2034 – Cap. 5

Capitolo cinque

La memoria


Sasha si avvicinò di corsa alla finestra e spalancò le imposte per lasciar entrare l'aria fresca e una timida luce. Il davanzale di assi dava direttamente sul paesaggio immerso nella tenera nebbia mattutina. Con i primi raggi del sole, la nebbia si dileguò e dalla finestra cominciarono a vedersi non solo la gola, ma anche le catene montuose lontane, ricoperte di pini, e i prati verdi che si stendevano fra i monti, con le case di campagna come scatoline di fiammiferi disseminate sulla vallata e i bossoli delle campane.

La mattina presto era il suo momento. Presentiva l'alba e anticipava il sole, che si svegliava solo mezz'ora dopo, nella salita verso la cima del monte. Dietro la loro casupola piccola e lustra, tiepida e accogliente, serpeggiava un sentiero di pietre, bordato da fiori gialli chiari, che arrivava alla cima del pendio, il pietrisco le scricchiolava sotto i piedi e nel giro di pochi minuti era arrivata alla vetta della montagna. Sasha alcune volte cadeva anche, sbucciandosi le ginocchia.

Immersa nei suoi pensieri, la ragazza aveva asciugato con la manica il davanzale inumidito dal respiro della notte. Le era apparso in sogno qualcosa di cupo, spiacevole, che cancellava tutta la sua vita precedente, i resti delle visioni ansiogene evaporavano prima che potesse preoccuparsene, non appena il vento fresco le sfiorava la pelle. E in quel momento indulgeva nei ricordi che tanto l'amareggiavano in sogno. Bisognava affrettarsi a raggiungere la cima, accogliere il sole e poi scivolare giù per il sentiero, correre a casa, preparare la colazione e svegliare il papà, raccogliergli i fagottini lungo la strada.

E poi tutto il giorno, mentre lui era a caccia, Sasha era completamente libera e fino all'ora di cena poteva inseguire le libellule goffe e gli scarafaggi volanti fra i fiori di campo, gialli come la tappezzeria nei vagoni.

Si insinuò in punta di piedi sulle assi scricchiolanti, socchiuse la porta e cominciò a ridere piano.


Erano già passati alcuni anni dall'ultima volta in cui il padre di Sasha aveva visto sul suo viso un sorriso tanto felice e tremava al pensiero di svegliarla. Le gambe intorpidite e addormentate, il sangue che non si fermava. Dicono che le ferite da morsi di cani randagi non si cicatrizzano...

Chiamarla? Non era a casa da nemmeno ventiquattro ore e prima di andare ai garage aveva deciso di salire nel termitaio di assi a due quartieri dalla stazione, si era arrampicato fino al sedicesimo piano e là aveva perso conoscenza. Per tutto quel tempo Sasha non aveva chiuso occhio: la figlia non si addormentava mai finché lui non tornava dalla "passeggiata". "Che riposi", pensò lui. "Mentono tutti. Non succederà niente con loro".

Avrebbe voluto sapere cosa stesse immaginando lei in quel momento. Lui stesso non riusciva a dimenticare nemmeno durante il sonno. Solo di tanto in tanto il subconscio lo lasciava libero di tornare alla sua giovinezza serena per un paio d'ore di licenza. Di solito però gli capitava di vagabondare fra le case conosciute, ormai morte, con gli interni graffiati, e considerava un buon sonno quello nel quale improvvisamente gli capitava di trovare un appartamento intatto, che per miracolo era rimasto pieno di materiale tecnico intero e di libri.

Dormendo, aveva libero accesso al passato. Sognava di tornare nel momento esatto in cui aveva appena incontrato la mamma di Sasha, quando aveva solo vent'anni ed era già al comando di guarnigione della stazione.

Di quella stazione che in quel momento sembrava a tutti i suoi abitanti quasi un rifugio temporaneo e non la baracca comune della miniera da ergastolani in cui avrebbero scontato la detenzione a vita.

Invece, spesso veniva scaraventato nel passato più prossimo. Nel bel mezzo degli avvenimenti di qualche lustro prima. Nel giorno che aveva determinato il suo destino e, cosa ancora più spaventosa, quello di sua figlia. Con la mente aveva fatto pace sia con la sconfitta, sia con l'esilio, ma valeva la pena di assopirsi quando il cuore cominciava a pretendere una rivincita.

Si trovava di nuovo schierato fra i suoi soldati con i kalashnikov, spianati davanti, in quella situazione con la makarov ufficiale che gli spettava per il suo rango avrebbe potuto forse spararsi. Eccetto due decine di mitra dietro la schiena, nella stazione non erano rimasti uomini a lui fedeli.

La folla ribolliva, cresceva, aveva creato uno sbarramento con decine di mani ondeggianti; una polifonia di voci disordinate, che obbediva ai movimenti di bacchetta di un direttore d'orchestra che lui non vedeva, era sfociata in un coro armonizzato. Per il momento quelli reclamavano solo le sue dimissioni, ma nel giro di pochi minuti avrebbero chiesto la sua testa.

