2034 – Cap. 16

Capitolo sedici

In gabbia


Nell'oscurità, i sensi che rimangono all'uomo si affinano. Gli odori diventano più distinti, i suoni più forti e voluminosi. Nella cella di rigore si sentiva solo qualcuno che grattava il pavimento e il puzzo insopportabile dell'urina marcia.

Il musicista sembrava non sentisse nemmeno il dolore, da tanto aveva bevuto. Per un po' di tempo continuò a borbottare qualcosa sottovoce, poi smise di rispondere e cominciò a respirare rumorosamente. Ora non lo preoccupava l’idea che gli inseguitori potessero raggiungerli. Non lo angosciava che fosse con Sasha, che cercava di oltrepassare il confine dell'Hansa senza carte e giustificazioni. E infine, era del tutto indifferente al destino della Tulskaya.

"Ti odio", disse piano Sasha.

E questo per lui non faceva alcuna differenza.

Poco dopo, nel buio che avvolgeva la stanza, si notò un buchino: lo spioncino di vetro sulla porta. Tutto il resto rimaneva immobile, ma per Sasha anche questo buchino era sufficiente: tastando con attenzione l'oscurità che la circondava, scivolò alla porta e la tempestò di pugni leggeri. Quella rispose cominciando a rimbombare, ma non appena Sasha la lasciò in pace, tornò il silenzio. La guardia non voleva sentire né il fragore né le urla di Sasha.

Le ore scorrevano vischiose.

Per quanto tempo li avrebbero tenuti in prigionia? Possibile che Leonid l'avesse portata lì di proposito? Voleva separarla dal vecchio, da Hunter? Recidere i loro legami, attirarla in una trappola? E tutto solo per...

Sasha cominciò a piangere, con la testa affondata nella manica, che assorbiva le lacrime e i rumori.

"Hai mai visto le stelle?", si udì una voce, ancora ubriaca.

Non rispose.

"Anche io solo in fotografia", le disse il musicista. "Il sole filtrava appena attraverso la polvere e le nuvole, ma non gli bastavano le forze. Mentre adesso mi sono svegliato perché ti ho sentita piangere e ho pensato che all'improvviso ho visto una stella vera".

"È uno spioncino", inghiottì le lacrime prima di rispondere.

"Lo so, ed è questa la cosa interessante..." Leonid tossì. "Chi era, se prima ci guardavano dal cielo migliaia di occhi? E perché si è aperto?"
"Là non c'è mai stato nessuno", Sasha scosse la testa.

"Io invece ho sempre voluto credere che qualcuno ci guardasse", disse il musicista pensieroso.

"Anche se in questa cella non abbiamo più niente da fare!", aveva di nuovo gli occhi gonfi. "L'hai architettato tu, vero? Per impedirci di farcela?", ricominciò a tamburellare sulla porta.

"Se pensi che là non ci sia nessuno, perché bussi?", chiese Leonid.

"Tu te ne freghi se tutti i malati muoiono!"

"È l'impressione che do, vero? Che peccato", sospirò lui. "Ma anche tu, secondo me, non vuoi liberarti per i malati. Temi che se il tuo innamorato andrà a macellarli sarà contagiato, e che non ci sia la medicina..."

"Non è vero!", Sasha trattenne a stento la tentazione di colpirlo.

"È vero, è vero...", Leonid la scimmiottò la voce piagnucolosa. "Cosa ci trovi in lui?"

Sasha non voleva spiegarli niente, non voleva parlare con lui per niente. Ma non riusciva a trattenersi.

"Lui ha bisogno di me! Ne ha davvero bisogno, senza di me cade. Tu no. A te basta suonare, non hai bisogno di nessuno".

"Dunque tu credi che abbia bisogno di te. Non per essere forte, ma per non cadere... ma per te che cos'è questo lupo solitario? Ti piacciono i cattivi? O vuoi salvare un'anima caduta?"

Sasha tacque. La offendeva la leggerezza con cui il musicista leggeva i suoi sentimenti. Forse non avevano niente di particolare? Oppure era lei che non era capace di nasconderli? C'era qualcosa di così sottile e impalpabile che non riusciva nemmeno a esprimerlo a parole, invece detto dalle sue labbra suonava prosaico e quasi volgare.

"Ti odio", disse alla fine.

"Non fa niente. Anche io non mi piaccio granché", sorrise Leonid.

Sasha era seduta sul pavimento. Le salirono di nuovo le lacrime, prima per l'amarezza, poi per l'impotenza. Finché qualcosa dipendeva da lei, non si sarebbe arresa. Ma adesso, nella cella chiusa, con un compagno di viaggio chiuso, non aveva possibilità di essere ascoltata. Non aveva senso gridare. Non aveva senso bussare. Non c'era nessuno da convincere. Niente aveva senso.


