2034 – Cap.3

Capitolo tre

Dopo la vita


Omero pensò che avrebbe ricordato per tutta la vita lo sguardo dell'uomo di pattuglia che gli aveva detto addio all'estremità settentrionale. L'aveva guardato come si guarda il corpo dell'eroe caduto, quando l'onorevole sentinella gli rende l'ultimo onore, tutto d'un fiato: con ammirazione e nostalgia. Addio per sempre.

Sguardi come quelli non sono destinati ai vivi, Omero si sentì come se si stesse issando su per una scaletta a pioli malferma per rintanarsi nella cabina microscopica di un aereo minuscolo, incapace di atterrare, trasformato da alcuni perfidi costruttori giapponesi in una macchina infernale. Il vento salato agitava la bandiera imperiale raggiante, sul campo estivo si affaccendavano i meccanici, i motori rombavano nell'accendersi e il generale panciuto si portava le dita alla visiera, mentre nei suoi occhi gonfi scintillava l'invidia del samurai...

"Perché sei tanto felice?", chiese cupamente il vecchio Achmed comparendo al suo fianco.

Lui, a differenza di Omero, non ci teneva a essere il primo a scoprire cosa stesse succedendo alla Serpukhovskaya. Sulla piattaforma era rimasta sua moglie, taciturna, che con la mano sinistra teneva per mano il vecchio mentre nella destra aveva un pacchetto miagolante, e lo stringeva al petto con attenzione.

"È come stare fermi immobili di fronte a un attacco isterico, davanti alla mitragliatrice. Quell'entusiasmo disperato. Ci aspetta un fuoco mortale...", provò a spiegare Omero.

"Questi attacchi non si chiamano così per caso", borbottò Achmed, lanciandosi uno sguardo alle spalle, al piccolo spiazzo luminoso alla fine della galleria. "Appunto per i pazzi come te, un uomo normale non si piazza volontariamente davanti a una mitragliatrice. Non servono a nessuno, queste prodezze".

"Cerca di capire qual è il punto", il vecchio non rispose subito. "Quando senti che il momento si avvicina, cominci a chiederti: sono riuscito a fare qualcosa? Si ricorderanno di me?"

"Quanto a te non sono sicuro. Ma io ho dei figli. Quelli proprio non dimenticheranno... sono vecchio, in fin dei conti", aggiunse quello gravemente, dopo un attimo di silenzio.

Omero, piccato, voleva dare una risposta brusca, ma le ultime parole di Achmed l'avevano ferito per il tono bellicoso. Ed era vero: per lui , vecchio e senza figli, era facile rischiare la pelle piena di tarme, ma un ragazzo aveva davanti una vita troppo lunga per pensare all'immortalità.

Si lasciava alle spalle l'ultima luce: una scatola di vetro con dentro una lampadina, chiusa dietro una griglia e gremita di mosche ustionate e scarafaggi alati. La massa di chitina brulicava quasi vistosamente: alcuni insetti erano ancora vivi e cercavano di trascinarsi fuori, come condannati a morte che non si danno per vinti anche se sono stati buttati nella fossa comune insieme agli altri fucilati.

Involontariamente, Omero indugiò per un attimo nella macchia tremolante e morente della debole luce gialla, che si diffondeva da questa lampada-cimitero. Prese aria e si immerse, seguendo gli altri, nell'ombra nera come inchiostro che partiva dai confini della Sevastopolskaya e arrivava fino alle vicinanze della Tulskaya, sempre che esistesse davvero quella stazione.


* * *


La donna cupa con due bambini piccoli non era l'unica persona piantata sulle lastre di granito del campo sulla piattaforma deserta. Poco lontano, un ciccione monocolo, immobile, con le spalle da lottatore salutava con lo sguardo quelli che partivano e, a un passo dalla sua schiena, un vecchio con la giubba da soldato parlottava a bassa voce con l'attendente.

"Non ci resta che aspettare", riassunse Istomin passando il mozzicone da un angolo della bocca all'altro.

"Tu aspetta e io mi occupo delle mie cose", ribatté caparbiamente il colonnello.

"Te lo dico io, quello era Andrey. Il più anziano delle ultime tre persone che abbiamo mandato", Vladimir Ivanovich pensò ancora una volta alla voce che era uscita dalla cornetta del telefono, che continuava a risuonargli in testa come un'ossessione.

