2034 – Cap. 18

Capitolo diciotto

Liberazione


Una fila che si protraeva per alcune decine di metri. Qui c'erano solo i migliori combattenti della Sevastopolskaya, il colonnello li aveva scelti personalmente, uno per uno. I piccoli fari degli elmetti si strizzavano l'occhio nella penombra della galleria; improvvisamente Denis Mikhaylovich ebbe l'impressione che tutto lo schieramento militare fosse uno sciame di lucciole che vagano nella notte. Nella notte tiepida e odorosa di Crimea, vicino al mare che sussurra. Là, dove il colonnello avrebbe voluto andare dopo la morte.

Si liberò dei brividi che gli facevano il solletico, si rannuvolò, si rimproverò. Negli anni della vecchiaia aveva cominciato a cedere... passando accanto all'ultimo guerriero, prese dal portasigari inossidabile l'unica sigaretta artigianale, l'annusò, sfregò l'accendino.

Era un buon giorno. La fortuna gli sorrideva e tutto si stava sistemando come aveva programmato. Avevano passato la Nagornaya senza perdite e anche l'unico disperso aveva raggiunto gli altri poco dopo. Erano tutti di ottimo umore: per loro andare sotto le armi era molto meno spaventoso che ingolfarsi in un'attesa infinita senza sapere nulla. Arrivati davanti alla via d'accesso Denis Mikhaylovich diede loro la possibilità di dormire come si deve. Solo lui non riusciva a prendere sonno.

Il colonnello aveva sempre considerato il destino come una semplice catena di eventi e non aveva capito come fosse possibile farci affidamento. In tutti i giorni passati dalla partenza della piccola spedizione nelle gallerie della Kakhovskaya, non aveva dato notizie. Poteva succedere di tutto, Hunter non era immortale. Denis Mikhaylovich aveva il diritto di contare solo sul brigadiere, sulle sue guerre infinite, che forse era impazzito, e sul vecchio-affabulatore?

Anche lui non riusciva più ad aspettare.

Piano d'azione: portare le forze sebastopolitane essenziali attraverso la Nakhimovsky, la Nagornaya e la Nagatinskaya, verso le chiusure meridionali delle porte ermetiche della Tulskaya. E mandare in superficie un gruppo di sabotaggio diretto alla stazione chiusa. Calare i sabotatori attraverso i pozzi di ventilazione nella galleria, liquidare la difesa se c'era ancora, aprire le chiusure alla brigata d'assalto... e poi, chi avesse occupato questa stazione doveva solo sfruttare la tecnica.

Erano serviti tre giorni per ricercare e sgomberare i pozzi. Oggi agli stalker rimaneva solo da far entrare i sabotatori. E sarebbe successo entro un paio d'ore.

Entro due ore si sarebbe deciso tutto e Denis Mikhaylovich avrebbe potuto di nuovo pensare a qualcosa, sarebbe riuscito di nuovo a dormire e mangiare.

Il piano era semplice, verificato, impeccabile. Ma dentro di sé Denis Mikhaylovich indugiava, il cuore gli batteva all'impazzata come quando, a diciotto anni, era andato in battaglia per la prima volta, in quel villaggio di montagna. Il colonnello cauterizzò l'ansia con il carboncino delle sigarette, gettò il mozzicone minuscolo, abbassò di nuovo la maschera e cominciò ad avanzare, radunando il drappello.

Poco tempo dopo, la brigata si appoggiò alle porte ermetiche di acciaio. Da quel momento e fino all'inizio dell'attacco avrebbero potuto riposare e ripetere ancora una volta con i comandanti delle squadre gli orari stabiliti e i ruoli imparati.

In una cosa Omero aveva dimostrato di aver ragione, sorrise fra sé il colonnello. Non c'era motivo di prendere d'assalto la fortezza, se si poteva fare in modo che l'aprissero dall'interno. Mossa inaspettata. Non era stato Omero, per caso, a descriverla nelle sue narrazioni sulla presa di Troia?

Denis Mikhaylovich controllò il dosimetro, il rumore di fondo era basso, e si sfilò la maschera antigas. Tutti i capigruppo fecero lo stesso, seguiti poi anche dagli altri militari. Almeno finché si poteva respirare.


* * *


Nella Polis c'era sempre stata una gran quantità di sfaccendati, che si raccoglievano lì dalle stazioni di periferia più povere e oscure, che si avvicinavano percorrendo le gallerie e le sale con occhi spalancati e con la mascella pendente per l'agitazione. Proprio come Omero, che aveva girato per la Borovitskaya, e che guardava dolcemente le colonne slanciate della Giardini di Alessandro, ammirava con amore e rapimento i lampadari civettuoli simili agli orecchini delle ragazze dell'Arbatskaya, senza distinguere niente.

Aveva il cuore in trappola e un presentimento incalzante: quella sarebbe stata l'ultima volta che vedeva la Polis. Quello che sarebbe successo alla Tulskaya nel giro di alcune ore avrebbe cancellato tutta la sua vita e, forse, avrebbe strappato anche lui. Il vecchio prese la decisione di fare ciò che doveva. Permettere ad Hunter di trucidare e dare fuoco alla stazione, e poi provare a ucciderlo. Ma se il brigadiere avesse sospettato il tradimento,gli avrebbe rotto l'osso del collo in un attimo. O forse il vecchio sarebbe morto durante l'attacco della Tulskaya. In questo caso, sarebbe morto velocemente. Se tutto fosse andato per il meglio, Omero si sarebbe rinchiuso in un eremo a riempire tutti i fogli bianchi già pronti per scrivere la storia, dal punto iniziale a quello finale, in cui avrebbe inflitto ad Hunter un colpo alla nuca.

Ne sarebbe stato capace? Ne avrebbe avuto il coraggio? In un certo senso al vecchio cominciavano a prudere le mani. Bene, bene; tutto si sarebbe deciso da solo. Adesso non doveva pensarci: le riflessioni eccessive suscitano sempre dei dubbi.