Ma poi per un attimo davanti a lei apparve un quadro: case alte, cielo verde, nuvole sospese, uomini che ridono. E le gocce calde sulle sue guance le sembrarono le gocce di quella stessa pioggia estiva di cui le aveva parlato il vecchio. Ancora un secondo e la visione scomparve, lasciando dietro di sé solo uno stato d'animo leggero, magico.

"Voglio un miracolo", si disse Sasha caparbiamente, mordendosi le labbra.

E in quel momento nel corridoio stridette forte un interruttore e la cella si riempì di luce chiara insostenibile.


* * *


A una decina di metri dall'ingresso della capitale sacra della Metro, il sepolcro marmoreo della civiltà, si diffondevano le luci bianche delle lampade al mercurio insieme all'aura piacevole della tranquillità e della prosperità. Nella Polis non risparmiavano sulla luce perché credevano nella sua magia. L'abbondanza di luce ricordava agli uomini la loro vita precedente, i tempi lontani quando l'uomo non era ancora un animale notturno, non era un predatore. E anche i barbari di periferia qui si contenevano.

Il posto di blocco al confine della Polis non era tanto simile a una fortezza, quando all'ingresso di un ministero sovietico: un tavolo, una sedia, due ufficiali con l'uniforme dello stato maggiore pulita e il berretto a visiera. Verifica dei documenti, perquisizione degli effetti personali. Il vecchio prese dalla tasca il passaporto. Anche se mancavano i visti, non avrebbero dovuto sorgere difficoltà. Mentre porgeva il libretto verde all'ufficiale, guardò di sottecchi il brigadiere.

Sprofondato in se stesso, sembrava che non sentisse le domande delle guardie di frontiera. Omero si chiedeva se avesse il passaporto. In caso contrario, su cosa contava, come intendeva arrivare a destinazione?

"Lo chiedo per l'ultima volta", l'ufficiale pose la mano sulla fondina brillante. "Mostri i documenti o lasci subito il territorio della Polis".

Omero era sicuro: il brigadiere non aveva nemmeno capito cosa volessero da lui, reagiva solo al movimento delle dita che stringevano il pulsante sulla fondina. Uscendo per un momento dal suo strano letargo, Hunter scagliò avanti in un lampo la mano aperta e colpì il pomo d'Adamo della guardia. Quello, diventando blu e con un suono rauco, cadde supino insieme alla sedia. Il secondo si preparò a scappare, ma il vecchio sapeva che non ci sarebbe riuscito. Nella mano di Hunter, come un asso nella manica del baro, era spuntata una pistola brunita e...

"Aspetta!"

Il brigadiere si bloccò per un secondo, che fu sufficiente al militare per balzare sulla piattaforma, rotolare e nascondersi dal proiettile.

"Lasciali! Dobbiamo andare alla Tulskaya! Devi... mi hai chiesto di ricordarti... aspetta!", il vecchio prese fiato senza sapere cosa dire.

"Alla Tulskaya", ripeté ottusamente Hunter. "Sì, meglio aver pazienza fino alla Tulskaya. Hai ragione".

Si abbassò malinconicamente sul tavolo, posò la pistola accanto a sé e chinò la testa. Cogliendo l'attimo, Omero sollevò le mani e corse in avanti, andando incontro alle guardie che uscivano dagli archi.

"Non sparate! Si arrende! Non sparate! Per tutto ciò che di sacro..."

Tuttavia, quelli lo immobilizzarono, gli tolsero il respiratore in fretta e furia e solo dopo gli permisero di spiegarsi. Il brigadiere, che era di nuovo caduto nel suo strano letargo, non si immischiò. Permise che lo disarmassero e li seguì tranquillamente nella gabbia. Si sedette sul tavolaccio, ma sollevò la testa, trovò il vecchio e prese fiato: "Devi cercare solo un uomo. Si chiama Melnik. Portalo qui. Io aspetto..."

L'altro annuì, si preparò in fretta, cominciò a insinuarsi fra le guardie e i curiosi assembrati all'ingresso, ma sentì che lo chiamava.

"Omero!"

Il vecchio si bloccò, colpito: mai prima di allora Hunter l'aveva chiamato per nome. Tornò alle sbarre che erano unite a formare un cancello non molto protettivo, guardò con aria interrogativa Hunter, come se tremasse al pensiero di essere abbracciato dalle sue braccia enormi. E lui con voce morta, sorda, lo pungolò.

"Manca poco".


* * *


La porta si aprì e un soldato sbirciò dentro timidamente, lo stesso che poche ore prima aveva colpito in viso il musicista. Un calcio e volò nella cella, quasi senza cadere sul pavimento, si raddrizzò e si guardò alle spalle con aria insicura.

Sulla soglia c'era un militare magro con gli occhiali. Aveva le spalline della giubba coperte di stelle, i capelli chiari lunghi erano lisciati all'indietro.

"Andiamo, carogna", sibilò a denti stretti.

