2034 – Cap. 17

Capitolo diciassette

Chi parla?


Artyom abbassò la canna bollente. Voleva asciugarsi sudore e lacrime con il dorso della mano, ma non riusciva ad arrivare agli occhi. C'era la maschera antigas nel mezzo. Poteva toglierla e fregarsene? Che differenza faceva, comunque era lo stesso...

Sembrava che i contagiati ruggissero più forte delle sventagliate dei mitra. Altrimenti perché dal vagone continuavano a uscire malati sempre nuovi, che andavano incontro a una raffica di piombo? Non sentivano il fracasso? Non capivano che gli stavano sparando a bruciapelo? Cosa speravano? Oppure ormai per loro niente faceva più la differenza?

Intorno all'uscita aperta del vagone, la piattaforma si stava riempiendo sempre più di corpi. Alcuni si reggevano ancora e dal profondo del tumulo veniva un gemito. Il bubbone delle porte spalancate si svuotò completamente: quelli rimasti nel vagone, terrorizzati, si stringevano più compatti, nascondendosi dai proiettili.

Artyom abbracciò con lo sguardo gli altri mitragliatori: era solo lui ad avere le mani e le ginocchia tremanti? Nessuno di loro diceva una parola. Inizialmente taceva anche il comandate. Si sentiva solo la voce del treno stracolmo, che tentava di trattenere la tosse insanguinata e l'ultimo morente che sputava bestemmie sotto il peso dei morti.

"Bruti... canaglie... Sono ancora vivo... È pesante..."

Il comandante lo vide, si sedette accanto a lui e scaricò sull'infelice quello che restava nel caricatore: premette il grilletto finché scattò a vuoto. Si alzò, guardò la pistola e senza motivo la pulì contro i pantaloni.

"Mantenente la calma!", gridò con forza. "I tentativi di abbandonare il lazzaretto senza permesso saranno puniti anche in futuro..."
"Cosa facciamo con i cadaveri?", gli chiesero.

"Riportateli sul treno. Ivanenko, Aksyonov, occupatevene!"

L'ordine fu ristabilito. Artyom riuscì a tornare al suo posto, sperando di prendere sonno, rimanevano ancora un paio d'ore prima della sveglia. Dormire anche solo un'ora per non crollare l'indomani in servizio...


Andò diversamente.

Ivanenko tornò indietro, prese a scrollare la testa, rifiutandosi di occuparsi dei corpi putridi, a pezzi. Il comandante tese il braccio con la pistola verso di lui, dimenticando di aver finito le cartucce, sibilò stizzito e scattò subito, rapido, a vuoto. Ivanenko mandò un guaito e si mise a correre.

A quel punto, uno dei militari che tossicchiavano alzò il mitra e in modo maldestro, sbilenco, piantò nella schiena del colonnello la lama di una baionetta. Il comandante non cadde, rimase in piedi e lentamente si voltò a guardare da sopra la spalla la persona che l'aveva colpito.

"E questo che cosa significa, carogna?", si meravigliò piano.

"Tu fai tanto presto a fare i conti... in stazione non ci sono più persone sane! Oggi siamo noi a farlo a loro, domani sarai tu a cacciare noi in questi vagoni...", gli gridò l'offensore, cercando di togliere il mitra al comandante, ma senza sparare.

Nessuno si immischiò. Perfino Artyom, che aveva fatto un passo verso questi due, si paralizzò nell'attesa. Alla fine la baionetta uscì dalla schiena. Il comandante, come se cercasse di grattarsi, allungò la mano verso la ferita, poi cadde in ginocchio, si appoggiò con le mani sul pavimento scivoloso, scosse la testa. Voleva tornare in sé? O addormentarsi?

Nessuno si decideva ad avvicinarsi a lui. Perfino il ribelle che l'aveva ferito con la baionetta si allontanò spaventato, poi si strappò la maschera antigas e cominciò a gridare a tutta la stazione: "Confratelli! Basta tormentarli! Allontanatevi! Per loro morire è lo stesso! E anche per noi! Cos'è, non siamo uomini?!"

"Non osare...", sibilò pianissimo il comandante, reggendosi sulle ginocchia.

I mitragliatori cominciarono a mormorare, consultandosi. In un punto dalle porte del vagone i cancelli si staccarono. Ancora... poi qualcuno prese a sparare in viso all'istigatore, e quello si rovesciò indietro, cadde sopra gli altri morti. Ma era già tardi: i contagiati uscirono dal treno con un grido vittorioso sparpagliandosi nella sala, corsero goffamente sulle gambe spesse, strapparono i mitra alle guardie intimidite, si dispersero ovunque. Anche i custodi cedettero: qualcuno sparava ancora ai malati, altri si mescolavano con loro, se ne andavano via dalla stazione, verso le gallerie; uno a nord, alla Serpukhovskaya, altri a sud, verso la Nagatinskaya.

