2034 – Cap. 14

Capitolo quattordici

Cos'altro?



"Ma cosa rende uomo veramente un uomo?

Vaga sulla terra già da più di un milione di anni, ma circa diecimila anni fa l'animale da branco ingegnoso che era si è trasformato in qualcosa di completamente diverso, di mai visto. E pensate, ha trascorso il novantanove per cento della sua storia nelle grotte, nutrendosi di carne cruda, senza sapersi scaldare, senza saper creare strumenti e armi vere e proprie, senza saper nemmeno parlare in modo comprensibile! Eppure, per i sentimenti che era capace di provare, l'uomo non era diverso dalle scimmie o dai lupi: fame, paura, attaccamento, inquietudine, soddisfazione...

Come era riuscito in un secolo e del tutto all'improvviso, a imparare a costruire, a elaborare e a scrivere i propri pensieri, a modificare la materia che lo circondava e a inventare, perché gli serviva disegnare e come aveva scoperto la musica? Come poteva conquistare tutto il mondo e ricostruirlo secondo la propria necessità? Cosa si era aggiunto a questa bestia, esattamente dieci mila anni fa?

Il fuoco? Che ha dato all'uomo la possibilità di addomesticare la luce e il calore, di portarli con sé in terre fredde e disabitate, di arrostire la cacciagione sui falò e di accontentare lo stomaco? Ma cosa l'aveva cambiato? Forse voleva ampliare il proprio dominio. Ma i topi sono riusciti a riempire tutto il pianeta anche senza fuoco, pur rimanendo tali e quali a come erano all'inizio: intelligenti mammiferi gregari.

No, non è stato merito del fuoco; o perlomeno non solo del fuoco, aveva ragione il musicista. Qualcos'altro... Cosa?

La lingua? Ecco l'indubbia differenza fra l'uomo e gli animali semplici. I pensieri grezzi si trasformano nei brillanti sfaccettati delle parole, che possono diventare moneta corrente e circolare ovunque. Non solo hanno la capacità di esprimere ciò che succede nella nostra testa, ma anche di dargli un ordine. È come la colata del metallo, che si versa nelle forme. La chiarezza e forza d'ingegno, la capacità di trasmettere di bocca in bocca, in maniera chiara e univoca, ordini e saperi. Da qui anche la capacità di organizzare e sottomettere, convocare eserciti e costruire regni.

Ma le formiche se la cavano senza parole, al loro livello impercettibile all'occhio umano hanno fondato delle vere e proprie megalopoli, trovano il proprio posto in gerarchie complesse comunicando fra loro conoscenze e ordini in modo puntuale: sono migliaia di migliaia di legioni intrepide con una disciplina ferrea, che si azzuffano in guerre silenziose, ma spietate e fondano imperi minuscoli.

Forse, le lettere?
Le lettere, senza le quali non ci sarebbe la possibilità di accumulare sapere? Quegli stessi mattoni con i quali è stata costruita la torre di Babele, che tendeva ai cieli della civilizzazione mondiale? Senza le quali l'argilla cruda della saggezza, che è propria di una generazione, si disperderebbe e si screpolerebbe, si abbasserebbe e andrebbe in polvere, senza trasferire il proprio peso? Senza di loro, ogni generazione successiva inizierebbe la costruzione di una grande torre a partire dal livello precedente, trafficherebbe per tutta la vita sui ruderi degli edifici precedenti e morirebbe a sua volta, senza aver costruito un nuovo piano.

Le lettere e l'alfabeto, hanno permesso all'uomo di trasferire i saperi acquisiti oltre i limiti angusti del loro cranio, di conservarli senza distorcerli per i posteri, liberandoli dalla necessità di scoprire di nuovo cose da tempo scoperte, permettendo loro di edificare qualcosa di originale su fondamenta salde, posate dai predecessori.

E se non fossero nemmeno le lettere?..

Se i lupi sapessero scrivere, ci sarebbe una civiltà simile a quella umana? Avrebbero una civiltà?

Quando il lupo è sazio, cade in una prostrazione beata, dedica il suo tempo a giochi e carezze, finché il dolore allo stomaco non lo pungola. Quando l'uomo è sazio, cova un altro genere di nostalgia. Inafferrabile, inspiegabile: la stessa che lo costringe a guardare le stelle per ore, scarabocchiare con l'argilla rossa le pareti della sua grotta, ornare con figure intagliate la prua della barca militare, curvarsi per secoli, per innalzare colossi di pietra invece che rafforzare le pareti delle fortezze e passare la vita a perfezionare il mestiere delle parole, invece che perfezionare l'arte di padroneggiare la spada. La stessa che aveva spinto l'ex aiuto macchinista a dedicare il resto dei suoi giorni alla lettura e alla ricerca, alla ricerca e ai tentativi di scrivere qualcosa... qualcosa di... Per alleviare la nostalgia la folla sporca e povera ascolta violinisti girovaghi, le teste coronate accolgono trovatori e patrocinano ritrattisti, mentre una ragazzina nata sottoterra ammira a lungo l'imballaggio dipinto grossolanamente di una confezione di tè. Un richiamo poco chiaro, ma potente, che è in grado di spegnere anche i morsi della fame, ma solo nell'uomo.