"E poi? Forse l'hanno fatto parlare sotto tortura. Gli specialisti conoscono molti metodi", il vecchio sollevò il sopracciglio.

"È inverosimile", il direttore scosse il capo pensoso. "Eppure hai sentito come parlava. Là sta succedendo qualcosa di diverso, qualcosa di inspiegabile. Non mandiamoci la cavalleria in fretta e furia..."

"Ti do una spiegazione in quattro e quattr'otto", lo corresse Denis Mikhaylovich. "La Tulskaya è stata presa dai banditi. Hanno teso un'imboscata ai nostri, qualcuno l'hanno ucciso, qualcuno l'hanno preso in ostaggio. Non hanno tagliato l'elettricità perché serve anche a loro e non vogliono innervosire l'Hansa. E poi hanno interrotto il telefono. Cos'è questa storia del telefono che un po' funziona e un po' no?"

"Aveva una voce...", non demordeva Istomin, quasi senza ascoltarlo.

"Ma quale voce?!", tuonò il colonnello, costringendo l'attendente ad allontanarsi discretamente di qualche passo. "Se ti infilzassero una spilla sotto le unghie avresti anche tu una voce come quella! Dammi un paio di tenaglie da fabbro e non ci metto molto a farti parlare in falsetto per tutta la vita!"

Gli era ormai chiaro che aveva preso la sua decisione. Risolti i dubbi, sentiva di aver ricominciato a giocare, ed era proprio la pedina a chiedere di essere sollevata, nonostante tutte le insistenze di Istomin.

Quello aspettò un attimo prima di rispondere, per lasciar sbollire il colonnello adirato.

"Aspettiamo", disse alla fine con tono conciliante, ma fermo.

"Due giorni", il vecchio incrociò le mani sul petto.

"Due giorni", annuì Istomin.

Il colonnello girò sui tacchi e marciò in caserma: non aveva nessuna intenzione di perdere ore preziose. I comandanti dei distaccamenti d'attacco lo aspettavano già da un'ora abbondante nel quartier generale, disposti ai due fianchi del lungo tavolo di assi. Avevano lasciato vuote solo le sedie ai due lati opposti: per lui e Istomin. Ma per quella volta avevano dovuto cominciare senza il direttivo.


All'uscita, il direttore della stazione non prestò attenzione a Denis Mikhaylovich.

"È buffo che i nostri ruoli si siano invertiti, no?", fece notare Istomin, un po' all'altro, un po' a se stesso.

Senza aspettare risposta si voltò e, incontrato lo sguardo imbarazzato dell'attendente, decise di non insistere e lasciò perdere. "Il colonnello si è sempre rifiutato caparbiamente di preparare anche una sola guerra inutile, non deve venirlo a sapere", pensò il direttore. "Sente qualcosa, il vecchio lupo? Ma adesso è giusto seguire il suo fiuto?"

A Istomin il fiuto suggeriva qualcosa di completamente diverso: nascondersi. Aspettare. Quella strana telefonata non aveva fatto altro che rafforzare un brutto presentimento: alla Tulskaya la loro fanteria pesante stava per trovarsi faccia a faccia con un avversario segreto, invincibile.

Vladimir Ivanovich si frugò nelle tasche alla ricerca di un accendino e accese una fiammella. Sulla sua testa si sollevarono immediatamente degli anelli di fumo spezzati, non si mosse da dov'era e non allontanò lo sguardo dal vuoto scuro della galleria, che fissava incantato, come un coniglio fissa le fauci allettanti del boa.

Finita la sigaretta, scosse ancora la testa e tornò in sé. L'attendente, sbucato dall'ombra, lo seguì a rispettosa distanza.


* * *


Ci fu uno scatto sordo e le volte nervate della galleria si illuminarono di cinquanta metri buoni. La lanterna di Hunter, per dimensioni e potenza, ricordava più un proiettore . Omero espirò senza far rumore, negli ultimi minuti non riusciva a scrollarsi di dosso il pensiero cupo che il brigadiere non si decidesse ad accendere la luce perché i suoi occhi riuscivano perfettamente a cavarsela senza.

Addentrandosi nel tratto più scuro della galleria, cominciava a perdere le sembianze di un uomo comune o, forse, più semplicemente, quelle di un uomo. I suoi movimenti avevano una grazia e un'impetuosità proprie dei felini. Sembrava che avesse acceso la lanterna solo per i suoi compagni di viaggio, mentre lui si affidava ad altri sensi. Tolto l'elmetto e rivolgendo l'orecchio alla galleria, spesso si metteva in ascolto e, rafforzando le supposizioni di Omero, di tanto in tanto si fermava per inspirare con il naso l'aria rugginosa.