E grazie al cielo aveva allontanato da sé la ragazza! Omero non riusciva più a capire perché l'avesse coinvolta nella sua avventura, come avesse potuto farla entrare nella gabbia dei leoni. Perso nel gioco dello scrittore si era dimenticato che lei non era frutto della sua immaginazione...

Il suo romanzo non era venuto come il vecchio avrebbe pensato, e soprattutto non riguardava lo stesso argomento. Eppure sin dal principio Omero si era preparato ad accollarsi un fardello non sollevabile. Come trovare spazio per tutte le persone in un libro? Bastava immaginare la folla che il vecchio stava attraversando in quel momento: sarebbe stata stretta nelle pagine del libro. Omero non voleva trasformare il romanzo in una fossa comune, dove la colonnina di nomi annebbia la vista e, con le lettere di bronzo, non si distinguono i volti e i caratteri dei caduti.

No, non se ne ricavava niente. Perfino la sua memoria, screpolata dagli anni e che da lungo tempo perdeva acqua, non lasciava salire a bordo tutte quelle persone. Il volto butterato dal vaiolo del commerciante di dolci, il visetto pallido dal naso appuntito della ragazzina che gli porgeva una cartuccia. Il sorriso di sua madre, luminoso, come quello della Madonna, e il sorriso lussurioso, appiccicoso, del soldato che passava di fianco? Le rughe marcate degli accattoni, dei mendicanti decrepiti, e le rughe sorridenti attorno agli occhi delle donne di trent'anni?

Qualcuno di loro era un violentatore, fra loro c'erano l'avaro, il ladro, il traditore, il donnaiolo, il profeta, il giusto, qualcuno era semplicemente un uomo innamorato e qualcuno non aveva ancora scelto... Omero non lo sapeva. Non poteva sapere a cosa pensasse in realtà il commerciante di dolci, guardando la ragazzina, che cosa significasse il sorriso di sua madre, dell'altra donna che arrossisce per la scintilla dello sguardo del soldato, a cosa pensasse il mendicante, prima che gli amputassero le gambe. Per questo, non stava a Omero decidere chi avesse diritto all'eternità e chi no.

Sei miliardi di persone erano scomparse senza lasciare traccia; sei miliardi! Non a caso, di tutti, solo dieci mila erano riusciti a salvarsi?

Il macchinista Serov, che aveva lasciato il suo posto a Nikolay avrebbe dovuto cominciare a lavorare una settimana dopo l'Apocalisse, era un tifoso sfegatato, pensava che tutta la vita fosse una partita a calcio. Era l'umanità intera ad aver perso, diceva a Nikolay, io e te corriamo ancora, ma non indovini perché? perché noi due nella vita non dobbiamo raggiungere un punteggio determinante e l'arbitro ci ha concesso i tempi supplementari. E in questo tempo dobbiamo vederci chiaro, capire perché siamo qui, riuscire a portare a termine tutti gli obiettivi che ci siamo posti, a correggere gli errori, e quando prendiamo la palla, correre verso la porta luccicante... era un mistico, quel Serov. Omero non gli aveva mai chiesto se fosse riuscito a fare gol. Ma Serov l'aveva convinto di avere ancora qualcosa da correggere. E per questo a Omero era rimasta la ferma convinzione che le persone nella Metro non fossero state scelte a caso.

Ma non si può scrivere di tutti!

Valeva la pena di continuare a tentare?

Ecco che fra migliaia di volti sconosciuti il vecchio vide quello che meno di tutti voleva vedere in quel momento.


* * *


Leonid si tolse il giubbotto, si levò il maglione e subito dopo anche la canottiera relativamente bianca. Se la mise sulla testa a mo' di bandiera e cominciò a oscillare, senza prestare attenzione ai proiettili che in brevi raffiche compatte crivellavano l'aria attorno a lui. Quindi successe una cosa strana: il carrello a motore cominciò a rimanere indietro e quelli del posto di blocco davanti a loro non aprivano il fuoco sul carrello.

"Mio padre mi ucciderebbe adesso", disse il musicista a Sasha, quando al volo, con uno stridore terribile, frenarono proprio su un riccio.

"Che cosa fai? Cosa facciamo?", non riusciva a riprendere fiato, non riusciva a capire come fossero sopravvissuti all'inseguimento.

"Ci arrendiamo!", si mise a ridere. "Questo è l'ingresso alla Biblioteca Lenin, il tratto di frontiera della Polis. E io e te siamo transfughi".

Gli uomini in servizio che erano accorsi li fecero scendere dal carrello, si scambiarono un'occhiata, dopo aver controllato il passaporto di Leonid e, nascondendo le manette pronte, condussero la ragazza e il musicista in stazione. Li accompagnarono nella garitta del guardiano e, confabulando rispettosamente, andarono a prendere il direttore.

Leonid, stravaccato sulla poltrona liscia, sobbalzò, guardò la porta e fece un cenno a Sasha.

"Qui ci sono più perdigiorno che sulla nostra linea!", sbuffò. "Nessuna difesa!"

Scivolarono fuori dalla stanza, all'inizio senza fretta, poi sempre più di corsa. Proseguirono per il passaggio, alla fine si misero a correre, tenendosi per mano perché la folla non li dividesse. Ben presto le loro schiene cominciarono a prudere per i trilli dei fischietti militari, ma perdersi in questa stazione enorme era semplicissimo. Il numero di persone era dieci volte superiore a quello degli abitanti della Paveletskaya. Anche quando Sasha immaginava la vita prima della guerra, guardando in superficie, non riusciva a immaginarsi tante persone tutte insieme! E qui c'era quasi tanta luce quanta ce n'era in superficie. Sasha si copriva gli occhi con le mani, guardando il mondo attraverso la sottile fessura fra le dita.

I suoi occhi si riempivano di cose, di volti, di pietre, di colonne: le une più sorprendenti delle altre, e se non fosse stato per Leonid, se non fosse stato per le loro dita intrecciate, probabilmente sarebbe caduta e si sarebbe persa. Un giorno doveva assolutamente tornarci, si promise Sasha. Un giorno, quando avrebbe avuto più tempo.