Artyom rimase sul posto, guardando ottusamente il comandante, che non voleva morire. Inizialmente strisciò avanti carponi, poi, svicolando, si alzò e andò da qualche parte.

"Ecco a voi la sorpresa... Pensavate che non mi sarei preparato...", borbottò.

Il suo sguardo errabondo si aggrappò ad Artyom. Dopo essere rimasto un attimo immobile, all'improvviso il comandante abbaiò con la sua solita voce, che non tollerava l'insubordinazione:

"Popov! Portami alla cabina radiotelegrafica! Bisogna ordinare al posto di blocco settentrionale di chiudere le porte..."

Artyom lo fece appoggiare alla spalla e insieme strisciarono accanto al treno svuotato, accanto ai corpi dilaniati, accanto a montagne di ciarpame, fino alla cabina dove c'era anche il telefono. Evidentemente la ferita del comandante non era stata mortale, ma l'uomo perdeva molto sangue. Mentre camminavano, le forze lo abbandonavano e lui si afflosciò nel deliquio.

Avvicinato il tavolo alla porta, Artyom prese il microfono del centralino interno e chiamò il posto di blocco settentrionale. L'apparecchio schioccò, emise suoni rauchi, come se respirasse con sofferenza, poi tacque, in un silenzio spaventoso.

Se era tardi per chiudere questa via, Artyom doveva avvertire almeno la Dobryninskaya! Si gettò sul telefono, premette uno dei due pulsanti, continuò per alcuni secondi...l'apparecchio funzionava ancora. Inizialmente nella cornetta sussurrò soltanto l'eco, poi si sentì uno strepito e infine gli squilli.

Una... due...tre... quattro... cinque... sei...

Dio, fa che rispondano. Se sono ancora vivi, se a questo punto non sono ancora stati contagiati, che rispondano, che gli diano una possibilità. Che rispondano prima che i malati riescano ad arrivare ai confini della stazione. Adesso Artyom era pronto a vendere l'anima, perché dall'altro capo del filo qualcuno prendesse la cornetta!
E a quel punto avvenne l'impossibile. Il settimo squillo si interruppe a metà, si sentì un lieve gemito, un battibecco lontano e attraverso il fruscio spuntò la voce stridula di qualcuno, che respirava per l'affanno.

"Qui Dobryninskaya!"


* * *


La gabbia era rimasta in penombra. Ma a Omero bastava anche questa luce scarsa per vedere: la sagoma del prigioniero era troppo esile, troppo fiacca per appartenere al brigadiere. Come se dietro il cancello ci fosse uno spaventapasseri: molle, piegato. Sembrava il custode... morto. Ma dov'era allora Hunter?!

"Grazie. Pensavo di non riuscire ad aspettare", disse una voce sepolcrale, cupa. "Lì dentro mi sentivo...stretto".

Melnik, sulla sua poltrona, si girò più in fretta di Omero. All'ingresso, a bloccare l'accesso verso la stazione, c'era il brigadiere. Aveva le braccia strettamente intrecciate, come se una non si fidasse dell'altra e temesse di perderla. Mostrava la sua metà sfregiata.

"Sei... tu?", Melnik era a bocca aperta.

"Per ora sì", Hunter tossì in modo strano; se Omero non avesse saputo che non sapeva ridere, avrebbe potuto ingannarsi e prendere questo suono per una risata.

"Cosa ti è successo... al viso?"

Melnik probabilmente voleva chiedergli tutt'altro: con un cenno ordinò all'attendente di andare via. Permisero a Omero di restare.

"Nemmeno tu sei nella forma migliore", il brigadiere tossì di nuovo.

"Sciocchezze", si curvò Melnik. "È solo un peccato che non possa abbracciarti. Che il diavolo ti porti... dov'eri... quanto ti abbiamo cercato".

"Lo so. Avevo bisogno di... stare un po' da solo", disse Hunter in modo distaccato. "Io... non volevo stare con la gente. Volevo andarmene per sempre. Ma ho avuto paura..."

"E cos'è successo allora con i neri? Sono stati loro?", Melnik fece cenno verso le cicatrici color lilla.

"Niente. Non sono riuscito ad annientarli", il brigadiere toccò la cicatrice. "Non sono stato capace. Mi hanno... sopraffatto".

"Eppure hai dimostrato di aver ragione", cominciò Melnik con fervore inatteso. "Scusami, all'inizio non ho prestato attenzione, non credevo. Allora avevamo... lo capisci anche tu... ma li abbiamo trovati, tutti annientati, dal primo all'ultimo. Pensavano che tu non ci fossi più. Che ti avessero... per causa tua li ho... per te. Tutti, fino all'ultimo!"

"Lo so", disse Hunter con voce rauca, sofferta. "E loro sapevano che sarebbe stato così, per causa mia. Sapevano tutto. Riuscivano a vedere gli uomini e il destino di ognuno. Tu non sai nemmeno contro chi abbiamo alzato la mano... ci ha sorriso per l'ultima volta... li ha mandati... ha dato un'altra possibilità. Ma noi... io li ho condannati e voi avete eseguito. Perché siamo così. Perché i mostri..."

