2034 – Cap. 4

Capitolo quattro

Intrecci


"Papà... papà, sono io, Sasha!"

Allentò con ogni cautela il cinturino di tela catramata che gli stringeva forte il mento spaventosamente gonfio e tolse il casco al padre. Affondò le dita nei capelli madidi di sudore, sollevò la gomma, tolse e buttò da parte la maschera antigas, che somigliava a uno scalpo rattrappito color grigio cadaverico. Il petto dell'uomo si sollevava a fatica, le dita grattavano il granito, gli occhi acquosi rimanevano fissi su di lei, senza battere ciglio. Non rispondeva.

Dopo avergli messo lo zaino sotto la testa, Sasha si lanciò verso le porte. Si appoggiò con le spalle magroline all'enorme battente, ispirò a fondo e strinse i denti. Il masso di ferro di molte tonnellate cedette malvolentieri, si mosse un po', emise dei lievi gemiti, ma rimase dov'era. Sasha armeggiò col chiavistello e scivolò sul pavimento. Solo un minuto, non di più. Il tempo di riprendere fiato, per poi tornare subito da lui.

Ogni nuovo spostamento costava più caro al padre e il bottino scarso con cui tornava valeva meno delle forze perdute. Per queste uscite consumava i residui della sua vita non di qualche giorno, ma di settimane, mesi. Era uno sperpero necessario: se non avessero avuto niente da vendere sarebbe rimasto da mangiare solo il topo addomesticato. Era l'unico in questa stazione inaccessibile e pericolosa, e poi potevano spararsi.

Sasha avrebbe voluto dare il cambio al padre. Mille volte gli aveva chiesto il respiratore per andare lei stessa in superficie, ma lui era intransigente. Probabilmente sapeva che, da sola, la maschera antigas logora, con filtri da tempo dimenticati, aveva lo stesso potere taumaturgico di un qualunque altro talismano. Ma a lei questo non l'aveva mai confessato. Mentiva, dicendo che sapeva pulire i filtri. Mentiva, dicendo che si sentiva bene anche dopo una "passeggiata" di un'ora. Mentiva, dicendo che voleva solo stare un po' solo quando temeva che lo vedesse mentre vomitava sangue.

Sasha non aveva il potere di cambiare le cose. Lei e il padre erano stati costretti ad andare lontano, in questo angolo dimenticato, e se non era arrivato nessuno a dar loro il colpo di grazia era più per curiosità ingiuriosa e beffarda che per compassione. Pensavano che non sarebbero riusciti a resistere nemmeno una settimana, ma la volontà e la tempra del padre erano bastati per anni. Li odiavano e disprezzavano, ma li finanziavano regolarmente, non certo gratis, s'intende.

Tra uno spostamento e l'altro, in quei rari momenti in cui erano loro due soli accanto al fuocherello debole e fumoso, al padre piaceva parlare della vita di prima. Erano già passati alcuni anni, lo sapeva, non aveva senso mentire anche a se stesso: non aveva un futuro davanti a sé. Però nessuno poteva togliergli il passato.

"Prima avevo gli occhi dello stesso colore dei tuoi", le diceva il padre."Il colore del cielo". E a Sasha sembrava di ricordare quei giorni, giorni in cui il tumore non gli aveva ancora gonfiato sul collo un enorme gozzo, quando gli occhi dell'uomo non si erano ancora scoloriti, ed erano chiari come quelli della ragazza.

Quando il padre diceva "il colore del cielo", sicuramente aveva in mente il cielo azzurro, ancora vividissimo nella sua memoria, e non quello paonazzo, turbinante, sotto il quale si trovava quando di notte saliva in superficie. Non vedeva la luce del giorno ormai da dodici lunghi anni. Sasha non l'aveva mai vista. Solo in sogno, ma come avrebbe potuto dire con certezza se l'aveva immaginato correttamente? Somiglia al nostro quel mondo che vedono in sogno gli uomini ciechi dalla nascita? E lo vedono, anche se solo in sogno?


* * *


I bambini piccoli, quando socchiudono gli occhi, pensano che tutto il mondo sia avvolto dalla nebbia. Pensano che tutto ciò che li circonda in quell'attimo sia come loro. "L'uomo nelle gallerie è indifeso e ingenuo, come i bambini", pensò Omero. Se gli faceva piacere poteva considerarsi il portatore di luce nelle tenebre, mentre brandiva il suo faro, ma anche nell'oscurità più impenetrabile puoi ritrovarti attorniato da moltitudine di occhi che ci vedono. E in quel momento, dopo l'incontro con i mangiacadaveri, questa sensazione gli restava appiccicata addosso. Distrarsi, bisognava distrarsi.

