2034 – Cap. 13

Capitolo tredici

Una storia


La prese per mano, aiutandola ad alzarsi e la trascinò a sé. Poi, come se se ci avesse ripensato, si staccò. Sasha non gli vedeva gli occhi, nascosti dallo speciale vetro affumicato.

"Non rimanere indietro! Farà buio presto, dobbiamo sbrigarci ad andarcene da qui", disse parlando con voce nasale attraverso il filtro.

E così, senza guardarla, andò avanti precipitosamente.

"Hunter!", gli gridò la ragazza, che si sforzava di riconoscere il suo salvatore attraverso le finestrelle appannate della maschera antigas.

Quello fece finta di nulla, come se non l'avesse sentita e a Sasha non rimaneva altro da fare se non correre a rotta di collo dietro di lui. Era indubbio che si fosse comportato male con lei: per la terza volta di fila aveva dato una mano a una ragazza stupida. Ma era salito fino a lì, era salito per Sasha, quali che potessero essere a quel punto i suoi dubbi...

Il rasato non si avvicinò nemmeno un po' alla tana che Sasha aveva oltrepassato per uscire dalla Metro, conosceva altre vie. Svoltò a sinistra dalla strada principale, si tuffò sotto un arco, passò oltre gli scheletri di ferro arrugginiti di scatole piatte, simili a chioschi in miniatura, con uno sparo spaventò un'ombra poco chiara e si fermò accanto a una piccola garitta di mattoni, con le finestre ampiamente distrutte. Girò la chiave in una serratura massiccia che penzolava dalla porta. Un rifugio? No, la garitta sembrava fatta di zinco; oltre la porta, una scala di cemento scendeva in profondità zigzagando.

Richiudendo lo stesso chiavistello da dentro, accese il faro e cominciò a scendere. Le pareti, dipinte di bianco e verde, erano scrostate dal tempo e ricoperte di nomi e date: entrata-uscita, entrata-uscita... anche il salvatore di Sasha scrisse qualche parola illeggibile. Probabilmente, tutti coloro che usavano il passaggio segreto per salire in superficie dovevano scrivere qui quando se n'erano andati e quando erano tornati. Solo che sotto molti nomi non c'era la data del ritorno.

La discesa si interruppe più in fretta di quanto Sasha si sarebbe aspettata: anche se i gradini scendevano ancora più giù, il rasato si soffermò accanto a una porta di ghisa poco vistosa, bussò con il pugno e dopo pochi secondi dall'altra parte stridette una serratura. Aprì un uomo scarmigliato con la barbetta rada, che portava calzoni azzurri con le ginocchia strappate.

"E questo chi è?", chiese perplesso.

"L'ho raccolto all'Anello", tuonò Hunter, "Per poco non lo sbranavano gli uccelli, sono riuscito per un pelo con il bazooka. Ehi, ragazzino, come sei arrivato qui?"

Lui si levò il cappuccio, si tolse la maschera antigas...

Davanti a Sasha c'era un uomo sconosciuto. Riccio, con i capelli fulvi e gli occhi grigiastri, il naso schiacciato, come se fosse rotto. Lei cercava di giustificarsi e di capire cosa l'avesse tratta in inganno quando le era sembrato che lui fosse troppo agile per essere ferito, che l'andatura non era animalesca quanto la sua, che l’abbigliamento era diverso...

Le mancò il respiro e anche lei si tolse la maschera.


Un quarto d'ora dopo Sasha era già oltre la linea di confine dell'Hansa.

"Scusa, senza documenti non posso lasciarti qui". Nella voce del suo salvatore traspariva un sincero dispiacere. "Forse stasera, è più... Beh, vai nel passaggio?"

Lei dondolò la testa in silenzio e sorrise.

Dove allora?
Da lui? Di corsa!

Sasha non riusciva a portare rancore ad Hunter per non averla salvata questa volta... aveva in serbo una cosa che non voleva rimandare a dopo.

I suoni freschi e allettanti della musica miracolosa riuscirono a raggiungerla anche attraverso la cagnara umana, il fruscio delle scarpe e le grida dei venditori. Sembrava che fosse la stessa melodia che l'aveva affascinata il giorno prima. Andandole incontro, a Sasha sembrava di intrufolarsi di nuovo in quel vano che emanava un chiarore ultraterreno... ma dove l'avrebbe portata questa volta?

Il musicista era attorniato da un cerchio compatto di decine di ascoltatori. A Sasha toccò girare prima che la folla la ammettesse nel cerchio vuoto. La melodia trascinava queste persone e le teneva a distanza, come se anche loro volassero nella luce, ma temessero di scottarsi.

Sasha non aveva paura.