"Io... mi...", cominciò a balbettare la guardia.

"Non avere fretta", lo incoraggiò l'ufficiale.
"Mi scuso per quello che ho fatto. E... tu... voi... non ci riesco".

"Più dieci giorni".

"Colpiscimi", disse il soldato a Leonid, senza sapere dove posare gli occhi.

"Ah, Albert Mikhaylovich!", sussurrò il musicista sorridendo all'ufficiale. "Non si è fatto aspettare a lungo".

"Buona sera", sollevò anche l'angolo delle labbra. "Ecco, sono venuto a ristabilire la giustizia. Ci vendicheremo?"

"Io devo aver cura delle mie mani", il musicista di alzò e si sgranchì le reni. "Penso che lo punirà lei stesso".

"E con la maggiore severità", annuì Albert Mikhaylovich. "Un mese di arresto. E, si capisce, mi unisco alle scuse di questo imbecille".

"Non fa così male", Leonid si sfiorò lo zigomo contuso.

"Allora resta fra noi?", la voce metallica dell'ufficiale scricchiolò a tradimento.

"In questo caso, vedete, porto merce di contrabbando", il musicista fece un cenno con la testa in direzione di Sasha. "Mi concederete l'indulgenza?"

"Accordata", promise Albert Mikhaylovich.



La guardia di frontiera colpevole fu lasciata direttamente in cella; chiuso il catenaccio, l'ufficiale li accompagnò per un corridoio stretto.

"Non ci vengo più, con te", disse ad alta voce Sasha al musicista.

"Se ti dicessi che andiamo davvero alla Città di Smeraldo?", le chiese Leonid dopo una breve esitazione, a voce appena udibile. "Se ti dico che non a caso ne so più di tuo nonno? Che l'ho vista con i miei occhi e non solo vista? Che sono stato lì e non ci sono stato e basta..."

"Menti".

"E che non per niente", continuò il musicista impassibile, accennando all'ufficiale che camminava davanti a loro. "Lui striscia così tanto davanti a me: sa da dove vengo, lo sa e gli fa paura. Nella Città di Smeraldo c'è davvero la tua medicina. Per arrivare alle sue porte mancano solo tre stazioni..."

"Menti!"

"Sai una cosa?", le disse Leonid arrabbiato. "Quando si chiede un miracolo, poi bisogna essere pronti a farlo avverare. Ma se non ce ne si accorge..."

"Bisogna anche saper distinguere tra un miracolo e un trucchetto", rispose bruscamente Sasha "E questo me l'hai insegnato tu".

"Io sapevo fin dall'inizio che ci avrebbero lasciati andare", rispose lui. "Solo che... non volevo affrettare le cose".

"Solo che volevi allungare i tempi!"

"Ma io non ti ho ingannata! La cura per la malattia esiste!"

Si avvicinavano al posto di blocco. L'ufficiale, che di tanto in tanto li sbirciava incuriosito, consegnò al musicista la sua roba, gli restituì le cartucce e i documenti.

"Ecco tutto, Leonid Nikolaevich", disse toccandosi la visiera. "Il contrabbando lo porta con sé o resta alla dogana?"

"Con sé", Sasha si fece piccola.

"Bene, allora auguri e figli maschi!", augurò Albert Mikhaylovich, passando accanto a tre file di fortificazioni, a griglie e fili spinati tolti dai binari. "Con l'importazione non dovrebbero sorgere problemi".

"Ci faremo strada", gli sorrise Leonid. "Non devo essere io a dirlo a lei, ma i funzionari onesti non si trovano da nessuna parte, e tanto più stretto è il regime tanto meno ce ne sono. Bisogna solo sapere a chi rivolgersi".

"Penso che a lei basti la parola magica", disse l'ufficiale.

"Ma non funziona con tutti", Leonid si toccò di nuovo lo zigomo. "Come si dice, non sono un mago, sto solo studiando".

"Sarà un piacere avere a che fare con lei... mentre studia", Albert Mikhaylovich inclinò la testa, si voltò e tornò indietro.


L'ultimo soldato aprì il cancello davanti a lui, un'inferriata spessa che sbarrava la galleria. Oltre l'inferriata cominciava un passaggio vuoto, perfettamente illuminato, con le pareti a tratti bruciacchiate e a tratti scheggiate, come se fossero reduci da lunghe sparatorie, e proprio in fondo si vedevano nuovi tratti di fortificazioni e un drappo di bandiere steso dal soffitto al pavimento.

Il cuore di Sasha cominciò a battere quando lo vide.

"Di chi è questo posto di blocco?", chiese al musicista fermandosi bruscamente.

"Questo quale?", quello la guardò stupido. "È la linea Rossa, naturalmente".


* * *


Ah, da quanto tempo Omero sognava di tornare qui, da quanto tempo non visitava questi posti meravigliosi...