"Che strano che Hunter non sapesse cosa ci aspettava alla Nakhimovsky Prospekt", pensò Omero. Quando il brigadiere era apparso per la prima volta alla Sevastopolskaya, due mesi prima, nessuno degli uomini di pattuglia era riuscito a spiegarsi in che modo un uomo di costituzione tanto possente fosse riuscito ad attraversare tutti i posti di blocco delle gallerie settentrionali senza essere notato. Era un bene che il comandante del perimetro non avesse preteso dalle vedette queste spiegazioni.

Ma anche se Hunter non fosse passato per la Nakhimovsky Prospekt , allora com'era arrivato alla Sevastopolskaya? Il resto dei percorsi della grande Metro erano interrotti da tempo. La linea Kakhovskaya era abbandonata, per motivi noti erano anni che in quelle gallerie non cresceva nemmeno un filo d'erba, erano chiuse. La Chertanovskaya? Era ridicolo anche solo supporre che, per quanto fosse abile, un soldato spietato e tutto solo potesse farsi largo attraverso la stazione maledetta e arrivarci senza farsi vivo prima alla Sevastopolskaya, non era possibile.

Avendo escluso il nord, il sud e l'ovest, a Omero restava solo da supporre che il visitatore segreto fosse arrivato nella loro stazione dall'alto. Ovviamente tutte le entrate e le uscite per la superficie di cui si aveva notizia erano state chiuse ermeticamente e tenute sotto osservazione ma... avrebbe potuto, per esempio, aprire il pozzo di ventilazione bloccato. I sebastopolitani non si aspettavano che dalle rovine bruciate dei prefabbricati di molti piani potesse apparire una persona tanto intelligente da eludere il loro sistema di segnalazione.

La scacchiera sconfinata dei micro quartieri, con i rari residui delle testate cadute sulla città, si era ormai chiusa da molto tempo, gli ultimi giocatori del decennio precedente l'avevano abbandonata. I suoi pezzi erano figure mostruose, spaventose, che in quel momento si erano radunate da sole sulle sue caselle. Giocavano una nuova partita, ma secondo le loro regole. All'uomo restava solo da sognare una rivincita durante le sue brevi uscite alla ricerca di oggetti di valore, quelli che non erano andati in polvere più di venti anni prima, questi tentativi di sciacallaggio frettolosi e pudichi nelle proprie case erano le uniche cose che gli uomini avevano la forza di fare. Gli stalker salivano in superficie, aggiungendo alle armature una difesa contro le radiazioni e, per la centesima volta, nelle carcasse dei Khrushomostri più vicini, ma nessuno di loro riusciva a distruggere del tutto loro case precedenti. Si poteva forse rispondere con una scarica di mitra, stare seduti sui tetti imbrattati e, lasciatosi il pericolo alle spalle, correre a rotta di collo verso la discesa salvifica nel sottosuolo.

Le vecchie mappe della capitale non avevano più niente in comune con il mondo reale. Là, dove prima si stendevano i Prospekt bloccati da ingorghi chilometrici ora si potevano aprire voragini o le macchie nere di boschi impraticabili. I quartieri residenziali si erano trasformati in paludi o in luoghi in cui la vegetazione era assente, bruciacchiata. I più temerari fra gli stalker avevano l'ardire di esplorare la superficie nel raggio di chilometri dalla loro tana, altri si accontentavano di meno.

Le stazioni che si trovavano sul Nakhimovsky Prospekt: Nagornaya, Nagatinskaya e Tulskaya non avevano uscite proprie, due di esse erano abitate da persone troppo timorose per salire in superficie e Omero non riusciva a capire da dove potesse sbucare un uomo, in mezzo a questo luogo sperduto. E tuttavia voleva pensare che Hunter fosse apparso nella loro stazione proprio dalla superficie.

Questo perché era ancora l'unica e l'ultima ipotesi per spiegare da dove fosse venuto il loro brigadiere ed era apparsa nella mente del vecchio ateo contro la sua volontà, mentre cercava di calmare l'affanno e di affrettarsi dietro a quell'ombra nera che volava rapida davanti a lui, come se non sfiorasse nemmeno la terra.

E dal basso?


"Ho un brutto presentimento", si lamentò Achmed a voce bassa, ma abbastanza forte perché Omero lo sentisse, senza staccare gli occhi dal brigadiere. "Non siamo partiti al momento giusto. Non ci posso credere, con tutte le volte che sono stato qui con la carovana. Alla Nagornaya oggi tira una brutta aria..."