Era giovane, snello e sorprendentemente bravo. Forse un po' esile, il suo viso curato mancava di freschezza, i suoi occhi verdi non sembravano ingenui. I capelli scuri, anche se non erano corti, erano ben lisciati. L'abbigliamento poco vistoso lo faceva risaltare nella massa uniforme della Paveletskaya.

Il suo strumento somigliava in parte a uno zufolo per bambini, di quelli fatti con i tubi di plastica d'isolamento, ma era grande e nero, con i tasti di rame, era anche solenne e, evidentemente, molto caro. I suoni che il musicista riusciva a trarne appartenevano a un mondo completamente diverso, a un altro tempo. Come quello strumento... come il suo padrone.

Catturò lo sguardo di Sasha dal primo momento, lo lasciò andare per poi catturarlo di nuovo. Lei si imbarazzò: anche se non le dispiaceva la sua attenzione, era arrivata lì per la sua musica.


"Grazie a Dio! Ti ho trovata..."

Omero le andava incontro trafelato, coperto di sudore.

"Come sta?", chiese subito Sasha.

"Forse...", cominciò lui, si fermò bruscamente e finì in un altro modo "È sparito".

"Cosa? Dove?!", era come se qualcuno le avesse dato un pugno all'altezza del cuore.

"Andato. Ha preso tutte le sue cose e se n'è andato. Bisogna pensare, alla Dobryninskaya..."

"Non ha lasciato niente?", domandò lei, indovinando fra sé la risposta che le avrebbe dato Omero.

"Niente del tutto", confermò il vecchio.

Le altre persone, sdegnate, li zittirono e Omero si placò, ascoltando la melodia e guardando con sospetto ora il musicista, ora la ragazza. Invano: lei pensava a tutt'altro.

Pensava che Hunter l'avesse scacciata e si fosse affrettato a scappare. Ma Sasha già cominciava a comprendere le strane regole che lui seguiva. Se il rasato aveva davvero preso tutte le sue cose, davvero tutte... significava che voleva solo che lei fosse più tenace, che non abbandonasse il cammino, voleva che lo cercasse. E lei l'avrebbe fatto, l'avrebbe fatto comunque. Se solo...

"E il coltello?", chiese al vecchio. "Ha preso con sé il mio coltello? Quello nero?"

"Nella tenda non c'è", scosse le spalle lui.

"Significa che l'ha preso!"

Per Sasha anche questo segno di poco conto era più che sufficiente.


* * *


Il flautista era indubbiamente talentuoso e aveva piena padronanza della sua arte, come se solo il giorno prima avesse suonato al conservatorio. Nell'astuccio del suo strumento, spalancato per le donazioni, c'erano abbastanza cartucce da poter dar da mangiare a una piccola stazione, oppure per trucidarne tutta la popolazione. Ecco cosa vuol dire la fama, pensò Omero con un sorrisetto triste.

Il vecchio percepiva nella melodia qualcosa di vagamente familiare, ma per quanto cercasse di ricordare dove potesse averla sentita (forse in un vecchio cinema? In un concerto per radio?) non riuscì a trovare la risposta. Nella melodia c'era qualcosa di insolito, che di tanto in tanto si sintonizzava con i pensieri, l'ascoltatore non poteva distrarsi; si sentiva costretto ad ascoltare fino alla fine, poi applaudire il musicista, finché non si metteva a suonare di nuovo.

Prokofiev? Shostakovich? Comunque Omero aveva una conoscenza troppo limitata della musica per riuscire a indovinare chi l'avesse composta. Ma a prescindere da chi fosse l'autore delle note, il flautista non solo le suonava, ma le riempiva di nuovi suoni e nuovo senso, rendendole vive. Talento. Talento, e per averlo Omero era pronto a perdonare al ragazzo gli sguardi stuzzicanti che rivolgeva a Sasha.

Quindi era ora di allontanare la ragazzina.

Il vecchio aspettò che la musica si interrompesse e che il flautista si dedicasse al pubblico che lo applaudiva, poi prese Sasha per la tuta umida, che ancora odorava di cloruro di calcio, e la trascinò fuori.

"Le cose sono pronte. Io lo seguo", fece una pausa.

"Anch'io", disse velocemente la ragazza.

"Capisci in cosa ti stai immischiando?", chiese Omero a bassa voce.

"So tutto. Ho origliato", lo guardava con aria di sfida. "Un'epidemia, no? E lui vuole arrostirli tutti. Vivi e morti. Tutta la stazione". Sasha non distolse lo sguardo.

"E perché vuoi avere a che fare con un uomo simile?", il vecchio era molto interessato alla cosa.

Sasha non rispose e per un po' di tempo passeggiarono fianco a fianco in silenzio, finché non arrivarono in un angolo della sala completamente privo di gente.