Non è forse vero che c'è un ampia gamma di sentimenti che lo distinguono dagli altri animali, che danno all'uomo anche la capacità di sognare e l'audacia di sperare, oltre al coraggio di risparmiare? L'amore e la compassione, che l'uomo spesso ritiene sue caratteristiche distintive, non sono state scoperte da lui. Il cane è capace di amare e di provare compassione; quando il suo padrone è malato, non si allontana da lui e guaisce. Il cane può anche annoiarsi e vedere il senso della propria vita in un'altra creatura; se il suo padrone muore, a volte è pronto a morire per rimanere con lui. Ma ecco che non può sognare.

Quindi, la nostalgia della bellezza e la capacità di darle un valore? La capacità straordinaria di godere dell'associazione di colori, delle file di lettere, delle linee curve e dell'eleganza nell'architettura delle parole? Ricavare da esse il tintinnio dell'anima dolce e struggente? Che sveglia ogni anima, anche quella che è diventata grassa, si è coperta di calli e di cicatrici, e le aiuta a ripulirsi dalle escrescenze?

Forse, ma non è solo questo.

Ad alcuni uomini è capitato di alzare il volume delle grandissime sinfonie di Wagner per coprire gli spari del mitragliatore e le urla disperate di uomini nudi e legati. La contraddizione non sorge: una cosa non fa che accentuare l'altra.

E cos'altro allora?

Inoltre, gli uomini sopravvissuti all'Ade di oggi come forma biologica, hanno conservato questa particella fragile, quasi impalpabile, ma indubbiamente reale della loro essenza? Hanno conservato quella scintilla che diecimila anni fa ha trasformato una bestia molto affamata con lo sguardo annebbiato in una creatura di un altro ordine? In fondo il tormento della fame spirituale è più forte di quello della fame corporea? La sostanza è inquieta, eternamente in equilibrio fra la grandezza e la bassezza spirituale, fra un'inspiegabile compassione, inaccettabile per i predatori, e una crudeltà ingiustificata, che non ha pari neanche nel mondo senz'anima degli insetti. I palazzi sfarzosi e le tele disegnate con incredibile maestria contendono al creatore la capacità di sintetizzare la pura bellezza... e allora l'invenzione delle camere a gas e delle bombe all'idrogeno, per annientare tutto quello che è stato creato ed eliminare in maniera economica quello che fa comodo? Costruisce diligentemente sulla spiaggia dei castelli di sabbia per poi distruggerli con fervore? L'ha trasformato in una creatura che non conosce i limiti di niente, irrequieta e instancabile, che non riesce a soddisfare la sua strana fame, ma che dedica tutta la sua vita al tentativo di riuscirci? In un uomo?

È rimasto questo in lui? Oppure con un breve spostamento sul diagramma della storia sarebbe scomparso in passato, le deviazioni dell'uno per cento del percorso possono riportare l'uomo all'ebetismo dell'antichità, ai tempi torbidi di quando innumerevoli generazioni, senza staccare gli occhi dalla terra e ruminavano in continuazione, dandosi il cambio e dieci, cento, cinquanta mila anni passavano monotoni, senza lasciare traccia?
Cos'altro?"


* * *


"È vero?"

"Che cosa?", le sorrise Leonid.

"Della Città di Smeraldo? Dell'Arca? Che c'è un posto come quello, nella Metro?", chiese pensierosa Sasha, guardandosi la punta dei piedi.

"Si dice in giro", ribatté lui evasivo.

"Si starebbe bene lì ", continuò lei. "Sai, quando camminavo lassù, mi sentivo tanto male per gli uomini. Perché hanno sbagliato una volta... e adesso non possono più tornare dov'erano prima. Era così bello... probabilmente".

"Un errore? No, questo è il più grave dei delitti", le rispose il musicista con fare serio. "Distruggere il mondo intero, uccidere sei miliardi di persone tu lo chiami un errore?"

"Comunque... possibile che noi due non meritiamo il perdono? Tutti lo meritano. Ciascuno deve poter avere l'opportunità di trasformare se stesso e trasformare tutto, riprovare da capo, ancora una volta, anche se fosse l'ultima", rimase un attimo in silenzio. "In ogni caso, avrei tanto voluto vedere com'era, là sopra... Prima non mi interessava. Prima avevo solo paura e mi sembrava mostruoso. Ma a quanto pare devo essere salita nel posto sbagliato. È così stupido... la città lassù è come la mia vita di prima. Non c'è futuro. Solo ricordi, e quel che è peggio... solo fantasmi. Ho capito qualcosa di molto importante mentre ero là, sai...", Sasha si bloccò, esitante. "La speranza è come il sangue. Finché ti scorre nelle vene, sei vivo. Io voglio sperare".