"Sasha?!"

La ragazza si voltò e incontrò lo sguardo di Omero, spaventato, arrabbiato, stupito. Sasha sorrise: aveva sentito la mancanza del vecchio.

"Che cosa ci fai qui?", non riusciva a porre una domanda più profonda ai due giovani fuggiaschi.

"Andiamo alla Dobryninskaya!", rispose lei riprendendo fiato e rallentando un po' il passo perché il vecchio riuscisse a starle dietro.

"Sciocchezze! Non devi... te lo proibisco!", ma i suoi divieti, pronunciati con grande sforzo e con voce affannosa, non potevano convincerla.

Dal posto di blocco alla Borovitskaya le guardie di frontiera erano quasi riuscite a dare l'allarme per la loro fuga.

"Ho un mandato da Melnik! Fate passare urgentemente!", ordinò freddamente il vecchio all'ufficiale di servizio.

Quello socchiuse la bocca, ma senza perdere tempo a pensare, fece il saluto militare al vecchio e lasciò libero il passaggio.

"Ha appena mentito?", il musicista chiese garbatamente a Omero, quando il posto di blocco rimase lontano alle loro spalle, completamente sprofondato nell'oscurità.

"Che differenza fa?", borbottò il vecchio stizzito.

"La cosa importante è farlo con sicurezza", riconobbe il musicista. "Così lo notano solo i professionisti".

"Al diavolo le lezioni!", si accigliò Omero, accendendo la torcia mentre si sedeva. "Verrò con voi fino alla Serpukhovskaya, ma oltre non vi lascio!"

"Ma tu non lo sai", disse Sasha. "Il rimedio per la malattia è stato trovato!"

"Cosa... trovato?", il vecchio si allontanò di un passo, tossì, fece scorrere su Sasha uno strano sguardo timido.

"Ma certo! Le radiazioni!"

"I batteri diventano innocui per effetto dell'irradiazione", le venne in aiuto il musicista.

"Sì, i microbi e i virus sono centinaia, migliaia di volte migliori dell'uomo nel contrastare le radiazioni. Ma per l'irradiazione l'immunità viene meno!", si mise a urlare il vecchio perdendo il controllo di sé. "Quante sciocchezze le hai detto! Perché l'hai trascinata qui?! Eppure tu capisci cosa ci sarà laggiù! Portala via, nascondila! E tu...", Omero tornò a Sasha. "Come hai potuto credere... a un professionista!", sputò con aria sprezzante l'ultima parola.

"Non temere per me", disse la ragazza a bassa voce. "So che è possibile trattenere Hunter. In lui convivono due metà... le ho viste entrambe. Una vuole il sangue, ma l'altra cerca di salvare le persone!"

"Ma che dici!", Omero alzò di scatto le mani. "Là non c'è più nessuna parte, là c'è un intero. Un mostro, chiuso in un corpo umano! Un anno fa..."

Ma il racconto riferito al vecchio da Melnik a proposito del brigadiere non convinceva affatto Sasha e più ascoltava Omero, più credeva di essere nel giusto.

"È solo quello all'interno, che uccide e riesce a ingannare il secondo", ponderava attentamente le parole, cercando di spiegare tutto al vecchio. "Gli dice che non c'è altra scelta; Uno è tormentato dalla fame, l'altro dalla nostalgia... È per questo che Hunter è così fortemente attratto dalla Tulskaya: è stato trascinato là da entrambe le metà! Bisogna scinderle. Se potesse scegliere di salvare e non di uccidere..."

"Oh cielo, ma se non ti sta nemmeno ad ascoltare! Cosa ti spinge là?"

"Il tuo libro", gli sorrise piano Sasha. "Io so che lì dentro tutto può ancora cambiare. La fine non è ancora stata scritta".

"Assurdità! Eresie!", prese a borbottare Omero per la disperazione. "Perché ti ho raccontato del libro... Giovanotto, anche lei", prese Leonid per il braccio. "La prego, non credo che lei sia una persona cattiva e che abbia mentito in malafede. La porti via. Non era questo che voleva? Siete entrambi così giovani, belli... dovete vivere! Non le serve a nulla stare qui, capisce? E anche Sasha non deve andare là. Là adesso... ci sarà una battaglia spaventosa. E lei, con la sua piccola bugia, non disturba nessuno..."
"Non è una bugia", disse il musicista garbatamente. "Vuole che le dia la mia parola d'onore?"
"Bene, bene", si sottrasse il vecchio. "Allora sono pronto a crederle. Ma Hunter... l'ha visto anche solo di sfuggita?"
"No, ma ne ho sentito parlare molto", disse Leonid.

"Lui è... come pensa di fermarlo? Con il suo flauto? Pensa che si metterà ad ascoltare la ragazzina? In lui c'è una tale... non ascolta nessuno..."

"Se ha ragione", il musicista si chinò verso il vecchio, "Concordo di cuore con lei. Ma lasci andare la ragazza! Sono comunque un gentiluomo", strizzò l'occhio a Sasha.

"Come fate a non capire... non è un gioco!", Omero guardò implorante ora la ragazza, ora Leonid.

"Io lo capisco", disse sicura Sasha.

"Tutto è un gioco", disse piano il musicista.


* * *


Se il musicista era davvero figlio di Moskvin, poteva avere una conoscenza accurata della natura dell'epidemia, che nemmeno Hunter aveva... che non aveva sentito o che non voleva dire? Omero sospettava che Leonid fosse un ciarlatano, ma se le radiazioni fossero davvero in grado di sconfiggere la febbre? Contro la propria volontà, contro il buon senso, il vecchio cominciava a trovare prove della sua correttezza. Non era quello che aveva chiesto negli ultimi giorni? Allora la tosse, la bocca sanguinante, la nausea... erano solo sintomi della malattia da irradiamento? La dose che aveva ricevuto sulla linea Khakovskaya, probabilmente aveva annientato il contagio...