Non si trattava di una dimostrazione spontanea, lì agivano dei provocatori mandati dall'interno. Tentare di contarli e liquidarli uno per uno non aveva già più senso. L'unica cosa che in quel momento poteva fare, per fermare la rivolta e per trattenere il potere, era ordinare di aprire il fuoco sulla folla. Non era ancora troppo tardi.

Strinse le dita attorno all'impugnatura nascosta, le pupille correvano senza sosta sotto le palpebre appena gonfie, le labbra si muovevano, impartendo ordini silenziosi. La pozza nera nella quale si trovava si allargava di minuto in minuto, come se attentasse alla sua vita stanca.


* * *


"Dove sono?"

Strappato dal lago nero dell'oblio, Omero cominciò a dibattersi, come un pesce preso all'amo, respirando convulsamente e fissando lo sguardo fuori di senno del brigadiere. Le masse torbide dei ciclopi crepuscolari, delle guardie della Nagornaya, si affollavano ancora tutte davanti ai suoi occhi, tendendo verso di lui dita lunghe, dalle molteplici articolazioni, capaci di strappargli un piede senza fatica o di sfondargli le costole. Circondavano il vecchio ogni volta che chiudeva gli occhi e quando li riapriva di nuovo si disperdevano malvolentieri, senza fretta.

Omero tentava di saltare, ma una mano altrui, quasi gli schiacciasse la spalla, di nuovo si trasformava in quel gancio di acciaio che lo trascinava fuori dall'incubo. Cercando di contenere a poco a poco il respiro, mise a fuoco il viso rovinato, gli occhi scuri, che emanavano un luccichio come quello dell'olio di macchina... Hunter! Vivo? Il vecchio voltò con attenzione la testa a sinistra, poi a destra, temendo di trovarsi di nuovo nella stazione stregata.

No, si trovavano nel mezzo di una galleria vuota, pulita: la nebbia che rallentava l'accesso alla Nagornaya era quasi invisibile. Omero, disorientato, aveva calcolato a spanne che probabilmente Hunter l'aveva trascinato per almeno un chilometro e mezzo. Dopo essersi tranquillizzato, si rilassò e ripeté: "Dove sono andati?"

"Qui non c'è nessuno. Sei al sicuro".

"Quelle creature... mi hanno aggredito? Mi hanno tramortito?", il vecchio fece una smorfia, strofinandosi una protuberanza dolente sulla testa.

"Era necessario, per placare l'isteria. Puoi aggrapparti a me".

Hunter infine aprì la morsa, si raddrizzò a fatica e sfiorò con la mano l'ampia cintura da ufficiale. Dall'altra parte della fondina con la stechkin era appeso un astuccio di pelle di destinazione incerta. Il brigadiere fece schioccare il bottone e ne estrasse una borraccia piatta di rame. La agitò, la aprì e, senza offrirla a Omero, ne inghiottì un gran sorso. Strizzò gli occhi per un secondo, come se fosse sorpreso... il vecchio provò un leggero brivido vedendo che l'occhio sinistro del brigadiere non riusciva nemmeno a chiudersi come si deve.

"E dov'è Achmed? Cos'è successo ad Achmed?", ricordò Omero e di nuovo tremò.

"Morto", disse il brigadiere con indifferenza.

"Morto", ripeté docilmente dopo di lui il vecchio.

Quando il mostro aveva strappato la mano del compagno dalla sua, aveva capito: da questi artigli non si riesce a strappare nemmeno un'anima viva. Omero era solo stato fortunato perché la scelta della Nagornaya non era caduta su di lui. Il vecchio diede un'altra occhiata per verificare che Achmed fosse scomparso per sempre, che non si fosse salvato. Omero si fissava il palmo della mano: graffiato e sanguinante. Non l'aveva trattenuto. Gli era mancata l'aria.

"Eppure Achmed sapeva di essere condannato", disse piano. "Perché hanno preso proprio lui e non me?"

"In lui c'era molta vita", ribatté il brigadiere. "Quelli si nutrono di vite umane".

"Che ingiustizia", il vecchio chinò il capo. "Ha dei bambini piccoli, e io lo stavo tenendo! Lo tenevo... io sono un campo senza frutti".

"Ti metteresti a mangiare muschio?", tagliò corto Hunter, rimettendo in piedi Omero con uno strattone. "Finito, andiamo. Non serve correre".

Arrancando dietro ad Hunter che si spostava al trotto, il vecchio si lambiccava il cervello: com'era potuto succedere che fossero tornati alla Nagornaya? Come un'orchidea carnivora, la stazione li aveva intontiti con i suoi miasmi e li aveva richiamati a sé. Non erano tornati indietro nemmeno una volta. Su questo Omero avrebbe potuto giurarci. Era già pronto a credere alla curvatura dello spazio, della quale lui steso amava raccontare ai compagni creduloni durante il servizio, ma sembrava tutto molto più semplice. Fermatosi, il vecchio si batté la mano sulla fronte: un deviatoio! A poche centinaia di metri dalla Nagornaya, fra i tronchi a sinistra e a destra della galleria si innestava un ramo che portava a un binario per l'inversione dei convogli. Passava di lato sotto un angolo e, andando alla cieca per seguire la parete, prima avevano preso il binario parallelo e poi, giunti alla fine della parete, per errore erano tornati di nuovo nella stazione. "Nessun mistero", pensò Omero incredulo. Ma c'era ancora qualcosa da chiarire.