"E perché nella Città di Smeraldo?", le chiese il musicista.

"Voglio vedere, sentire com'era vivere prima... eppure l'hai detto tu stesso... là, probabilmente, gli uomini sono davvero diversi. Gli uomini che non hanno dimenticato il passato e per i quali ci sarà un futuro, devono essere diversissimi..."

Camminarono senza fretta per la sala della Dobryninskaya, sotto lo sguardo vigile delle guardie. Omero li aveva lasciati soli, chiaramente malvolentieri, per dirigersi dal capitano nella stazione ed era stato trattenuto. Hunter, invece, non si era ancora fatto vivo.

Nei tratti della sala di marmo Dobryninskaya Sasha vide degli indizi: i grandi archi ricoperti, che portavano ai binari, si alternavano ad archi più piccoli, decorativi, chiusi. Grande, piccolo, di nuovo grande, di nuovo piccolo. Come se si tenessero per mano un uomo e una donna, un uomo e una donna... e a lei faceva venire voglia di mettere la mano in quella grande e forte di un uomo. Ripararsi, anche solo per un po'.

"Anche qui si può costruire una nuova vita", disse Leonid, strizzando l'occhio alla ragazza. "Non bisogna per forza di cose andare da qualche parte, cercare qualcosa... basta guardarsi intorno".

"E cosa dovrei vedere?"

"Me", abbassò gli occhi con modestia studiata.

"Ti ho già visto. E sentito", gli rispose alla fine Sasha con un sorriso. "Mi piace molto la musica, come a tutti gli altri... Non ti servono le tue cartucce? Ne hai date tante per farci arrivare qui".

"Mi servono solo per il cibo. Ma ne ho sempre a sufficienza. È stupido suonare per denaro".

"E allora per cosa suoni?"

"Per la musica", fece un sorriso. "Per la gente. Anzi no, non è questo. È per quello che la musica fa agli uomini".

"E cosa fa?"

"In generale, tutto quello che vuoi", Leonid era tornato serio. "C'è quella che fa amare e quella che fa piangere a dirotto".

"E quella che hai suonato l'altra volta", Sasha lo guardava sospettosa. "Quella senza titolo. Che cosa fa fare?"

"Questa qui?", fischiettò le prime note "Questa non fa niente. Placa solo il dolore".


* * *


"Ehi, vecchio!"

Omero chiuse il quaderno e si dimenò sulla panca di legno scomoda. La persona di servizio troneggiava da uno stanzino angusto, quasi tutto lo spazio interno era occupato da tre vecchi telefoni neri senza pulsanti e dischi. Su uno degli apparecchi c'era una lucina rossa che lampeggiava.

"Andrey Andreevich si è liberato. Ha due minuti per te, quando entri non cincischiare con le parole, vai dritto al punto", lo istruì severamente il vecchio l'uomo di servizio.

"Due minuti non bastano", sospirò Omero.

"Io ti ho avvisato", alzò le spalle quello.

Anche cinque non sarebbero bastati: era chiaro che il vecchio non sapeva da dove cominciare, come finire, cosa chiedere, cosa domandare, ma non aveva nessuno a cui rivolgersi se non il comandante della Dobryninskaya.

Però Andrey Andreevich, un uomo grasso e florido, tutto sudato e incollerito, con la giubba dell'uniforme sbilenca, non lo rimase ad ascoltare a lungo.

"Cos'è, non capisci?! Adesso ci sono cause di forza maggiore, otto uomini sono caduti e tu mi parli di un'epidemia! No, qui non c'è niente! È tutto, basta farmi perdere tempo! O te ne vai da qui da solo..."

Come un capodoglio che emerge dall'acqua, il capitano sollevò in alto la sua ciccia, e per poco non fece rovesciare il tavolo al quale era seduto. L'uomo di servizio sbirciò con aria interrogativa nell'ufficio. Omero si alzò sbigottito dalla sedia stretta e dura per i visitatori.

"Da solo. Ma allora perché avete mandato un esercito alla Serpukhovskaya?"

"Che cosa stai dicendo?!"

"In stazione dicono..."

"Cosa dicono? Cosa dicono?! Sai, cosa... che tu non vieni qui a seminare il panico... Pash, portalo in gabbia".

In un batter d'occhio Omero fu buttato fuori nell'anticamera. Alternando i tentativi di persuasione con i pugni in faccia, la guardia trascinò il vecchio che si impuntava in un corridoio laterale stretto.

Con due ceffoni fece saltare il respiratore a Omero. Lui tentava di trattenere il respiro, ma comunque lo colpirono allo stomaco e con grande sforzo cominciò a tossire. Il capodoglio fece capolino sulla soglia del suo bugigattolo, riempiendo con il suo corpo tutto il vano della porta.