Sapeva il diavolo cosa aveva indotto il vecchio ad accettare. Ma cos'era successo alla Tulskaya e ad Hunter? Sasha sperava di riuscire a dissuaderlo. E sembrava che avesse davvero uno strano potere sul brigadiere. Ma delle due redini che lo trattenevano una sembrava fatta di seta, cioè quella che la ragazza aveva gettato su di lui, mentre la seconda gli era stata estirpata spietatamente. Quale delle due entità si sarebbe manifestata al momento decisivo?


Questa volta la Polyanka non voleva mostrare niente, né a lui, né a Sasha, né a Leonid. La stazione si presentava vuota, irrigidita, aveva esalato l'ultimo respiro da tempo. Ciò era da considerare un buono o un cattivo segno? Omero non lo sapeva. Era possibile che nelle gallerie si fosse levata una corrente d'aria, ombra dei venti che passavano in superfici, e avesse completamente cancellato tutte le esalazioni inebetenti. Oppure il vecchio aveva sbagliato qualcosa e non aveva più un futuro del quale la Polyanka potesse raccontargli?
"Che cosa significa di Smeraldo?", chiese Sasha all'improvviso.

"Lo smeraldo è una pietra chiara, di colore verde", spiegò Omero distrattamente. "Di Smeraldo significa solo verde".

"Che buffo", rispose la ragazzina pensierosa. "Allora, in fin dei conti, significa che esiste..."
"Di cosa parli?", trasalì il musicista.

"No, è così semplice... sai", guardò Leonid. "Anche io la cercherò, la tua Città. E sicuramente la troverò da qualche parte".

Omero si limitò a scuotere la testa; non si era ancora convinto che il musicista, che aveva abbindolato Sasha e l'aveva portata invano alla Sportivnaya fosse sinceramente pentito.

Invece la ragazza pensava a qualcosa di suo, mormorava qualcosa e sospirò un paio di volte. Poi fissò sul vecchio uno sguardo indagatore:

"Tu hai scritto tutto quello che mi è successo?"
"Io... scrivo".

"Bene", annuì la ragazza.


Alla Serpukhovskaya stava succedendo qualcosa di tremendo.

La pattuglia dell'Hansa all'ingresso era stata raddoppiata. I soldati cupi, taciturni, rifiutavano risolutamente di lasciar passare Omero e gli altri. Né le cartucce che aveva mostrato il musicista, né i suoi documenti fecero alcuna impressione su di loro. Fu il vecchio a salvare la situazione: richiese di vedere Andrey Andreevich. Dopo lunghe mezz'ore arrivò un marconista insonnolito sbrogliando un filo e Omero comunicò minacciosamente nell'apparecchio che loro tre erano l'avanguardia di una coorte dell'Ordine... questa mezza verità fu sufficiente perché li facessero passare per la sala, che era afosa come se dalla stazione avessero pompato tutta l'aria, e insonne, nonostante l'ora notturna. Così arrivarono nell'anticamera del direttore della Dobryninskaya.

Quello, pensieroso e arruffato, con gli occhi infossati e il respiro maleodorante da sbornia, gli andò incontro personalmente sulla soglia, poiché non c'era nessun attendente nella stanza. Andrey Andreevich si guardò attorno nervosamente e, non notando Hunter, grugnì:

"Arriveranno presto?!"

"Presto", promise con sicurezza Omero.

"La Serpukhovskaya si è sollevata proprio adesso". Il comandante, asciugandosi, oltrepassò la soglia. "Qualcuno si è lasciato scappare dell'epidemia. Nessuno sa cosa temere. Dicono, a torto, che le maschere antigas non aiutono".

"Non hanno torto", asserì Leonid.

"Al posto di blocco di una delle gallerie meridionali, quello che porta alla Tulskaya, abbiamo avuto la diserzione di tutto il personale. Vili carogne... nel secondo ci sono i settanti e per ora rimangono lì... quei fanatici li hanno assediati, ululano del Giorno del Giudizio... E ora si sta cominciando tutto proprio dalla mia stazione! Dove sono i nostri salvatori?!"

Dalla sala si udirono delle imprecazioni, qualcuno che gridava, le parolacce della difesa che abbaiava. Senza aver ricevuto risposta, Andrey Andreevich si introdusse nella sua tana e cominciò a far tintinnare il collo della bottiglia contro il bicchierino. Mentre nello stanzino dell'attendente, come stesse aspettando che il direttore uscisse dall'ufficio, si accese la lucina rossa del telefono. Proprio quello con la scritta "Tulskaya", sopra il cerotto.

Omero, dopo un attimo di esitazione, si diresse al tavolo, si leccò le labbra secche, facendo un profondo respiro...

"Qui Dobryninskaya!"


* * *


"Chi parla?", Artyom si voltò con aria ottusa verso il comandante.

Quello era privo di conoscenza; gli occhi erano torbidi, come se fossero coperti da una tenda che pendeva dalla fronte. A volte il suo corpo era scosso da una brutta tosse. Hanno perforato un polmone, pensò Artyom.

"Siete vivi?!", gridò nella cornetta. "I contagiati si sono liberati!"

Poi si ricordò: quelli non sanno nemmeno che cosa fanno alla Tulskaya. Bisogna raccontare, spiegare. Sulla piattaforma una donna strillava e una mitragliatrice era in funzione. I rumori passavano attraverso la fessura sotto la porta, non c'era nessun luogo dove rifugiarsi per allontanarli. Da quella parte del filo qualcuno gli rispondeva, faceva domande, ma si sentiva male.

"Bisogna chiudere le uscite!", ripeté Artyom. "Sparate al bersaglio. Non lasciateli venire da voi!"

Poi capì: non sanno neppure che aspetto hanno i malati. Come descriverli? Grossi, screpolati, puzzolenti? Eppure quelli che erano stati contagiati da poco avevano l'aria di persone normali.

"Sparate a tutti, uno dopo l'altro", disse meccanicamente.

