2034 – Cap. 12

Capitolo dodici

Segni


A casa, alla Kolomenskaya, la superficie non era affatto lontana, circa cinquantasei gradini. Ma la Paveletskaya andava molto più a fondo sottoterra. Arrampicandosi sulla scala mobile cigolante, crivellata dai proiettili, Sasha non vedeva la fine della salita. La forza della torcia bastava solo per strappare alle tenebre i bicchieri capovolti dei corpi illuminanti della scala mobile e i pannelli arrugginiti contorti con raffigurati i visi inespressivi di qualcuno e lettere di grandi dimensioni che erano disposte a formare parole senza senso.

Perché saliva? Perché morire?

Ma a chi serviva là sotto? Serviva davvero come essere umano e non come personaggio che agisce in un libercolo ancora non scritto?
Quando Sasha se n'era andata dalla Kolomenskaya vuota, lasciando là il corpo di suo padre, le era sembrato di realizzare il loro antico piano di fuga. Portando con sé una sua particella lo avrebbe aiutato a liberarsi. Ma fino a quel momento non le era apparso in sogno nemmeno una volta e quando cercava di evocare la sua immagine nella mente, per dividere con lui le cose viste e vissute, allora usciva fluttuante e privo di occhi. Il padre non poteva perdonare e non voleva questa salvezza.

Fra i libri che si era procacciato e che Sasha era riuscita a sfogliare prima di scambiarli con cibo e cartucce, ricordava soprattutto un vecchio manuale di botanica. Le illustrazioni erano stereotipate: fotografie in bianco e nero sbiadite dal tempo e disegni a matita. Ma nei libri semplici, che aveva ricevuto, non c'erano affatto illustrazioni e questo era il preferito di Sasha. Ma più di tutte le altre piante del manuale le piaceva il convolvolo. Anzi no, non le piaceva e basta: si sentiva un convolvolo, riconosceva se stessa nella pianta. Perché aveva lo stesso bisogno di un sostegno per crescere verso l'alto. Per arrivare alla luce del sole.

E adesso l'istinto le chiedeva di trovare un tronco possente al quale aderire, da abbracciare, per avvolgersi attorno a lui. Non per vivere della linfa di un corpo altrui, non per togliergli luce e calore. Solo perché senza di lui era troppo debole, troppo flessibile, smidollata, non riusciva a stare in piedi da sola aveva sempre bisogno di stendersi a terra.

Il padre aveva detto a Sasha che non doveva dipendere da nessuno e contare su nessuno. Eppure, eccetto lui, nella loro stazioncina dimenticata non aveva nessuno su cui contare e lui sapeva di non essere eterno. Suo padre voleva che lei crescesse non come edera, ma come un pino alto e dritto, dimenticandosi che questo è in contrapposizione con la natura femminile.

Sasha sarebbe sopravvissuta senza di lui. Sarebbe sopravvissuta anche senza Hunter. Ma l'unione con un'altra persona le sembrava l'unica ragione per cui pensare al futuro. Quando l'aveva abbracciato sull'automotrice che correva velocemente, si era meravigliata perché la sua vita aveva trovato un nuovo cardine. Ricordava che era pericoloso fidarsi degli altri, ma dipendere da loro era addirittura indegno e, tentando di confessarlo al rasato, era andata oltre se stessa.

Sasha voleva stringersi a lui, e lui pensava che lei si attaccasse ai suoi stivali. Rimasta senza appoggio e calpestata a terra, non si decideva a continuare umilmente la sua ricerca. Se le fosse successo qualcosa in superficie, la colpa sarebbe stata sua; solo lui aveva la forza anche di impedirlo.


Alla fine arrivò in cima ai gradini. Sasha si ritrovò in una semplice sala di marmo, il cui soffitto di ferro zigrinato era crollato in alcuni punti. Raggi chiarissimi di uno straordinario colore bianco-grigiastro arrivavano fino all'angolino dove si trovava lei. Sasha spense la torcia e trattenne il respiro, andò avanti a gattoni.

I buchi dei proiettili e le schegge sulle pareti accanto all'uscita della scala mobile testimoniavano il fatto che una volta quei posti erano abitati dall'uomo. Ma solo a poche decine di passi da lì cominciava il regno di altre creature. Dai mucchi di sterco secco lasciati dappertutto, ossa completamente spolpate e brandelli di pelle, Sasha capì che si trovava al centro di una tana di bestie.

Coprendosi gli occhi per non accecarsi si avviò verso l'uscita. E più si avvicinava alla fonte di luce tanto più fitta si faceva l'oscurità negli angoli nascosti delle sale che attraversava. Imparando a guardare la luce, Sasha perse la capacità di sentire il buio.