"Mio padre è morto. Per me, è colpa mia. E io ormai non posso fare più nulla perché torni in vita. Ma là ci sono delle persone che sono ancora vive. Che si possono ancora salvare. E devo provarci. Glielo devo", disse infine, lenta e goffa.

"Salvarli da chi? Da cosa? La malattia è inguaribile, hai sentito", rispose amaramente il vecchio.

"Dal tuo amico. È più spaventoso di qualunque malattia. Più mortale", sussurrò la ragazzina. "Le malattie lasciano comunque una speranza. Qualcuno si riprende sempre. Uno su mille".

"In che modo? Perché pensi di poterlo fare?", Omero la guardò attentamente.

"Mi è già capitato", rispose lei titubante.

Non stava forse sopravvalutando le proprie forze, quella ragazzina? Non si stava forse ingannando, attribuendo al brigadiere insensibile e spietato dei sentimenti? Omero non voleva scoraggiare Sasha, ma era meglio metterla subito in guardia.

"Sai che cosa ho trovato nella sua tenda?", il vecchio estrasse con cautela dalla tasca il portacipria distrutto e lo porse a Sasha. "Sei stata tu a ridurlo così?"

"No", scosse la testa.

"Significa che è stato Hunter..."

La ragazza aprì lentamente la scatoletta e vide il proprio riflesso in una scheggia di vetro. Immersa nei suoi pensieri, ricordò l'ultimo dialogo con il rasato e le parole che aveva detto nella semioscurità, quando era andata a dargli il coltello. Ricordava anche il viso di Hunter quando si era avvicinato a fatica a lei, tutto insanguinato, aveva alzato la lama perché la chimera lasciasse Sasha e uccidesse lui...

"Non è stato per causa mia. È per lo specchio", gli disse con sicurezza.

"Ed è qui per questo?", il vecchio sollevò le sopracciglia.

"L'hai detto tu stesso", Sasha chiuse di scatto la scatolina. "A volte è utile vedersi da fuori. Aiuta a capire molte cose di sé", scimmiottò il tono da mentore del vecchio.

"Pensi che Hunter non sappia di essere così? O che fino a questo punto sia sopravvissuto per colpa del suo aspetto? Per questo l'ha rotto?", Omero aveva un tono di dubbiosa accondiscendenza.

"Il problema non è l'esteriorità", la ragazzina aveva la schiena appoggiata alla colonna. "Hunter sa benissimo di essere così. Ed evidentemente non ama che glielo si faccia ricordare", rispose a se stesso il vecchio.

"Magari se n'è dimenticato lui per primo?", obiettò lei. "A volte ho l'impressione che per tutto il tempo cerchi di ricordate qualcosa. Oppure... è incatenato a un vagoncino pesante che scivola in pendenza e nessuno lo aiuta a fermarsi. Non riesco a spiegarlo. Solo che lo guardo e lo sento". Sasha si accigliò. "Nessuno lo vede, ma io sì. È per questo che ti ho detto di aver bisogno di lui".

"Però ti ha lasciata", le rinfacciò brutalmente Omero.

"Sono stata io a lasciarlo", la ragazzina si accigliò caparbia. "E adesso devo raggiungerlo, finché non è troppo tardi. Sono tutti ancora vivi. Possiamo ancora salvarli", ripeté lei, come se si fosse messa in moto "E possiamo salvare anche lui".

"Da chi dobbiamo salvarlo?", alzò le sopracciglia Omero.

Lei lo guardò incredula. Possibile che il vecchio non capisse niente, nonostante tutti i suoi sforzi? Quindi, incredibilmente seria, gli rispose: "Dall'uomo nello specchio".


* * *


"Occupato?"
Sasha scavava distrattamente con la forchetta il brasato di funghi. Accanto a lei, con in mano il vassoio, c'era il musicista dagli occhi verdi. Il vecchio si era allontanato chissà dove e il suo posto adesso era vuoto.

"Sì".

"Si può sempre trovare una soluzione!", posò il vassoio e, prendendo velocemente uno sgabello libero dal tavolo vicino, si sedette alla sinistra di Sasha prima che lei riuscisse a protestare.

"Comunque non ti ho invitato", lo ammonì lei.

"Il nonno fa un sacco di storie?", con aria comprensiva le strizzò l'occhio il musicista. "Lascia che mi presenti. Leonid".

"Non è mio nonno", Sasha si sentiva arrivare il sangue alle guance.

"Allora chi è?", Leonid era infastidito dal rifiuto e curvò le sopracciglia con entusiasmo.

"Sei insolente", osservò lei.

"Sono grintoso", col tono di chi la sa lunga alzò la forchetta all'insù.