E se lui stesso avesse tentato di uscire dalla stazione, avrebbero sparato anche a lui, quindi si era condannato con le sue stesse mani? No, non sarebbe uscito. Alla stazione non rimanevano persone sane... All'improvviso Artyom si sentì insopportabilmente solo. Aveva paura che all'uomo che lo ascoltava là, alla Dobryninskaya, adesso non fosse rimasto altro tempo per parlare con lui.

"La prego, non abbassi la cornetta!", implorò.

Artyom non sapeva di cosa parlare con lo sconosciuto e cominciò a raccontargli di quanto a lungo aveva cercato di mettersi in contatto telefonico, quanta paura aveva e che pensava che in tutta la Metro non fosse rimasta viva nemmeno una stazione. In quell'istante gli parve di aver telefonato nel futuro, in cui nessuno era sopravvissuto. Questa fu l'immagine che gli passò per la testa e lo disse anche. Non c'era più motivo di temere di sembrare stupido. Non c'era più niente di cui aver paura. Doveva solo parlare con qualcuno.

"Popov!", rantolò il comandante dietro di lui. "Ti sei messo in contatto con il posto di blocco settentrionale? Le porte ermetiche... sono chiuse?"
Artyom si voltò, scosse la testa.

"Bastardo", il comandante tossì sputando sangue. "È inutile... ascoltami. La stazione è minata. Ho trovato i tubi... sopra. Lo scolo per le acque sotterranee. L'ho messo là... lo facciamo esplodere e tutta la Tulskaya brucerà all'inferno. Ho qui con me i contatti delle mine, nella cabina. Bisogna chiudere le porte settentrionali... e sperare che quelle meridionali tengano... sigillare la stazione. Perché l'acqua non vada oltre. Chiudile, hai capito? Quando sarà tutto pronto, devi dire... il contatto con il posto di blocco funziona?"
"Perfettamente", annuì Artyom.

"Non dimenticare di stare da questa parte delle porte, però", il comandante tese le labbra in un sorriso, soffocato dalla tosse. "Non sarebbe cameratesco altrimenti..."

"Ma come può... lei?

"Non avere fifa, Popov", il comandante socchiuse gli occhi. "Ognuno di noi è nato per qualcosa. Io sono nato per mandare a fondo queste carogne. Tu per chiudere ermeticamente i boccaporti e crepare, come un uomo rispettabile. Hai capito?"

"Perfettamente", ripeté Artyom.

"Esegui..."


* * *


La cornetta si bloccò.

Per un capriccio degli dèi del telefono lo stesso Omero aveva avuto almeno la grazia di sentire tutto quello che gli diceva la sentinella della Tulskaya. Ma le ultime frasi non era riuscito a captarle, quindi il collegamento si era interrotto del tutto.

Il vecchio alzò gli occhi. Sopra di lui incombeva la mole di Andrey Andreevich; il suo giubbotto azzurro sotto le ascelle formava delle chiazze scure, le mani grandi tremavano.

"Cosa succede?", chiese lui con voce flebile.

"È sfuggito tutto di mano". Omero deglutì gravemente. "Spostate tutti gli uomini liberi alla Serpukhovskaya".

"Non ci riusciremo", Andrey Andreevich tolse dalla tasca dei pantaloni la makarov. "La stazione è in preda al panico. Ho messo tutti gli uomini fidati all'entrata della galleria per l'Anello, così nessuno può sparire da lì".

"Bisogna tranquillizzarli!", disse Omero con poca decisione. "Noi ne siamo venuti fuori... la febbre si può guarire. Con le radiazioni. Diteglielo..."

"Con le radiazioni?!", il comandante contrasse la bocca in una smorfia. "E lei ci crede davvero? Avanti, avete la mia benedizione!", fece un saluto militare ironico al vecchio e, sbattendo la porta, si chiuse nel suo ufficio.

Che fare? Adesso Omero e il musicista con Sasha non potevano nemmeno fuggire da lì... Sì, ma dov'erano gli altri?! Il vecchio uscì a fatica in corridoio, premendo con la mano il cuore palpitante, corse in stazione, gridando il suo nome... non erano da nessuna parte. Alla Dobryninskaya regnava il caos, donne con i bambini, uomini con carichi assediavano il blocco che si assottigliava, gli sciacalli si aggiravano fra le tende capovolte, ma a nessuno importava niente. A Omero era già capitato di vedere una cosa del genere: avrebbero cominciato a calpestare i caduti, poi a sparare ai disarmati.


Ed ecco che la galleria cominciò a gemere.

Baccano e lamenti cessarono, lasciando il posto a esclamazioni di stupore. Il suono insolito, potente, si ripeté... come se le trombe da campo della legione romana, che si erano perse nei millenni, cominciassero a muggire e riattaccassero, proprio in quel momento, alla Dobryninskaya...

I soldati cominciarono a muoversi, spostando la protezione, e dal cratere apparve qualcosa di enorme... un vero treno blindato! La testa pesante della cabina, rivestita di ferro, impuntita di listelli, con le fessure delle feritoie, con due mitragliatori di grosso calibro, il lungo corpo con i fianchi incavati e la seconda testa provvista di corna che guardava nella direzione opposta. Nemmeno Omero aveva mai incontrato un mostro simile.

Sulla corazza, neri come corvi, c'erano gli idoli senza volto. Indistinguibili l'uno dall'altro nei costumi da difesa completi, con i gilè di kevlar, le maschere antigas mai viste e con gli zaini sulle spalle, sembrava che non appartenessero né a questo tempo, né a questo mondo.

Il treno si fermò. Gli alieni con l'armatura, incatenati, senza prestare attenzione ai curiosi che erano accorsi, scesero sulla piattaforma e costruirono una triplice riga. Poi, voltandosi contemporaneamente, come un sol uomo, come una macchina, cominciarono a fare rimbombare i loro passi dirigendosi al passaggio per la Serpukhovskaya, coprendo con il rumore della marcia i sussurri di venerazione e il pianto dei bambini. Il vecchio si affrettò a seguirli, cercando di distinguere Hunter fra le decine di militari. Erano quasi tutti della stessa statura, le tute sformate impermeabili cadevano a pennello dalle spalle larghissime di ciascuno. Erano tutti armati e ugualmente minacciosi: lanciafiamme a zaino portatili, i vintorez con i silenziatori. Nessuna coccarda, nessuno stemma, nessun segno distintivo.

