2034 – Cap. 15

Capitolo quindici

In due


Il vecchio inizialmente tossì con stizza, poi fece un ampio passo verso di lui.

"Sasha! Ho bisogno di parlare con te!"

Leonid, ammiccando alla ragazza, si allontanò da lei con docilità ostentata lasciando Sasha alle mani di Omero e si fece da parte. Ma lei già non riusciva a pensare a nient'altro. E mentre il vecchio le spiegava qualcosa, le assicurava che si poteva ancora persuadere Hunter, le fece una proposta e poi una richiesta, la ragazza guardava oltre la sua spalla il musicista. Quello non rispondeva al suo sguardo, ma il sorriso sfuggente che gli increspava le labbra per Sasha era eloquente: vede tutto, capisce tutto. Lei annuiva a Omero, pronta a concordare con tutto, qualsiasi cosa, pur di stare ancora un attimo sola con il musicista, sentire fino in fondo quel che aveva da dire. Voleva credere anche lei che esistesse una cura.

"Torno subito", non stava più nella pelle e interruppe il vecchio nel bel mezzo della frase, sgusciò via e corse da Leonid.

"Vuoi un altro indizio?", le chiese lui.

"Devi dirmelo!", non aveva più voglia di giocare con lui. "Come?!"

"Questo è già più difficile. So che la malattia è guaribile. Conosco persone che sono riuscite a sconfiggerla. Posso portarti da loro".

"Ma tu hai detto che sei in grado di sconfiggerla..."

"Mi hai frainteso". Sollevò le spalle. "Come potrei? Sono un semplice flautista. Un musicista ambulante".

"Che genere di persone sono?"

"Se ti interessa te li presento. In realtà non c'è molto da camminare".

"In che stazione sono?"

"Non lontano da qui. Scoprirai tutto da sola. Se vuoi".

"Non ti credo".

"Credi a quello che ti pare", ribatté lui. "Nemmeno io ti credo adesso, quindi non posso raccontarti tutto".

"Perché hai bisogno che io venga conte?", chiese Sasha strizzando gli occhi.

"Io?", scosse la testa. "Per me fa lo stesso. Serve a te. Io non devo e non posso salvare nessuno. In ogni caso, non così".

"Mi prometti che mi porti da queste persone? Prometti che possono aiutarmi?", chiese lei, dubbiosa.

"Ti porto", rispose risoluto Leonid.

"Che cosa hai deciso?", li interruppe di nuovo il vecchio instancabile.

"Non vengo con voi", Sasha tirava le bretelle della salopette. "Dice che esiste un rimedio contro la febbre", si voltò verso il musicista.

"Mente", ribatté insicuro Omero.

"Vedo che lei si intende di virus molto meglio di me", disse Leonid con rispetto. "Ha studiato? Oppure per esperienza personale? Cos'è, anche lei pensa che la distruzione generale sia il miglior modo per combattere l'infezione?"

"Da dove?...", rimase di stucco il vecchio. "Tu gliel'hai...?", diede un'occhiata a Sasha.

"Ed ecco che arriva il vostro amico diplomato", vedendo Hunter che si avvicinava, il musicista fece un passo indietro, previdente. "Cos'è, tutta la brigata del pronto soccorso a rapporto? Comincio a sentirmi di troppo".

"Aspetta", implorò la ragazza.

"Mente! Ti vuole solo con sé... ma anche se fosse la verità", le sussurrò Omero caldamente "Non riuscirete comunque a fare niente. Hunter tornerà da qui con i rinforzi al più tardi fra ventiquattro ore. Se resti con noi, forse riuscirai a convincerlo... Ma questo..."

"Non posso fare niente", ribatté Sasha con aria cupa. "Adesso non lo ferma nessuno, me lo sento. Bisogna dargli la possibilità di scegliere. Per farlo parlare..."
"Farlo parlare?", Omero alzò le sopracciglia.

"Sarò qui prima di ventiquattro ore", promise lei, allontanandosi.


* * *


Perché l'aveva lasciata andare?

Perché aveva esposto il punto debole, permesso al girovago folle di sottrargli la sua eroina, la sua musa, sua figlia? Eppure tanto più attentamente il vecchio studiava Leonid tanto meno gli piaceva. I suoi occhi grandi erano capaci di lanciare sguardi inaspettatamente avidi e il viso angelico, quando il ragazzo pensava che nessuno lo guardasse, era attraversato da ombre torbide...

Cos'era per lei il musicista? Nel migliore dei casi, un conoscitore del bello, capace di infilzare sulla punta di uno spillo la sua innocenza per farla seccare nella sua memoria, facendo cadere il polline del fascino della gioventù, che al contrario lui non riusciva né a ricordare né tanto meno a fotografare. La ragazzina, ingannata, usata, si era divincolata, era volata via, ma non sarebbe stato così facile levarselo di torno e fare in modo che lo dimenticasse, tanto più che quel saltimbanco del diavolo la riempiva di bugie.

Allora perché l'aveva lasciata andare?