"Troppo sicuro di te", Sasha sorrise.

"In genere credo nelle persone, quindi anche in me, almeno in parte", borbottò lui confusamente, masticando.

Tornò il vecchio, voltò le spalle al millantatore, contrasse malvolentieri un sorriso, ma si sedette comunque sul suo sgabello.

"Sasha, non sei stretta?", si interessò con tono bellicoso guardando verso il musicista.

"Sasha!", ripeté quello esultante, staccandosi dalla scodella. "Molto piacere. Io, ti ricordo, mi chiamo Leonid".

"Nikolay Ivanovich", disse Omero accigliato, guardandolo in tralice. "Che melodia ha eseguito oggi? Mi sembra conosciuta..."
"Niente di straordinario. È già il terzo giorno che la suono", rispose lui ponendo l'accento sull'ultima parola. "È solo una mia composizione".

"Tua?", Sasha allontanò lo strumento. "E come si chiama?"

"Non ha titolo", Leonid sollevò le spalle. "Non ho ancora pensato al titolo. E poi, come potrei tradurla in parole? E a che pro?"

"È molto bella", riconobbe la ragazza. "Insolitamente bella".

"Allora posso darle il tuo nome", non si perse d'animo lui. "Te la meriti".

"Non serve", scosse la testa. "Allora è meglio che non abbia titolo. In questo ha un senso".

"Nel senso che dedicarla a te ha un senso". Stava ridendo, ma si strozzò e si mise a tossire.

"Allora, sei pronta?", il vecchio prese il vassoio di Sasha e si alzò. "È ora. Ci scusi, giovanotto..."

"Di niente, ho già finito di mangiare. Mi permettete di accompagnare per un po' la ragazza?"
"Ce ne andiamo", tagliò corto Omero.

"Perfetto! Anche io. Alla Dobryninskaya". Il musicista assunse un'espressione innocente. "Andiamo dalla stessa parte?"

"Dalla stessa parte", rispose Sasha sorpresa, tentando di non guardare verso Omero e scoccando un'occhiata a Leonid.

Lui emanava leggerezza, aveva una ridarella senza cattiveria. Come un ragazzino che tira di scherma con un ramoscello, colpendo senza fare male punti che, a quanto pareva, nemmeno il vecchio riusciva a raggiungere. E suggeriva allusioni a Sasha in modo così affettato da essere quasi buffo, tanto che non pensava di prenderle sul serio... cosa c'era di male nel piacergli?
E poi si era innamorata della sua musica prima di conoscere lui. Ma la tentazione di fare un pezzo di strada insieme a questo mago era troppo grande.


* * *


Sta tutto nella musica, non c'è altro. Quel maledetto giovane allettava le anime innocenti con il flauto, proprio come il pifferaio magico, e usava il suo dono per rovinare tutte le ragazze che riusciva a raggiungere. Ecco che provava a raggiungere anche Aleksandra, ma Omero non sapeva ancora come avrebbe fatto!

Al vecchio costava grande fatica digerire i suoi scherzi insolenti, che ci misero ben poco a rimanergli sul gozzo. Omero era stizzito anche dalla velocità con cui Leonid era riuscito a far accettare al direttivo inflessibile dell'Hansa che tutti e tre dovevano avere il permesso di passare per l'Anello fino alla Dobryninskaya, e tutto senza documenti! Il musicista era entrato con l'astuccio pieno di cartucce nel palazzone del direttore della stazione, un vecchio zerbinotto calvo con i baffi da scarafaggio, ed era uscito sorridente e alleggerito.

Omero doveva riconoscere che le sue capacità diplomatiche arrivavano al momento giusto: l'automotrice che avevano usato per arrivare alla Paveletskaya era scomparsa dalla vasca di decantazione insieme ad Hunter e seguire il percorso indiretto avrebbe richiesto anche una settimana di cammino.

Ma più di ogni altra cosa, il vecchio era allarmato dalla leggerezza con cui il flautista si era staccato dalla stazione più ricca e aveva detto addio a tutti suoi risparmi per addentrarsi nelle gallerie dietro alla sua Sasha. In un altro caso quella leggerezza avrebbe parlato di innamoramento, ma qui il vecchio vedeva una folle mancanza di serietà e l'abitudine alle vittorie facili.

A poco a poco Omero si era trasformato in un vecchio brontolone... aveva dei motivi fondati per essere vigile e una scusa per essere geloso. L'unica cosa che in quel momento gli mancava era che la sua musa ritrovata per miracolo sfuggisse insieme al musicista vagabondo! Un eroe come quello nel suo romanzo non avrebbe trovato posto, ma si era portato il suo sgabello e da perfetto cafone si era seduto proprio nel mezzo.