"Ehi!", chiamò Hunter. "Fermati!"

Quello, come se fosse sordo, continuò a marciare avanti, e al vecchio toccò allungare il passo, combattendo con l'affanno. Quando lo ebbe raggiunto, tentando di guardare il brigadiere negli occhi, Omero sbottò:

"Perché ci hai abbandonati?"

"Io a voi?"

Nella voce metallica, impassibile, il vecchio sentiva un sorriso e si morse la lingua. In effetti, lui e Achmed erano scappati dalla stazione, lasciando il brigadiere da solo con i demoni...

Ricordando con quanta veemenza e inutilità Hunter avesse dato battaglia alla Nagornaya, Omero non riusciva a liberarsi dall'impressione che gli abitanti della stazione non avessero accettato la battaglia che lui cercava di combattere. Si erano spaventati? O percepivano in lui un animo simile... il vecchio prese coraggio: restava solo una domanda, la più difficile.

"Dimmi, Hunter, là alla Nagornaya... perché non ti hanno toccato?"

Passarono alcuni minuti gravosi, durante i quali Omero non ebbe il coraggio di insistere, prima che lui gli desse la sua risposta breve, cupa, appena udibile: "Gli facevo schifo".


***

La bellezza salverà il mondo, scherzava suo padre.

Sasha arrossiva e nascondeva il pacchettino colorato di foglie di tè nella tasca, sulla pettorina della sua salopette. Il quadratino di plastica, nonostante conservasse solo un ricordo lontano di aroma di tè verde, era il suo più grande tesoro. E inoltre le permetteva di ricordare che l'universo andava ben oltre i tronchi senza testa della loro stazione con quattro monconi di gallerie interrate a una profondità di venti metri nella città-cimitero di Mosca. Era un portale magico, capace di trasportare Sasha per decenni e migliaia di chilometri. E quindi aveva un valore inestimabile.

Nel clima umido del luogo qualunque carta, come un tubercolotico, avvizziva rapidamente. La putrefazione e la muffa mangiavano non solo libri e giornali: annientavano anche il passato. Senza illustrazioni e cronache, come se fosse senza stampelle, la memoria umana, zoppa, incespicava e si confondeva.

Ma il pacchetto era fatto di plastica, che non era soggetta al potere della muffa e del tempo. Il padre una volta aveva detto a Sasha che ci volevano alcuni millenni perché cominciasse a decomporsi. Significava che i suoi discendenti avrebbero potuto ancora riceverlo in eredità, pensava lei.

Era lo stesso identico quadro, anche se in miniatura. Nella cornice dorata, ancora chiara come il giorno in cui il pacchetto era caduto dalla catena di montaggio, era racchiuso un panorama che a Sasha toglieva il fiato. Rocce perpendicolari, immerse in una nebbiolina da sogno, pini frondosi che si aggrappavano a pendii quasi verticali, cascate gorgoglianti che si lanciavano dall'alto nell'abisso, aloe acceso dal sole appena sorto... Sasha non aveva mai visto niente di più bello in tutta la sua vita.

Riusciva a stare a lungo a lisciare il pacchetto fra le dita, ad ammirarlo, e il suo sguardo si copriva di quella stessa nebbiolina che prima dell'alba avvolge i monti lontani. E anche se aveva inghiottito tutti i libri procurati dal padre prima di venderli ai commercianti, non le bastavano le parole lette per descrivergli cosa provasse esattamente quando guardava le rocce di un centimetro e respirava l'odore degli aghi dei pini disegnati. Questo mondo solo immaginato era irrealizzabile, per questo incredibilmente attraente... una nostalgia dolce, mentre pregustava all'infinito di vedere per la prima volta il sole... cosa si può nascondere dietro una sciocca targhetta con il nome di una marca di tè? Un albero insolito? Un nido di aquile? Una casetta disposta sul pendio nella quale potrebbe vivere insieme al padre?

Proprio lui una volta, quando Sasha non aveva nemmeno cinque anni, le aveva portato questo pacchetto, che all'epoca era ancora pieno: una rarità! Voleva sorprendere la figlia con del vero tè, ma lei l'aveva bevuto coraggiosamente, come una medicina. Era stata la confezione di plastica a colpirla veramente. All'epoca si era messo a spiegarle che cosa fosse rappresentato su quella stampa sobria. Un paesaggio convenzionale di una provincia montuosa della Cina, adatto ad essere stampato sui pacchetti di tè. Ma Sasha, anche se erano passati dieci anni, lo guardava incantata proprio come il giorno in cui aveva ricevuto il regalo.