Per viltà. Perché Omero non solo non aveva il coraggio di litigare con Hunter, ma nemmeno di fargli le domande che davvero gli stavano a cuore. Perché a Sasha, come a un'innamorata, si potevano perdonare sia il coraggio che la follia. Anche il brigadiere gli avrebbe mostrato indulgenza?

Omero continuava a chiamarlo brigadiere fra sé; in parte per abitudine, ma in parte anche perché lo calmava: non era niente di spaventoso, niente di particolare, era il comandante della pattuglia settentrionale della Sevastopolskaya... Ma no. La persona che adesso camminava fianco a fianco con Omero non era il soldato di fortuna disumano di prima. Il vecchio cominciava a capire: il suo compagno di viaggio era rinato, negli occhi... succedeva qualcosa di strano e sarebbe stato sciocco pensare di negarlo, non c'era motivo per tentare di convincersi...

Hunter l'aveva preso di nuovo con sé. Questa volta era per mostrargli il sanguinoso epilogo di tutto il dramma? Adesso era già pronto ad annientare non solo la Tulskaya, ma anche le propaggini meridionali delle gallerie dei settanti, fare lo stesso anche alla Serpukhovskaya, insieme a tutti i suoi abitanti e ai soldati della guarnigione dell'Hansa che era stata mandata là, per il solo sospetto che qualcuno di loro potesse essere stato contagiato. Poteva essere anche il destino della Sevastopolskaya.

Già non aveva più bisogno di buoni motivi per uccidere, cercava solo dei pretesti.

Omero riusciva a trovare le forze per trascinarsi dietro di lui solo dentro di sé, incantato, come in un incubo, contemplando e documentando tutti i suoi delitti. Giustificandosi con il fatto che lo si faceva per la salvezza, convincendosi che era il male minore. Il brigadiere spietato gli sembrava l'incarnazione di Moloc e non aveva mai tentato di rovesciare il destino.

Ma a quanto pareva, la ragazzina non era d'accordo. Se il vecchio in fondo si era messo l'anima in pace perché la Tulskaya e la Serpukhovskaya sarebbero state trasformare in Sodoma e Gomorra, Sasha continuava ad aggrapparsi alla più piccola speranza. Omero smise di convincersi che si potessero ancora trovare delle pillole o un vaccino, un siero, prima che Hunter potesse fermare l'epidemia con fuoco e pallottole. Sasha era pronta a cercare una medicina fino all'ultimo.

Omero non era né un militare né un medico e soprattutto era troppo vecchio per credere ai miracoli. Ma una piccola parte della sua anima desiderava con forza un miracolo, sognava la salvezza. Si liberò di questa parte e la lasciò andare, insieme a Sasha.

Aveva solo scaricato sulla ragazza quello che non avrebbe osato fare da solo.


Tempo ventiquattro ore e sarebbe finito tutto. Ma dopo il vecchio avrebbe disertato dal servizio, si sarebbe trovato una cella e avrebbe finito di scrivere il libro. Adesso ormai sapeva quale tema affrontare.

Voleva scrivere di una bestia intelligente che aveva trovato una stella cadente incantata, una favilla celeste, l'aveva inghiottita e poi era diventato uomo. Voleva raccontare come, sottraendo il fuoco agli dèi, l'uomo si fosse anche arrogato il diritto di distruggere totalmente il mondo. Ma voleva anche scrivere che come castigo, dopo un centinaio di secoli, gli era stata tolta proprio quella scintilla umana; privato di quella, non era tornato a essere una bestia, ma si era trasformato in qualcosa di molto più spaventoso, tanto da non avere nome.


* * *


Il caposquadra si mise in tasca una manciata di cartucce e siglò l'affare con il musicista, con una stretta di mano energica.

"Come pagamento simbolico posso portarvi sul tramvai", propose lui.

"Preferisco le passeggiate romantiche", ribatté Leonid.

"Ma vedi, da soli non posso farvi passare per i nostri tunnel", cercò di farlo ragionare il caposquadra. "Comunque potete andarci con la scorta. Non hai documenti... e se tu dovessi andare da qualche parte e rimanessi solo con lei", cominciò a sussurrare lui.

"Non abbiamo bisogno di stare soli!", dichiarò Sasha con decisione.

"Faremo finta che sia una scorta d'onore. Come se fossimo il principe e la principessa di Monaco a passeggio", il musicista fece un inchino alla ragazza.

"Quale principessa?", non si trattenne Sasha.

"Di Monaco. Un tempo era un principato. Proprio sulla Costa Azzurra..."

"Senti", lo zittì il caposquadra. "Se vuoi andare a piedi, preparati. Però, verso sera, dovrai dare un caricatore ai ragazzi della base. Ehi, Kostyl!" Chiamò a sé un soldato "Accompagni questi due alla Kievskaya, alle sentinelle dica, Beh, che sono dei deportati. Li faccia scendere alla radiale e li riporti indietro. Tutto chiaro?", si rivolse a Leonid.

"Perfettamente", disse facendo il saluto militare.

"Tornate a trovarci!", gli strizzò l'occhio il caposquadra.