Le piccole bande di saccheggiatori, che si riposavano dal brigantaggio nelle stazioncine poco oltre l'Anello, già da tempo non avevano il coraggio di avvicinarsi alle carovane della Sevastopolskaya. Sentendo il rimbombo cadenzato degli stivali chiodati che annunciavano l'avvicinamento della fanteria pesante, riuscivano a sognare una cosa sola: levarsi dalla strada il più in fretta possibile.

No, non era per causa loro e non per gli avvoltoi a quattro zampe della Nakhimovsky Prospekt se queste carovane erano sempre difese cosi bene. L'addestramento inflessibile e il coraggio, la capacità di chiudersi a formare un gruppo d'assalto forte in pochi secondi e distruggere ogni minaccia tangibile con una raffica di fuoco avrebbero reso le guardie della Sevastopolskaya i signori incontrastati delle gallerie dal loro posto di blocco fino alla Serpukhovskaya... se non addirittura alla Nagornaya.

Si erano lasciati alle spalle la Nakhimovsky Prospekt con tutte le sue paure, ma né Omero né Achmed riuscivano a provare il minimo accenno di sollievo. La stazione Nagornaya, modesta e scialba, era diventata l'ultima per molti viaggiatori che le si erano avvicinati senza la dovuta attenzione. I poveri disgraziati che capitavano per caso alla vicina Nagatinskaya, si stringevano poco lontano dalle fauci della galleria che andava a sud, alla Nagornaya. Come se potesse proteggerli... come se ciò che arrivava dalla galleria meridionale non potesse insinuarsi anche un po' più avanti, per scegliersi il bottino secondo il proprio gusto.

Intrufolandosi attraverso la Nagornaya, bisognava solo affidarsi alla fortuna, perché questa stazione sfuggiva a qualunque logica. A volte era silenziosa e lasciava che gli uomini la attraversassero, intimiditi solo dalle impronte insanguinate sulle pareti e dalle colonne di ferro zigrinate, come se qualcuno avesse tentato accanitamente di scalarle con la speranza di trovare la salvezza sopra di esse. Ma dopo qualche minuto era in grado di negare quella stessa accoglienza al gruppo successivo, che perdeva la metà delle merci. Tuttavia, coloro che sopravvivevano la consideravano comunque una vittoria.

Era insaziabile. Non faceva preferenze. Non permetteva di essere studiata. La Nagornaya si presentava agli abitanti di tutte le stazioni vicine come l'incarnazione dell'arbitrarietà del destino. Oltre a essere la prova più difficile per coloro che decidevano di andare dall'Anello alla Sevastopolskaya e viceversa.

"Forse solo la Nagornaya poteva farlo", superstizioso come molti altri sebastopolitani, Achmed preferiva parlare di questa stazione come di un soggetto vivente.

Omero non aveva bisogno di fare domande o di correggerlo, lui stesso pensava che la Nagornaya sarebbe stata capace inghiottire le carovane scomparse e tutti gli esploratori mandati a cercarli.

"Qualunque cosa sia successa, ma perché tanta gente improvvisamente sparita...", gli fece eco. "Forse rimasta soffocata..."

"Perché dici così?", Achmed lo zittì in malo modo, forse facendo un gesto stizzito con la mano, trattenendo a stento uno scappellotto che il vecchio chiacchierone si stava chiaramente andando a cercare. "Per colpa tua quasi soffocavo!"

Omero tacque, trattenendo il rancore. Non credeva che la Nagornaya potesse sentirli e celare il proprio malanimo. E comunque non a quella distanza... pregiudizi, tutti pregiudizi! Adorare gli idoli del sottosuolo era una cosa alla quale non si poteva sfuggire, come il mal di denti. Omero già da tempo non ne soffriva, ma Achmed aveva ragioni personali.

Preso dalla tasca della giubba il rosario, fatto con proiettili da pistola spuntati, cominciò a far girare in rapida successione fra le mani sporche i gingillini di piombo e si mise ad articolare con le labbra strane parole nella sua lingua perché la Nagornaya potesse perdonare i peccati di Omero. Ma evidentemente la stazione non lo capiva, oppure era già tardi per chiedere perdono.


Hunter, che aveva colto qualcosa con il suo fiuto straordinario,fece un gesto con la mano guantata, attenuò la velocità e scese a terra dolcemente.

"Là c'è nebbia", sbottò, inspirando l'aria con le narici. "Che cos'è?"

Omero e Achmed si scambiarono uno sguardo. Entrambi capivano che cosa significava: la caccia era aperta e arrivare vivi ai confini settentrionali della Nagornaya per loro, in quel momento, sarebbe stato un successo straordinario.