"E se in tutta la Terra non fosse rimasto nessuno?"

I tre già camminavano verso la Dobryninskaya in compagnia di tre sentinelle: usando le cartucce si potevano realizzare le fantasie più ardite.

La ragazzina, appena finito di raccontare appassionatamente il suo passaggio in superficie, si interruppe e si intristì. Omero e il musicista si scambiarono un'occhiata: chi per primo si sarebbe buttato a consolarla?

"C'è vita oltre la MKAD?", dubitò il vecchio. "Anche la nuova generazione si pone queste domande?"
"Certo che c'è", dichiarò con sicurezza Leonid. "Non è che non sia sopravvissuto nessuno, solo che non ci sono legami!"

"Beh, anche io, per esempio, ho sentito che da qualche parte oltre la Taganskaya c'è un passaggio segreto che porta a una galleria interessante", cominciò il vecchio. "Nel complesso può sembrare una galleria comune, sei metri di diametro, solo senza binari. È molto profonda, una quarantina di metri, forse anche cinquanta

"Non è quella galleria che porta ai bunker degli Urali?", lo interruppe Leonid. "C'è quella storia dell'uomo che per caso l'ha imboccata e poi è tornato con una scorta di cibo e..."

"Ha camminato per una settimana con brevi soste, poi hanno cominciato a scarseggiare i viveri e gli è toccato tornare indietro. Della galleria non si vedevano più né l'inizio né la fine", terminò in fretta Omero, passando al tono epico. "Sì, stando a ciò che si dice, porta ai bunker degli Urali. Dove si può ancora trovare qualche persona viva".

"È difficile", sbadigliò il musicista.

"Anche un conoscente alla Polis raccontava qualcosa sul fatto che uno dei telegrafisti locali aveva instaurato un collegamento con l'equipaggio di un carro armato che era riuscito a chiudersi ermeticamente e scappare in un posto così sperduto che a nessuno sarebbe passato per la testa di bombardarlo...", continuò il vecchio rivolgendosi a Sasha in maniera ostentata.

"Ma certo", annuì Leonid. "Anche quella è storia nota. Quando gli è finito il sale hanno interrato il carro armato come una collina e tutto intorno hanno costruito un cascinale intero. E ancora per qualche anno hanno parlato per radio con la Polis.

"Finché non si è rotto l'apparecchio", terminò Omero con stizza.

"Beh, è quella del sommergibile?", passò oltre il suo rivale. "L'imbarcazione atomica che era lontana per una missione e quando è cominciato tutto non è riuscita a occupare le posizioni di combattimento. Quando poi è venuta a galla, era già tutto finito. E a quel punto l'equipaggio l'ha messa in ormeggio eterno poco lontano da Vladivostok..."

"E fino a oggi il reattore ha dato da mangiare a un villaggio intero", intervenne il vecchio." Sei mesi fa ho incontrato un uomo che sosteneva di essere il braccio destro del comandante di quella nave. Diceva di aver attraversato tutto il paese in bicicletta e di essere arrivato fino a Mosca. Ci ha messo tre anni".

"Davvero ha parlato direttamente con lui?", si stupì cortesemente Leonid.

"Personalmente", rispose bruscamente Omero.

Le leggende erano sempre state il suo forte e non poteva lasciare che un giovane sfrontato lo battesse così, come niente fosse. Gli rimaneva in serbo ancora una storia, nascosta. Quella aveva intenzione di raccontarla in un'altra occasione, non di sprecarla in una battaglia infinita... ma guardando Sasha che rideva per l'ennesimo scherzo di questo furbacchione, si decise.

"E di Polyarnye Zori, della città delle aurore boreali, ne ha sentito parlare?"

"Quali aurore?", ribatté il musicista.

"Come quali?", disse il vecchio trattenendo un sorriso. "Estremo nord, penisola Kolsky, città di Polyarnye Zori. Un posto dimenticato da Dio. Dista da Mosca millecinquecento chilometri, da Pietroburgo non meno di mille. Si trova nei pressi di Murmansk e delle sue basi marittime, lì non si sta male"

"In una parola un angolo sperduto", lo rincuorò Leonid.

"Lontano dalle città ricche, dagli impianti segreti e dalle basi militari. Lontano da tutti gli obiettivi principali. Le città che la nostra difesa antimissilistica non poteva difendere erano coperte di polvere e cenere. Quelle sotto i quali si facevano scudo, dove riuscivano a fabbricare intercettatori", il vecchio guardò in alto. "Ma c'erano anche i posti che nessuno prendeva di mira... perché non rappresentavano per loro nessuna minaccia. Polyarnye Zori, per esempio".