Scivolando di alcuni passi in avanti senza fare rumore, non si voltava verso gli altri, come se si fosse dimenticato della loro esistenza. Achmed, che di tanto in tanto aveva prestato servizio al posto di blocco meridionale e non era abituato alle peculiarità del brigadiere, dava di gomito al vecchio, perplesso: "Che gli prende?". Quello si limitava ad allargare le braccia: "Come se si potesse spiegare in due parole..."

Perché aveva bisogno di loro? Sembrava che, nelle gallerie locali, Hunter si sentisse più sicuro di Omero, al quale aveva assegnato lui stesso il ruolo di guida autoctona. Eppure il vecchio, se l'avessero interpellato, avrebbe avuto molto da raccontarle sui posti dove di trovavano: leggende e verità, a volte più spaventose e stravaganti delle frottole che le vedette annoiate raccontavano attorno all'unico fuoco.

Aveva in testa tutta la pianta della Metro, non quella di Istomin. Là, dove sullo schema del direttore della stazione si spalancavano dei vuoti, Omero avrebbe potuto coprire tutto lo spazio libero con le sue annotazioni e spiegazioni. Pozzi verticali, locali di servizio aperti o conservati, collegamenti fra le linee come fili di ragnatela. Nel suo schema fra la Chertanovskaya e la Yuzhnaya, sotto la Sevastopolskaya e saltando una stazione, dalla linea si distaccava una diramazione che si impiantava nel gigante otre del deposito Varshavskoe, ricoperto dalle venature di decine di vicoli ciechi e di vasche di decantazione. Per Omero, che provava un fremito reverenziale davanti ai treni, quel deposito era un posto oscuro e mistico, simile al cimitero degli elefanti. Il vecchio avrebbe potuto parlare di quell'argomento per ore, se solo avesse trovato degli ascoltatori pronti a credergli.

Il settore della Sevastopolskaya - Nakhimovsky secondo Omero non era assolutamente facile. Le regole per la sicurezza e il semplice buon senso imponevano di restare insieme, muovendosi lentamente e con attenzione, esaminando minuziosamente le pareti e il pavimento davanti a sé. E anche in questo tratto, dove tutte le aperture erano state murate e piombate tre volte dagli ingegneri della brigata della Sevastopolskaya, non si poteva, in nessun caso, lasciare le retrovie scoperte.

La luce della torcia lacerava il buio, che si ricuciva immediatamente alle loro spalle, infrangendo l'eco dei passi che riverberava dai tramezzi delle innumerevoli strutture di rinforzo, e in un punto lontano il vento catturato nei pozzi di ventilazione lanciava un ululato ansioso. Cadevano delle gocce dense e grosse, che si erano accumulate senza fretta nelle fessure del soffitto: forse era solo acqua, ma Omero cercava di evitarle, "Così, perché non si sa mai".


* * *


Nei tempi antichi, quando ancora la città mostro che si gonfiava in superficie viveva la sua vita delirante e gli abitanti inquieti vedevano la Metro semplicemente come un sistema di trasporto insensibile, il giovane Omero, che tutti chiamavano semplicemente Kolya, vagava già per i binari con il faro e la cassetta degli attrezzi di ferro.

Ai comuni mortali era proibito accedere a quei luoghi, a loro erano riservate solo centocinquanta sale di marmo lucidate fino a brillare e vagoni stretti tappezzati di réclame colorate. Sebbene trascorressero dalle due alle tre ore ogni giorno a bordo di treni urlanti e dondolanti, milioni di persone non si rendevano conto che avevano il permesso di vedere solo un decimo di quell'enorme e incredibile regno sotterraneo. Le immagini tanto brillanti da far male agli occhi e gli annunci pubblicitari ripetuti da voci legnose non davano pace ai passeggeri nemmeno sulle scale mobili, erano studiate apposta perché non si soffermassero a pensare alle vere dimensioni della Metro e non si chiedessero dove portassero quelle porticine poco vistose e le barriere di ferro, le deviazioni laterali e oscure delle gallerie e i passaggi chiusi per eterni lavori di ristrutturazione. Se non altro, quella era l'impressione che aveva avuto Kolya dopo che aveva cominciato a introdursi nei segreti di quello stato nello stato.