"Cosa..."

"Quando sono arrivato da loro... mi hanno mostrato me stesso. Come se guardassi in uno specchio e vedessi tutto ciò che è. Non capivo me stesso. Ma capivo gli uomini, perché a noi è successo tutto ciò..."

"Di che parli?"; Melnik fissava il compagno allarmato, lanciando uno sguardo di sfuggita alla porta; "Non ti sei pentito di essere corso a mandare via le guardie?"
"Ti sto dicendo che mi sono visto con i loro occhi, come in uno specchio. Non all'esterno, ma dentro... dietro il paravento... loro sono venuti alla luce, allo specchio, per mostrarmelo. Un cannibale. Un mostro. Non ho visto un uomo. Mi sono fatto paura da solo. Mi sono svegliato. Prima mentivo a me stesso... mi dicevo: "Io difendo, salvo"... mentivo. Ero solo una bestia affamata, spezzavo le gole. Peggio di una bestia. Lo specchio è scomparso, ma quello... questo... è rimasto. Mi sono svegliato e non volevo più dormire. Pensavano che mi sarei ammazzato. Che motivo avevo per vivere... ma non mi sono fermato. Dovevo lottare. All'inizio da solo... perché nessuno vedesse. Poi con gli uomini. Pensavo: "Posso punirmi da solo perché non mi castighino loro". Pensavo di scacciarli con il dolore...", si toccò la cicatrice. "Poi ho capito che senza uomini vicino lui ti sopraffa. Ho dimenticato me stesso. E sono tornato".

"Ti hanno fatto il lavaggio del cervello!", disse gravemente Melnik.

"No. È già tutto passato", il brigadiere allontanò la mano dalla cicatrice e la sua voce cambiò: parlava nuovamente con tono cupo, lentamente. "Quasi tutto. Quella storia è finita da tempo, quello che è fatto è fatto. Adesso siamo soli. Bisogna cavarsela. Non sono venuto per questo. Alla Tulskaya c'è un'epidemia. Può arrivare anche alla Sevastopolskaya, e all'Anello. Febbre. La stessa, mortale".

"Non mi hanno informato", Melnik lo guardò con diffidenza.

"Non hanno informato nessuno. Hanno paura. Mentono. Nascondono. Non sanno cosa fare".

"Che cosa vuoi da me?", si alzò nella poltrona.

"Lo sai anche tu. Il pericolo dev'essere eliminato. Dammi un gettone. Dammi uomini. Lanciafiamme. Bisogna chiudere e ripulire la Tulskaya. Se serve, anche Serpukhovskaya e Sevastopolskaya. Spero che non sia andata oltre".

"Annientare tre stazioni per precauzione?", chiese Melnik.

"Per salvare le altre".

"Dopo quella guerra tutti odiano a morte l'Ordine..."

"Non verrà a saperlo nessuno. Non lasceremo nessuno che possa contagiare... e vedere".

"A che prezzo?!"

"Ma non capisci? Se la tiriamo ancora un po' per le lunghe, non ci sarà nessuno da salvare. Siamo venuti a conoscenza dell'epidemia troppo tardi. Non ci sarà un'altra possibilità per fermarla. Fra due settimane tutta la Metro sarà un ospedale pieno di appestati, fra un mese un cimitero".

"Devo accertarmene personalmente..."
"Non mi credi, vero? Pensi che io sia impazzito? Non mi hai creduto allora e hai dei dubbi anche adesso. Chi se ne frega. Andrò da solo. Come al solito. Rimango della mia idea".

Lui si voltò, lasciò un Omero stupefatto, si mosse verso l'uscita. Ma le ultime parole che aveva detto avevano catturato come un arpione Melnik, che fu trascinato dietro il brigadiere.

"Fermo! Prendi il gettone!", quello cominciò a rovistare frettolosamente sotto la giacca e porse a Hunter, che si era bloccato, una normale placca. "Io... ti do il permesso".

Il brigadiere prese il gettone dal suo palmo scheletrico, se lo cacciò in tasca, e fece un saluto silenzioso gettando un lungo sguardo fisso a Melnik.

"Torna", disse lui. "Sono stanco".

"E io al contrario... sono pieno di forze", tossì Hunter. E si dileguò.


* * *


Per molto tempo Sasha non osò chiamare di nuovo: era inutile far innervosire le guardie della Città di Smeraldo. Probabilmente l'avevano già sentita, ma forse erano già riusciti a guardarla come si deve. E se fino a quel punto non avevano aperto la porta radicata a terra, era solo perché si stavano consultando, senza sapere se lasciar entrare una straniera che aveva indovinato la parola d'ordine.

Cosa gli avrebbe detto quando la porta si sarebbe spalancata?