Le sale successive erano piene di carcasse di garitte capovolte, ciarpame di ogni genere, ruderi di apparecchi elettrici rotti. A quel punto capì con chiarezza che gli uomini avevano trasformato i padiglioni esterni della Paveletskaya in un punto di transito, dove avevano trascinato tutto ciò che c'era di buono nei dintorni, finché le creature più forti non li avevano rimpiazzati.

A volte Sasha era colta alla sprovvista da alcuni movimenti appena percettibili, ma pensava che fossero causati dalla cecità. Il buio che si era annidato in quegli angoli oscuri era già troppo fitto perché riuscisse a distinguere fra le montagne di spazzatura le forme mostruose dei mostri sonnecchianti, che si fondevano con gli ammassi di sporcizia.

Una corrente d'aria sorda e monotona copriva il rumore pesante che facevano respirando dal naso e Sasha riuscì a distinguerli solo dopo essersi allontanata di alcuni passi dalla mole ondeggiante. Tese l'orecchio con diffidenza, poi, rimasta immobile, guardò il contorno del chiosco rovesciato, scoprendo nelle sue curve una gobba strana... e rimase allibita.

La collina che aveva sepolto la garitta respirava. Respiravano anche quasi tutti gli altri cumuli dai quali era circondata. Per accertarsene, Sasha premette un pulsante e puntò la torcia su uno di loro. Il raggio pallido si posò sulle pieghe grasse di pelle bianca, corse avanti lungo il corpo sconfinato e si divise, perché non arrivava alla fine. Era uno dei confratelli della chimera che per poco non aveva ucciso Sasha alla Paveletskaya, ma questi erano ancora più grossi di quella carogna.

Le creature erano avvolte da uno strano torpore e, a quanto pareva, non l'avevano notata. Ma ecco che la più vicina a lei improvvisamente ruggì, risucchiò rumorosamente l'aria attraverso le fessure oblique delle narici, cominciò a rivoltarsi... accorgendosene, Sasha nascose la torcia e si affrettò ad andarsene. Ogni passo successivo accanto a questo animale giacente le sembrava più difficile: tanto più si allontanava dalla scala che scendeva nella Metro, tanto più fitte e vicine l'una all'altra diventavano le chimere e più difficile era trovare un sentierino fra i loro corpi.

Era tardi per tornare indietro. Sasha ormai non pensava più a trovare la strada per ritornare nella Metro. Aprirsi un varco in silenzio, senza allarmare nemmeno una di quelle creature, riuscire ad arrivare fuori, guardarsi attorno, provare... se solo non si fossero ripresi dal sonno, se solo l'avessero lasciata uscire da lì... ma non poteva cercare la via del ritorno.

Si avvicinava lentamente all'uscita senza avere il coraggio di respirare a fondo, cercando addirittura di non pensare, nel caso l'avessero sentita. Le mattonelle rotte scricchiolavano a tradimento sotto gli stivali. Ancora un passo incerto, un fruscio casuale e quelle si sarebbero svegliate e l'avrebbero fatta a pezzi in un secondo.

Ma Sasha non riusciva a liberarsi dal pensiero che in poco tempo, solo il giorno prima, o addirittura il giorno stesso, si era trascinata in quel modo fra dei mostri addormentati... se non altro, questo strano sentimento, in un certo senso, le era familiare.



Si immobilizzò dov'era.

Sasha sapeva che lo sguardo altrui a volte si può sentire sulla nuca. Ma queste creature non avevano occhi e quello con cui percepivano lo spazio attorno a loro era di gran lunga più materiale e insistente di ogni sguardo.

Non aveva alcun bisogno di voltarsi per capire: nonostante tutte le cautele, sulla schiena le pesava la consapevolezza di averlo svegliato. Ma si voltò.


* * *


La ragazzina era andata a cacciarsi da qualche parte, ma Omero in quel momento non aveva la minima voglia di mettersi a cercarla, non aveva voglia di fare niente.

Forse il diario del telegrafista aveva lasciato al vecchio una piccolissima speranza di poter essere scampato alla malattia, ma Hunter invece era stato spietato. Intavolando una conversazione preparatoria e scrupolosa con il brigadiere, che era tornato in sé, il vecchio cercava di ricorrere in appello contro la sua condanna a morte. Ma l’altro non voleva aver pietà di lui, e nemmeno poteva. Omero era l'unico colpevole della fine alla quale stava andando inesorabilmente incontro.

In tutto un paio di settimane o anche meno. In tutto dieci pagine piene. E tutto quello che bisogna riuscire a comprimere e inserire nei fogli bianchi rimasti nel quaderno con la copertina plastificata. Omero non solo lo voleva, aveva anche il dovere di farlo, ma la sosta concessa sembrava essere ormai prossima alla fine.