L'intellettuale Borovitskaya, che odorava leggermente di creosoto, aveva appartamentini accoglienti costruiti direttamente negli archi e un angolo lettura per i monaci-bramini nel mezzo della sala, lunghi tavoli di assi coperti di libri, lampade basse con abat-jour di tessuto e sembrava riprodurre lo stesso spirito delle discussioni da cucina degli anni di crisi prima della guerra...

Nella maestosa Arbatskaya, agghindata in bianco e bronzo, quasi sotto i palazzi del Cremlino, con i suoi ordini severi, con i militari operosi che continuavano a gonfiare le guance come se fossero estranei all'Apocalisse...

La vecchissima Biblioteca Lenin, che non erano riusciti a rinominare quando la cosa avrebbe avuto un senso, era già vecchia come il mondo quando Kolya era appena arrivato nella Metro da ragazzo, della Biblioteca, con il suo ponticello di comando romantico quasi di fianco alla piattaforma, ricordava lo stucco maldestramente ripristinato sul soffitto che perdeva acqua...

Mentre la stazione Giardini di Alessandro, eternamente in penombra, lunga, allampanata e goffa, aveva l’aria di un pensionato cieco e gottoso, che ricorda la sua giovinezza al komsomol.

Omero era sempre stato incuriosito da quanto le stazioni somigliassero ai loro creatori, si potevano considerare autoritratti di coloro che le avevano disegnate? Assimilavano delle parti di coloro che le avevano costruite? Una cosa sapeva per certo: le stazioni lasciavano un'impronta sui loro abitanti, che ne condividevano il carattere, contagiandoli con stati d'animo e malattie.

Omero stesso con il suo abito mentale, con i suoi eterni ragionamenti, con la sua nostalgia inguaribile, apparteneva sicuramente non alla Sevastopolskaya, ma alla Polis, luminosa come il passato.

La vita però aveva deciso diversamente.

E anche adesso che alla fine era arrivato lì, non gli erano rimasti dei minuti liberi per percorrere queste sale echeggianti, per innamorarsi dello stucco e della colata, e per fantasticare... doveva correre.

Hunter riuscì a fatica a frenare e a tenere in gabbia qualcuno che era dentro di lui, la stessa creatura strana che di tanto in tanto si nutriva di umanità. Ma per quanto raddrizzasse le sbarre di questa gabbia interiore, un minuto dopo non rimaneva nulla nemmeno del cancello debole che c'era all'interno. Bisognava fare presto.

Aveva chiesto di trovare Melnik... che nome è questo, un soprannome? O una parola d'ordine? Detto ad alta voce sembrava avere un effetto strano sulle guardie: i discorsi a proposito del tribunale e del brigadiere fermato si chetavano, mentre le manette che per poco si erano chiuse ai polsi di Omero erano tornate nel cassetto del tavolo. Il panciuto comandante della guardia aveva cominciato a rispondere direttamente al vecchio.

Omero e il suo accompagnatore scesero le scale, attraversarono il passaggio e arrivarono all'Arbatskaya. Rimasero alla porta, difesa da due uomini in abiti civili, i visi dei quali facevano riconoscere in loro dei sicari di professione. Dietro le loro schiene si apriva una serie di stanzini di servizio. Il pancione chiese a Omero di aspettare, mentre lui camminava a passi pesanti lungo il corridoio; quando si voltò, guardò stupito il vecchio e lo invitò a entrare.

Il corridoio stretto li condusse in una stanza inaspettatamente spaziosa, le cui pareti erano coperte di carte, schemi fitti di appunti e cifre, fotografie e disegni. Dietro un ampio tavolo di assi c'era un uomo scheletrico non più nel fiore degli anni con le spalle così larghe che sembrava portasse un mantello di feltro. Da sotto la giubba agganciata spuntava solo il braccio sinistro e, guardando meglio, Omero capì quale fosse il problema: il braccio destro era stato amputato quasi interamente. Il colonnello aveva un'altezza da bogatyr', gli occhi sembravano quasi allo stesso livello degli occhi del vecchio che stava in piedi.

"Grazie". Congedò il panciuto e quello, con evidente dispiacere, chiuse la porta dall'altra parte. "Chi è lei?"

"Nikolaev Nikolay Ivanovich", si confuse il vecchio.

"Lasci perdere le manfrine. Se è venuto da me dicendo che è con il mio più caro amico, che ho seppellito un anno fa, deve avere un buon motivo. Chi è lei?"

"Nessuno...", Omero non mancava di franchezza. "Ma la cosa non riguarda me. Lui è vivo, davvero. Lei deve solo venire con me, e al più presto".

"Allora adesso penso che sia un tranello, una presa in giro idiota o un semplice errore", Melnik tirò una boccata dalla sigaretta, soffiando il fumo in faccia al vecchio. "Se conosce il suo nome ed è venuto proprio da me a nome suo, probabilmente conosce anche la sua storia. Deve sapere che l'abbiamo cercato ogni giorno per oltre un anno. Che per questo abbiamo perso alcuni uomini. Deve sapere quanto lui significasse per noi, che il diavolo la prenda! Forse anche che era il mio braccio destro", fece un sorriso forzato.