Il padre pensava che il pacchetto fosse per Sasha un misero surrogato del mondo intero.

E quando la ragazza cadeva in trance, felice, contemplando una fantasia dipinta male da un pittore di scarso talento, al padre sembrava che lei lo rimproverasse per la vita limitata, anemica. Tentava sempre di calmare la smania, ma non riusciva a trattenersi a lungo. Con malcelata irritazione, chiedeva a Sasha per la centesima volta cosa ci trovasse nel frammento di un pacchetto con un grammo di tè in polvere.

E lei, nascondendo in fretta il piccolo capolavoro nella tasca della salopette, rispondeva imbarazzata: "Papà... per me è tanto bello!"


* * *

Se non fosse stato per Hunter, che non era rimasto nella Nagatinskaya nemmeno per un secondo di più, Omero avrebbe gettato via il triplo del tempo in quel tratto. Lui non si sarebbe mai arrischiato a correre per quelle gallerie con la stessa sicurezza.

Al loro distaccamento era toccato pagare un dazio spaventoso per il transito attraverso la Nagornaya, ma due su tre si erano salvati. Sarebbero sopravvissuti tutti e tre, se non si fossero persi nella nebbia. Il pagamento non era più alto del solito; né alla Nakhimovsky Prospekt, né alla Nagornaya non era successo loro niente che non fosse successo anche prima.

Significava che il problema erano i passaggi che portavano alla Tulskaya? In quel momento si erano tranquillizzati, ma la quiete pareva forzata. È vero che Hunter fiutava il pericolo a cento metri, che sapeva cosa aspettarsi anche nelle stazioni dove non era mai stato, ma... poteva essere che la sua capacità di intuizione l'avesse tradito in questi luoghi, così come era stato per quelle decine di militari esperti? Forse, proprio alla Nagatinskaya, alla quale si stavano avvicinando un passo dopo l'altro, si nascondeva la soluzione del mistero? Trattenendo a stento i pensieri che si disperdevano con il passo troppo svelto, Omero tentava di immaginarsi cosa li aspettasse nella stazione che prima tanto amava. Il vecchio, dilettandosi con una collezione di miti, poteva soltanto figurarsi che alla Nagatinskaya si raccoglieva una leggendaria ambasciata satanista, che era stata divorata dei topi che migravano in cerca di cibo attraverso le sue gallerie, irraggiungibili per gli uomini.

Sì, se il vecchio si fosse trovato solo in questi posti, si sarebbe mosso più lentamente, ma ora non c'era modo di tornare indietro. Negli anni trascorsi alla Sevastopolskaya, aveva imparato a temere la morte. Omero era partito per questo viaggio sapendo bene che avrebbe potuto essere la sua ultima avventura ed era prontissimo a dedicarle tutto il tempo che gli restava.

Non era passata più di mezz'ora dopo l'incontro con i mostri della Nagornaya che non si ricordava neppure della paura che aveva provato. Ma soprattutto, mentre si ascoltava in quel momento, colse in fondo alla sua anima un movimento poco chiaro e codardo: lì da qualche parte era nato, o si era assopito, quello che aveva tanto aspettato e che chiedeva. Quello che cercava negli spostamenti più pericolosi senza trovarlo a casa.

In quel momento aveva un motivo fondato per strapparsi alla morte con tutte le forze. Poteva cedere a lei solo dopo aver portato a termine il suo lavoro.


L'ultima guerra era stata più violenta di tutte le altre ed era terminata il giorno stabilito. Dall'epoca della Seconda guerra mondiale erano passate tre generazioni, i suoi ultimi veterani si erano addormentati per sempre e nella memoria dei vivi non era rimasta la paura autentica della guerra. Quella follia di massa, che aveva privato di ogni umanità milioni di uomini, si era riconvertita in un normale strumento politico. I quartier generali erano cresciuti troppo in fretta e non c'era abbastanza tempo per prendere decisioni certe. Il tabù sull'impiego di testate nucleari sembrava superato, fra una cosa e l'altra, nell'ardore: le armi, appese al chiodo nel primo atto del dramma, sparavano comunque fino alla fine. E a quel punto non aveva più importanza chi avesse premuto per primo il pulsante sacro.

Contemporaneamente, tutte le città ricche della terra si erano trasformate in rovine e cenere. Anche quelle poche che erano protette da uno scudo antimissilistico avevano esalato l'ultimo respiro, sebbene a prima vista fossero rimaste quasi intatte; l'irradiazione pesante, le sostanze tossiche e le armi batteriologiche avevano distrutto la loro popolazione. Il fragile collegamento radio, che era stato stabilito fra le cittadine sopravvissute, si interruppe definitivamente dopo alcuni anni e per gli abitanti della Metro il mondo da quel momento in poi finiva nelle stazioni di confine sulle linee abitabili.

La terra, che prima sembrava istruita e tecnologica, era tornata a essere quell'oceano sconfinato di caos e oblio, com'era nell'antichità.

Iniziava un'epoca di ristagno.