Quanto erano diversi i territori dell'Hansa dal resto della Metro! In tutto il passaggio dalla Paveletskaya alla Oktyabrskaya Sasha non vide nemmeno un punto dove il buio fosse totale. Ogni quindici passi, ai cavi sulla parete erano appese lampadine elettriche. La luce di ognuna di esse sarebbe bastata per arrivare fino alla successiva. Anche i bracci segreti delle gallerie e quelli dedicati alle provviste erano ben illuminati e non restava niente di spaventoso.

Se fosse dipeso dalla volontà di Sasha, si sarebbe messa a correre, per risparmiare minuti preziosi, ma Leonid l'aveva convinta che non c'era fretta e quando oltrepassarono la Kievskaya si rifiutò recisamente di spiegare. Camminava senza fretta e con aria annoiata: probabilmente il musicista era stato più volte anche nei passaggi dell'Anello, dove la gente comune non poteva entrare.

"Sono felice che il tuo amico abbia avuto il suo consenso per tutto", esordì lui.

"Di che parli?", Sasha si rabbuiò.

"Se il suo desiderio di salvare la popolazione fosse stato forte quanto il tuo, avrebbe potuto aggregarsi a noi; invece siamo divisi a coppie e ognuno farà quello che vuole. Lui uccidere, tu curare..."
"Lui non vuole uccidere nessuno!", disse lei bruscamente e con la voce troppo alta.

"Ma sì, solo quel lavoro...", respirò. "Ma chi sono io per giudicarlo?"

"E tu di cosa ti occuperesti?", chiese Sasha senza nascondere la derisione. "Di suonare?"

"Io sarò soltanto al tuo fianco", sorrise Leonid. "Cos'altro ti serve per essere felice?"

"La fai semplice a parole", scosse la testa Sasha. "Non mi conosci affatto. Come posso renderti felice?"

"Ci sono diversi metodi. Basta guardare una bella ragazza e l'umore migliora. E poi..."

"Pensi di intendertene di bellezza?", lo guardò male.

"È l'unica cosa di cui mi intendo", si diede un'aria d'importanza.

"E io ne ho?", le rughe finalmente si distesero.

"Tu brilli tutta".

La sua voce sembrava seria, ma un attimo dopo il musicista si allontanò di un passo e le fece scorrere lo sguardo addosso.

"È solo un peccato che ti piaccia vestire in modo così rozzo", aggiunse.

"Cos'ha che non va?", e così dicendo rallentò per scrollarsi dalla schiena il suo sguardo solleticante.

"Non lascia passare la luce. E io sono come una farfalla... volo sempre vicino al fuoco", rispose con uno sguardo studiatamente stupido, agitando le mani.

"Hai paura del buio?", sorrise debolmente lei, che aveva colto il gioco.

"Della solitudine!", indossando una maschera malinconica, Leonid si mise le braccia sul petto.


E invano. Mentre premeva sui tasti, non aveva tenuto conto della resistenza, che era tenace, fresca, che poteva anche mettersi a cantare, suonava e si rompeva.

La debole corrente d'aria della galleria, che soffiava via i pensieri seri e impediva a Sasha di tenere testa alle allusioni frivole del musicista, si placò subito. Aveva smaltito la sbornia e adesso si pentiva di aver ceduto alle sue lusinghe. Forse era per questo che aveva abbandonato Hunter e lasciato solo il vecchio?
"Come se sapessi di cosa si tratta", taglio corto Sasha e si voltò.


* * *


La Serpukhovskaya, tutta grigiastra per la paura, era avvolta nel buio.

I soldati con le maschere antigas armene la separavano dalle gallerie da entrambe le parti, bloccavano il passaggio all'Anello, e la stazione, presentendo la disgrazia, ronzava come un alveare in fermento. Hunter e Omero furono condotti, con le guardie di servizio, attraverso una sala, come fosse una grande direzione; ogni abitante della Serpukhovskaya cercava di guardarli negli occhi: non sapevano cosa sarebbe successo, il loro destino non era ancora stato deciso? Omero abbassò lo sguardo sul pavimento, non voleva ricordare questi volti.

Il brigadiere non gli rendeva conto di quello che faceva, non sapeva se avesse intenzione di avanzare, ma il vecchio l'aveva indovinato da solo. Davanti a loro c'era la Polis. Quattro stazioni della Metro con passaggi unificati, una vera città con migliaia di abitanti. La capitale segreta della Metropolitana, divisa in dieci regni feudali ostili. Baluardo della scienza e rifugio della cultura. Un sacrario a cui nessuno osava attentare.

Nessuno, oltre al vecchio Omero, pazzo messaggero della peste?

Ma negli ultimi giorni si era alleggerito. La nausea era passata e si era attenuata anche la tosse tisica, che gli impediva di togliersi il respiratore insanguinato. Forse, l'organismo aveva sconfitto la malattia? O forse non c'era stato nessun contagio? E se semplicemente fosse troppo ipocondriaco? l'aveva sempre saputo da solo, e comunque si era così spaventato...