"No, niente di tutto ciò... non racconta niente", il vecchio si strinse la testa nelle spalle. "La prego, venga soltanto con me alla Borovitskaya. C'è poco tempo..."

"No, non corro da nessuna parte. E ho un motivo più che valido".

Melnik mise il braccio sotto il tavolo, fece un movimento strano e tornò nella posizione di prima in modo stupefacente, senza alzarsi. Solo dopo alcuni secondi Omero capì che era seduto su una poltrona per invalidi.

"E adesso parliamo tranquillamente. Voglio capire quale sia il senso della sua apparizione".

"Signore", il vecchio aveva perso la speranza di ricavare qualcosa da questo cretino. "Mi creda e basta. È vivo. È in gabbia alla Borovitskaya. Se non altro, spero che sia ancora lì..."
"Mi piacerebbe crederle", Melnik rimase un po' in silenzio, fece un tiro profondo e il vecchio sentì la brace della sigaretta che crepitava, mentre la cartina si arrotolava e bruciava. "Solo che i miracoli non succedono. Ha riaperto... d'accordo. Ho la mia versione di questa presa in giro. Ma la verificheranno degli uomini addestrati appositamente...", si allungò verso il telefono.

"Perché ha tanta paura dei neri?", chiese Omero, senza aspettarselo nemmeno lui.

Melnik posò con attenzione la cornetta, senza aver detto nemmeno una parola. Aspirò tutta la sigaretta fino alla fine, sputò il mozzicone nel portacenere.

"Per la malora, verrò alla Borovitskaya", disse.


* * *


"Io là non ci vado! Mollami! meglio che lasci..."

Sasha non scherzava e non faceva la preziosa. Non c'era nessuno che suo padre odiasse di più dei Rossi. Gli avevano tolto il potere, gli avevano spezzato la schiena, anziché limitarsi a dargli il colpo di grazia per pietà o per schifiltosità, l'avevano condannato per molti anni a umiliazioni e torture. Suo padre non riusciva a perdonare le persone che si erano ribellate contro di lui. Non riusciva a perdonare coloro che avevano fomentato e provocato il tradimento, quelli che avevano fornito loro armi e volantini. Anche il semplice colore rosso gli suscitava accessi di rabbia. E anche se verso la fine della vita aveva detto di non provare alcun rancore e di non volersi vendicare, a Sasha era sembrato che stesse solo cercando una giustificazione per la propria impotenza.

"È l'unica strada", disse Leonid sbigottito.

"Andavamo verso la Kievskaya! Non mi hai portata là!"

"L'Hansa da decenni lotta con la linea Rossa, non avrei potuto ammettere al primo venuto che stavamo andando dai comunisti... ho dovuto mentire".

"Non riesci proprio a farne a meno!"

"Le porte si trovano oltre la Sportivnaya, come ti ho già detto. La Sportivnaya è l'ultima stazione della linea Rossa prima del ponte crollato, non c'è altro da fare".
"E come ci arriviamo? Non ho il passaporto". Non distoglieva lo sguardo allarmato dal musicista.

"Fidati di me", sorrise lui. "Un uomo riesce sempre a convincere gli altri. Potere della corruzione!"

Senza ascoltare le sue obiezioni, prese Sasha per il polso e la trascinò con sé. I proiettori della seconda linea di difesa facevano scintillare come fiamme le enormi bandiere di tela rossa appese al soffitto, la corrente d'aria delle gallerie li preoccupava e alla ragazza sembrò di vedere davanti a sé due cascate rosse tremolanti. Un segno?
A giudicare da quello che aveva sentito sulla quella linea, probabilmente dovevano essere vicini... però Leonid camminava tranquillo davanti a lei e aveva sempre un sorriso sicuro stampato sulle labbra. A una trentina di metri prima del posto di blocco lo colpì in petto il raggio pingue del proiettore. Il musicista aveva appena posato sul pavimento l'astuccio con lo strumento e sollevò le mani in modo pacifico. Sasha fece lo stesso.

Si avvicinarono con fare guardingo, insonnolito, meravigliato. Era improbabile che gli capitasse di incontrare qualcuno dall'altra parte del confine. Questa volta il musicista riuscì a richiamare il vecchio da parte prima che quello potesse chiedere i documenti di Sasha. Gli sussurrò carezzevole nell'orecchio, fece tintinnare il metallo in maniera appena udibile e quello tornò incantato, pacificato. Il caposquadra li accompagno personalmente attraverso tutti i posti e li fece perfino accomodare in un carrello manuale in attesa, ordinando ai soldati di andare alla Frunzenskaya.