Gli studiosi nei secoli con cura avevano ricostruito la trama della storia dai brandelli di pergamene e papiri, ai frammenti di codici e manoscritti ritrovati. Con l'invenzione della stampa, dalla comparsa dei giornali, le macchine tipografiche continuarono a tessere questa tela di cronache giornalistiche. Negli annali degli ultimi due secoli non c'erano buchi: ogni gesto e ogni interiezione di chi decideva il destino del mondo erano documentati minuziosamente. E all'improvviso, in brevissimo tempo, le tipografie di tutto il mondo furono distrutte o abbandonate per sempre.

Le macchine tessili della storia si erano fermate. In un mondo senza futuro non avevano più importanza per nessuno. Il tessuto si era strappato, lasciando intatto solo un filo spesso.


Nei primi anni dopo la catastrofe, Nikolay Ivanovich era corso per le stazioni gremite, sperando ardentemente di trovarvi la sua famiglia. La speranza se n'era andata, ma lui, perduto e orfano, aveva continuato a vagare nelle tenebre della Metropolitana, senza sapere con cosa impiegare la sua vita sepolcrale. Il filo d'Arianna del senso di sopravvivenza, che avrebbe potuto indicargli la strada giusta nel labirinto infinito delle gallerie, gli era sfuggito di mano.

Con la nostalgia dell'epoca precedente, aveva cominciato a raccogliere riviste che gli permettevano di ricordare un po' il passato, di perdersi in fantasticherie. Rifletteva: l'Apocalisse si sarebbe potuta scongiurare. Si dilettava con le cronache e le analisi giornalistiche, poi si metteva a scribacchiare lui stesso, imitando i bollettini di notizie e raccontando i fatti delle stazioni in cui viveva.

E così fu che invece del suo filo conduttore interrotto, Nikolay Ivanovich ne trovò un altro, uguale: decise di scrivere un libro di annali. Sarebbe stato autore di una storia tutta nuova: dalla fine del mondo fino alla sua fine. Avrebbe dovuto trovare un senso a una raccolta disordinata e inutile, restaurare meticolosamente la tela danneggiata dal tempo e continuare a tesserla a mano.

Gli altri consideravano la passione di Nikolay Ivanovich come una stravaganza innocua. Era pronto a scambiare una razione alimentare per dei giornali vecchi e il suo angolo, in qualunque stazione lo portasse il destino, era sempre adibito ad archivio. Andava di pattuglia perché proprio accanto al falò al trecentesimo metro gli uomini duri si mettevano come bambini a raccontare frottole dalle quali Nikolay Ivanovich riusciva a recuperare alcune briciole di informazioni certe su ciò che accadeva negli altri angoli della Metro. Confrontava decine di pettegolezzi per cavarne fuori i fatti che raccoglieva accuratamente nei quaderni di scuola.

Questo lavoro gli permetteva di distrarsi, ma Nikolay Ivanovich provava la sensazione incessante che sarebbe stato un lavoro vano. Dopo la sua morte i bollettini di notizie secchi, premurosamente raccolti nei quadernetti di erbari, non avrebbero fatto altro che disfarsi in cenere, inesorabilmente. Se una volta non fosse tornato dal servizio di ronda, i suoi giornali e le sue cronache sarebbero serviti agli altri per accenderci il fuoco e non sarebbero bastati nemmeno per molto.

La carta annerita dagli anni lascia solo fumo e fuliggine, gli atomi assumono nuove combinazioni, trovano una forma diversa. La materia è quasi impossibile da annientare. Ed ecco quello che voleva proteggere per i posteri, quel qualcosa di impercettibile ed effimero che si trova nei fogli di carta, e che scompare per sempre, definitivamente.

È così che è fatto l'uomo: il contenuto dei manuali scolastici vive nella sua memoria solo fino agli esami di fine anno. E dimenticato ciò che aveva imparato a memoria, prova un sollievo autentico. "La memoria umana è simile alla sabbia nel deserto", pensò Nikolay Ivanovich. "Cifre, dati e nomi degli statisti secondari rimangono impressi non più a lungo di una scritta fatta con un bastone di legno su una duna. Si dileguano senza lasciare traccia".

Mantiene una forma meravigliosa solo quello che si può attirare con fantasie ludiche, che fa battere il cuore più in fretta, che stimola a meditare, a soffrire. La storia accattivante del grande eroe e del suo amore può sopravvivere alla storia di una civiltà intera, un virus che si insinua nel cervello umano e si trasmette dai padri ai figli per centinaia di generazioni.

Quando il vecchio finalmente lo capì, da sedicente studioso cominciò consapevolmente a trasformarsi in alchimista, da Nikolay Ivanovich a Omero. E le sue notti erano dedicate non a redigere una cronaca, ma alla ricerca della formula dell'immortalità. Cercava un soggetto che sembrasse stabile, come l'Odissea, un eroe che per molti anni potesse stare alla pari di Gilgamesh. Su questo soggetto Omero avrebbe tentato di infilare i saperi accumulati... e in un mondo in cui tutta la carta era trasformata in calore, dove con troppa leggerezza, si immolava il passato in favore di un unico istante presente, la leggenda di un eroe come questo avrebbe potuto influenzare gli uomini e salvarli dall'amnesia generale.