"Come dire..." rispose malvolentieri Achmed. "È lei che respira..."

"Lei chi?", si interessò freddamente a lui e si tolse dalla spalla lo zaino, evidentemente stava cercando l'arsenale del calibro adatto.

"La stazione Nagornaya", la sua voce divenne un bisbiglio.

"Vediamo", Hunter si piegò con aria sprezzante.

"Ma no..." Omero aveva avuto l'impressione che il viso deturpato del brigadiere si ravvivasse; invece rimaneva immobile, come sempre, solo che era illuminato.

Dopo un centinaio di metri anche gli altri lo videro: un pesante fumo biancastro veniva loro incontro, inizialmente strisciava a livello del suolo, assaggiando il sapore dei loro stivali, poi salì ad avvolgergli le ginocchia, invadendo il tunnel fino alla cintola degli uomini... che lentamente entrarono nel mare immaginario e affondarono ad ogni passo ancora di più in quella cortina illusoria, finché non si immersero nelle sue acque torbide con la testa.

Non si riusciva a vedere bene. La luce della torcia si perdeva in questa strana nebbia, come mosche in una ragnatela, che dopo aver compiuto a fatica pochi passi perdono le forze, si accasciano e penzolano nel vuoto, catturate, fiaccate, rassegnate. I rumori giungono a fatica, come attraverso un cuscino di piume, e anche i movimenti diventavano più difficoltosi, come se il drappello effettivamente camminasse non sulle traversine dei binari, ma nella melma di un fondale.

Anche respirare era diventato più faticoso, non tanto per l'umidità, quanto per l'odore insolito e aspro che era apparso nell'aria e che non aveva intenzione di alleggerirsi: gli uomini continuavano ad avere la sensazione di assorbire il respiro di una creatura enorme, cattiva, che toglieva dall'aria tutto l'ossigeno e la impregnava con le sue esalazioni tossiche.

A scanso di equivoci, Omero si mise di nuovo il respiratore. Hunter, sfiorando il suo sguardo, affondò le cinque dita nella borsa di tela e si mise una maschera nuova, di gomma, sopra quella solita. Senza l'antigas rimaneva solo Achmed, che o non era riuscito a prendere la sua maschera oppure l'aveva dimenticata...

Il brigadiere si fermò di nuovo, portando l'orecchio lacero alla Nagornaya, ma la foschia bianca che si infittiva gli impediva di identificare i frammenti di rumore che venivano dalla stazione e di formare un quadro completo. Inoltre poco lontano cadde qualcosa di pesante, precipitò con un tonfo, ma era una nota troppo bassa per essere udita da un uomo, o da un qualunque animale. Il ferro strideva isterico, come se la mano di qualcuno avesse spostato uno degli spessi tubi che strisciavano lungo le pareti.

Hunter scosse la testa, come se volesse liberarsi dai residui e invece della pistola a mitragliatrice corta prese il kalashnikov armeno, con il caricatore e il lanciagranate posizionato sotto la canna.

"Finalmente", borbottò fra sé.

Quasi non si resero immediatamente conto di essere entrati in stazione. La Nagornaya affondava nella nebbia, densa come latte suino e Omero che la guardava attraverso la maschera antigas appannata, ebbe l'impressione di essere un sommozzatore che penetra all'interno di una grande nave transoceanica dispersa.

La somiglianza era acuita dalle pareti sulle quali spiccava un quadro cesellato: gabbiani di mare, impressi nel metallo con uno stampo sovietico semplice e austero. Soprattutto somigliavano a impronte di un organismo fossile, scoperto nella roccia staccata. "Pietrificazione: questa sarà anche la sorte dell'uomo, e delle sue opere", a Omero balenò questo pensiero. "Però chi lo ritroverà?". La foschia che li attorniava era viva; si spostava, si contorceva. A volte formava grumi scuri, all'inizio si riusciva a vedere: un vagone piegato o la cabina del personale arrugginita, poi il tronco squamato o la testa di un mostro mitologico. E Omero aveva paura anche solo di immaginare chi potesse aver occupato gli alloggi per l'equipaggio e scelto la cabina di prima classe nei decenni trascorsi dal giorno del disastro. Aveva sentito molto parlare di ciò che era successo alla Nagornaya, ma non si era mai trovato faccia a faccia con...


"Eccolo! Là, a destra!", cominciò a urlare Achmed, dando uno strattone alla mano del vecchio.

Partì un colpo di pistola, soffocato dal silenziatore fatto a mano.