Il passaggio alla Serpukhovskaya era scuro, cieco, godeva di una pessima fama. Per quanto ne sapeva Omero, fino alla Polis non avrebbero dovuto incontrare nemmeno un'anima, ma ecco che la stazioncina intermedia fra la Serpukhovskaya popolata e la Borovitskaya abitata poteva stupire il viaggiatore. Nella Metro circolava un buon numero di leggende sulla Polyanka; se si voleva credere alle dicerie, questa stazione qualche volta attentava alla vita di chi ci passava, perché poteva danneggiarne la ragione.

Al vecchio era capitato di passare di lì alcune volte, ma non era incappato in niente di particolare. Le leggende avevano una spiegazione anche per questo e Omero le conosceva tutte. Adesso sperava con tutte le forze che, anche questa volta, la stazione rimanesse morta e abbandonata come nei tempi migliori.

A un centinaio di metri dalla Polyanka cominciava a essere perplesso. A causa dei primi riflessi lontani di luce elettrica bianca sulle pareti di marmo, dai primi rumori che davano un'eco e che arrivavano dalla stazione, al vecchio era venuto un brutto presentimento. Sentiva distintamente delle voci umane... ma non poteva essere. Ancor peggio, Hunter, che a cento passi chissà come riusciva a sentire la presenza di qualunque essere vivente, adesso rimaneva completamente sordo e indifferente.

Non rispondeva agli sguardi preoccupati del vecchio, era totalmente sprofondato in se stesso, come se non avesse visto ciò che si era rivelato a Omero... La stazione era abitata! Quando ci erano riusciti? Inizialmente, Omero era esitante, perché a prescindere dallo spazio ristretto, gli abitanti della Polis non avevano mai tentato di liberare e annettere la Polyanka vuota. Riuscivano ad alloggiarvi solo le superstizioni. Ma sembrava che fossero già un motivo sufficientemente solido per lasciare in pace quella strana, piccola stazione.

Finché qualcuno non fosse riuscito a vincere la paura che incuteva e a organizzare in quel luogo una cittadella di tende, a portare l'illuminazione... Oddio, non avevano certo badato a spese con l'elettricità! Già uscendo dalla galleria per salire sulla piattaforma il vecchio dovette coprirsi gli occhi con le mani per non essere accecato: al soffitto della stazione erano appese delle lampade al mercurio potentissime.

Sorprendente... perfino alla Polis non c'era una luce tanto chiara e solenne. Sulle pareti non c'era nemmeno l'ombra di polvere o fuliggine, le lastre di marmo splendevano e sembrava che avessero imbiancato il soffitto solo il giorno prima. Attraverso i passaggi degli archi Omero non riusciva a scorgere nemmeno una tenda: non erano ancora riusciti a piantarle? Forse, era destinata a diventare un museo? Con gli eccentrici che governano la Polis, sarebbe...

La piattaforma si riempì gradualmente di uomini. Non avevano nulla a che fare né con il bandito armato fino ai denti con l'elmetto di titanio, né con il vecchio sporco che arrancava di fianco a lui. Guardandoli di sottecchi, Omero capì che le sue forze non gli avrebbero permesso di fare un altro passo: gli si erano paralizzate le gambe...

Tutti quelli che si avvicinavano al margine della piattaforma erano agghindati come se alla Polyanka stessero girando un film sul duemila. Cappotto e impermeabile nuovi di zecca, gonfi giubbotti variopinti, jeans azzurrognoli... dov'erano gli stivali? Dov'era la pelle di maiale strappata? Dov'era il colore marroncino sempre vivo della Metro, tomba di tutti i colori? Da dove veniva tutta quella ricchezza?!

Ma i volti... erano volti di persone alle quali non era capitato di perdere tutta la famiglia in un momento. Erano volti di coloro che anche oggi vedevano il sole e che, in fin dei conti, iniziavano un nuovo giorno con l'anima appassionata. Su questo, il vecchio era pronto a scommettere la testa. Eppure... Omero aveva l'impressione che molti di loro gli fossero familiari.

Quelle persone straordinarie diventavano sempre più numerose, si stringevano ai margini della piattaforma, ma non scendevano sui binari. Ben presto tutta la stazione da galleria a galleria sarebbe stata riempita dalla folla elegante. Come prima, nessuno guardava Omero. Guardavano ovunque: la parete, i giornali, si guardavano furtivamente l'un l'altro, con sguardi untuosi o curiosi, schizzinosi o compassionevoli, solo che non guardavano il vecchio, come se fosse un fantasma.

Allora perché si erano riuniti? Cosa stavano aspettando?


Omero alla fine tornò in se. Dov'era il brigadiere? Come spiegargli l'inspiegabile? Perché non aveva detto niente fino a quel punto?

Hunter si era fermato poco distante. Non lo interessava affatto la stazione, invasa da uomini che sembravano usciti dalle fotografie del passato di un quarto di secolo prima. Fissava gravemente lo spazio dritto davanti a sé, come se se si appoggiasse a qualche ostacolo, come se pochi passi davanti a lui ci fosse qualcosa sospeso in aria all'altezza dei suoi occhi... il vecchio si avvicinò un po' al brigadiere, sbirciò con cautela sotto la visiera...