Lo mappa iridata e superficiale della Metro appesa nei vagoni era deputata a convincere i curiosi che davanti a loro c'era un oggetto esclusivamente civile. Invece, in realtà, le sue linee dai colori allegri si intrecciavano ai rami invisibili delle gallerie segrete. Da quei grappoli pesanti pendevano bunker militari e governativi, e passaggi che li collegavano a un groviglio di catacombe scavate sotto la città ai tempi dei pagani.

Durante la prima giovinezza di Kolya, quando la sua patria era troppo povera per competere con le altre per forza e ambizioni, e il giorno del Giudizio sembrava ancora molto lontano, i bunker e i rifugi, costruiti nell'attesa, erano rimasti lì a prendere polvere. Ma con il denaro tornò anche l'antico onore e insieme quello i malintenzionati. Le porte di ghisa da centinaia di tonnellate coperte di ruggine furono aperte con stridore, le riserve di viveri e medicinali furono rinnovate, i filtri per l'acqua e per l'aria messi a punto.

E con un tempismo perfetto.


L'offerta di lavoro all'interno della Metro era stata per lui, forestiero e squattrinato, molto simile all'ingresso in una loggia massonica. Da disoccupato reietto era entrato nelle fila di un'organizzazione potente, che pagava generosamente quei servizi modesti che lui sapeva offrire e prometteva di metterlo al corrente dei segreti reconditi sulla costruzione del mondo. Il lavoretto che il cartellino prometteva, a Kolya sembrava molto seducente, mentre quasi per nessuno si profilava un futuro da cantoniere.

Anche se non subito, cominciò a capire dalle spiegazioni svogliate dei suoi compagni perché la Metropolitana avesse bisogno di collaboratori con stipendi alti e offrisse aumenti per le condizioni nocive. Il problema non erano i lunghi orari di lavoro e l'allontanamento volontario dalla luce del sole. No, il discorso verteva su una minaccia di tutt'altro genere.

Essendo un uomo scettico, non credeva alla cupa insistenza con cui si vociferava sulla presenza del diavolo. Una volta, però, un suo amico attraversò un breve passaggio cieco e non tornò mai più. Inspiegabilmente, nessuno intraprese le ricerche, il capoturno aveva scosso la mano come se fosse inevitabile. Inoltre, insieme all'amico, scomparvero senza lasciare traccia anche i documenti che attestavano il suo lavoro nella Metro. Kolya era l'unico che per giovinezza e ingenuità non riusciva a darsi pace con questo smarrimento, così qualcuno dei vecchi, dopo averlo preso in disparte, gli comunicò sussurrando che "avevano preso", il suo amico. Perciò chi, se non Omero, poteva sapere che nei sotterranei moscoviti succedevano fatti spiacevoli già molto tempo prima che la megalopoli morisse, bruciata dal respiro dell'Armageddon...

Privato di un amico e messo a parte di conoscenze proibite, Kolya avrebbe potuto spaventarsi e scappare, lasciare il lavoro e trovarne un altro. Invece era successo che con il tempo il suo matrimonio d'interesse con la Metro si era trasformato in un romanzo spaventoso. Essendogli venuti a noia i vagabondaggi a piedi per le gallerie, si sottopose al rito iniziatico dell'aiuto macchinista, occupando così un posto più sicuro nella complicata gerarchia della Metropolitana.

E fece una conoscenza più stretta con questo miracolo della luce incomprensibile, con questo labirinto che aveva nostalgia dell'antico, con la città ciclopica rimasta senza erede, che era finita gambe all'aria e si rispecchiava nel suo riflesso, sul territorio moscovita grigiastro... e sempre più se ne era innamorato, senza alcuna riserva. Questo Tartaro artificiale sarebbe stato degno dei versi del vero Omero o, nella peggiore delle ipotesi, della penna fugace di Swift, che lo avrebbe ritenuto ancora più forte di Laputa... ma il suo segreto ammiratore e cantore maldestro altri non era che Kolya. Nikolaev Nikolay Ivanovich. Buffo.

Possibile che si potesse ancora amare la Signora della Montagna di rame, ma amare anche la montagna di rame stessa? Questo amore, che era ricambiato fino alla gelosia aveva, a suo tempo, tolto a Kolya una famiglia, ma gli aveva anche salvato la vita.