Avrebbe parlato dell'epidemia che imperversava alla Tulskaya? Volevano interferire? Avrebbero rischiato? E se tutti loro, proprio come Leonid, fossero stati in grado di vedere attraverso l'uomo? Forse era meglio raccontare subito della febbre che aveva colpito anche Sasha? Ammettere con gli altri ciò che non era ancora riuscita ad ammettere anche con se stessa...

Ma Sasha avrebbe potuto offenderli? Eppure se già da tempo erano riusciti ad avere la meglio su quella spaventosa malattia, perché non interferivano, perché non avevano mandato alla Tulskaya un messaggero con la medicina? Per paura delle persone comuni? O per la speranza che la moria le annientasse? Che fossero stati loro stessi a diffondere l'epidemia nella grande Metro?

No! come poteva anche solo pensarlo! Leonid aveva detto che gli abitanti della Città di Smeraldo erano giusti e altruisti. Che non condannavano e non privavano nessuno della libertà. E che in mezzo alla bellezza sconfinata di cui si circondavano, nessuno osava nemmeno concepire l'idea di un delitto.

Allora perché non salvavano i condannati a morte? Perché non le aprivano la porta?!

Sasha chiamò ancora. E ancora.

Oltre la parete di acciaio era buio pesto, come se non ci fosse niente, eccetto migliaia di tonnellate di terra pietrosa.


"Non ti apriranno".

Sasha si voltò Bruscamente. A una decina di passi da lei c'era il musicista, inclinato da un lato, scarmigliato, triste.

"Allora prova tu! Forse ti hanno perdonato?", Sasha lo guardava senza capire. "Tu comunque sei arrivato da qui!"

"Non c'è nessuno da perdonare. Là è vuoto".

"Ma tu hai detto..."

"Ho mentito. Non è questo l'ingresso alla Città di Smeraldo".
"E dov'è allora?.."

"Non lo so. Non lo sa nessuno", allargò le braccia.

"Ma allora come mai ti facevano passare ovunque? Anche se non sei un osservatore... tu... e anche all'Anello, e dai Rossi... Mi stai prendendo in giro, vero? Hai chiacchierato della Città e adesso ti dispiace!", lei cercava di guardarlo negli occhi dispiaciuta, alla ricerca di qualcosa, per trovare una conferma ai suoi sospetti.

"Ho sempre sognato di andarci.", Leonid guardava dritto a terra. "L'ho cercata per molti anni. Ho raccolto dicerie, ho letto libri antichi. In questo posto ci sono venuto probabilmente cento volte. Ho trovato questo campanello... ho scampanellato per giorni interi ininterrottamente. Tutto invano".

"Perché mi hai ingannata?!", lei andò dritta da lui. La sua mano destra, rianimata, si posò da sola sul coltello. "Che cosa ti ho fatto? Perché fai così?!"

"Volevo allontanarti da loro", avendo notato l'arma, per qualche motivo il musicista si perse e invece di correre si sedette sui binari. "Ho pensato che se fossi rimasto solo con te..."

"Ma perché sei tornato?"

"Solo per dirtelo", la guardò docilmente dal basso in alto. "Probabilmente, ho capito di aver oltrepassato il limite. Quando ti ho portata qui... sono rimasto solo e mi sono messo a pensare... L'anima non è nera dalla nascita. All'inizio è trasparente, ma si scurisce gradualmente, una macchiolina dopo l'altra, ogni volta che ti perdoni una cattiveria, trovi una giustificazione, ti dici che è tutto solo un gioco. Ma all'improvviso il nero si incupisce. È raro accorgersene, da dentro non si vede. Ma io ho capito, che proprio qui e adesso ho oltrepassato un limite e per questo sono già diventato un altro. Per sempre. Devo riconoscerlo. Proprio perché tu non te lo sei meritata".

"Ma allora perché ti temono tanto? Perché ti adulano?"

"Non è per me", sospirò Leonid. "Paparino".

"Cosa?"

"Il cognome Moskvin non ti dice niente?"
"No". Sasha scosse la testa in segno di diniego.

"Allora tu probabilmente sei l'unica in tutta la Metro", sorrise malinconicamente il musicista. "Per gli altri, papà è il Grande Direttore. Il Direttore di tutta la linea Rossa. Mi hanno rilasciato un passaporto diplomatico. Ecco perché mi fanno passare. È un cognome raro, nessuno osa immischiarsi. Se non per ignoranza".

"E allora tu...", Sasha si allontanò, fulminandolo con lo sguardo. "Osservi? È per questo che ti hanno mandato?"

"Mi hanno cacciato. Paparino ha capito che non avrebbe fatto di me un uomo, e ha rinunciato. Diciamo che ho lentamente disonorato il suo cognome", spiegò Leonid.

"Hai litigato con lui?", socchiuse gli occhi la ragazza.