E in quel momento Hunter sferrò un colpo.

Il pugno chiuso fendette l'aria, andò da sinistra a destra, seguendo una traiettoria bizzarra, come se il brigadiere volesse assestare un fendente con una sciabola inesistente a qualcuno di invisibile. Omero, che per poco non fu colpito, si fece da parte, mentre Hunter continuava il combattimento. Colpiva, si spostava per difendersi, cercava di sostenere la morsa di ferro di qualcuno, e un momento dopo lui stesso lanciò un grido strozzato, si liberò a fatica e andò all'attacco. Si dava alla lotta con ardore sempre crescente, l'avversario invisibile stava avendo la meglio. Per Hunter era sempre più pesante reggersi in piedi dopo i colpi silenziosi ma distruttivi, i suoi movimenti si facevano sempre più lenti e incerti.

Il vecchio non riusciva a liberarsi dalla sensazione di aver già visto qualcosa di simile non molto tempo prima. Dove e quando? E cos'accidenti stava succedendo al brigadiere? Omero tentava di chiamarlo, ma non serviva a niente gridare a squarciagola.

Gli uomini sulla piattaforma non prestavano la minima attenzione ad Hunter; per loro lui non esisteva, proprio come loro non esistevano per lui. Chiaramente erano preoccupati da qualcos'altro: guardavano sempre più allarmati l'orologio da polso, gonfiavano le guance insoddisfatti, chiacchieravano con i vicini e commentavano le cifre rosse dell'orologio elettronico sotto il cratere della galleria.

Omero strizzò gli occhi, guardandolo insieme agli altri... era un contatore, che misurava il tempo dal passaggio del treno precedente. Ma il tabellone sembrava innaturalmente allungato, a dieci cifre: otto prima dei due punti lampeggianti e altre due, cioè il contasecondi, dopo. I punti rossi si spostavano, scandendo i secondi che passavano, cambiava l'ultima cifra di quel numero incredibilmente lungo: dodici milioni e qualcosa.

Si sentì un grido... un singhiozzo.

Il vecchio si staccò dall'orologio misterioso. Hunter, immobile, giaceva bocconi sui binari. Omero corse da lui, riuscendo a stento a voltare il corpo a peso morto con il viso verso l'alto. No, il brigadiere respirava, anche se a fatica, sul suo corpo non c'erano ferite visibili, sebbene avesse gli occhi strabuzzati, come quelli di un morto. Non riusciva ad aprire la mano destra; e solo a quel punto il vecchio notò che dopotutto Hunter non era completamente disarmato in quello strano duello. Dalla mano stretta a pugno faceva capolino il coltello nero.

Omero schiaffeggiò le guance del brigadiere e quello cominciò a battere le palpebre, gemendo come un ubriaco, si sollevò sui gomiti e rivolse al vecchio uno sguardo turbato. Poi con un movimento si alzò in piedi e si scrollò.


Morok si dileguò: gli uomini con gli impermeabili e i giubbotti chiari si dileguarono senza lasciare traccia, si spense la luce accecante e la polvere dei decenni si depositò nuovamente sulle pareti. La stazione era nera, vuota e priva di vita: proprio come la ricordava Omero dai suoi passaggi precedenti.


* * *


Finché arrivarono all'Oktyabrskaya nessuno disse più una parola, si sentivano solo le sentinelle che dovevano controllarli, che confabulavano e sbuffavano, incespicando con la similpelle nelle traverse. Sasha si arrabbiò, non con il musicista, ma con se stessa. Lui... lui cosa? Si comportava così... come avrebbe dovuto comportarsi. Alla fin fine era rimasta anche in imbarazzo di fronte a Leonid, non era stata troppo brusca con lui?
Comunque all'Oktyabrskaya il vento cambiò.

Naturalmente. Vedendo questa stazione, Sasha si era dimenticata di tutto ciò che c'era al mondo. Negli ultimi giorni le era capitato di vistare posti che prima non avrebbe creduto potessero esistere. Ma l'Oktyabrskaya con il suo arredamento li eclissava tutti. I pavimenti di granito erano coperti di tappeti logori, ma conservavano ancora tutti i disegni originari. I lampadari, fatti a forma di fiaccole, erano stati lucidati fino a brillare e riempivano la sala di un'illuminazione lattescente, ma uniforme. Sulle sedie sistemate qua e là sedevano uomini con i volti unti, tutti intenti a scambiarsi pigramente parole e carte.

"Qui sono così... ricchi", disse Sasha confusa, quasi facendosi venire il torcicollo.

"Le stazioni dell'Anello a me ricordano dei pezzi di maiale infilzati su degli spiedini", le sussurrò Leonid. "Per tutto il grasso che cola... davvero! Che dici, assaggiamo?"

"Non c'è tempo", scosse la testa, sperando di non sentire il brontolio di saluto del suo stomaco.