* * *


Hunter si fermò sul posto così all'improvviso che Omero, sprofondato nel materasso dei ricordi, non riuscì a tirarsi indietro e si fiondò nella schiena del brigadiere. Quello, senza emettere alcun suono, allontanò da sé il vecchio e di nuovo si bloccò, piegando la testa e tendendo l'orecchio prodigioso verso la galleria. Riuscì a sentire un topo che sembrava volare, disegnando alla cieca il suo spazio, e intercettò onde che solo lui poteva sentire.

Omero invece cominciava a sentire qualcosa d'altro: l'odore della Nakhimovsky Prospekt, un odore che non si poteva confondere con nient'altro. Erano arrivati in fretta... l'importante era non dover pagare lo scotto per la facilità con cui erano giunti fino a lì. Come se gli avesse letto nel pensiero, Achmed si tolse dalla spalla il mitra e fece scattare la sicura.

"Chi va là?", tuonò Hunter voltando la schiena al vecchio.

Omero rise fra sé: "Chissà chi diavolo ci hanno mandato?". Dalle porte spalancate della Nakhimovsky Prospekt le bestie più inconcepibili cadevano dall'alto come se passassero per un imbuto. Ma quella stazione aveva anche i suoi inquilini. Sebbene fossero considerati innocui, il vecchio nutriva verso di loro un sentimento singolare: un miscuglio appiccicoso di paura e disgusto.

"Piccoli... privi di peli", tentò di descriverli il brigadiere, e a Omero bastava questo: erano loro.

"Mangiacadaveri", disse a bassa voce.

Dalla Sevastopolskaya alla Tulskaya e, forse, anche in altre regioni della Metro, quell'imprecazione stereotipata aveva assunto un altro significato nuovo. Letterale.

"Predatori?", chiese Hunter.

"Mangiano carogne", rispose titubante il vecchio.

Queste creature nauseanti, che erano al contempo simili a ragni e a primati, non si arrischiavano ad attaccare apertamente gli uomini e si cibavano di morti, che trascinavano dalla superficie nella loro stazione preferita. Alla Nakhimovsky Prospekt si era annidato il branco più grande e tutte le gallerie vicine erano imbevute del puzzo dolciastro e nauseante della decomposizione. Era così pesante che la testa cominciava a girare già dalla Prospekt e molti, che non lo sopportavano, infilavano la maschera antigas già nell'avvicinarsi.

Omero, che si ricordava perfettamente di questa particolarità della Nakhimovsky Prospekt, tolse in fretta la mascherina con il respiratore dalla borsa da campo e se la infilò. Achmed, che si era preparato in fretta, lo guardò con invidia e si coprì il viso con la manica: i miasmi che si diffondevano dalla stazione a poco a poco li avvolgevano, li frustavano, li respingevano.

Sembrava che Hunter non sentisse nulla.

"Qualcosa di tossico? Spore?", chiese a Omero.

"L'odore", disse indistintamente attraverso la maschera e fece una smorfia.

Il brigadiere lanciò un'occhiata scrutatrice al vecchio, come se cercasse di capire se lo stesse prendendo in giro, poi scosse le spalle larghissime.

"Normale", e si voltò.

Spostò il mitra per essere più comodo, gli fece cenno di seguirlo e, con passo leggero, andò avanti per primo. Dopo una cinquantina di passi circa si aggiunse al puzzo terribile un leggero mormorio indistinto, sfuggente. Omero si deterse dalla fronte il sudore, che appariva copioso, e cercò di dare pace al cuore che galoppava. Era vicinissimo.

Alla fine il raggio svelò qualcosa... dissipato il buio con il faro acceso, eccolo che fissava il nulla alla cieca, con i vetri frontali polverosi sotto la rete di crepe, era caparbiamente privo di volontà e aveva i rivestimenti arrugginiti: davanti a loro si scorgeva il primo vagone del treno, il tappo gigantesco che otturava l'entrata della galleria.

Il treno era defunto da tempo e senza speranza, ma ogni volta che lo vedeva Omero si sentiva come un bimbetto e fremeva dalla voglia di arrampicarsi nella cabina devastata del macchinista, accarezzare i tasti dei comandi e, a occhi chiusi, fingere di correre ancora a tutta velocità per le gallerie, trascinandosi alle spalle una ghirlanda di vagoni dai colori vivaci, pieni di gente che legge, sonnecchia, guarda le réclame o si sforza di chiacchierare sovrastando il rombo del movimento...


