospiro. "Scegliti un compagno".

"Non serve". Hunter scosse il capo. "Ho bisogno di Omero".