"Come si può litigare con il compagno Moskvin? È un monumento! Mi hanno allontanato e maledetto. Lo sai, sono uno yurodivy, un folle in Cristo, dall'infanzia. Tenevo solo ai quaderni, al bello, al pianoforte, ai libri. Mia mamma si è incattivita, voleva una bambina. Mio padre, se n'è accorto, ha provato a instillare in me l'amore per le armi da fuoco e gli intrighi comunisti, ma ormai era tardi. Mia madre mi insegnava il flauto, mio padre mi ha fatto perdere l'abitudine con la cintura. Il professore che mi seguiva è stato deportato, mi hanno affidato a un istruttore politico. Tutto invano. Ero già riuscito a corrompermi. Non mi piaceva la linea Rossa, mi sembrava troppo grigia. Volevo una vita brillante, volevo occuparmi di musica, dipingere quadri. Paparino mi ha mandato a comporre un mosaico, per fini educativi. Perché sapessi che l'eleganza è precaria. E io l'ho unito con gli spilli perché non lo staccassero. Ma nel frattempo l'ho rotto, ho imparato tutti i dettagli e adesso potrei farne uno uguale. Ma da quel momento odio mio padre".

"Non puoi parlare così di lui!", si indignò Sasha.

"Certo che posso", sorrise il musicista. "Anche se agli altri sparano se lo fanno. E dalla Città di Smeraldo... è stato il mio professore a parlarmene, a bassa voce, quando ero ancora piccolo. E io decisi che dovevo trovare l'entrata da grande. Perché al mondo ci doveva essere un posto dove tutto ciò per cui vivo ha senso. Dove tutti vivono per questo. Dove non sarò un bastardo insignificante inutile, né un principe-scansafatiche, né un erede di Dracula, ma un pari fra i pari.

"E non l'hai trovata", Sasha nascose il coltello; eccetto alcune parole sconosciute, riusciva a cogliere il nocciolo. "Perché non c'è".

Leonid sollevò le spalle. Si alzò, si avvicinò al campanello, premette il pulsante.

"Forse non importa se là c'è qualcuno che mi ascolta oppure no. Forse non importa se c'è un posto di questo tipo da qualche parte sulla terra. Ciò che conta, penso, è che da qualche parte esiste. E che qualcuno mi ascolta. Forse, semplicemente, non ho meritato che mi aprissero".

"A te basta questo?", chiese Sasha.

"È sempre bastato a tutta l'umanità, basterà anche a me", sollevò le spalle il musicista.


* * *


Il vecchio corse sulla piattaforma seguendo il brigadiere, che si era volatilizzato. Guardò sbigottito da una parte all'altra: non c'era più. Uscì dalla corsia anche Melnik, un po' incupito e depresso, come se insieme al misterioso gettone si fosse strappato anche l'anima per darla al brigadiere.

Perché e dove correva Hunter? Perché aveva abbandonato Omero? Non valeva la pena di chiedere a Melnik; da quest'uomo bisognava nascondersi ancora un po' prima che si ricordasse dell'esistenza del vecchio. Facendo finta di rincorrere il brigadiere, Omero andò avanti in tutta fretta, aspettandosi di sentire un grido dietro la schiena. Ma sembrava che Melnik non avesse più niente a che fare con lui.

Hunter aveva detto al vecchio che aveva bisogno di lui per non dimenticare il proprio passato... mentiva? Possibile che volesse solo dimenticare, per poi correre a impegnarsi in un combattimento alla Polis, che avrebbe potuto perdere, e non riuscire così ad arrivare alla Tulskaya? I suoi istinti e la capacità di uccidere erano soprannaturali, ma perfino lui non sarebbe riuscito ad assediare l'intera stazione da solo. E così, accompagnatolo fino alla Polis, il vecchio aveva già esaurito il proprio ruolo e adesso doveva uscire di scena.

Effettivamente, l'esito di tutta la storia dipendeva anche da lui. Aveva teso una mano perché il finale si rivelasse esattamente come aveva programmato il brigadiere, o l'entità che parlava per lui.

Che cos'era quel gettone? Un lasciapassare? Un segno di potere? Un marchio nero? Un anticipo di indulgenza per tutti i peccati che Hunter tentava di prendere sulla propria anima? Come se niente fosse, strappando a Melnik il gettone e il consenso, il brigadiere aveva avuto carta bianca per tutto. Non era riuscito a confessarsi con nessuno. Confessarsi! Forse quella cosa aveva preso il sopravvento su di lui, la cosa spaventosa che di tanto in tanto appariva nello specchio e non si riusciva nemmeno definire come si deve...

Cosa ne sarà della Tulskaya quando Hunter riuscirà a raggiungerla? Sarà davvero capace di saziare la sua sete annegando nel sangue una stazione intera, due, tre? Oppure, al contrario, quello che cova in sé aumenterà all'infinito?

Chi di questi due aveva chiamato a sé Omero? Quello che divorava gli uomini o quello che lottava con i mostri? Quale dei due era caduto nel combattimento immaginario alla Polyanka? E chi era quello che, subito dopo, aveva parlato con il vecchio, chiedendogli perdono?