"Fino ad ora non hanno avuto a che fare con nessuno", ribatté il musicista.

"Invano", interruppe il vecchio. "Perché accanto alla città di Polyarnye Zori si trovava la centrale elettrica atomica di Kolskaya. Era una delle più potenti del paese. Riforniva di energia quasi tutto il nord. Milioni di uomini. Centinaia di imprese. Io stesso vengo da questi posti, Arkhangelsk. So di cosa parlo. E sono stato a questa stazione quando ero ancora uno studente, in gita. Una vera fortezza, un regno nel regno. Ha il suo piccolo esercito, territori privati, attività produttiva accessoria. Potevano esistere autonomamente. Se succedesse una guerra nucleare, nella loro vita non cambierebbe nulla", disse con un sorriso amaro.

"Ma cosa vuole dire..."

"Pietroburgo non ha retto, Murmansk non ha retto, Arkhangelsk nemmeno. Milioni di uomini sono scomparsi, le imprese, insieme alle città... tutto ridotto in cenere. Ma la città di Polyarnye Zori è rimasta intatta. E la Kolskaya aes non ha sofferto. Per migliaia di chilometri è circondata solo da neve, campi ghiacciati, lupi e orsi bianchi. Nessun legame con il centro. Ma loro hanno abbastanza combustibile per rifornire una grande città non per un anno, non per due. Ma da soli, probabilmente anche con la città di Polyarnye Zori, ne hanno abbastanza per un secolo. Svernano senza difficoltà.

"Ma allora è una vera arca", bisbigliò Leonid. "E quando il diluvio finirà, le acque rifluiranno e dalla cima del monte Ararat..."

"Esattamente", annuì il vecchio.

"Come è venuto a saperlo?", nella voce del musicista non c'era più traccia di ironia, né di noia.

"Mi è capitato anche di lavorare come telegrafista", rispose evasivo Omero. "Mi sarebbe bastato trovare anche una solo persona viva della mia terra natia".

"Camperanno ancora a lungo, su al nord?"

"Sicuro. Sono passati due anni dall'ultima volta che sono entrato in contatto con loro. Ma immaginatevi che cosa significa: ancora un secolo intero con l'elettricità? Al caldo? Con l'attrezzatura medica, con i computer, con le biblioteche elettroniche su dischetto? Voi non potete sapere... in tutta la Metro ci sono due computer e sono solo giocattoli. E questa è la capitale", rise amaramente il vecchio. "Ma se da qualche parte sono rimasti degli uomini, non dei solitari, ma dei centri abitati... per loro il diciassettesimo secolo è ricominciato già da molto tempo, e quando è andata bene, ma gli altri sono fermi all'età della pietra. E, eccetto i due cascinali più vicini, nel mondo non c'è più niente. Luoghi sperduti, disabitati. Lupi, orsi, mutanti. E tutta la civiltà contemporanea", il vecchio tossì guardandosi attorno, "Si regge sull'elettricità. Se l'energia manca, spariscono le stazioni, fine. Miliardi di uomini hanno messo un mattone sopra l'altro per secoli e tutto è andato in polvere. Bisogna ricominciare da capo. Certo, e ci si riesce? Ecco, loro hanno avuto una proroga di un secolo intero. Ha detto bene, l'arca di Noè. Una riserva quasi sconfinata di energia! La nafta però dev'essere ancora estratta e lavorata, il gas trivellato e portato per migliaia di chilometri di tubi. Ma cos'è, si torna indietro ai locomotori a vapore? O ancora prima? Ecco cosa ti dico", così parlando prese la mano di Sasha, "Gli uomini non conoscono minacce. Gli uomini sono duri a morire come gli scarafaggi. E se hanno la civiltà... la conservino".

"Loro hanno addirittura una civiltà?"

"State tranquilli. Gli ingegneri atomici, l'intelligenza tecnica. E vivono in condizioni migliori delle nostre. Fra una ventina d'anni Polyarnye Zori crescerà meravigliosamente. Hanno impostato una radio che ripete continuamente "A tutti i sopravvissuti..." e le coordinate. Dicono che anche a questo punto le persone si radunano..."
"Perché non ne ho mai sentito parlare?", borbottò il musicista.

"Ci sono poche persone che possono raccontarlo. Da qui è molto difficile intercettarli. Ma voi provate qualche volta, se avete un paio di anni liberi", il vecchio sogghignò. "Il segnale è "avamporto"".

"L'avrei saputo", il ragazzo scosse la testa seriamente. "Colleziono queste storie... e cosa succederebbe se fosse tutto tranquillo?"