"In caso di comparsa del segnale d'allarme Atom, raggiungere la stazione più vicina, fermarsi e aprire le porte. Collaborare con le forze dell'ordine e con l'esercito per l'evacuazione delle vittime e per chiudere ermeticamente le stazioni della Metropolitana..."

Le istruzioni su ciò che avrebbero dovuto fare i macchinisti il giorno del Giudizio erano chiare e semplici. Venivano eseguite in qualunque momento sembrasse necessario. I treni, per la maggior parte, erano fermi alle piattaforme delle stazioni, persi nel loro sonno letargico ed erano stati gradualmente trasformati in pezzi di ricambio dagli abitanti della Metro, ai quali toccava trattenersi in quel rifugio per l'eternità anziché per poche settimane come era stato promesso.

Da qualche parte si erano conservati e si erano ambientati, ma a Omero, che aveva sempre percepito una particolare natura animata nei treni, questo sembrava un sacrilegio: era come impagliare il gatto tanto amato. In posti inadatti a essere abitati, come la Nakhimovsky Prospekt, c'erano convogli spolpati dal tempo e dai vandali, ma comunque ancora interi.

Omero non riusciva in nessun modo a distogliere lo sguardo dal vagone e nelle orecchie gli ululava una sirena d'allarme, che sfondava i fruscii e i sibili, sempre più forte, via via che si avvicinavano alla stazione, e si diffondeva la voce di basso del segnale: uno lungo, due brevi: "Atom"!

Le chiusure ermetiche, chiudendosi con uno stridore cantilenante, avrebbero segnato per sempre il confine fra il mondo dei vivi e quello dei morti. Secondo le istruzioni, le porte dovevano essere chiuse definitivamente non oltre sei minuti dopo il segnale d'allarme, senza stare a contare quante persone fossero rimaste dall'altra parte della barricata. Si raccomandava di sparare su coloro che cercavano di ostacolare la chiusura...

Ma un sergente che difendeva la stazione dai senzatetto e dagli ubriachi, come poteva sparare nello stomaco a un uomo che tentava di trattenere un enorme catafalco di ferro perché la moglie che si era rotta il tacco potesse raggiungerlo? E la donnina prepotente dei tornelli, con il chepì dell'uniforme, con tutti i suoi trent'anni di anzianità nella Metro trascorsi a perfezionare due arti, non far entrare e fischiare, come poteva non far passare il vecchietto col respiro affannoso abbassando la malinconica asticella di servizio? Le istruzioni concedevano sei minuti in tutto: l'uomo si doveva trasformare in un meccanismo. Oppure in un mostro.

Gli strilli delle donne e gli urli possenti degli uomini, il pianto a dirotto dei bambini smarriti. Gli spari di pistola e il fracasso delle raffiche del mitra. Gli inviti stereotipati a mantenere la calma, ripetuti da ogni altoparlante con voce metallica imperturbabile, erano logori perché nemmeno uno degli uomini che sapevano cosa stesse succedendo riusciva a vincere le proprie resistenze e a dirlo in modo diretto e così... insensibile. "Non lasciatevi prendere dal panico..." Pianti, implorazioni...

Ed esattamente sei minuti dopo l'allarme, a un minuto dall'Armageddon, ecco che la campana a martello rimbombava, funerea e le porte ermetiche si chiudevano. Gli scatti sonori delle serrature. Il silenzio.

Come in una tomba.

Il vagone dovette superare la parete, il macchinista aveva frenato troppo tardi. Forse distratto da quello che accadeva in quel momento sulla piattaforma... grazie alla scaletta di piombo si arrampicarono in alto e un momento dopo erano già in una sala straordinariamente ampia. Nessuna colonna, un solo arco semicircolare con ovoidali profondi sotto le lampade. Sotto l'arco enorme si trovavano sia la piattaforma sia entrambi i binari, insieme ai loro convogli. L'incredibile eleganza della costruzione, semplice, divinamente leggera, sobria... solo che non dovevano guardare in basso, sotto i piedi, né davanti.

Non vedere in che cosa si era trasformata adesso la stazione. Questo camposanto grottesco, dove non si poteva trovare pace, queste file di carne spaventose ricoperte di scheletri, animali macellati in putrefazione, parti strappate dai torsi di qualcuno. In quel luogo, le rivoltanti creature trascinavano avidamente tutto ciò che riuscivano a raggiungere nei confini delle loro ampie proprietà, se era più di quanto non potessero divorare sul momento, lo tenevano di scorta. Queste scorte marcivano e putrefacevano, ma quelli accumulavano comunque, accumulavano all'infinito.