Ma se... se Omero avesse dovuto ucciderlo e se fosse stata veramente questa la profezia? E se ciò che restava del precedente brigadiere, quasi schiacciato e soffocato, avesse trascinato il vecchio in questo spostamento, perché potesse vedere con i suoi occhi, e perché, per orrore o per misericordia, fermasse Hunter con un colpo a tradimento alla nuca da qualche parte nella galleria scura? Il brigadiere non poteva togliersi la vita da solo, per questo si era cercato un giustiziere. Uno di quelli che non doveva chiedere niente, che doveva rivelarsi sufficientemente perspicace da fare tutto da solo, ingannando quella metà di Hunter che aumentava di ora in ora e non voleva morire.

Ma anche se Omero avesse raccolto il coraggio, trovato il momento adatto e saputo cogliere di sorpresa Hunter, che cosa gli avrebbe dato? La moria, lui da solo, non l'avrebbe sostenuta. Significava che comunque, in questo busillis, al vecchio restava solo il compito di osservare e prendere appunti?

Omero poteva supporre dove fosse diretto il brigadiere. Secondo le voci, l'Ordine quasi mitico, al quale, a giudicare da tutto, appartenevano Melnik e Hunter, , si era rafforzato alla Smolenskaya, nel punto debole della Polis. I suoi legionari erano chiamati a difendere la Metro e i suoi abitanti dai pericoli che non potevano affrontare gli eserciti delle stazioni comuni... era tutto quello che l'Ordine faceva sapere delle proprie attività.

Al vecchio non passava nemmeno per l'anticamera del cervello di andare alla Smolenskaya, inaccessibile come il castello di Alamut. Ma anche questo non aveva un senso: per incontrare di nuovo il brigadiere bisogna solo tornare alla Dobryninskaya... E aspettare che il binario sul quale viaggiava Hunter portasse ineluttabilmente il brigadiere proprio là, nel luogo dove si sarebbe compiuto il delitto, alla stazione finale di questa strana storia.

Permettergli di punire gli appestati, di eliminare il contagio dalla Tulskaya e poi... adempiere alla sua volontà mai espressa? Il vecchio pensava che il suo ruolo fosse un altro: scrivere e non sparare, dare l'immortalità, non togliere la vita. Non giudicare e non immischiarsi, permettere agli eroi del libro di agire da soli. Ma quando tutt'attorno hai sangue che ti arriva alle ginocchia è difficile non imbrattarsi. Grazie a Dio, aveva lasciato andare la ragazzina con quel furbacchione. Se non altro, aveva risparmiato a Sasha lo spettacolo della guerra spaventosa che comunque non avrebbe potuto scongiurare.

Controllò con l'orologio della stazione: se il brigadiere faceva tutto secondo i piani, allora a Omero ormai restava ancora poco tempo.

Un paio d'ore, per essere ancora se stesso. Per invitare la Polis all'ultimo tango.


* * *


"E come sei riuscito a ottenere il permesso di entrare?", chiese Sasha.

"Beh... ovviamente è una sciocchezza... con il mio flauto. Ho pensato che potesse correggere qualcosa. Capisci... la musica è l'arte più fugace, la più effimera. Esiste solo fintanto che suona uno strumento, poi sparisce in un momento, senza lasciare strascichi. Ma niente contagia gli uomini tanto in fretta quanto la musica, niente colpisce tanto a fondo e cicatrizza così lentamente. La melodia che ti ha commossa resterà con te per sempre. È l'estratto della bellezza. Pensavo che potesse guarire la mostruosità dell'anima".

"Sei strano", disse lei.

"E adesso, all'improvviso, ho capito che il lebbroso non può guarire il lebbroso. Che se io non ti confesso tutto, non mi apriranno da nessuna parte".

"Pensavi che ti perdonassi? Per le tue menzogne, per la crudeltà?", Sasha gli lanciò uno sguardo acuto.

"Mi darai un'altra possibilità?", all'improvviso Leonid le sorrise. "Eppure l'hai detto tu, ne abbiamo tutti diritto".

La ragazza tacque diffidente, non voleva nuovamente essere partecipe dei suoi strani giochi. Aveva quasi creduto al musicista, al suo racconto e adesso... di nuovo?
"In tutto quello che ti ho raccontato c'era una verità", disse lui. "C'è un rimedio per la malattia".

"Una medicina?", Sasha trasalì, pronta a essere ingannata ancora una volta.

"Non è una medicina. Niente pasticche né sieri. Alcuni anni fa c'è stato un focolaio di quella malattia da noi alla Preobrazhenskaya".

"Ma perché nemmeno Hunter ne sa niente?!"