"Vattene ora, poi regoliamo i conti... e tu chi sei? Quello della registrazione?", ruggì al visitatore successivo.

Omero riuscì ancora a rivolgersi verso l'altro visitatore.


A tre passi da lui, con le braccia incrociate sul petto, c'era Hunter, immobile. Vestito con l'uniforme stretta di qualcun altro, il visto nascosto nell'ombra della visiera sollevata del suo casco, a quanto pareva non aveva riconosciuto il vecchio e non aveva intenzione di immischiarsi. Omero si aspettava che fosse tutto imbrattato di sangue come un macellaio, ma l'unica macchia color porpora sull'abito del brigadiere era il livido della sua ferita. Fissando il suo sguardo di pietra sul comandante della stazione, Hunter si avvicinò a lui lentamente, come se intendesse entrare in ufficio passando proprio attraverso il suo corpo.

L'altro rimase di stucco, prese a brontolare, cominciò a indietreggiare liberando il passaggio. Il carceriere, con Omero tra le braccia, aspettava che si misurassero. Hunter seguì il grassone all'interno, lasciando che si allontanasse. Con un ruggito leonino gli fece abbassare la cresta e lo ridusse al silenzio. Poi passò a un sussurro imperioso.

Lasciato il vecchio, l'uomo di servizio si avvicinò alla porta e fece un passo oltre la soglia. Un attimo dopo uscì da lì con un torrente di imprecazioni turpi; la voce del comandante della stazione era alta, quasi uno strillo.

Verso la fine gridò: "Lascia andare questo provocatore", come se fosse sotto ipnosi e ripetesse l'ordine impartito da un'altra persona.

L'uomo di servizio, rosso, accostò la porta dietro di sé, si trascinò al proprio posto accanto all'ingresso e si immerse nella lettura di un bollettino stampato su carta da imballaggio. Quando Omero passò con decisione accanto al tavolo diretto all'ufficio del comandate, quello sembrò immergersi con intensità maggiore nel suo giornaletto, dimostrando che d'ora in avanti, qualunque cosa gli fosse successa non era più un problema suo.

E solo allora, guardando con aria vittoriosa il guardiano che copriva la propria vergogna con dei foglietti di giornale, Omero riuscì a distinguere come si deve anche i suoi telefoni. Su quello che lampeggiava in continuazione c'era attaccato un pezzetto di cerotto bianco-sporco, in cima al quale con una penna a sfera blu qualcuno aveva scritto un'unica parola...

"Tulskaya".


"Manteniamo i contatti con l'Ordine". Sudato, il comandante della Dobryninskaya stringeva il pugno, ma non aveva perso l'abitudine si sollevare gli occhi sul brigadiere. "Di questa operazione nessuno ci ha avvertiti. Non posso prendere questa decisione da solo".

"Allora telefonate alla Centrale", disse lui. "Avete tempo per trovare un accordo. Ma poco".

"Non ci daranno la loro approvazione. Questo mette in pericolo la stabilità dell'Hansa... Cos'è, non sa che per l'Hansa è più importante di tutto? Ma abbiamo tutto sotto controllo".

"Al diavolo la stabilità! Se non prendiamo delle misure..."

"La situazione è stabile, non capisco cosa c'è che non vi soddisfa", scosse il capo pesante Andrey Andreevich. "Tutte le uscite sono sotto tiro. Non passa nemmeno un topo. Su, aspettiamo che la situazione si risolva da sola".

"Non si risolverà niente da solo!", ruggì Hunter. "Aspettate solo che qualcuno ne esca o passi dalla superficie o trovi la via indiretta. Bisogna ripulire la stazione! Bisogna seguire tutte le istruzioni!Non capisco perché non l'abbiate fatto fino a questo punto!"

"Ma là possono esserci anche persone sane. Come la pensa? Che devo ordinare ai miei ragazzi di distruggere e bruciare tutta la Tulskaya? E il treno con i settanti? Forse anche la Serpukhovskaya? Tanto per metà sono troie all'ingrasso e bambini nati fuori dal matrimonio... No, sappiatelo! Siamo comunque fascisti. À la guerre comme à la guerre, ma questo... sgozzare i malati... perfino quando c'era l'afta epizootica alla Belorusskaya, e i suini se ne andavano in ogni angolo: quelli infetti erano morti, ma quelli in salute erano vivi, non si possono ammazzare tutti di botte".

"Una cosa sono i maiali, una cosa gli uomini", disse il brigadiere con voce priva di inflessione.

"No, no", il direttore scosse nuovamente la testa, schizzando sudore. "Così non posso. È disumano... mi resterà sempre sulla coscienza. E io... perché a me? Per sognarmelo dopo?"

"Ma non starà a lei direttamente. Per queste cose ci sono uomini che non fanno sogni. Ci permetta solo di passare per la sua stazione. E basta".