I mucchi di carne morta, contrariamente a tutte le leggi, si muovevano, come se respirassero e tutt'intorno si diffondeva un suono raschiante disgustoso. Il faro catturò una delle strane figure: estremità lunghe e nodose, pelle floscia, con pieghe penzolanti, grigia e priva di peli, la schiena storta... gli occhi torbidi sgranati, enormi padiglioni auricolari mobili, che vivevano di vita propria.

L'essere emise un grido rauco e si mise a correre senza fretta verso le porte spalancate dei vagoni, muovendo alternativamente tutte e quattro le braccia-gambe. Con la stessa flemma, dagli altri mucchi cominciarono ad alzarsi altri mangiacadaveri, sibilando insoddisfatti e singhiozzando, sghignazzando e digrignando i denti verso i viandanti.

Stando in piedi, arrivavano a malapena al petto di Omero, che pure non era un colosso e sapeva benissimo che le carogne codarde non avrebbero aggredito un uomo forte e sano. Ma il disgusto irrazionale che Omero provava davanti a quelle creature nasceva dai suoi incubi notturni: lui, indebolito, abbandonato, era solo in una stazione dimenticata, e le bestie si avvicinavano sempre più. Come squali che nell'oceano sentono l'odore di una goccia di sangue da chilometri di distanza, così questi esseri sentivano la morte altrui che si avvicinava e si affrettavano a farle visita.

Paure senili, si diceva con aria sprezzante, che a suo tempo aveva letto un buon numero di testi di psicologia. Se solo l'avessero aiutato!

I mangiacadaveri non temevano gli uomini: sarebbe stato uno sperpero criminale sprecare delle cartucce per quegli avvoltoi senza patria che gravavano sulla Sevastopolskaya. Le carovane che passavano di lì cercavano di non prestare loro attenzione, anche se a volte i mangiacadaveri si comportavano in modo provocatorio.

Qui rappresentavano la grande maggioranza e via via che i tre si addentravano nella galleria, con gli stivali che emettevano uno scricchiolio disgustoso quando calpestavano gli ossicini fragili sparpagliati sul pavimento, altre bestie si allontanavano malvolentieri dal convivio e si disperdevano per i rifugi. Si erano insediati nei treni e per questo Omero li detestava ancora di più.

Le porte pressurizzate alla Nakhimovsky Prospekt erano aperte. Si pensava che muovendosi in fretta per la Prospekt, la dose di radiazioni non sarebbe stata troppo forte e nociva per la salute, ma non ci si poteva fermare lì. E così entrambi i convogli si erano conservati molto bene: i vetri erano intatti e attraverso i vani delle porte si intravedevano i sedili imbrattati e la vernice azzurra non riusciva nemmeno a scrostarsi dai lati di ferro.

In mezzo alla sala si ergeva un vero tumulo, costituito dalle carcasse guaste di creature misteriose. Quando le ebbe raggiunte, Hunter si fermò improvvisamente. Achmed e Omero si scambiarono un'occhiata preoccupata, cercando di capire quale potesse essere la fonte di pericolo. Ma il motivo per cui si era fermato sembrava un altro.

Vicino al piedistallo, sgranocchiando e rugliando con appetito, due piccoli mangiacadaveri erano intenti a ripulire lo scheletro di un cane. Non riuscirono a nascondersi: o erano troppo presi dalla refezione, o non avevano captato il segnale dei loro simili, oppure non riuscivano a tenere a freno l'ingordigia.

Socchiudendo gli occhi per la luce lancinante del faro del brigadiere, continuarono a banchettare, cominciando lentamente ad andare verso il vagone più vicino, ma all'improvviso si misero a fare capriole uno dietro l'altro e stramazzarono al suolo, come due sacchi pieni di intestini.

Omero guardò stupito Hunter, che richiuse nella fondina ascellare la pesante pistola armena, allungata con il cilindro del silenziatore.

Il suo viso rimaneva come al solito impenetrabile e privo di vitalità.

"Probabilmente avevano molta fame", borbottò fra sé Achmed, che occhieggiava con interesse schifiltoso le pozze scure che si allargavano dalle scatole craniche fracassate delle bestie uccise.