Omero fece una giravolta con una velocità inammissibile per i suoi reumatismi, ma la lampada intorpidita illuminava solo una parte della colonna coperta di metallo nervato.

"Dietro! Ecco, lì dietro!", Achmed lasciò partire una breve scarica.

I suoi proiettili, però, sbriciolarono soltanto i resti delle lastre di marmo con cui un tempo erano coperte le pareti della stazione. Di chiunque fosse la sagoma che Achmed aveva notato nel Morok fluttuante, si era dileguata incolume.

"Aveva il respiro pesante", pensò Omero.

Eppure con la coda dell'occhio intravedeva qualcosa di... gigantesco, che si piegava sotto il soffitto di quattro metri della stazione, troppo basso per lui, con un'agilità impensabile data la sua altezza colossale, spuntava dalla nebbia nell'angolo estremo del suo campo visivo per poi sparire di nuovo prima che il vecchio riuscisse a puntargli contro il mitragliatore.

Omero fissava il brigadiere impotente...

Non era da nessuna parte...


* * *


"Niente, non è niente. Non aver paura", la consolava il padre fermandosi a riprendere fiato fra le parole. "Sai... da qualche parte nella Metro ci sono persone stranissime..."

Il tentativo di fare un sorriso gli sfigurò il viso, come se gli si fosse staccata la mandibola dal cranio. Sasha sorrise a sua volta, mentre sullo zigomo affilato e imbrattato di fuliggine scivolava una goccia di rugiada salata. Almeno il padre era tornato in sé, dopo alcune lunghe ore durante le quali aveva già pensato a tutto.

"Questa volta è stato un fallimento, scusa", disse lui. "Ho deciso di arrivare comunque ai garage. Sembrava non finire mai. Ne ho trovato uno intatto. La serratura di metallo arrugginito era unta. Non sono riuscito a romperla. Ho preso la cartuccia, l'ultima. Speravo che ci fosse una macchina, pezzi di ricambio. Ho tirato, l'ho aperto e... vuoto. Proprio niente. Perché l'avevano chiuso a chiave, quei mascalzoni? E quanto baccano. Pregavo che nessuno mi sentisse. Sono uscito dal garage ed ero circondato dai cani. Ho pensato, è finita... ho pensato davvero che fosse finita".

Il padre chiuse gli occhi e tacque. Agitata, Sasha gli afferrò la mano e lui, senza aprire gli occhi, piegò quasi impercettibilmente la testa. "Non preoccuparti, è tutto a posto". Non aveva nemmeno la forza di parlare, ma voleva metterla al corrente, aveva bisogno di spiegare perché nell'ultima settimana non si reggeva in piedi, era difficile riuscirci. Non ci riuscì e si addormentò.

Sasha controllò la benda posata sulla tibia dilaniata, cambiò la compressa calda. Si alzò, si avvicinò alla casetta del topo, socchiuse la porticina. La bestiola lanciò all'esterno uno sguardo diffidente, forse cercava di nascondersi, ma poi, facendo un favore a Sasha, uscì sulla piattaforma a sgranchirsi le zampe. Il fiuto del topo non falliva mai: nelle gallerie c'era solo silenzio. Tranquillizzata, la ragazza tornò al giaciglio.

"Devi assolutamente alzarti, andrai di nuovo", sussurrò al padre. "E troverai un garage con dentro una macchina tutta intera. E saliremo insieme, saliremo a bordo e andremo via, lontano. A dieci, quindici stazioni da qui. Là non ci conoscono, saremo stranieri. Là nessuno ci odierà. Se esiste un posto così da qualche parte..."

Gli raccontò ancora la storia del lupo, che tante volte aveva ascoltato da lui. La ripeté parola per parola, e adesso, ripetendo da sola il vecchio mantra del padre, ci credeva cento volte di più. Riuscirà a farlo uscire di nuovo. Lo salverà. In questo mondo deve esserci un posto dove tutti li ignoreranno. Dove potranno essere felici.


* * *


"Eccolo! Lì! Mi guarda!"

Achmed strillava come se l'avessero già afferrato e trascinato via; come non si era mai permesso di gridare. Il mitragliatore si era inceppato di nuovo. Achmed, finalmente abbandonata la sua solita tranquillità, tremò, tentando di mettere nella fessura un caricatore.

"Mi ha preso... mi ha..."

Lì, poco lontano, c'era un altro fucile che brontolava cupo, ma si zittì per un secondo e poi si sentirono tre scariche appena percettibili, interrotte da tre colpi. Significava che Hunter era vivo e che a loro restava una speranza. Gli schiocchi si allontanavano a tratti, poi si avvicinavano, ma non era possibile dire se i proiettili avessero centrato l'obiettivo. Omero, che aspettava di sentire il ruggito infuriato del mostro ferito, tendeva invano l'orecchio. La stazione era immersa in un silenzio straziante; i suoi misteriosi proprietari sembravano o incorporei, oppure inattaccabili.