"Ho mandato un delegato alla Polis per sapere quanti sono i vaccini", Andrey Andreevich si asciugò il sudore con la manica. "C'è la speranza che..."

"Non c'è nessun vaccino. Non c'è nessuna speranza! Basta nascondere la testa sotto la sabbia! Perché qui non ci sono i servizi sanitari della Centrale?! Perché si rifiuta di telefonare e chiedere di avere carta bianca per il passaggio della schiera dell'Ordine?"

Il comandate tacque ostinatamente. Provò senza motivo a chiudere i bottini della giubba stringendoli fra le dita scivolose, poi lasciò stare. Si avvicinò alla credenza scrostata, si versò un bicchierino di liquore odoroso e lo inghiottì d'un fiato.

"Così non l'avete comunicato...", indovinò Hunter. "Fino a questo punto non lo sanno. Nella stazione accanto alla vostra c'è un'epidemia e loro non ne sanno niente..."

"Rispondo di testa mia", disse lui con voce rauca. "L'epidemia della stazione vicina significa il ritiro dal servizio. L'ho permesso... non ho preso provvedimenti per prevenirlo... ho creato una minaccia per la stabilità dell'Hansa".

"In quella attigua? Alla Serpukhovskaya?!"

"Finora là è tutto tranquillo, ma me ne sono accorto troppo tardi... non ho reagito in tempo. Come potevo sapere..."

"E come si spiega tutto questo? Un esercito in una stazione indipendente? Il blocco delle gallerie?"
"Banditi... ribelli. Ce ne sono ovunque. Niente di particolare".

"E adesso è già tardi per accorgersene...", scosse il capo il brigadiere.

"Questo non è un ritiro dal servizio", Andrey Andreevich si riempì e rovesciò un altro bicchierino "È già la misura più alta".

"E adesso?"

"Aspetto", il direttore si lasciò andare sul tavolo. "Aspetto. Se per caso...?"
"Perché non rispondete alle loro telefonate?", intervenne Omero. "Avete il telefono che strilla, chiamano dalla Tulskaya. O sbaglio?"

"Non strilla", rispose quello con voce spenta. "Ho staccato la suoneria. C'è solo la lucina accesa. Finché è accesa, sono ancora vivi".

"Perché non rispondete?!", ripeté con rabbia il vecchio.

"E che cosa devo dirgli? Di aver pazienza? Che guariranno presto? Che gli aiuti sono in arrivo?! Di spararsi una pallottola in fronte? Mi è bastato parlare con i profughi!", il comandante andò su tutte le furie.

"Ora taci", gli ordinò Hunter a bassa voce. "E ascolta. Torno con un distaccamento tra ventiquattro ore. Mi devono far passare senza ostacoli da tutti i posti di blocco. La Serpukhovskaya rimarrà chiusa. Passiamo alla Tulskaya e la puliamo. Se serve, puliamo anche la Serpukhovskaya. Simuliamo una piccola guerra. La Centrale può anche rimanere all'oscuro. Tu non dovrai fare altro. Io da solo... ripristino la stabilità".

Il comandante, spossato, afflosciato come la camera d'aria di una bicicletta buca, annuì fiaccamente. Si versò ancora del liquore, lo annusò e, prima di berlo, chiese piano:

"Tu avrai le braccia insanguinate fino ai gomiti. Non ti fa paura?"
"Il sangue si lava via facilmente con l'acqua fredda", gli disse il brigadiere.


Quando se ne andarono dall'ufficio, Andrey Andreevich prese un po' d'aria, chiamò con voce tonante l'uomo di servizio. Quello si precipitò dentro e fece sbattere rumorosamente la porta alle proprie spalle. Rimanendo un po' dietro a Hunter, il vecchio si piegò sotto lo scrittoio, prese la cornetta nera dall'apparecchio più importante, la avvicinò all'orecchio.

"Pronto! Pronto! Vi ascolto", bisbigliò forte nella griglia del microfono.

Silenzio. Non sordo, come se fosse stato tagliato il cavo, ma rimbombante, come se dall'altra parte la cornetta fosse sollevata, ma non ci fosse nessuno a rispondere a Omero. Come se qualcuno avesse aspettato tanto a lungo che rispondessero al telefono, ma non avesse atteso abbastanza. Come se la seconda cornetta adesso trasportasse la voce deformata del vecchio all'orecchio di un morto.

Hunter lo guardò male dalla soglia e lui, dopo aver rimesso attentamente ogni cosa al suo posto, lo seguì docilmente.


* * *


"Popov! Popov! Sveglia! Alzati, presto!"

Sbattendo le palpebre, la torcia potente del comandante gli feriva le pupille e gli mandava a fuoco il cervello. Una mano forte lo scuoteva per la spalla, poi diedero una manata sulla guancia mal rasata di Artyom. Quasi graffiandosi gli occhi, sfregandosi la guancia bruciante, Artyom cadde giù dalla branda sul pavimento e si raddrizzò, facendo il saluto militare.