Quelli presero la leva e cominciarono sbuffare, facendo spostare il carrello da dove si trovava. Sasha, inizialmente guardava gli abiti e i volti di coloro che il padre le aveva insegnato a chiamare nemici... niente di particolare. Stivali, berretti sciupati dai lavaggi, macchiati, con le stelle appuntate, zigomi sporgenti, guance scavate... Eppure non erano untuosi come i guardiani dell'Hansa, ma non ci perdevano in umanità. E nei loro occhi brillava una piccola scintilla di curiosità che era evidentemente sconosciuta del tutto per quelli che vivevano sull'Anello. Forse questi due avevano anche sentito parlare di ciò che era successo all'Avtozavodskaya quasi dieci anni prima. Erano amici di Sasha? È possibile odiare non formalmente, ma sinceramente delle persone sconosciute?

I soldati non parlavano con i passeggeri, si limitavano ad ansimare ritmicamente, premendo sulla leva.

"Come ci sei riuscito?", chiese Sasha.

"Ipnosi", le strizzò l'occhio Leonid.

"E cosa gli mostri al posto dei documenti?", guardò il musicista con diffidenza. "Come può essere che ti lascino andare ovunque con loro?"

"Passaporti diversi in casi diversi", rispose lui evasivo.

"Ma chi sei?", perché non la sentisse nessuno Sasha era costretta a sedersi quasi addosso a Leonid.

"Un osservatore", disse lui solo con le labbra.

Se Sasha non avesse tenuto a freno la lingua, le parole le sarebbero uscite da sole. Ma i soldati cercavano di cogliere il senso del loro dialogo quasi impercettibilmente, anche cercando di fare meno rumore con la leva.

Toccò aspettare la stazione Frunzenskaya: ristretta, fiorita, impallidita e imporporata con le bandiere rosse. Il mosaico scheggiato sulle pareti, le colonne divorate dal tempo... i gorghi scuri: lampade deboli pendevano dal soffitto dei passaggi che si allungavano fra le colonne, erano poco più alte delle teste degli abitanti bassini di qui perché non andasse sprecato nemmeno un piccolo raggio di luce preziosa. Tutto era sorprendentemente pulito: lungo la piattaforma andavano e venivano alcune addette alle pulizie inquiete. La stazione era affollata, ma c'era qualcosa di strano: da qualunque parte Sasha guardasse, sotto il suo sguardo qualsiasi cosa cominciava muoversi, dibattersi frettolosamente, mentre dietro la schiena tutto si smorzava e si metteva a frusciare con voci smorzate. Ma le bastava voltarsi perché il mormorio terminasse e gli uomini tornassero alle loro occupazioni. E nessuno voleva guardarla negli occhi, come se fosse indecente.

"Qui non arrivano spesso degli estranei?", guardò Leonid.

"Anche io sono estraneo qui", il musicista alzò le spalle.

"E dove sei a casa?"
"Nel posto dove gli uomini non sono così mortalmente seri...", sorrise lui. "Dove capiscono che l'uomo non si salva solo con qualcosa da mangiare. Dove non vogliono dimenticare il passato, anche se i ricordi provocano dolore".

"Raccontami della Città di Smeraldo", chiese Sasha piano. "Perché loro... Perché voi vi nascondete?"

"I governanti della città non credono agli abitanti della Metro".

Leonid si interruppe per spiegarsi con le guardie che erano di servizio all'entrata della galleria, ma poi, sparendo dalla vista insieme a Sasha nell'oscurità fitta, accese una fiammella sul lucignolo della lampada a olio con l'accendino di acciaio e proseguì.

"Non credono perché la gente nella Metro di tanto in tanto perda l'aspetto umano. E perché fra loro fino a questo punto ci sono quelli che hanno dato inizio a questa guerra spaventosa, quindi temono di riconoscere in essi i loro amici. Perché le persone nella Metro sono incorreggibili. Si possono soltanto temere, soltanto evitare, sorvegliare. Se venissero a sapere della Città di Smeraldo, la divorerebbero e vomiterebbero, come divorano tutto ciò su cui mettono le mani. La carta brucia insieme a tutto quello che c'è sopra. Sarebbe distrutta l'unica società che ha raggiunto giustizia e armonia. Crollerebbe il sapere dissanguato dell'Università. Colerebbe a picco la grande Arca. E non resterebbe più niente. I vandali..."

"Perché ritenete che non possiamo cambiare?", Sasha divenne seccata.

"Non tutti la pensano così", Leonid la guardò di sghembo. "Alcuni tentano di fare qualcosa".

"Non si sforzano molto", Sasha riprese fiato, "Dato che anche il mio vecchio non ha mai sentito parlare di loro".

"Però qualcuno ha sentito proprio loro", si difese lui con l'aria di chi la sa lunga.

"Tu sei... la tua musica?", indovinò Sasha. "Tu sei uno di quelli che sperano di cambiarci? Ma come?"