"Ma smettila", il musicista la trascinò per mano. "Qui c'è un posticino... Tutto quello che hai mangiato prima non è minimamente paragonabile... ragazzi, pranziamo, niente in contrario?", rese partecipi le guardie. "Non preoccuparti, fra un paio d'ore arriveremo a destinazione. Non a caso ho parlato di spiedini di maiale. Qui ne fanno di deliziosi..."

Cominciò a raccontare della carne, parlando quasi in versi. Sasha non resistette e cedette. Se al traguardo mancavano solo due ore, mezz'ora per il pranzo non avrebbe cambiato niente... aveva in serbo quasi un giorno intero e chissà quando sarebbe riuscita a fare un assaggio, forse la volta successiva?

Gli spiedini si rivelarono degni dei versi. Ma la cosa non finiva lì. Leonid chiese una bottiglia di birra artigianale. Sasha non si trattenne, ne buttò giù un bicchierino per curiosità, il musicista divise quella che restava con le guardie. Poi lei si riprese, si alzò in piedi un po' illanguidita e ordinò bruscamente a Leonid di alzarsi.

Era ancora più severa perché, mentre mangiavano, fiaccata dalla birra calda, aveva indugiato e aveva addirittura tardato ad allontanare le dita che lui le aveva posato sulle ginocchia. Leggere, delicate. Spudorate. Quello aveva sollevato subito le mani: "Mi arrendo!", ma sulla pelle restava il ricordo di quello sfioramento. Perché l'aveva cacciato così in fretta, si chiese Sasha, confusa, e punì anche se stessa con un pizzicotto.

Doveva cancellare subito dalla memoria la scena agrodolce del pranzo, mettersi a raccontare qualche sciocchezza, coprirla con uno strato di parole.

"Qui le persone sono strane", disse a Leonid.

"Perché?", vuotò il bicchiere con un sorso e finalmente si staccò dal tavolo.

"Hanno negli occhi la sensazione di mancanza..."
"Manca la fame", disse il musicista.

"No, non solo... è come se non avessero più bisogno di niente".

"Questo perché non hanno più bisogno di niente", obiettò Leonid. "Sono sazi. L'imperatrice-Hansa li nutre. E cos'hanno gli occhi? Sono occhi sonnolenti normali..."
"Quando vivevo con mio padre", Sasha si fece seria "Quello che noi oggi abbiamo lasciato a pranzo ci sarebbe bastato per tre giorni... forse, bisognava prenderlo, darlo a qualcuno".

"Sciocchezze, lo mangeranno i cani", rispose il musicista. "I poveri quello non lo reggono".

"Eppure si potrebbe dare a una stazione vicina! Dove la fame..."

"L'Hansa non si occupa di beneficienza", interferì nel discorso una delle guardie, quella che si chiamava Kostyl. "Che si diano da fare da soli!"

"Tu sei nativo dell'Anello?", si interessò Leonid.

"Ho sempre vissuto qui. Per quanto ricordo!"

"Allora tu, probabilmente, non ci credi, ma anche chi non è nato sull'Anello a volte deve mangiare", gli disse il musicista.

"Che si mangino a vicenda! Oppure, non sarebbe meglio che dessero tutto a noi, così facciamo a metà, come dicono i Rossi?!", incalzò il soldato.

"Beh, se tutto andasse avanti con questo stesso spirito...", cominciò Leonid.

"Cosa? Taci, va, perché hai già parlato troppo di deportazione!"

"Di deportazione ho parlato tanto anche prima", ribatté il musicista flemmatico. "Adesso anche con questi dobbiamo discutere".

"Posso anche affidarti a chi di dovere! Dire che sei uno spione rosso!", s'infiammò la guardia.

"E io ti denuncio perché ubriaco in servizio..."

"Ah, tu... ma tu sei da noi... ma tu..."

"No, scusateci... non voleva dire niente di tutto ciò", intervenne Sasha afferrando il musicista per il braccio. Quindi lo trascinò via da Kostyl che aveva il fiato pesante.

Per poco trascinò a forza Leonid sui binari, guardò l'orologio della stazione e brontolò. Per il pranzo e i litigi avevano sprecato quasi due ore. Hunter, con il quale aveva cominciato competere in velocità, probabilmente non si era fermato nemmeno per un secondo...

Il musicista rideva ubriaco dietro la sua schiena.


Per tutto il cammino fino alla Park Kultury le guardie non smisero di bofonchiare malevole. Leonid tentava continuamente di rispondere e Sasha era costretta a richiamare all'ordine il musicista, oppure a pacificare le sue esortazioni. L'ubriachezza non se ne andava e aggiungeva audacia e insolenza ai suoi comportamenti; la ragazza riusciva a fatica a tenersi fuori dalla portata delle sue braccia incontrollabili.

"Non ti piaccio proprio per niente?", si offese lui. "Non sono il tuo tipo, vero? A te non piacciono così, a te piacciono i muscoli... le cicaaaatrici... Perché sei venuta con me?"

"Per quello che mi hai promesso!", si staccò di dosso Leonid con uno spintone. "Io non sono per..."

"Io non so-no co-sì!", tirò un sospiro lui. "Sempre la stessa storia. Avrei dovuto saperlo che eri così scontrosa..."