"Come dire... tutt'intorno non c'è niente, se anche ci fossero villaggi e cittadine, inselvatichirebbero in fretta. È capitato, sono arrivati i barbari. E anche le bestie, ovviamente, se possiamo chiamarle così. Ma a loro è bastato l'arsenale. La difesa a giro d'orizzonte. Sono sotto pressione, le vedette. Una vera fortezza, te lo dico io. E per il primo decennio, il più difficile, sono anche riusciti a innalzare una parete, una palancata di tronchi. Hanno fatto indagini tutt'intorno... sono arrivati fino a Murmansk, a duecento chilometri di distanza, nel punto in cui Murmansk incontra il tratto di mare detto Voronka, imbuto. Si sono preparati anche a una spedizione da mandare a sud, verso Mosca... e io li ho dissuasi. A cosa serve tagliare il cordone ombelicale? Ecco che se non ci sono radiazioni, ci possono essere nuove terre da annettere, allora... e nel frattempo non c'è niente da fare. Si va da un cimitero all'altro", sospirò Omero.

"Sarebbe divertente", disse all'improvviso Leonid, "Se a salvarli fosse proprio l'umanità che si è distrutta con l'atomo".

"C'è poco di divertente", lo guardò il vecchio severamente.

"È come il fuoco sottratto da Prometeo", spiegò. "Gli dèi gli avevano proibito di dare il fuoco agli uomini. Lui però, per strappare l'uomo dalla sporcizia, dal buio e dallo stato vegetativo..."

"L'ho letto", lo zittì Omero caustico. "Miti e leggende dell'Antica Grecia".

"Un mito profetico", fece notare Leonid. "Non a caso gli dèi erano contrari. Sapevano che sarebbe finito tutto".

"Ma proprio il fuoco ha reso l’uomo uomo", ribatté il vecchio.

"Pensa che senza elettricità si trasformerebbe di nuovo in un animale?", chiese il musicista.

"Penso che, senza elettricità, negli ultimi vent'anni siamo arretrati. E sapendo che solo uno su mille è riuscito a sopravvivere e che bisogna ricostruire tutto da capo, forse siamo arretrati di altri cinquanta. E forse non recupereremo mai. Non è d'accordo?"
"Concordo", rispose Leonid". Ma davvero sta tutto solo nell'elettricità?"
"Secondo lei?", Omero alzò di scatto le mani per la foga.

Il musicista lo squadrò con un lungo sguardo strano e sollevò le spalle.


Il silenzio si protrasse. Omero poteva pienamente considerare come una vittoria il modo in cui il dialogo si era concluso: alla fine la ragazzina aveva smesso di divorare con gli occhi lo sfacciato e si era immersa nei suoi pensieri. Ma quando mancava ormai poco alla stazione , Leonid disse inaspettatamente:

"Beh, allora adesso vi racconto io una storia".

Il vecchio nascose la stanchezza alla bell'e meglio, ma rispose con un cenno benevolo.

"Dicono che da qualche parte oltre la stazione Sportivnaya e prima del ponte distrutto della Sokolnicheskaya, dalla galleria principale parta un ramo cieco che vira bruscamente verso il basso. Finisce con un cancello, oltre il quale c'era una porta ermetica chiusa. Avevano tentato di aprirla più di una volta, ma non ci era mai riuscito nessuno. E se ci si avvicinavano dei viaggiatori solitari, non tornavano quasi mai indietro, ma i loro corpi venivano ritrovati da tutt'altra parte della Metro".

"La Città di Smeraldo?", sbuffò Omero.

"Tutti sanno", continuò Leonid senza prestargli attenzione, "Che il ponte della Sokolnicheskaya crollò già il primo giorno e tutte le stazioni che si trovavano dall'altra parte vennero immediatamente tagliate fuori dalla Metro. È bene considerare che nessuna delle persone rimaste dall'altra parte del ponte si sia salvata, anche se non c'è nessuna prova di questo".

"La Città di Smeraldo", Omero fece un gesto di impazienza con la mano.

"Tutti sanno anche che l'Università di Mosca è stata costruita su un terreno instabile. Il grande edificio là sopra ha tenuto solo grazie al fatto che nello scantinato erano attivi potenti generatori di freddo che congelavano il suolo paludoso. Senza di questi, sarebbe sprofondato nel fiume già da molto tempo.

"Argomento trito e ritrito", si affrettò a dire il vecchio, che aveva capito dove andava a parare.

"Sono passati già più di vent'anni, eppure l'edificio rimane inspiegabilmente al suo posto..."
"È una frottola, ecco perché!"

"Si dice che sotto l'Università non ci sia un seminterrato, ma un più strategico rifugio antiaereo che scende per dieci piani, nei quali non ci sono solo generatori, ma anche un reattore atomico vero e proprio, depositi abitati e collegamenti con le stazioni limitrofe della Metro, e con la Metro-2", Leonid fece a Sasha uno sguardo spaventoso, facendola sorridere.