Però la formula segreta non si lasciava afferrare. Nessun eroe voleva manifestarsi. La trascrizione di articoli di giornale non poteva insegnare al vecchio a inventare miti, a infondere vita nei golem, a fare di un'invenzione una realtà avvincente. I fogli strappati e appallottolati con i primi capitoli incompiuti della futura saga, con personaggi non convincenti e privi di vitalità, rendevano il tavolo dove lavorava simile a un tavolo operatorio per aborti. L'unico risultato di quelle veglie notturne erano i cerchi neri sotto gli occhi e le guance scavate.

Tuttavia Omero non voleva allontanarsi dalla sua nuova destinazione. Cercava di allontanare il pensiero di non essere tagliato per questo, che per costruire universi servono talenti che lui non possedeva.

"Manca solo l'ispirazione", si convinceva lui.

E dove avrebbe potuto trovarla in quella stazione afosa, nella routine del tè di famiglia, nel lavoro agricolo e nelle ronde, alle quali, a causa dell'età, lo facevano partecipare sempre più raramente? Ci voleva una scossa, una rivelazione, la tensione delle passioni. Forse, nel momento in cui i condotti otturati della sua consapevolezza si fossero aperti, avrebbe potuto creare qualcosa?


Gli uomini non avevano mai abbandonato del tutto la Nagatinskaya, nemmeno nei momenti più difficili. Era poco adatta a essere abitata: lì non cresceva niente, e le uscite in alto erano sbarrate. Ma a molti la stazione faceva comodo: si nascondevano per un po' dagli occhi del destino, rimanevano in attesa che passasse la disgrazia o si isolavano con la persona amata.

In quel momento era vuota.

Senza fare rumore, Hunter saltò sulla piattaforma passando da una scaletta incorreggibilmente cigolante e si fermò. Omero, ansando, lo seguì, guardandosi intorno guardingo. La sala era buia e nell'aria volava polvere, che riluceva argentea alla luce della torcia. Radi mucchi di stracci e cartone, sui quali di solito si distribuivano gli ospiti della Nagatinskaya, erano sparpagliati sul pavimento.

Il vecchio si appoggiò con la schiena alla colonna e lentamente scese in basso. Una volta la Nagatinskaya, con i suoi pannelli eleganti e colorati composti con marmi di vario genere, era una delle sue stazioni preferite. Ma, buia e priva di vita, secondo lui non somigliava al passato più di quanto una foto di ceramica su una tomba somigliasse all'uomo che l'aveva fatta scattare cent'anni prima per un passaporto: lui non poteva immaginare che non era l'obiettivo che stava osservando, ma l'eternità.

"Neanche un'anima", criticò Omero smarrito.

"Una c'è", rispose il brigadiere, facendo un cenno verso di lui.

"Intendo dire...", cominciò il vecchio, ma Hunter lo fermò con un movimento.

All'altro capo della sala, dove finiva il colonnato e dove arrivava a fatica anche il faro del brigadiere, sulla piattaforma strisciava senza fretta qualcosa...

Omero si lasciò cadere da un lato e, appoggiandosi al pavimento con le mani, si abbassò pesantemente. La lampada di Hunter si spense, e lo stesso brigadiere sembrava evaporato. Sudando per la paura, il vecchio trovò la sicura e spinse il calcio del mitragliatore con la spalla. Da lontano risuonarono, appena udibili, due spari. Omero, preso coraggio, si sporse dalla colonna, e poi si affrettò a tornarci.

Nel mezzo della piattaforma, c'era Hunter, in piedi, e accanto alle sue gambe si contorceva una sagoma indistinta, piegata, insignificante. Come se fosse fatta di scatoline e stracci, ricordava solo vagamente un uomo, ma lo era. Senza età e asessuato, tanto sporco che sul viso si distinguevano chiaramente soltanto gli occhi, lanciava guaiti disarticolati e tentava di allontanarsi strisciando dal brigadiere che lo teneva. A giudicare da ciò che poteva vedere, aveva entrambe le gambe perforate da pallottole.

"Dove sono gli altri? Perché qui non c'è nessuno?", Hunter mise uno stivale sullo strascico di stracci strappati e puzzolenti che il vagabondo si trascinava dietro.

"Se ne sono andati tutti... hanno lasciato me. Sono rimasto solo", disse quello con voce roca, remando con le palme sul granito sdrucciolevole, ma senza muoversi dal punto in cui si trovava.

"Dove sono andati?"

"Alla Tulskaya..."

"Cosa succede là?", intervenne Omero avvicinandosi.

"E come faccio a saperlo?", il senzatetto si contorse. "Chi ci è andato, là è sparito. Vallo a chiedere a loro. Io invece non ho le forze per girare nelle gallerie. Morirò qui, io".