A quel punto il brigadiere condusse il suo strano combattimento dall'altra parte della piattaforma: là divampò e si smorzò la linea punteggiata del fuoco tracciata dalle pallottole. Inebriato dal combattimento con i fantasmi, condannò gli uomini sotto il suo comando.

Omero trattenne il fiato e alzò la testa. Già da alcuni lunghi istanti provava un irrefrenabile desiderio di farlo e alla fine cedette, ma lo fece con attenzione. aveva sentito troppo chiaramente su di sé uno sguardo con la pelle, il cucuzzolo, i capelli sul collo : il freddo era opprimente e lui non riusciva più a ignorare i suoi presentimenti.

A livello del soffitto, proprio sopra di loro, nella nebbia si librava ancora una testa tanto grande che Omero non capì subito di cosa si trattasse. Il corpo del gigante rimaneva nascosto nelle tenebre della stazione, si vedeva solo il muso mostruoso che, dondolando senza fretta di cadere, pendeva sopra quegli omuncoli , con le loro armi inutili, che chissà perché gli davano una piccola proroga.

Ammutolito per l'orrore, il vecchio cadde in ginocchio; il mitragliatore gli cadde dalle mani, andò a sbattere sulle rotaie e fece un rumore che risuonò come un lamento. Achmed lanciò un grido straziante. La creatura si spostò davanti a loro senza fretta: tutto lo spazio visibile era occupato da quel corpo scuro, enorme come una roccia. Omero chiuse gli occhi, preparandosi, dicendo addio... E, pensava, gli dispiaceva solo per un motivo. Quel pensiero amaro gli trapanava e gli rimordeva la coscienza. "Non ce l'ho fatta".


Ma poi il lanciafiamme sputò tossicchiando una vampata, un'onda esplosiva li colpì alle orecchie, tramortendo e lasciandosi alle spalle un infinito fischio fastidioso. A quel punto cominciarono a cadere fitti dei brandelli di carne bruciata. Achmed fu il primo a riprendersi, strattonò il vecchio per la collottola, lo rimise in piedi e lo portò con sé.

Corsero avanti, inciampando nelle traversine e rialzandosi, senza sentire dolore. Si tenevano l'un l'altro, perché attraverso la foschia biancastra non si riusciva a distinguere niente e nemmeno a distanza di un braccio teso. Corsero veloci come se li minacciasse non solo la morte, ma qualcosa di smisuratamente più spaventoso: una definitiva, irrevocabile escarnazione, l'annientamento del corpo e dell'anima.

Alcuni demoni invisibili e quasi impossibili da sentire, ma che erano a pochi passi soltanto, li seguivano, accompagnandoli senza attaccarli, come se stessero giocando e volessero dare un'illusione di salvezza.

Poi il marmo frantumato delle pareti lasciò il posto alle strutture di rinforzo delle gallerie: erano riusciti a uscire dalla Nagornaya! E i custodi della stazione, come se avessero una catena che arrivava solo al limitare della stazione della quale si erano impossessati, rimasero indietro. Ma era presto per fermarsi. Achmed si mosse per primo, sfiorando i tubi delle pareti, trovando a tastoni la direzione da seguire, e intanto spronava il vecchio che si bloccava e che di tanto in tanto cercava di sedersi.

"E il brigadiere?", disse Omero con voce rauca, togliendosi la maschera antigas che lo soffocava.

"La nebbia finirà! Alziamoci, aspettiamo. Ormai dovremmo esserci quasi! Rimangono solo duecento metri circa... e poi saremo fuori dalla nebbia. La cosa più importante è uscire dalla nebbia". Achmed continuò con i suoi scongiuri. "Forza, contiamo i passi..."

Ma la foschia che li avvolgeva non cominciò ad attenuarsi né dopo duecento, né dopo trecento passi. "E cosa facciamo se lui è già strisciato fino alla Nagatinskaya?", pensò Omero. "E se ha già superato anche la Tulskaya e la Nakhimovskaya?"

"Non può essere... deve... si sarà fermato un po'...", borbottò Achmed per la centesima volta e improvvisamente si fermò dov'era.

Omero non si fermò, gli rovinò addosso ed entrambi caddero a terra.