Probabilmente era uno dei tre che camminavano in prima fila.

Il vecchio fece il giro della colonna, dimenando le braccia, guardando nelle maschere antigas dei militari e trovando in quegli sguardi solo freddezza, imperturbabilità e indifferenza. Nessuno degli alieni rispose, nessuno riconobbe Omero. Ma Hunter era fra loro? Doveva, doveva comparire!
Il vecchio non aveva visto né Sasha né Leonid nel percorso attraverso il passaggio. Probabilmente la prudenza aveva preso il sopravvento e il musicista aveva nascosto la ragazzina da tutto quello che stava per succedere... se solo avessero atteso da qualche parte la fine di questo bagno di sangue! A quel punto Omero avrebbe potuto concludere un certo discorso con Andrey Andreevich, se solo quello non era ancora riuscito a spararsi un colpo in fronte.

Fendendo la folla, lo schieramento proseguiva come un lanciatore di martello; nessuno poteva stare sul suo cammino, e anche i difensori dell'Hansa davanti a loro si spostavano in silenzio. Omero decise di nascondersi dietro alla colonna, doveva assicurarsi che Sasha non provasse a prendere nessuna iniziativa. Nessuno si curò di scacciare il vecchio, non gli dedicavano più attenzione di quella che avrebbero riservato a un botolo latrante che correva dietro l'automotrice.

Entrando nella galleria, le tre colonne di testa accesero le torce da milioni di candele, illuminando l'ombra antistante. Nessuno di loro parlava, il silenzio era opprimente, innaturale. Così erano stati addestrati. Ma il vecchio non riusciva a liberarsi dalla sensazione che, per questi uomini, perfezionare le abitudini del corpo avesse voluto dire anche strozzare le abitudini dell'anima. Adesso davanti a lui c'era un meccanismo perfetto per l'uccisione, tutti gli elementi erano privi di volontà, e solo uno, esteriormente indistinguibile dagli altri, aveva il programma. Allo scattare dell'ordine "Fuoco!", gli altri, senza pensare, avrebbero incendiato la Tulskaya, tutte le altre stazioni e qualsiasi essere vivente al loro interno.

Grazie al cielo, non stavano attraversando il passaggio dove si trovava il treno dei settanti. Gli infelici avevano ricevuto una piccola proroga: prima bisognava far giustizia alla Tulskaya, e solo dopo dedicarsi a loro.

Ubbidendo a un segnale che Omero non aveva notato, all'improvviso la colonna rallentò il passo. Un minuto dopo avrebbe capito qual era stato il motivo: la stazione era già abbastanza vicina. I lamenti strazianti di qualcuno, come un chiodo, graffiarono il vetro trasparente del silenzio...

E poi una musica straordinaria, quasi impercettibile, assolutamente inopportuna, cominciò ad aleggiare verso gli alieni, facendo venire al vecchio il dubbio che fosse tutto uno scherzo della sua mente.


* * *


Il tubo inghiottì completamente il vecchio; non riusciva a cogliere nient'altro che una voce intermittente, gracidante. Sasha decise che non avrebbe trovato momento migliore per segnare il punto della vittoria.

Uscì dall'anticamera con una botte, aspettò Leonid dall'esterno e lo portò con sé: all'inizio verso il passaggio per la Serpukhovskaya, poi nella galleria che l'avrebbe condotta dall'uomo che aveva bisogno di lei. A cui poteva salvare la vita.

Doveva accompagnarla da Hunter.

"Non ti fa paura?", chiese Sasha al musicista.

"Fa paura", sorrise lui. "Però ho il sospetto che alla fine farò qualcosa di buono".

"Eppure tu non sei costretto a venire con me... e se dovessimo morire? Si può decidere adesso di rimanere in stazione, non andare da nessuna parte!"

"L'uomo non conosce il suo futuro", con sguardo saggio, Leonid puntò il dito verso l'alto, gonfiando le guance.

"Sei tu a decidere come sarà", replicò Sasha.

"Ma smettila", rise il musicista. "Noi tutti non siamo altro che topi che corrono in un labirinto. Agli ingressi si trovano porticine simili a serrande. Coloro che ci ammaestrano a volte le sollevano, a volte le calano. Se la porticina per la Sportivnaya è abbassata, non avrai modo di arrivarci, per quanto gratti. E se dopo l'ultima porticina c'è una trappola, ci capiti comunque, anche se ti sentirai male, perché non c'è altra via. L'unica opzione è correre avanti oppure riposare in segno di protesta".

"Per te non è un peccato avere una vita così?", si accigliò Sasha.

"Per me è un peccato che il modo in cui è stata concepita la mia colonna vertebrale non mi permetta di alzare la testa abbastanza in alto da guardare chi conduce l'esperimento", ribatté il musicista.

"Non c'è nessun labirinto", Sasha si morse il labbro. "E i topi possono forare perfino il cemento".

"Sei una ribelle", rise Leonid,"E io un conformista".

"Falso", lei scosse la testa. "Tu credi che si possano cambiare le persone".

"Vorrei crederci", ribatté il musicista.

Passarono il posto di blocco abbandonato nella fretta: nel falò non spento, che faceva ancora fumo, rilucevano i tizzoni, una rivista schiacciata con persone nude, dalla parete pendeva con aria smarrita lo stendardo dell'Hansa mezzo strappato.

Dopo una decina di minuti circa si imbatterono in un cadavere. Nel morto era difficile riconoscere un uomo. Le braccia e le gambe erano allargate e così grosse, che gli abiti si erano strappati; era come se fosse molto stanco e volesse riprendersi. Il viso era più spaventoso dei grugni di uno qualunque dei mostri che Sasha era riuscita a vedere nella sua vita.

"Attenta!", Leonid la prese per il braccio, senza lasciarla avvicinare al morto. "È un contagiato!"