"Dove sono le armi? Prendi un mitra, presto, seguimi!" Sonnecchiavano, ovviamente, dritti nei pantaloni e con tutta la divisa militare. Dopo aver svoltolato lo straccio che conteneva il kalashnikov e che di notte serviva come cuscino, Artyom, ancora barcollante, si mise in marcia dietro al comandante. Quanto era riuscito a dormire? Un'ora? Due? Gli rimbombava la testa e aveva la gola riarsa.

"Si comincia", da sopra la spalla il comandante gli alitò in viso.

"Cosa comincia?", chiese lui spaventato.

"Adesso lo vedi... prendi anche un altro caricatore. Ti servirà".

La Tulskaya era ariosa, priva di colonne, sembrava semplicemente la sommità di una galleria spaziosa ed era quasi tutta avvolta nell'oscurità. In alcuni posti si agitavano convulsamente dei deboli fasci di luce; in essi non c'era nessun sistema di trasferimento, nessun senso, come se i fari fossero nelle mani di bambini troppo piccoli o scimmie. Ma dove potevano arrivare delle scimmie?

Dormiva ancora, ma si mise a controllare il mitra in maniera febbrile. A quel punto Artyom capì cosa fosse successo. Non avevano retto! Oppure non era ancora troppo tardi?

Usciti dalla garitta, si unirono a lui altri due militari, occhi gonfi, voci roche, fra il sonno e la veglia. Il comandante raccolse per strada tutti i restanti, tutti quelli che riuscivano a stare in piedi e a imbracciare le armi. Anche coloro che tossivano già.

Nell'aria pesante, viziata, si diffondeva un grido strano, minaccioso. Non un urlo, non un lamento, non un ordine... il gemito di centinaia di gole fuse insieme: sofferente, pieno di disperazione, di orrore. Un gemito incorniciato dal tintinnio e dallo stridore del ferro, che giungeva in contemporanea da due, tre, dieci posti.

La piattaforma era ingombra di tende squarciate e cascanti, garitte capovolte, assemblate con fogli di metallo, pezzi del rivestimento di vagoni, banchi da mercato di compensato con suppellettili abbandonate... il comandante divideva gli ammassi di vecchiume come una nave rompighiaccio che si fa strada verso la banchisa, camminava avanti a tutti e nella sua scia si succedevano Artyom e altri due uomini.

Dall'ombra sul lato destro uscì un convoglio: la luce in entrambi i vagoni si accese, le porte aperte erano barricate con pezzi di assi, mentre all'interno... oltre le pareti scure c'era una massa umana spaventosa, che ribolliva e cuoceva. Decine di mani, che si aggrappavano alle sbarre dei fragili steccati, dondolavano, si scuotevano, rimbombavano. I mitragliatori che indossavano le maschere antigas erano posizionati a ognuno dei passaggi e di tanto in tanto saltellavano davanti alle bocche nere spalancate delle porte aperte, tenevano il calcio, ma non osavano né colpire né sparare. Al contrario, in altri posti le guardie cercavano di parlare, di fare pace con il mare di creature umane che erano state ficcate nella scatoletta di ferro.

Le persone in quei vagoni erano ancora in grado di capire qualcosa?

Li avevano messi nel convoglio perché cominciavano a scappare dai reparti speciali delle gallerie e perché avevano cominciato a diventare troppi, più di quelli sani.

Il comandante passò accanto al primo vagone, poi al secondo e finalmente Artyom vide dove stavano andando così di fretta. L'ultima porta, ecco dove si era aperto l'ascesso. Dal vagone sgusciavano fuori strane creature, che si reggevano in piedi a fatica, mutilate dagli edemi sul volto fino a essere irriconoscibili, con braccia e gambe gonfie, ingrassate malamente. A quel punto nessuno riusciva più a correre: tutti i mitragliatori liberi erano puntati contro le porte.

Superato il blocco, il comandante si fece avanti.

"Ordino a tutti i pazienti di tornare immediatamente al loro posto!", tolse la stechkin dalla fondina da ufficiale della cintura.

Era difficile che gli infetti si avvicinassero a lui, con alcuni colpi sollevò la testa pesante gonfia, si leccò le labbra screpolate.

"Perché vi comportate così con noi?"

"Sapete che siete stati colpiti da un virus sconosciuto. Cerchiamo una medicina... dovete solo aspettare ancora un po'".

"Voi cercate la medicina", gli fece il verso un malato. "Ridicolo".

"Tornate immediatamente nel vagone". Il comandante fece scattare la sicura con aria compiaciuta. "Conto fino a dieci, poi apro il fuoco fino alla resa. Uno..."

"È solo che non volete toglierci la speranza, per manovrarci in qualche modo. Mentre non crepiamo per conto nostro..."