"Bisogno di bellezza", scherzò il musicista.


* * *


L'attendente spingeva la poltrona, mentre il vecchio camminava di fianco, standogli dietro a fatica, di tanto in tanto sbirciava il guardiano alto che si appoggiava a lui.

"Se davvero non conosce tutta la storia", disse Melnik, "Sono pronto a raccontargliela. Si divertirà a ripeterla ai suoi compagni di cella se alla Borovitskaya non lo vedrò... Hunter era uno dei migliori militari dell'Ordine, un vero cacciatore. Aveva un fiuto semplicemente animalesco e si dedicava al suo incarico senza riserve. Un anno e mezzo fa ha fiutato questi neri... alla VDNKh. Possibile che non ne abbia sentito parlare?"

"Alla VDNKh...", ripeté il vecchio distrattamente. "Ma sì, i mutanti invulnerabili, che leggevano i pensieri e riuscivano a diventare invisibili... Pensavo che si chiamassero Tetri".

"Non ha importanza", tagliò corto Melnik. "Lui fu il primo a sentire le voci, diede l'allarme, ma allora non avevamo le forze e nemmeno tempo... l'ho mandato via. Ero preso da altre cose", mosse il moncherino. "Hunter andò là da solo. L'ultima volta, quando prese contatto con me, disse che queste bestie schiacciavano la volontà, portavano orrore tutto intorno. Ma il soldato Hunter era semplicemente incredibile, un talento naturale, un tipo strano..."

"Lo so", borbottò Omero.

"E non aveva mai paura di niente. Ci mandò un ragazzino con un appunto in cui diceva che sarebbe salito in superficie a regolare i conti con i neri. Se fosse sparito, significava che la minaccia era più spaventosa di quanto pensasse. Sparì. Perì. Abbiamo il nostro sistema di informazione. Ogni persona viva ha l'obbligo di comunicare una volta alla settimana. L'obbligo! Lui tace già da oltre un anno".

"E cos'è successo con i neri?"

"Abbiamo spianato abbastanza bene tutta la località con delle trombe d'aria. Dei neri da quel momento non si è sentito più nulla", sorrise Melnik. "Non scrivono, non telefonano... hanno chiuso le uscite alla VDNKh, là la vita si è ristabilita. Quel ragazzo è stato preso dalla follia, ma per quanto ne so l'hanno lasciato andare. Vive la sua vita umana normale, si è sposato. Mentre Hunter... per quanto ne so..."

Scivolò lungo la rampa di ferro delle scale, spaventando il monaco-lettore che c'era in fondo, aspettò il vecchio ansante e aggiunse: "È meglio tacere dell'ultimo compagno di cella".

Dopo un minuto ancora tutta la processione arrivò finalmente alla gabbia di isolamento. Melnik non perse tempo ad aprire la porte della gabbia; si appoggiò all'attendente, strinse i denti e si sollevò, guardando nello spioncino. Gli bastò una frazione di secondo.

Sfinito, come se tutto il cammino dall'Arbatskaya l'avesse fatto a piedi con la sua mutilazione, cadde sulla poltrona, rivolse al vecchio uno sguardo spento e pronunciò la sentenza: "Non è lui".


* * *


"Io non penso che la mia musica mi appartenga", disse Leonid inaspettatamente serio. "È nella mia testa, ma non capisco da dove arrivi. Mi sembra di essere solo il letto di un fiume... solo uno strumento. Proprio come avvicino alle labbra al flauto quando voglio suonare, qualcun altro avvicina me alle sue labbra e nasce la melodia..."

"Ispirazione", sussurrò Sasha.

"Chiamala così", aprì le braccia. "Non sta a me dire come succeda, viene da dentro. Non ho il diritto di tenerlo in me. È qualcosa... che viaggia attraverso gli uomini. Io comincio a suonare e vedo che attorno a me si raccolgono tutti, ricchi e poveri, coperti di scabbia e luccicanti di grasso, malvagi, miseri e grandi. Tutti. La mia musica fa qualcosa, per cui loro si sintonizzano su un'unica tonalità. Sono come un diapason... Posso portarli all'armonia, anche se per poco. E loro risuoneranno in modo tanto puro... canteranno. Come spiegarlo?"

"Lo spieghi bene", disse pensierosa Sasha. "L'ho sentito io stessa".

"Devo provare a farlo nascere in loro", aggiunse Leonid. "In qualcuno muore, in qualcuno nasce. Io non salvo nessuno. Non sono onnipotente".

"Ma perché gli altri abitanti della Città non vogliono aiutarci? Perché anche tu hai paura di riconoscere che è quello che stai facendo?"

Lui tacque e rimase in silenzio fino a quanto la galleria non si aprì nella stazione Sportivnaya, anch'essa al tempo stesso avvizzita e scolorita, si sforzava di essere solenne, ma era afflitta, oltre che bassa e stretta. Qui, nell'aria, si sentivano prima fumo poi povertà e fame. A Sasha e Leonid fu immediatamente accostata una spia, che bighellonava a una decina di passi da loro, ovunque andassero. La ragazza voleva passare subito oltre, ma il musicista la fermò.