"Che differenza c'è?, chiese Sasha. "Tanto c'è un rimedio! Andiamo in un posto dove sono tutti contagiati".

Più avanti echeggiavano gli spari, si sentivano grida lontane.

"Abbiamo un tempismo perfetto", fece notare il musicista, "Sembra che non abbiano nemmeno aspettato il tuo amico..."
Sasha lo guardò spaventata, poi disse con passione, convinta:

"No, bisogna solo dirglielo! Pensano che tutti siano condannati... hanno solo bisogno di avere una speranza!"

Accanto al battente spalancato delle porte ermetiche giaceva a terra un'altra persona che aveva perso la vita, questa volta un uomo. Accanto a lui c'era un dispositivo di comunicazione che tossiva e sibilava con insistenza. Sembrava che qualcuno avesse cercato di svegliare la sentinella.


Proprio all'uscita dal tunnel, nascosti dietro sacchi sparpagliati, c'erano alcuni uomini. Sembrava che fra loro ci fossero un mitragliare e un paio di tiratori con le mitragliatrici; ecco la diga.

E più oltre, davanti a loro, là dove le pareti strette della galleria si spalancavano, dove iniziava la piattaforma della Tulskaya, ribolliva una folla spaventosa, che incalzava gli assedianti. In essa c'erano alla rinfusa uomini contagiati e sani, oltre a mostri storpiati dalla malattia. Qualcuno aveva delle piccole torce, altri non avevano già più bisogno della luce.

Quelli che erano sdraiati difendevano la galleria. Ma avevano finito le cartucce, i colpi erano sempre più radi e la folla insolente si raccoglieva sempre più vicina.

"Rinforzi?!", si voltò verso Sasha uno degli uomini stesi. "Ragazzi, sono riusciti a telefonare alla Dobryninskaya! Rinforzi!"

Il mostro dalle molte teste cominciava ad agitarsi, premeva...

"Gente!", cominciò a urlare Sasha. "C'è una cura! Abbiamo trovato una cura! Non morirete! Abbiate pazienza! Per favore, abbiate pazienza!"

La folla divorò le sue parole, brontolava insoddisfatta e riprese a muoversi verso quelli che si difendevano. Il mitragliere diede una sventagliata e alcuni uomini si sedettero a terra gemendo, altri risposero bruscamente sparando a raffica. La massa ribollente andava avanti inarrestabile, pronta a calpestare, fare a pezzi, sia Sasha sia Leonid.

Ma successe qualcosa...


Inizialmente insinuante, poi sempre più sicura, più possente, risuonò la voce del flauto. In una situazione del genere non avrebbe potuto esserci niente di più sciocco, niente di meno opportuno. I difensori ricompensarono il musicista con sguardi deliranti, la folla prese a ruggire, scoppiò in una fragorosa risata, poi fece pressione... Per Leonid non faceva alcuna differenza. Probabilmente non suonava per loro, ma per se stesso, la stessa melodia sorprendente che aveva affascinato Sasha, la stessa che ogni volta, come un imbuto, trascinava a sé decine di ascoltatori.

Forse era proprio per questo che non si poteva escogitare un mezzo peggiore per trattenere la rivolta, per pacificare i contagiati, proprio per l'idiozia commovente di colui che aveva deciso di arrivare così e non per la magia del flauto, la folla si fece un po’ meno irruente. E forse, al musicista era riuscito anche di ricordare loro che chi li circondava si preparava a radere tutto al suolo... Ricordando qualcosa...

Gli spari tacquero e Leonid, senza lasciare il flauto, andò avanti... come se davanti a lui ci fosse il solito pubblico che da un momento all'altro avrebbe cominciato ad applaudire e sommergerlo di cartucce.

Ma per una frazione di secondo alla ragazza sembrò di vedere fra gli ascoltatori suo padre, che sorrideva serenamente. Ecco dove l'aspettava...

Sasha ricordò: Leonid le aveva detto che questa melodia sapeva lenire il dolore.


* * *


All'improvviso il ventre di ferro delle porte ermetiche cominciò a brontolare. Era in anticipo.

Le truppe avevano anticipato i tempi? Significava che la situazione alla Tulskaya non era poi così difficile! Forse, gli occupanti avevano abbandonato da tempo la stazione, lasciando le chiusure bloccate?

Il gruppo si sparpagliò, i soldati si ripararono dietro le sporgenze delle strutture di rinforzo e solo quattro rimasero accanto a Denis Mikhaylovich, presso le porte, tenendo le armi pronte.

Questo era quanto. Il battente si sarebbe lentamente scostato e dopo un paio di minuti quaranta uomini pesantemente armati, appartenenti delle truppe d'assalto della Sevastopolskaya avrebbero fatto irruzione nella Tulskaya. Ogni opposizione sarebbe stata repressa e la stazione sarebbe stata presa in un batter d'occhio.

E sarebbe stato molto più semplice di quanto pensasse il colonnello.

Denis Mikhaylovich non riuscì a dare l'ordine di indossare le maschere antigas.


* * *


La colonna passò, si fece più spessa: c'erano sei uomini schierati che occupavano tutta l'ampiezza della galleria. La prima fila brandiva i lanciafiamme, la seconda si dedicava alla preparazione dei vintorez. Come un torrente di lava nera, scivolarono avanti, con sicurezza, senza fretta.

Omero, che sbirciava da dietro l'ampia schiena degli alieni, grazie ai fari bianchi delle torce riuscì a vedere tutta la scena in un colpo d'occhio: il gruppo di soldati che mantenevano la difesa e due figurette scarne, Sasha e Leonid, circondate da una schiera di creature da incubo. Il vecchio si bloccò.

Leonid suonava. In modo meraviglioso, incredibile, ispirato, come mai aveva fatto prima. E l'orda di creature mostruose lo ascoltava bramosa, mentre i soldati posizionati si sollevavano per vedere meglio il musicista. La sua melodia divideva la parete trasparente dei soldati ostili, non permettendo loro di battersi l'uno contro l'altra nell'ultimo scontro mortale.