"Come puoi? ci sono delle persone... vive... moriranno tutti se non ci sbrighiamo!"

"E io cosa ci faccio? Riesco a malapena a muovere le gambe. Sai come sono pesanti? Ecco, prova... e le persone... moriranno comunque. Domani o fra dieci anni. Anche io, anche tu. E allora?"

"Allora hai mentito? Hai mentito! Omero mi aveva detto... mi aveva avvertita... Dove andiamo?"

"No, non ho mentito! Vuoi che ti giuri che non ho mentito? Lo vedrai da sola! Allora ti scuserai! E poi ti vergognerai e mi dirai: Leonid! Mi ver-go-gno tanto...", increspò il naso.

"Dove andiamo?!"

"Andiamo per una strada diffi-i-icile... Alla Città di Smera-a-aldo. Cosa c'è, c'è, c'è... la strada non è semplice?", cominciò a cantare il musicista dirigendosi con il dito indice; poi si lasciò cadere di mano l'astuccio con il flauto, si sgridò, si piegò per raccoglierlo e per poco non cadde anche lui.

"Lei è ubriaco! Riuscirete ad arrivare da soli alla Kievskaya?", gridò una delle guardie.

"Tutto bene grazie!", si inchinò il musicista. "Anche Dorothy è tornata... "Continuò a cantare lui, "Anche Dorothy è tornata. Con il suo cane Totò... Bau! Bau! A casa..."


* * *


Omero non aveva mai creduto alla leggenda della Polyanka, ed ecco che lei decideva di dargli una lezione.

Alcuni la chiamavano Stazione del destino e la ritenevano un oracolo.

Alcuni credevano che un pellegrinaggio lì in un momento cruciale della vita avrebbe fatto intravedere qualcosa sotto il velo che copriva il futuro, fatto intendere e dato la chiave, predetto e predeterminato il resto del cammino.

Alcuni... tutte le persone sane di mente sapevano che in stazione a volte c'erano delle perdite di gas terrestri velenosi, che infiammavano l'immaginazione e provocavano allucinazioni.

Al diavolo gli scettici!

Cos'altro poteva significare la sua visione? Il vecchio aveva l'impressione di essere a un passo dalla soluzione, ma poi i pensieri si scombinavano, si imbrogliavano. E sotto i suoi occhi c'era di nuovo Hunter, che fendeva l'aria con una lama nera. Omero avrebbe pagato caro per sapere che cosa fosse apparso al brigadiere, con cosa combattesse, che razza di battaglia avrebbe segnato la sua sconfitta, se non la sua morte...


"A cosa pensi?"

Preso alla sprovvista, al vecchio si accartocciarono le viscere con uno spasmo. Mai, prima di allora, Hunter si era rivolto a lui senza un motivo valido. Abbaiava ordini, ruggiva malvolentieri risposte scarne... come aspettarsi un discorso a cuore aperto con una persona che non ha cuore?

"Così... A niente", si impappinò Omero.

"Pensi. Io ascolto", disse Hunter piano. "Riguarda me? Hai paura?"

"Adesso no", mentì il vecchio.

"Non temere, non ti contagio. Tu mi ricordi..."

"Chi?", chiese attentamente Omero dopo un minuto e mezzo di silenzio.

"Qualcosa di me. Avevo dimenticato che ci fosse quella cosa dentro di me e tu me la ricordi". Togliendosi a forza le parole pesanti e mettendole una dopo all'altra, guardava avanti, nell'oscurità.

"Allora è per questo che mi hai preso con te?", Omero era allo stesso tempo deluso e perplesso, si aspettava qualcosa...

"Per me è importante tenerlo a mente. Molto importante", ribatté il brigadiere. "E anche per gli altri è importante che io... altrimenti può succedere... quello che è stato".

"Hai problemi con la memoria?", il vecchio avanzava con cautela, come se stesse camminando su un campo minato. "Ti è successo qualcosa?"

"Ricordo tutto perfettamente!", tagliò corto lui. "Solo che dimentico me stesso. E temo di dimenticarlo del tutto. Tu me lo ricorderai, va bene?"

"Bene". Omero fece un cenno di assenso, anche se Hunter in quel momento non lo vedeva.

"Prima tutto aveva un senso", disse con difficoltà il brigadiere. "tutto quello che facevo. Difendevo la metro, gli uomini. Gli uomini. Era un compito chiaro: eliminare qualunque minaccia. Annientarla. Questo aveva un senso, ce l'aveva!"

"Invece adesso..."
"Adesso? Non so cos'è adesso. Voglio che sia di nuovo tutto altrettanto chiaro. Io non sono solo questo. Non sono un bandito. Un assassino! È per il bene degli uomini. Ho provato a vivere senza gli uomini per proteggerli... ma ha cominciato a far paura. Mi dimenticavo molto spesso di me... dovevo qualcosa agli uomini, dovevo difenderli, aiutarli... ricordare. E così arrivo alla Sevastopolskaya... lì mi hanno preso. Quella è la mia tana. Bisogna salvare la stazione, bisogna aiutarli. Qualunque sia il prezzo da pagare. Ho l'impressione che se lo faccio... una volta eliminata la minaccia... È la cosa più importante, effettiva. Forse, allora ricorderò. Devo. Per questo devo fare più in fretta, ma poi... lui adesso arriva sempre più in fretta. Devo riuscirci assolutamente entro ventiquattro ore. Riuscire a far tutto, alla Polis, prendere un drappello, e tornare... E nel frattempo tu me lo ricorderai, d'accordo?"