"Adesso non si può. Bisogna aspettare", si rannicchiò sulla panchina di pietra per gli ospiti, battendo con le chiusure sull'astuccio.

"Perché?"

"Le porte si possono aprire solo a ore precise", Leonid distolse lo sguardo.

"Quando?", Sasha cercava un quadrante; se tutto era vero, resta già meno di metà del tempo che avevano a disposizione.

"Te lo dirò io".

"La tiri ancora troppo per le lunghe!", si aggrottò allontanandosi da lui. "Tu o prometti di aiutarmi, o cerchi di trattenermi".

"Sì", prese coraggio e sostenne il suo sguardo, "Voglio trattenerti".

"Perché? A che pro?"

"Non sto giocando con te. Credimi, potrei trovare facilmente qualcuno con cui giocare e poche persone che si rifiuterebbero. Penso di essere innamorato, dev'essere così, per quanto suoni strano..."

"Pensi... tu non lo pensi nemmeno! Tu lo dici e basta".

"C'è un mezzo per distinguere l'amore dal gioco", disse lui seriamente.

"Quando inganni per ottenere una persona, è amore?"

"Il vero amore ti sconvolge tutta la vita, se ne infischia delle circostanze. Invece il gioco può inserirsi dentro..."

"Per me è più semplice", Sasha lo guardò in tralice. "Non ho mai avuto nessuna vita. Accompagnami alle porte".

Leonid fissò intensamente la ragazza, si appoggiò alla colonna, si separò da Sasha con le mani incrociate sul petto. Prese qualche respiro profondo, come se intendesse darle una risposta degna, ma la lasciò perdere e non disse niente. Poi si piegò, si incupì e ammise:
"Non posso venire con te. Non mi permetterebbero di tornare".

"Che cosa significa?", chiese Sasha con diffidenza.

"Non posso tornare nell'Arca. Mi hanno cacciato".

"Cacciato? Perché?"

"Per una cosa", Si voltò e a quel punto parlava molto piano e anche stando a un passo da lui Sasha non riusciva a distinguere tutto. "Sono... stato insultato da un uomo. Dal custode della biblioteca. Umiliato davanti a dei testimoni. Quella stessa notte mi sono ubriacato e ho dato fuoco alla biblioteca. Il custode è bruciato insieme a tutta la famiglia. Peccato che laggiù non esista la pena capitale... io l'avrei meritata. Mi hanno solo cacciato. A vita. Non c'è modo di tornare".

"Perché allora mi hai portata qui?!", Sasha strinse i pugni. "Perché bruciare anche il mio tempo?!"

"Tu puoi provare a farti aprire", borbottò Leonid. "Nella galleria laterale, a venti metri dalla porta c'è un segno di vernice bianca. Proprio lì sotto, a livello del pavimento, c'è una cassa di gomma, sotto alla quale c'è il pulsante del campanello. Bisogna fare tre squilli brevi, tre lunghi, tre brevi, è il segnale convenzionale per gli abitanti che tornano...


Lui rimase davvero in stazione, aiutò Sasha solo a superare i tre posti di blocco e tornò indietro. Congedandosi, tentò di affibbiarle un mitra che era riuscito a recuperare da qualche parte, ma Sasha non lo prese. Tre brevi. Tre lunghi, tre brevi... era tutto quello che le sarebbe servito. Oltre a una lampada.

Le gallerie dopo la Sportivnaya all'inizio erano buie, cieche. Si pensava che quella stazione fosse l'ultima a essere abitata su tutta la linea e ogni posto di blocco che le aveva fatto superare il musicista somigliava più a una piccola fortezza. Ma a Sasha non sembrava affatto strano. Pensava solo che un'ora o un'ora e mezza dopo si sarebbe trovata sulla soglia della Città di Smeraldo.

E se la Città fosse esistita, allora non ci sarebbe stato niente da temere.


La galleria laterale si trovava esattamente dove aveva detto Leonid. Era separata da una griglia rovinata, nella quale Sasha trovò senza fatica una fessura abbastanza larga e dopo alcune centinaia di passi finiva davvero con una porta ermetica di ferro, eterna, irremovibile.

Da quel punto, Sasha contò diligentemente quaranta dei suoi passetti e pescò dal buio il segno bianco sulla parete bagnata, come se fosse sudata. Trovò subito anche la cassetta. Tolse la gomma, prese il campanello, controllò l'orologio che le aveva dato il musicista. Ce l'aveva fatta! Ce l'aveva fatta! Dopo aver aspettato a fatica alcuni lunghi minuti, chiuse gli occhi...

Tre brevi.

Tre lunghi.

Tre brevi.