Lisciò la carta, intenzionato a riprendere il racconto dal punto in cui la volta prima era stato distratto dall'urlo dei medici. Al posto di questa mano, in precedenza la stessa aveva scritto accuratamente: "Cosa resterà dopo di me?"
E cosa resterà dopo gli infelici bloccati alla Tulskaya, pensava, forse si disperavano... forse aspettavano ancora i rinforzi, ma in un modo o nell'altro erano condannati a una punizione brutale? Il ricordo? Ma sono così pochi gli uomini che hanno lasciato qualcosa da ricordare.

E anche il ricordo è un mausoleo precario. Presto il vecchio non ci sarà più e insieme a lui spariranno quelli che ha conosciuto. Svanirà nel nulla anche la sua Mosca.

Dov'è lui adesso, alla Paveletskaya? L'Anello dei Giardini adesso è calvo e morto; nelle ultime ore il genio militare l'ha sgomberato e circondato, perché i servizi di salvataggio abbiano la possibilità di lavorare e le scorte con i lampeggiatori riescano a muoversi. I passaggi e i vicoli digrignano i denti marci, per metà caduti, delle palazzine... Il vecchio non faceva fatica ad immaginarsi il paesaggio odierno anche se non era mai salito da questa stazione della Metro.

E invece prima della guerra gli era capitato piuttosto spesso di andarci. Fissava appuntamenti con la sua futura moglie nel caffè accanto alla Metro, poi andavano al cinema allo spettacolo serale. Qui invece, poco lontano, c'era una commissione medica a pagamento e particolarmente negligente, alla quale si era rivolto quando si preparava per ottenere la patente. In questa stazione c'era ancora l'elektrichka e lui era d'accordo di andare con i colleghi a fare una grigliata nel bosco estivo...

Guardava la carta a quadretti e in essa vedeva la piazza antistante la stazione, avvolta nella nebbia autunnale, due torri nascoste nel fumo, il pretenzioso ufficio sull'Anello: lì lavorava un suo parente, invece poco più avanti c'era la guglia di un albergo, con accanto la sala da concerto. Un tempo si informava sul prezzo dei biglietti: costavano poco più di quello che Nikolay guadagnava in due settimane.

Vide e sentì anche lo sferragliare dei tramvai bianco-azzurri sgraziati e straripanti di passeggeri insoddisfatti, così commoventi nella loro irritazione per questa ressa innocua. E anche l'Anello dei Giardini, sul quale lampeggiavano a festa decine di migliaia di fari e luci in movimento, che si univano in un'unica ghirlanda. E la neve timida, inopportuna, che si nascondeva prima ancora di stendersi sull'asfalto nero. E la folla; miriadi di particelle elettroniche eccitate, che collidevano, simili a un caotico tiro a segno, che in effetti si muovevano, ognuna secondo la propria rotta consapevole.

Vide la gola stretta dei monoliti staliniani, dai quali sulla piazza scorreva pigramente il grande fiume dell'Anello dei Giardini. Centinaia e centinaia di finestre-acquari da entrambe le parti, bagliori al neon e cartelloni pubblicitari titanici, che coprivano la ferita scavata dove presto sarebbe stata impiantata una nuova protesi a più piani...

Che ormai non sarebbe mai stata finita di costruire.

Guardava e capiva che le parole comunque non gli avrebbero restituito questo quadro magnifico. Possibile che di tutto questo restino solo le lapidi ammuffite e cadenti del centro commerciale e dell'albergo alla moda?


Lei non comparve né dopo un'ora né dopo tre. Inquieto, Omero percorse ogni passaggio, interrogò i commercianti, i musicisti, scambiò qualche parola con il caposquadra delle sentinelle dell'Hansa. Niente. Come se la terra l'avesse inghiottita...

Non trovando pace, il vecchio si avvicinò di nuovo alle porte della stanza dov'era ricoverato il brigadiere. L'ultimo uomo con cui si poteva consigliare in materia di smarrimento della ragazzina. Ma ormai chi era rimasto, a Omero? Diede un colpo di tosse e lanciò un'occhiata all'interno.

Hunter era sdraiato e respirava a fatica, con lo sguardo fisso sul soffitto. Il braccio destro, intero, spuntava da sotto la coperta e il pugno strettamente fasciato era stato graffiato. I graffi poco profondi stillavano sangue, sporcando il letto, ma sembrava che il brigadiere non ci facesse caso.

"Quando sarai pronto a partire?", chiese a Omero senza voltarsi verso di lui.

"Per me anche adesso", si bloccò il vecchio, "Però c'è una cosa... non riesco a trovare la ragazza. E tu invece come stai? Sei ancora tutto intero..."

"Non morirò", rispose il brigadiere. "Ma la morte non è la cosa più spaventosa. Preparati, sarò in piedi tra un'ora e mezza. Andiamo alla Dobryninskaya".