"Non c'è stata un'epidemia. È finita in niente da sola. Questi batteri sono molto sensibili alle radiazioni. Con l'irradiazione succede qualcosa... sembra che smettano di agire. La malattia si ferma. Anche a piccole dosi. Hanno aperto per caso. Ecco tutto il rimedio. La soluzione, per dirla così, è superficiale".

"Davvero?", lo prese per un braccio preoccupata.

"Davvero", mise una mano su quella di lei. "Bisogna solo mettersi in contatto con loro, spiegare..."

"Perché non me l'hai detto prima? Eppure era così semplice! Quante persone sono morte nel frattempo...", lei si liberò, con gli occhi che brillavano.

"In un giorno? Solo... non volevo che tu restassi con quell'assassino", borbottò lui. "E sin dal principio ero pronto a dirti tutto. Ma volevo barattare questo segreto con te".

"Mi hai scambiata con la vita di altre persone", disse inviperita Sasha. "E questo... nessuno vale così tanto!"

"Io la scambierei con la mia", il musicista fece un guizzo con il sopracciglio.

"Non sta a te decidere! Alzati! Dobbiamo tornare indietro di corsa... prima che lui arrivi alla Tulskaya". La ragazza indicò con il dito l'orologio, sussurrò, contò il tempo e sospirò. "Sono rimaste tre ore in tutto!"

"Posso sfruttare il collegamento... telefoneranno all'Hansa, spiegheranno tutto. Non abbiamo nessun bisogno di correre noi là, tanto più che non ce la faremmo..."

"No!", Sasha scosse la testa. "No! Non ci crederebbe. Non vuole crederci. Devo dirglielo di persona. Spiegargli..."

"E poi?", chiese Leonid geloso. "Per la gioia ti dedicherai soltanto a lui?"

"Sono forse affari tuoi?", rispose bruscamente lei; per intuito e comprendendo l'arte di comandare gli uomini innamorati, aggiunse dolcemente. "Non mi serve niente da lui. Ma senza di te non ce la faccio".

"Hai imparato da me a mentire...", sorrise il musicista acidamente. "D'accordo", sospirò con l'aria di un condannato a morte. "Andiamo".

Arrivarono alla Sportivnaya circa mezz'ora dopo: le guardie erano cambiate e Leonid dovette di nuovo far capire in che modo una ragazza senza passaporto potesse oltrepassare i confini della linea Rossa. Sasha guardava intensamente l'orologio, mentre il musicista fissava lei; era evidente: era indeciso, in lotta con se stesso.

Sulla piattaforma le reclute gracili caricavano un carrello vecchio e maleodorante con qualche merce. Gli operai ubriachi fingevano con molta concentrazione di calafatare i vasi rotti dei tubi, i ragazzini in uniforme imparavano una canzone non proprio infantile. Cinque minuti dopo a Sasha e Leonid tentarono due volte di verificare i documenti e la successiva verifica, quando erano quasi già entrati nella galleria che portava alla Frunzenskaya, andò per le lunghe, oltre ogni misura.

Il tempo volava. La ragazza non era nemmeno sicura che le rimanessero quelle misere due ore e poco più: in fondo nessuno poteva fermare Hunter. Perfino i soldatini erano già riusciti a portare a termine le operazioni di carico e il carrello, sbuffando, cominciava a prendere velocità, avvicinandosi a loro. In quel momento Leonid si decise.

"Non voglio lasciarti andare", disse. "Ma non posso nemmeno trattenerti. Ho pensato di fare in modo che ritardassimo e che non avessi più niente da cercare. Ma capisco che non sarà per questo che tu diventerai mia. Essere onesti è il modo peggiore per sedurre una ragazza. Ma io sono stanco di mentire. Ormai con te mi vergogno costantemente. Scegli da sola con chi vuoi restare".


Strappato il passaporto miracoloso dalle mani di un soldato di pattuglia che non aveva fretta, il musicista lo colpì con agilità inattesa alla mandibola, facendolo cadere a terra, prese la mano di Sasha e si avviarono insieme al carrello, che proprio in quel momento li aveva raggiunti. Il macchinista spiazzato si voltò e si trovò a fissare la canna di una rivoltella.

"Mio padre sarebbe orgoglioso di me adesso!", rise fragorosamente Leonid. "Quante volte gli ho sentito dire che mi occupavo di sciocchezze, che con il mio zufolo da femmina non avrei mai fatto niente di utile! Ed ecco che invece adesso mi comporto da vero uomo e lui non è qui a vedermi! Che peccato! Salta!", ordinò al macchinista con le mani che tremavano.

Quello, a prescindere dalla velocità, cadde fragorosamente sul binario, iniziò a rotolare con un urlo, si zittì e cadde nell'oscurità che li seguiva. Leonid cominciò a sbarazzarsi del carico, e con ogni zavorra che cadeva sui binari il motore sbuffava sempre più energico. Il faro deperito nella parte anteriore del carrello guardava avanti insicuro, strizzando gli occhi e sbattendo le palpebre riusciva ad arrivare solo ad alcuni metri di distanza. Con un gagnolio, come se graffiassero un vetro, scacciò da sotto le ruote una nidiata di ratti, fece indietreggiare un cantoniere spaventato e in un punto lontano dietro di loro prese a suonare una sirena d'allarme. Le nervature della galleria baluginavano accanto a loro sempre più in fretta: il musicista spremeva dalla macchina tutto ciò che essa poteva dargli.