"Pronti!", disse improvvisamente uno fra le decine di uomini neri, ma quale?!

Tutta la prima fila si mise contemporaneamente su un ginocchio, la seconda imbracciò i vintorez.

"Sasha!", gridò Omero.

La ragazzina si voltò bruscamente verso di lui, si riparò dalla luce troppo chiara, stese avanti la mano e si mosse in direzione contraria rispetto alla corrente che sgorgava dalla roccia, lentamente, come se andasse contro le raffiche del vento.

La folla, bruciacchiata dai raggi si mise a brontolare, a gemere, si strinse...

Gli alieni aspettavano.

Sasha si avvicinò rasente al loro schieramento.

"Dove sei? Ho bisogno di parlare con te, ti prego!"

Nessuno le rispose.

"Abbiamo trovato un rimedio per questa malattia! Si può curare! Non serve uccidere nessuno. C'è la cura!"

La falange di statue di pietra nera taceva.

"Ti prego! Lo so che tu non vuoi... tenti solo di salvare tutti loro... e te stesso..."

Ed ecco che dalla formazione di combattimento, come se non venisse da nessuno in particolare, si sentì una voce cupa:

"Spostati. Non voglio ucciderti".

"Non devi uccidere nessuno! C'è la medicina!", ripeté audacemente Sasha, passando attraverso gli uomini identici con le maschere e tentando di trovare l'unico fra loro.

"La cura non esiste".

"Le radiazioni! Le radiazioni aiutano!"

"Non ci credo".

"Ti prego!", la voce di Sasha si alzò fino a gridare.

"La stazione dev'essere purificata".

"Possibile che tu non voglia cambiare tutto?! Perché ripeti quello che hai già fatto una volta?! Allora, con i neri?! Perché non vuoi il perdono?"

Gli idoli non rispondevano più; la folla cominciò ad avvicinarsi sempre più.

"Sasha!", sussurrò Omero alla ragazza con tono di preghiera, lei non lo sentì.

"Non si può cambiare niente. Non c'è nessuno a cui chiedere perdono", alla fine arrivarono le parole. "Ho ho sollevato la mano per... per punire".

"È tutto dentro di te!", Sasha non demordeva. "Tu da solo puoi lasciarlo andare! Puoi dimostrarlo! Come puoi non vederlo, è uno specchio! È il riflesso di quello che hai fatto allora, un anno fa! E adesso puoi agire diversamente... ascoltare. Dare un possibilità... e meritare anche tu una possibilità!"

"Devo annientare il mostro", disse lo schieramento con voce rauca.

"Non puoi!", urlò Sasha. "Nessuno può farlo! È anche in me, dorme in ognuno di noi! È una parte del corpo, una parte dell'anima... e quando si risveglia... Non si può uccidere, non si può tagliare via! Si può solo far addormentare di nuovo... farlo tornare a dormire..."


Attraverso i mostri si insinuava un soldatino sporco, si allungò accanto alle file nere dei morti, corse alle porte ermetiche, alla scatoletta d'acciaio del trasmettitore, afferrò il microfono, qualcosa al suo interno gridò... ma in quel momento il silenziatore fece un breve rumore e il soldatino si piegò. Sentendo il sangue, la folla si ravvivò, si gonfiò, cominciò a muggire incollerita.

Il musicista, portando il flauto alle labbra, cominciò a suonare, ma la magia si era dileguata; qualcuno gli sparò, lui lasciò cadere lo strumento, prendendosi lo stomaco con entrambe le mani...

Le svasature dei lanciafiamme furono lambite dal fuoco. La falange alzò nuovi fucili e fece un passo avanti.

Sasha corse da Leonid, preparandosi a essere colpita a sangue dalla folla, che già avvolgeva il caduto e non voleva darlo alla ragazza.

"No, no!", non riusciva a trattenersi oltre.

Poi, contro centinaia di mostri da incubo, da sola contro una legione di assassini, sola contro tutto il mondo, disse chiaramente:

"Voglio un miracolo!"

Echeggiò un rombo lontano, le volte tremarono, la folla si contrasse e lasciò la presa, anche gli alieni cominciarono a indietreggiare. Per terra correvano spessi ruscelli, dal soffitto cominciarono a cadere le prime gocce e tutte le correnti oscure cominciarono a gorgogliare, sempre più rumorose...

"Una falla!", urlò qualcuno.

Gli uomini neri si mossero in fretta per allontanarsi dalla stazione, ritirandosi dalle porte ermetiche, il vecchio corse dietro di loro, guardando Sasha. Lei non si era mossa da dov'era. Offrì le mani e il viso all'acqua che si riversava su di lei dall'alto, la ragazza... rideva.

"Ecco la pioggia!", gridava. "Tutto è possibile! Si può ricominciare tutto da capo!"

La fila nera si ritirò oltre le porte e Omero con loro. Alcuni alieni premevano sul battente delle porte ermetiche, tentando di chiudere la Tulskaya, di trattenere l'acqua. Il battente cedette e andò avanti a fatica. Il vecchio aveva cercato di tornare indietro verso Sasha, che era rimasta nella stazione soffocata dall’acqua, ma qualcuno lo afferrò e lo scagliò via.

Solo a quel punto uno degli uomini in abiti neri fece un balzo repentino verso l'apertura ormai ridotta a una fessura sempre più stretta, allungò la mano e gridò alla ragazza:

"Vieni qui! Ho bisogno di te!"

Le acque ormai gli arrivavano già alla cintola e all'improvviso una testa biondissima sparì dalla vista e si perse.

L'uomo nero ritirò la mano e le porte si chiusero.


* * *


Le porte non si aprivano. La galleria sembrava in preda alle convulsioni, dall'altra parte della chiusura l'eco dell'esplosione rimbalzava contro la lastra di metallo per poi tornare indietro. Denis Mikhaylovich si avvicinò al ferro, tese l'orecchio... asciugò l'umidità sulla guancia, guardò stupito il soffitto coperto di sudore.

"Allontaniamoci!", ordinò. "È già tutto finito".