"La parete è finita", Achmed, sbigottito, toccò le traverse, le rotaie, il cemento umido e ruvido del pavimento, come se temesse che la terra gli scappasse da sotto i piedi a tradimento, da un momento all'altro, come se tutti i sostegni fossero spariti nel nulla.

"Eccola! Ma cosa ti prende?", Omero trovò al tatto la deviazione della struttura di rinforzo, vi si appoggiò e si alzò con cautela.

"Scusa...", Achmed rimase un po' in silenzio per riordinare le idee. "Sai, là quando eravamo nella stazione... ho pensato che non me ne sarei mai andato da lì. Mi faceva quell'impressione, capisci. Quello aveva deciso di prendermi. Pensavo di rimanerci per sempre. E senza nemmeno essere sepolto".

Le parole gli uscivano a fatica, come se le avesse trattenute per molto tempo, si vergognava dei suoi lamenti da donnicciola e tentava di giustificarli, anche se sapeva che non c'era giustificazione. Omero scosse il capo.

"Piantala. Anche io me la sono fatta nei pantaloni e cosa è successo? Che siamo riusciti ad andarcene. E ormai dovremmo essere vicini".

L'inseguimento era terminato e i due uomini poterono riprendere fiato. In realtà, non riuscivano più a correre, quindi si trascinavano, aguzzando la vista, aggrappandosi alle pareti e, passo dopo passo, si avvicinavano alla liberazione. Erano riusciti a lasciarsi alle spalle la parte più spaventosa e anche se per ora Morok si rifiuta di retrocedere, prima o poi gli spifferi d'aria aridi delle gallerie l'avrebbero punto, fatto a pezzi e portato via a brandelli nei pozzi di ventilazione. Prima o poi usciranno fra gli uomini e aspetteranno là il loro comandante che si attarda.

E successe anche prima di quanto non osassero sperare, forse perché nella nebbia sia il tempo sia lo spazio si deformano? Lungo le pareti c'era una scaletta di ghisa. il rialzo della piattaforma, la sezione circolare della galleria aveva lasciato il posto a un rettangolo, fra le traverse era comparsa una fossetta, ecco il rifugio per i passeggeri caduti sui binari.

"Guarda un po'...", sussurrò Omero. "Sembra una stazione! La stazione!"

"Ehi, c'è qualcuno?", cominciò a gridare con tutte le sue forze Achmed. "Fratelli, chi c'è?", gli venne da ridere in modo stupido, esultante.

La luce giallognola e macilenta del faro fece apparire nelle tenebre nebbiose delle lastre di marmo che coprivano il muro, corrose dal tempo e dagli uomini. Nemmeno uno dei mosaici colorati, orgoglio della Nagatinskaya, era rimasto intatto, e cos'era successo alle colonne rivestite di pietra? Possibile...

Sebbene Achmed non avesse ricevuto risposta, lui non disperava. E continuava a chiamare e a gioire, ma non coglieva i particolari. Mentre Omero era tutto preso a ispezionare le pareti, percorrendole con il raggio indebolito, era raggelato dal sospetto.

E infine le trovò. Le lettere di ferro avvitate nel marmo screpolato formavano la scritta:

"????????", cioè Nagornaya.


* * *


Suo padre ci credeva: i ritorni non avvengono mai per caso. Si torna per correggere qualcosa. A volte è Dio stesso che ci prende per la collottola e ci riporta nel posto preciso dove per caso siamo sfuggiti al suo occhio per eseguire la sua sentenza, oppure per darci una seconda possibilità.

Per questo, le aveva spiegato il padre, non avrebbe mai potuto tornare dall'esilio alla loro stazione natia. Non aveva più le forze per vendicarsi, lottare, dimostrare. Da molto tempo non aveva bisogno del pentimento di nessuno. In quella vecchia storia che gli era costata la vita precedente, e per poco non gli era costata la vita, ognuno riceveva in base ai meriti, diceva lui. Così era risultato che loro erano destinati all'esilio eterno: il padre di Sasha non aveva mai voluto correggere niente, ma Dio non dava mai uno sguardo alla loro stazione.

Il piano di salvataggio era trovare una macchina che non si fosse imputridita nel tempo, per poi ripulirla, far rifornimento e fuggire dal cerchio proibito descritto dal destino: molto tempo prima il piano si era trasformato in una fiaba per la buonanotte.

Per Sasha era ancora un altro binario che si erano lasciati alle spalle nella grande Metro. Quando lei, nel giorno pattuito, si era recata al ponte per barattare alcuni oggetti aggiustati, soprammobili anneriti e libri ammuffiti in cambio di cibo e alcune cartucce, successe che le offrirono qualcosa di gran lunga più grande.