"Perché se ne sono andati?", il brigadiere non mollava.

"Avevano paura, capo. La stazione si svuota. Hanno deciso di mettersi in marcia. Non è tornato nessuno".

"Proprio nessuno?", Hunter sollevò la canna della pistola.

"Nessuno. Uno solo", si corresse il vagabondo, notando la canna puntata e contorcendosi, come le formiche sotto una lente. "È andato alla Nagornaya. Io dormivo. Forse, mi è sembrato".

"Quando?"

"Non ho l'orologio", quello scosse la testa. "Forse ieri, forse una settimana fa".

Le domande si esaurirono, ma la canna della pistola, come prima, guardava negli occhi l'interrogato. Hunter tacque, quasi come se avesse esaurito la carica all'improvviso. E stranamente aveva il respiro pesante, come se questo dialogo con il vagabondo gli avesse tolto le forze.

"Forse a me...", cominciò il senzatetto.

"Tieni, mangia!", ruggì il brigadiere e, prima che Omero riuscisse a capire cosa stesse succedendo, premette il grilletto due volte.

Il sangue nero che usciva dalla fronte coprì gli occhi spalancati dell'infelice e, abbattuto a terra dai proiettili, si trasformò di nuovo in un cumulo di stracci e cartone. Senza alzare lo sguardo, Hunter riempì il caricatore della stechkin con quattro cartucce e si rimise in cammino con un balzo.

"Presto scopriremo tutto da soli", gridò al vecchio.

Omero si chinò sul corpo, dimenticandosi il disgusto, prese un pezzo di tessuto e lo usò per coprire la testa spaccata del barbone. Aveva le mani che ancora tremavano.

"Perché l'hai ucciso?", chiese debolmente.

"Chiedilo a te stesso", rispose Hunter ermetico.


* * *


In quel momento, anche stringendo nel pugno tutta la volontà, riusciva solo abbassare e alzare le palpebre. Strano che avesse ripreso i sensi... a quell'ora, mentre si trovava nel deliquio, l'intorpidimento gli aveva ricoperto completamente il corpo come una crosta di ghiaccio. La lingua si era seccata contro il palato, mentre il petto sembrava schiacciato da un peso immane. Non riusciva nemmeno a rivolgersi alla figlia, e come se fosse l'unico motivo per cui valesse la pena tornare in sé, non riusciva a nemmeno a portare a termine quell'antico combattimento.

Sasha non sorrideva più. In quel momento sognava qualcosa di ansiogeno, stringeva il pugno nel suo giaciglio, abbracciandosi da sola, incupita. Nei giorni dell'infanzia, se vedeva che la figlia era in preda agli incubi, il padre la svegliava, ma a quel punto aveva solo la forza per strizzare lentamente le palpebre.

Poi anche quello diventò troppo faticoso.

Per aspettare che Sasha si svegliasse, aveva bisogno di continuare a lottare. Non aveva interrotto la lotta per più di vent'anni, aveva lottato ogni giorno, ogni minuto, e si era stancato moltissimo. Era stanco di dare battaglia, stanco di nascondersi, stanco di cacciare. Dimostrare. Sperare. Mentire.

Nella sua coscienza obnubilata restavano solo due desideri: voleva guardare negli occhi Sasha, almeno una volta ancora, e desiderava trovare la quiete. Ma non ci riusciva... alternandosi con la realtà, davanti al suo sguardo balenavano le immagini del passato. Bisognava prendere una decisione definitiva. Rompere o rompersi. Punire o pentirsi.


I soldati della guardia serrarono i ranghi. Ognuno di loro era un suo diretto sottoposto. Erano tutti pronti a morire, persino in quel momento, sbranati dalla folla, e a sparare contro gli indifesi. Lui era il comandante dell'ultima stazione imbattuta, presidente di una confederazione che già non esisteva più. Per loro la sua autorità era assoluta, lui era infallibile, e ogni suo ordine sarebbe stato eseguito immediatamente, senza riflettere. Si assumeva la responsabilità di tutto ciò che si faceva, in ogni momento.

Per cui, se in quel momento si fosse tirato indietro, la stazione sarebbe piombata nell'anarchia e in seguito sarebbe stata inglobata dai Rossi, che da sempre superavano i loro confini per raccogliere sotto il proprio dominio il maggior numero possibile di nuovi territori. Se avesse ordinato di aprire il fuoco sui dimostranti, il potere sarebbe rimasto nelle sue mani, almeno temporaneamente. E forse, se non si fosse fermato davanti a un'esecuzione di massa, davanti alle torture, l'avrebbe conservato anche per l'eternità.

Alzò il mitra e in un attimo la formazione copiò il suo gesto come fossero un uomo solo. Nel mirino infuriava la folla, non un centinaio di uomini raggruppati, ma un impersonale miscuglio umano. Denti digrignati, occhi sgranati, pugni chiusi.

Fece scattare il fucile, la formazione fece lo stesso.

Alla fine era giunto il momento di cogliere l'attimo.