"Due".

"Non ci portano acqua già da ventiquattro ore. Perché dar da bere ai condannati a morte..."

"Le guardie hanno paura di avvicinarsi alle inferriate. Due sono state contagiate così. Tre".

"I vagoni sono già pieni di cadaveri. Camminiamo sui volti umani. Sai come scricchiola un naso? Se è di un bambino poi..."

"Non abbiamo un posto dove metterli. Non possiamo bruciarli. Quattro".

"E lì è tanto stretto che i morti continuano a stare a fianco dei vivi. Spalla a spalla".

"Cinque".

"Dio, sparatemi! Io lo so che la medicina non c'è. Morirò presto. Almeno non sentirò più le viscere mi si riducono a carta smerigliata, e poi si bagnano di alcol..."

"Sei".

"E si infiammano. Come se nella mia testa ci fossero dei vermi che da dentro mi mangiano a pezzi non solo il cervello, ma anche l'anima... Gnam, gnam, crunch, crunch, crunch..."

"Sette!"

"Idiota! Lasciaci andare da qui! Facci morire da uomini! Perché pensi di avere il diritto di istigarci così? Lo sai che anche tu probabilmente sei già..."

"Otto! È tutto per la sicurezza. Perché gli altri sopravvivano. Sono pronto a morire io stesso, ma nessuno di voi, carogne impestate, nessuno se ne andrà di qui. Pronti!"

Artyom sollevò il mitra, puntò il mirino sul più vicino nei malati... Dio, sembrava una donna... sotto la canottiera, raggrumata con la scabbia marroncina, sporgevano i seni gonfi. Sbatté le palpebre puntò la canna su un vecchio vacillante. La folla di mostri cominciò a mormorare, si spostò prima indietro, provando ad accalcarsi di nuovo oltre le porte, ma già non potevano più: dal vagone incalzava il pus fresco di contagiati sempre nuovi, che gridavano, piangevano.

"Sadico... che cosa fai?! Tu sei dalla parte dei vivi adesso... noi per te non siamo zombi!"
"Nove!", la voce del comandante si abbassò fino a sbiadire.

"Liberaci e basta", gridò con grande sforzo il malato, tendendogli la mano, come un direttore d'orchestra per vivacizzare la folla, che si muoveva assecondando ogni cenno delle sue dita.

"Fuoco!".


* * *


Gli uomini cominciarono subito ad affluire verso di lui, Leonid doveva solo posare le labbra sullo strumento. Furono sufficienti le prime note di prova, sporche, perché le persone che si erano raccolte cominciassero a sorridere in cenno di approvazione, ad applaudire in modo incoraggiante; quando la sua voce si rafforzò, i volti degli ascoltatori si trasformarono. Sembrava che si liberassero dalla sporcizia.

A Sasha questa volta era riservato un posto speciale, accanto al musicista. Adesso decine di occhi erano puntati non solo su Leonid, una parte degli sguardi rapiti cadeva anche su di lei. All'inizio la ragazza si sentiva in imbarazzo: non meritava la loro attenzione e la loro benevolenza, poi la melodia la sollevò dal pavimento di granito e la trasportò con sé, distogliendola da ciò che la circondava, come un buon libro sa rapire e far dimenticare tutto, raccontando a qualcuno una storia.

Si diffuse di nuovo quella stessa melodia: la sua, quella senza titolo. Con quella Leonid cominciava e finiva ogni sua esibizione. Sapeva spianare le rughe, togliere la polvere dagli occhi vitrei e accendere dei piccoli lumini nel pubblico. Anche se Sasha la conosceva già, Leonid apriva in lei delle porticine segrete, trovando nuove armonie, mentre la musica trovava una risonanza nuova... come se avesse guardato il cielo molto a lungo e, improvvisamente, negli spazi liberi dalle nuvole bianche, in un attimo si fosse aperto un orizzonte sconfinato di un verde fresco.


In quel momento avvertì la scossa. Sconcertata, tornò prima del tempo sotto terra. Eccolo... sovrastava la folla di una testa intera, e lì dietro gli altri ascoltatori, c'era Hunter con il mento alzato. Il suo sguardo, pungente, meccanico, era fisso su di lei, e se per un attimo aveva lasciato la presa, era solo per lanciare un'occhiata anche al musicista. Quello non prestava attenzione al rasato, o se non altro non dava l'impressione che qualcosa potesse interferire con la sua esibizione.

Che strano, Hunter non se ne andò, non fece nemmeno il gesto di prenderla con sé o di interrompere il musicista. Solo dopo aver pazientato fino all'ultimo accordo, si spostò all'indietro e si dileguò. Lasciando subito Leonid, Sasha si intrufolò fra la folla per non perdere il rasato.

Quello si fermò poco lontano, vicino alla panca dov'era seduto Omero, piegato.