Volarono accanto alla Frunzenskaya: colti alla sprovvista, gli uomini di pattuglia si allontanarono alla spicciolata, proprio come avevano fatto i topi e solo quando il carrello si trovava ormai a un centinaio di metri dalla stazione, cacciò un urlo stizzito, all'unisono con la Sportivnaya.

"Adesso si comincia!", gridò Leonid. "La cosa importante è passare velocemente la discesa all'Anello! Là c'è il posto di blocco principale... tenteranno di trattenerci! Andiamo direttamente lungo la diramazione, in centro!"
Sapeva di cosa aver paura: da quella stessa diramazione laterale che li aveva portati alla linea Rossa, li accecò il faro di un carro motorizzato che veniva loro incontro. Le rotaie si univano ad alcune decine di metri più avanti, era tardi per fermarsi. Il musicista premette sul il pedale consumato fino a diventare lucido, Sasha socchiuse gli occhi. Rimaneva solo da sperare che lo scambio fosse rivolto nella direzione che serviva a loro, che non li portasse a uno scontro frontale.

La mitragliatrice si scatenò, i proiettili volarono, passando a pochi centimetri dalle loro orecchie. Furono investiti da un'ondata d'aria calda e bruciata, il rombo dell'altra motrice divampò e spense: le macchine non si incontrarono per miracolo, il carro motorizzato volò via dalla loro carreggiata esattamente un momento dopo che il carrello di Sasha oltrepassava la biforcazione. E adesso, tremolando, scivolava verso la Park Kultury, mentre il carro a motore militare si lanciava nella direzione opposta.

Avevano ricevuto un piccolo vantaggio che sarebbe bastato fino alla stazione vicina, ma poi? Il carrello rallentò: la galleria sotto la pendenza tirava verso l'alto.

"La Park è quasi alla stessa altezza...", le spiegò il musicista sbirciando indietro. "Mentre la Frunzenskaya si trova cinquanta metri sotto... possiamo andare verso l'alto solo se raggiungiamo una velocità più alta!"


Alla Park Kultury riuscirono a prendere velocità. Sembrava quasi disabitata, antica, fiera, con le volte alte, semiviva, semibuia. Una sirena cominciò a tossire, schiarendosi la voce arrugginita. Dalle fortificazioni di mattoni spuntarono delle teste. In ritardo, senza forza e male, alcuni mitragliatori cominciarono a latrare dietro di loro.

"Possiamo anche riuscire a sopravvivere!", rise il musicista. "Ancora un po' di fortuna e..."

Ma ecco che nell'oscurità dietro il posteriore brillò una piccola scintilla, poi divampò con più forza, accecandoli, raggiungendoli... il faro del carro a motore! Il raggio tagliente che sporgeva in avanti, come una lancia, cercando di piantarsi nel loro carrello decrepito: il carro a motore divorava la distanza che li separava, che si accorciava ogni momento. La mitragliatrice ricominciò ad abbaiare, i proiettili cominciarono a guaire.

"Ancora un po'! Giù alla Kropotkinskaya!"

La Kropotkinskaya... Divisa a quadretti e ingombra di tende identiche, trascurata e incolta. Alle pareti c'erano i ritratti approssimativi di qualche sconosciuto, che sebbene non fossero stati dipinti da molto già avevano tracce di liquido colato sopra. Bandiere, bandiere, così tante da fondersi in un continuo nastro color porpora, in un flusso freddo, come quello che sgorga da una vena indurita.

Il bazooka sputò e il carrello fu coperto da una violenta pioggia di frammenti di marmo, uno dei quali ferì il piede di Sasha, anche se non in profondità. Più avanti i soldatini si misero a calare la sbarra, ma il carrello, che aveva acquistato grande velocità, l'abbatté e per poco non cadde dai binari insieme alla sbarra.

Il carro motorizzato si avvicinava inesorabilmente: la forza motrice era molto più potente e spingeva il catafalco ricoperto di ferro senza alcuna fatica. A Sasha e al musicista toccò stendersi, ripararsi dietro la carcassa metallica della scocca...

Ma dopo alcuni istanti i bordi dei due carrelli si erano già praticamente uniti. Li avrebbero presi d'assalto. Leonid, come se fosse impazzito, cominciò improvvisamente a svestirsi.

Davanti a loro si ergeva un posto di blocco, parapetti di sacchi, ricci di ferro: fine del percorso. Ormai erano stretti fra due fari, fra due mitragliatrici, fra l'incudine e il martello.

Un minuto e sarebbe finito tutto.