Alzata la canna davanti a sé, premette il grilletto e dal soffitto cominciò a cadere della calce. La folla si raggelò per un momento e, dato ai combattenti il segnale di abbassare le armi, fece un passo avanti. Era la sua decisione definitiva.

E alla fine i ricordi lo lasciarono libero.


Sasha dormiva ancora. Fece l'ultimo respiro, voleva guardarla per l'ultima volta, così non riusciva ad abbassare le palpebre. Però, invece dell'oscurità eterna, perenne, vide davanti a sé un cielo azzurro impensabile: chiaro e brillante, come gli occhi di sua figlia.


* * *


"Fermi!"

Per poco Omero non trasalì per la sorpresa e alzò le mani, ma si rimise subito in sesto. Il richiamo nasale del megafono, che arrivava dalle profondità della galleria, aveva colto di sorpresa solo lui. Il brigadiere si comportava come se non avesse sentito niente: teso come un cobra davanti a un rapido spostamento, muoveva appena percettibilmente da dietro la schiena il mitragliatore pesante.


Hunter non solo non aveva risposto alla sua domanda, ma aveva anche smesso di parlargli. Il chilometro e mezzo dalla Nagatinskaya alla Tulskaya, a Omero erano sembrato infinito come il cammino verso il Golgota. Sapeva che questo passaggio l'avrebbe quasi sicuramente condotto alla morte e si era costretto a camminare più in fretta, anche se non era facile. Almeno era arrivato il momento di prepararsi e Omero si teneva occupato con i ricordi. Pensava a Elena, si frustava per il suo egoismo, le chiedeva scusa. Con chiara malinconia tornava a quel giorno magico alla Tverskaya, sotto una leggera pioggia estiva. Si era rammaricato di non aver riordinato i suoi giornali prima di andarsene.

Si preparava a morire, fatto a pezzi dai mostri, oppure divorato da enormi ratti, o ancora avvelenato dalle emissioni... quale altra spiegazione poteva dare al fatto che la Tulskaya si era trasformata in un buco nero, che attirava dentro sé qualsiasi cosa e non lasciava tornare indietro niente?

E allora, quando nelle vicinanze della Tulskaya aveva sentito una voce umana qualunque, non sapeva più cosa pensare. Una semplice occupazione della stazione? Ma chi avrebbe potuto ridurre in polvere alcuni dei gruppi d'assalto della Sevastopolskaya, chi si sarebbe messo ad annientare tutti quanti i vagabondi che entravano nella stazione dalle gallerie, senza lasciar andare né le donne né i vecchi?

"Trenta passi avanti!", si udì la voce lontana. Era sorprendentemente nota, e se Omero avesse avuto un po' di tempo, avrebbe potuto dire a chi appartenesse. Qualcuno della Sevastopolskaya?!

Hunter, cullando in braccio il suo kalashnikov, cominciò a contare i passi docilmente: per trenta passi del brigadiere, il vecchio ne aveva fatti in tutto cinquanta. Davanti si scorgeva vagamente una barricata indistinta, che sembrava un ammasso di oggetti presi a caso. Per qualche motivo i suoi difensori non usavano la luce...

"Spegnere la torcia", ordinò qualcuno da dietro il cumulo. "Uno di voi due, ancora venti passi avanti".

Hunter premette l'interruttore e proseguì. Omero, rimasto nuovamente solo, non aveva il coraggio di disubbidire. A scanso di equivoci si sedette sulla traversa, nell'oscurità, trovando a tastoni la parete e appoggiandosi a essa.

I passi del brigadiere cessarono quando ebbe percorso la distanza stabilita. Si sentì una voce: qualcuno lo interrogava in modo indistinto, lui in risposta mandava latrati staccati. La situazione si fece tesa: i toni trattenuti, quasi tesi lasciarono il posto a imprecazioni e minacce. Sembrava che Hunter richiedesse qualcosa alla guardia invisibile e che quello rifiutasse di sottomettersi.

Ormai stavano praticamente gridando uno contro l'altro e a Omero parve di cominciare a distinguere le parole... però riuscì a sentirne almeno una, l'ultima: "Punizione!"

Ma ecco che a interrompere gli uomini risuonò un mitra, e gli fece eco la raffica tuonante di un Pecheneg armeno. Il vecchio si scagliò a terra, trattenendo l'otturatore, senza sapere se stessero sparando a lui o a chi altro. E ovviamente tutto accadde prima che lui riuscisse a prendere la mira.

Dopo una breve pausa nell'alfabeto morse dei proiettili, il ventre della galleria emise uno stridore prolungato, Omero non poteva sbagliarsi, era inconfondibile.

Era il rumore delle porte ermetiche che si chiudevano. E, a sostegno della sua supposizione, davanti a lui rimbombarono sonoramente, cominciando da una fessura, alcune tonnellate di ferro, che contemporaneamente mozzarono di netto le grida e il fragore degli spari.

Bloccando l'unica via d'uscita all'interno della grande Metro.

Privando la Sevastopolskaya dell'ultima speranza.