"Fino ad ora non ho sentito niente di nuovo", gli appioppò Omero con aria sprezzante.

"Dicono che là ci sia una vera e propria città sotterranea", continuò il musicista con aria sognante. "Una città i cui abitanti non sono ovviamente periti, ma hanno raccolto ogni briciola dei saperi smarriti e svolgono un servizio meraviglioso. Senza comprare rimedi, mandano spedizioni nelle gallerie di quadri rimaste intatte, nei musei e nelle biblioteche. Ed educano i loro figli in modo che non perdano il senso della bellezza. Là regnano pace e armonia, là non ci sono ideologie diverse dall'istruzione e religioni diverse dall'arte. Là non ci sono pareti nude, tinte in due colori tradizionali con colori a olio; sono tutte coperte di affreschi meravigliosi. Là non ci sono latrati di cani e sirene d'allarme che escono dagli altoparlanti, ma Berliotz, Haydn e Chaykovsky. E ognuno, pensate, è capace di citare Dante a memoria. Ed ecco che proprio questi uomini sono riusciti a rimanere come prima. Anzi no, non sono gli stessi del ventunesimo secolo, ma come nei tempi antichi. Beh, l'avrà probabilmente letto in Miti e leggende", il musicista sorrise al vecchio come a un deficiente. "Liberi, coraggiosi, saggi e belli. Giusti. Nobili".

"Non ho mai sentito niente di simile!", Omero sperava solo che la ragazzina non si facesse trascinare da quel diavolo astuto.

"Nella Metro", Leonid guardò attentamente il vecchio "Chiamano questo posto la Città di Smeraldo. Ma i suoi abitanti, secondo le voci, preferiscono un altro nome".

"E quale sarebbe?!", si accese Omero.

"Arca".

"Sciocchezze! Tutte sciocchezze!", il vecchio sbuffò e si voltò.

"Si capisce, sciocchezze", rispose il musicista. "Infatti è una storia..."


* * *


La Dobryninskaya era immersa nel caos.

Omero si guardò attorno perplesso e spaventato: che si fosse sbagliato? Una cosa simile poteva succedere nelle tranquille stazioni dell'Anello? Aveva l'impressione che nell'ultima ora qualcuno fosse riuscito a dichiarare una guerra all'Hansa.

Dalla galleria parallela faceva capolino un carrello merci sul quale erano accatastati alla bell'e meglio dei cadaveri. Gli infermieri militari con i grembiuli trascinavano corpi sulla piattaforma e li mettevano distesi sulla tela catramata: uno aveva la testa staccata, un altro non aveva più pelle sul viso, un terzo aveva gli intestini squarciati...

Omero chiuse gli occhi a Sasha. Leonid fece un respiro profondo e si voltò.

"Cos'è successo?", chiese spaventato agli infermieri uno dei loro tre guardiani.

"La nostra pattuglia al gran finale con la Glavnaya ssp. Tutti qui, nessuno escluso. Non è scappato nessuno. E non è chiaro cosa sia successo", l'infermiere si asciugò le mani sul grembiule "Tu, hai da accendere? Ho le mani che tremano..."
La Glavnaya ssp. La "Diramazione ragno", che si dipartiva dalla Paveletskaya radiale e univa quattro linee in un punto solo: l'Anello, la linea grigia, la linea arancio e la verde. Omero suppose che Hunter avrebbe scelto proprio questo binario, più breve, ma difeso dalle pattuglie dell'Hansa.

Perché questo spargimento di sangue? Avevano aperto il fuoco per primi o non erano nemmeno riusciti a vederlo nell'oscurità della galleria? E dov'era adesso? Oddio, ancora una testa... come poteva comportarsi così?

Omero si ricordò dello specchio frantumato e delle parole di Sasha. E se avesse avuto ragione? Forse il brigadiere resisteva a se stesso, cerando di trattenersi dagli omicidi superflui, ma non riusciva a frenarsi? E, frantumando lo specchio, voleva effettivamente colpire quell'uomo mostruoso e spaventoso nel quale si era man mano trasformato...

No. Hunter in lui non vedeva un uomo, ma un mostro vero e proprio. E cercava anche di sconfiggerlo. Ma aveva solo rotto il vetro, e quello che era un solo riflesso si era decuplicato.

Ma forse... il vecchio studiò attentamente con lo sguardo il percorso degli infermieri dal carrello alla piattaforma... l'ottavo, l'ultimo. Possibile che proprio in quello specchio guardasse con nostalgia un uomo? L'Hunter di prima?

E quello... un altro... era già dall'esterno?