Omero annuì impacciato. Gli faceva paura solo immaginare cosa ne sarebbe stato del brigadiere se si fosse completamente dimenticato di se stesso, se l'Hunter di prima era destinato a sparire per sempre, cosa sarebbe rimasto nel suo corpo? Non quello... forse quello con cui aveva combattuto quel giorno una lotta immaginaria?

La Polyanka era ormai lontana alle loro spalle: Hunter si trascinava verso la Polis come un cane lupo libero dalle catene che fiuta la preda. O come una persona liberata dal lupo che la inseguiva?

Alla fine della galleria si vedeva la luce.


* * *


Alla meno peggio emersero alla Park Kultury. Leonid provò ancora a far pace con le guardie, invitando tutti in "un ristorante strepitoso", ma a quel punto le guardie erano più attente. Aveva fatto molta fatica anche per farsi accordare il permesso di assentarsi per andare al gabinetto. Uno degli accompagnatori rimase a fargli la guardia, l'altro, confabulando con lui, se ne andò.

"Ti sono rimasti altri soldi?", chiese a bruciapelo al musicista quello che era di guardia alla porta.

"Qualcosina", mise sul palmo della mano aperta cinque cartucce.

"Dai qua. Kostyl ha deciso di lasciarvi. Significa che sei un provocatore dei Rossi. Se ha indovinato, qui c'è il passaggio alla vostra linea, devi saperlo. Altrimenti, devi aspettare che arrivi da te il servizio di controspionaggio, e poi finisci di parlare con loro".

"Smascherati, eh?", Leonid tentò di trattenere il singhiozzo. "D'accordo! Prendi... torneremo! Grazie per il servizio!", alzò la mano per salutare lo sconosciuto. "Ascolta... ah, ecco il passaggio! Per arrivare meglio alla galleria, eh?"
Dopo aver preso Sasha, il musicista si mise a camminare con agilità sorprendente, anche se incespicava davanti a lei.

"Bene un corno!", borbottò sottovoce. "Qui c'è il passaggio alla vostra linea... Non vuoi farcela da solo? Quaranta metri di profondità, come se non sapesse che là è tutto interrotto da tempo..."

"Dove andiamo?", Sasha già non capiva più niente.

"Come dove... Sulla linea Rossa! eppure l'hai sentito: il provocatore, hanno preso, l'hanno smascherato...", borbottò Leonid.

"Sei uno dei Rossi?!"

"Ra-gaz-za mia! Non chiedermi niente adesso! Posso o pensare o correre. Adesso ci serve di più correre... adesso il nostro amico solleva un polverone... E ne sparerà ancora al momento della cattura... Abbiamo poco denaro, ci serve un'altra medaglia..."


Si tuffarono nella galleria, lasciando indietro la guardia. Corsero avanti, restando vicini alla parete, verso la Kievskaya. Sasha capiva che non sarebbero comunque riusciti ad arrivare fino alla stazione. Se il musicista aveva ragione, proprio in quel momento il secondo custode stava rendendo la propria testimonianza su dove fossero andati i fuggiaschi...

E improvvisamente Leonid svoltò a sinistra, in una galleria laterale luminosa, con la sicurezza che avrebbe avuto se stesse tornando a casa. Passò qualche minuto e in lontananza si videro bandiere, griglie, covi di mitraglieri ammucchiati dietro i sacchi, si sentiva il latrato dei cani. Un posto di blocco di frontiera? Erano già stati allertati della loro fuga? E di chi era il territorio che iniziava dall'altra parte della barricata?


"Mi manda Albert Mikhaylovich", il musicista fece passare davanti al naso dell’ufficiale un documento dallo strano aspetto. "Dobbiamo andare dall'altra parte".

"Alla tariffa regolare", disse quello guardando il documento. "Dove sono le carte per la signorina?"

"Uno doppio", Leonid si rivoltò le tasche estraendo le ultime cartucce. "E non ha visto la signorina, d'accordo?"

"Ma che doppio e doppio", si accigliò la guardia. "Crede di essere al mercato? Questo è uno stato fondato sul diritto!"

"Ma cosa dice!", finse di spaventarsi il musicista. "Ho solo pensato, che siccome c'è l'economia di mercato, fosse possibile commerciare... non sapevo che ci fosse una differenza..."

Cinque minuti dopo sia Sasha sia Leonid, arruffato e sgualcito, con uno zigomo scorticato e il naso sanguinante, furono scaraventati in una stanzetta minuscola con le pareti rivestite di piastrelle.

La porta di ferro fece un gran baccano.

Calò il buio.