Dopo aver illuminato con il riflettore dell'automotrice la sua figura angolosa e minuta, i piccoli imprenditori privati si strizzarono l'occhio e schioccarono le labbra, gridarono, promisero. La ragazzina sembrava una selvaggia: li guardava in tralice senza parlare, tesa, nascondeva dietro la schiena una lunga sciabola. La salopette da uomo ampia non riusciva a smussare le linee audacemente disegnate. Lo sporco e il grasso che le macchiavano il viso facevano sembrare ancora più luminosi i suoi occhi azzurri, tanto luminosi che alcuni distolsero lo sguardo. I capelli bianchi, tagliati sobriamente con quello stesso coltello che teneva sempre stretto nella mano destra, le coprivano a malapena le orecchie, le labbra mordicchiate non sorridevano mai.

Siccome avevano capito in fretta che non si può nutrire il lupo con l'elemosina, gli uomini con l'automotrice tentarono di corromperla con la libertà, ma lei non rispose nemmeno una volta. Quelli pensavano che la ragazzina fosse muta. Così fu anche più facile, e Sasha lo capiva benissimo: comunque non era d'accordo nel non comprare due posti sull'automotrice, fra suo padre e gli altri c'era troppa disparità e non potevano pagarli.

Impersonali e anonimi, con le voci nasali che uscivano dalle maschere antigas nere da combattimento, per lei non erano semplici nemici, non vedeva in loro niente di umano, niente che avrebbe potuto farle abbandonare la realtà, nemmeno per una notte, nemmeno in sogno.

Quindi si limitò a deporre sulle traverse i telefoni, i ferri da stiro, le tazze, indietreggiò di dieci passi e aspettò che i commercianti prendessero la merce e scagliassero sui binari degli involti con maiale essiccato; poi per dispetto sparsero anche alcune manciate di cartucce, per vedere come avrebbe fatto a prenderle strisciando.

Poi l'automotrice si allontanò lentamente e se ne andò verso il mondo vero, e Sasha si voltò e andò a casa, dove l'aspettava una montagna di strumenti rotti, il cacciavite, il saldatore e una vecchia bicicletta riconvertita in una dinamo meccanica. Lei la sellava, chiudeva gli occhi e correva lontano lontano, quasi senza pensare al fatto che non si sarebbe mai mossa da lì. E fu così che prese da sola la decisione di non perdonare, e ciò le dava forza.


* * *


Quale diavolo? In quale forma si sarebbe manifestato davanti a loro? Omero tentava febbrilmente di trovare una spiegazione a ciò che era successo. Achmed tacque all'improvviso: aveva visto quello che Omero illuminava con il faro.

"Non mi lascia andare...", si lagnò con voce fioca, appena percettibile.

La nebbia che li circondava si addensò così tanto che si vedevano a fatica. Assopitasi in assenza di uomini, la Nagornaya si era ripresa proprio in quel momento: l'aria pesante rispondeva alle loro parole con oscillazioni impercettibili e le ombre indistinte si svegliavano dalle profondità. E non c'era traccia di Hunter. Un essere fatto di carne e sangue non può essere sconfitto in una battaglia contro i fantasmi. Non appena la stazione si fosse stancata di giocare con loro, li avrebbe avvolti con il suo respiro acre e li avrebbe bruciati vivi.

"Vattene", sbottò Achmed irrimediabilmente. "Ne ho bisogno. Non sai, tu sei stato qui raramente".

"Smettila di sparare scemenze", gli ruggì contro il vecchio, con una forza che nemmeno lui stesso si aspettava. "Ci siamo solo persi nella nebbia. Torniamo indietro". "Non possiamo andarcene. Puoi correre quanto vuoi, se sei con me torni indietro. Trovati la strada da solo. Vattene, ti prego".

"Ne ho abbastanza!", Omero afferrò Achmed per mano e lo trascinò verso la galleria. "Fra un'ora mi ringrazierai!"

"Rendimi alla mia Gulya...", cominciò quello.

E una forza incredibile, miracolosa, gli strappò via la mano da quella di Omero, tirando bruscamente verso l'alto, nella nebbia, nell'oscurità. Non riuscì a gridare, sparì e basta, come se in un attimo si fosse disintegrato in atomi, come se non fosse mai esistito. Dietro di lui il vecchio strillava a squarciagola: come se fosse impazzito, girando attorno al proprio asse, sprecando cartucce preziose, un caricatore dopo l'altro. Poi gli si abbatté sulla nuca un colpo distruttivo, che avrebbe potuto assestare solo uno dei demoni di quel luogo, e l'universo cominciò a precipitare.