"Anche io", farfugliò inaspettatamente il brigadiere, facendo trasalire Omero.

Senza girarsi verso gli altri, Hunter andò avanti, mentre il vecchio si stupiva di avere sentito di nuovo un brontolio famelico nel silenzio. Lui stesso resisteva ogni volta, con molta fatica, alla tentazione di finire con una pallottola quei vigliacchi! Si dissuadeva, si tranquillizzava, alla fine gli passava e lui si convinceva di essere un uomo maturo, capace di tenere a freno i propri incubi, senza permettere che lo facessero uscire di senno. Hunter, invece, per quello che dava a vedere, non si concentrava e non lottava contro i propri desideri.

Ma che razza di desideri erano?


La morte silenziosa di due dei loro simili spronò gli altri mangiacadaveri: fiutando la morte fresca, anche i più valorosi e pigri fra loro si raccolsero sulla piattaforma, si sentiva appena il parlare rauco e il gagnolare. Si ammassarono su entrambi i treni, si attaccarono alle finestre e, assembrati alle porte dei vagoni, si chetarono.

Queste creature non mostravano né rancore, né il desiderio di vendicarsi rispondendo all'attacco. Si sarebbero nutriti lentamente dei loro simili uccisi, non appena gli uomini avessero lasciato la stazione. "L'aggressività è una caratteristica del cacciatore", pensò Omero. "Quelli che si nutrono di carogne non hanno bisogno di cacciare, così come non hanno la necessità di uccidere. Ogni essere vivente prima o poi muore da solo. Una volta morto, diventa comunque cibo per loro. Devono solo aspettare".

Alla luce del faro, attraverso i vetri sporchi e verdastri, si vedevano musi rivoltanti appiccicati, corpi posizionati di sghembo, mani dotate di artigli che grattavano senza sosta dentro quell'acquario satanico.

Nel più totale silenzio centinaia di occhi inespressivi marcavano stretto il drappello che camminava di fianco a loro e le teste delle creature si affrettavano a seguire, con una sincronicità sorprendente, il lungo sguardo attento. Era come guardare nel museo delle curiosità i mostri messi sotto chiave nei matracci, se qualcuno non avesse previdentemente cucito loro le palpebre.

Malgrado si avvicinasse l'ora della resa dei conti per gli atei, Omero non riusciva a credere né a Dio né al diavolo. Ma se fosse esistito un Purgatorio, per il vecchio avrebbe avuto esattamente quella forma. Sisifo ingaggiava una lotta con la gravità, Tantalo era condannato alla tortura della sete insaziabile. Invece Omero, nella stazione della sua morte, si aspettava il giubbotto sformato del macchinista e questo treno spettrale mostruoso, con disgustosi passeggeri simili a gargolle, una beffa degli dèi vendicativi. E dopo la partenza del convoglio dalla piattaforma, come in una delle strane leggende della Metro, la galleria si sarebbe chiusa in un nastro di Möbius, il drago che si morde la coda.


A Hunter non interessavano più né questa stazione né i suoi abitanti. Percorse con passi rapidi quello che rimaneva della sala: Achmed e Omero riuscivano a stargli dietro a fatica.

Il vecchio aveva un desiderio irrefrenabile di voltarsi, cominciare a gridare, sparare, spaventare questa progenie sempre più insolente, scacciare i pensieri pesanti. Ma invece trotterellava con la testa china e i suoi sforzi erano tesi a non capitare sui resti completamente marci di qualcuno. Anche Achmed era avvilito, perso nei propri pensieri. E in questa loro fuga irriflessiva dalla Nakhimovsky Prospekt nessuno aveva ancora pensato di guardarsi attorno.

La chiazza di luce del faro di Hunter volava nervosamente da una parte all'altra, come se seguisse un ginnasta invisibile sotto la volta di questo circo funesto, ma nemmeno il brigadiere prestava più attenzione a ciò che illuminava.

Per una frazione di secondo il fascio di luce colpì alcune ossa che subito scomparvero nuovamente nelle tenebre, senza essere notate: erano fresche, la scatola cranica non era ancora stata spolpata del tutto, si trattava chiaramente resti umani. Di fianco a quell'inutile guscio c'erano un elmetto militare di acciaio e un giubbotto antiproiettile.

Sull'elmetto verde scrostato, in caratteri stereotipati con la vernice bianca, c'era la scritta "Sevastopolskaya".