"Hai sentito tutto", disse con voce roca. "Me ne vado. Vieni con me?"
"Dove?", il vecchio fece un debole sorriso alla ragazzina che gli andava incontro. "Lei sa tutto", spiegò al rasato.

Hunter fissò Sasha ancora una volta, poi fece un cenno di saluto, senza dirle nemmeno una parola.

"Non è lontano da qui", piegò la testa rivolgendosi al vecchio. "Ma io... non voglio rimanere solo".

"Prendi me", decise Sasha.

Il rasato fece un respiro rumoroso, chiudendo e riaprendo le dita.

"Grazie per il coltello", disse alla fine, "mi è stato molto utile".

La ragazza indietreggiò, ferita, ma comunque non si perse d'animo.

"Sta a te decidere che cosa fare con un coltello", ribatté.

"Non ho avuto scelta".

"Adesso ce l'hai", si morse il labbro inferiore, accigliata.

"Nemmeno adesso ho scelta. Se lo sai, allora devi capire. Se davvero..."

"Capire cosa?!"

"Com'è importante arrivare alla Tulskaya. Com'è importante per me... al più presto..."

Sasha vedeva che gli tremavano debolmente le dita, mentre la macchia scura sulla spalla si allargava; cominciò ad avere paura di quest'uomo, ma ancora di più, ad avere paura per lui.

"Devi fermarti", lo implorò dolcemente.

"È escluso", tagliò corto lui. "Non importa chi lo farà, perché non io?"

"Perché ti ucciderai", la ragazza gli sfiorò con cautela la mano, lui diede uno strattone, come se l'avesse morso.

"Devo. Qui decidono tutto con i piedi. Se rallentiamo ancora, ucciderò tutta la Metro".

"E se ci fosse un'altra possibilità? Se ci fosse una cura? Se non ti andasse bene?..."

"Quante volte devo ripeterlo... Non c'è nessun rimedio per sconfiggere questa febbre! Altrimenti io... sarei..."

"Cos'avresti scelto?"; Sasha non lo lasciava andare.

"Non c'è scelta!", il rasato le lasciò la mano. "Andiamo!", abbaiò al vecchio.

"Perché non vuoi portarmi con te?!", gridò lei.

"Ho paura", lo disse a bassa voce, quasi sussurrando, in modo che nessuno oltre a Sasha potesse sentirlo.


Si voltò e andò avanti, quasi brontolando al vecchio per dire che da lì all'uscita c'erano dieci minuti.

"Sbaglio o qui c'è qualcuno con la febbre?", chiese una voce dietro la schiena di Sasha.

"Cosa?!", si voltò e si scontrò con Leonid.

"Mi è sembrato di sentirvi parlare di febbre", sorrise con aria innocente.

"Ti è sembrato di sentire", in quel momento non aveva niente da discutere con lui.

"E io pensavo che i pettegolezzi alla fine si fossero rivelati veri", disse lui pensieroso, come se parlasse da solo.

"Quali?", Sasha si accigliò.

"Sulla quarantena alla Serpukhovskaya. Su una malattia che si dice incurabile. Su un'epidemia...", la guardò attentamente, per cogliere ogni movimento delle sue labbra, delle sopracciglia.

"E hai origliato per molto?!", lei diventò rossa.

"Non lo faccio mai apposta. È solo orecchio musicale". Aprì le braccia.

"È un mio amico", spiegò lei a Leonid, facendo un cenno verso Hunter.

"Sciccoso", ribatté lui confuso.

"Perché hai detto che si dice incurabile?"

"Sasha!", Omero si alzò dalla panca, senza distogliere lo sguardo diffidente dal musicista. "Puoi venire? Dobbiamo decidere cosa fare..."
"Ci scusate un secondo?", lui scacciò il vecchio con un sorriso cortese, si fece da parte e fece cenno alla ragazza di seguirlo.

Sasha si avvicinò a lui con un po' di incertezza; non riusciva a non pensare che il combattimento con il rasato non fosse ancora perso, che, se non avesse ceduto adesso, Hunter non avrebbe avuto il coraggio di scacciarla di nuovo. Che potesse ancora aiutarlo, anche se non aveva la più pallida idea di come fare.

"E se avessi sentito parlare dell'epidemia molto prima di te?", le sussurrò Leonid. "E se questa non fosse la prima ondata di quella malattia? E se ci fosse qualche pillola magica?", il musicista la guardava negli occhi.

"Ma lui dice che non c'è rimedio. Che devono tutti...", balbettò Sasha.

"Morire?", finì per lei Leonid. "Lui... è questo il tuo fantastico amico? Allora non mi meraviglio. Non è la parola di un ragazzo, ma di un medico laureato".

"Vuoi dire..."

"Voglio dire", il musicista mise una mano sulla spalla di Sasha, chinandosi su di lei e soffiandole leggermente nell'orecchio "Che la malattia si cura. C'è un metodo".