"Mi basta anche un'ora, ma devo trovarla, voglio che prosegua con noi... ne ho molto bisogno, capisci?", si affrettò Omero.

"Io parto fra un'ora", tagliò corto Hunter. "Con te o senza di te... e senza di lei".

"Non capisco proprio dove possa essersi cacciata!", il vecchio sospirò avvilito. "Se lo sapessi..."

"Lo so io", disse con indifferenza il brigadiere. "Ma da lì non la riprendi, preparati".

Omero cominciò a indietreggiare, a battere le palpebre. Era abituato a contare sul fiuto sovrannaturale del suo compagno di viaggio, ma adesso si rifiutava di credergli. E se Hunter stesse mentendo di nuovo, questa volta per liberarsi di un peso superfluo?

"Mi ha detto che ha bisogno di te..."
"Io ho bisogno di te", Hunter per poco non gli piegò la testa, "E tu di me".

"Perché?", bisbigliò Omero, ma il brigadiere lo sentì.

"Da te dipende molto", chiuse lentamente la palpebra, ma all'improvviso il vecchio ebbe l'impressione che il brigadiere senz'anima gli strizzasse l'occhio e lo lasciasse in un bagno di sudore freddo.

Il letto scricchiolò. Hunter, stingendo i denti, si era seduto.

"Vai", disse al vecchio. "E preparati se vuoi fare in tempo".

Ma prima di andare, Omero si trattenne ancora per un secondo: per prendere il portacipria di plastica rossa che era buttato in un angolo. Lungo il coperchio correvano delle crepe, le cerniere si curvarono e si staccarono.

Lo specchio era rotto in mille pezzi.

Il vecchio si voltò bruscamente verso il brigadiere.

"Non posso andarmene senza di lei".


* * *


Era alta quasi il doppio di Sasha; la testa si puntellava contro il soffitto, mentre le zampe con gli artigli arrivavano a toccare il pavimento. Sasha vide la fulmineità con cui si spostavano le bestie, la velocità inconcepibile con cui attaccavano. Per prendere la ragazza, per darle il colpo di grazia con un solo movimento, a quella creatura bastava buttare in avanti una delle estremità. Ma chissà perché indugiava.

Sparare non aveva senso e Sasha non avrebbe avuto nemmeno il tempo di sollevare il mitra. Allora fece un passo indietro, incerto, verso l'uscita. La Chimera emise un lamento non molto forte, diede una spinta dalla parte della ragazza... però non successe niente. Il mostro restava al suo posto, senza staccare da Sasha lo sguardo cieco fisso.

Lei osò fare un altro passo. E poi ancora. Senza voltare la schiena alla bestia, senza mostrarle la propria paura, si avvicinò gradualmente all'uscita. La creatura, come se stese intrattenendo una conversazione, le si trascinò dietro e rimase a poca distanza da lei: sembrava che l'accompagnasse alla porta.

Solo quando la ragazza, che si trovava a non più di una decina di metri dal vano con il suo luccichio insopportabile, non si trattenne più e si mise a correre, la carogna ruggì e si slanciò anche'essa in avanti. Sasha volò fuori, socchiuse gli occhi e, senza vedere niente attorno a sé, andò avanti di corsa, finché non inciampò e cominciò a rotolare ruzzoloni sulla terra dura e ruvida...

Aspettò che la chimera la raggiungesse e la facesse a brandelli, ma la sua inseguitrice la lasciò inspiegabilmente andare. Passò un minuto lento, poi un altro...

Tutt'attorno era silenzio.

Sasha non aprì gli occhi finché trovò nella borsa che aveva comprato dalla vedetta degli occhiali artigianali: due fondi di bottiglia di vetro spesso, fissati con due anelli di latta e piantati su una strisciolina di corda. Gli occhiali si infilavano sopra la maschera antigas in modo che i cerchietti verdi trasparenti finissero esattamente sulle aperture per gli occhi della parte in resina.

A quel punto poteva guardare: aprì lentamente le palpebre, all'inizio con diffidenza, in tralice, poi con più coraggio, Sasha guardò il posto dove si trovava.


Sopra la sua testa c'era il cielo. Un cielo vero, chiaro, enorme. Che dava più luce di ogni proiettore, tutto uniformemente illuminato di verde, a tratti c'erano delle nuvole basse e gonfie, in altri punti si spalancavano su un vero e proprio baratro.

Il sole! Lo vide attraverso il tessuto delle nuvole che si assottigliava: un cerchio della misura di una cartuccia, lucidata fino a diventare incandescente, così chiaro che a guardarlo le si sarebbe fatto un buco negli occhiali. Distolse lo sguardo spaventata. Aspettò ancora un po' e poi lo guardò di nuovo di nascosto. In un certo senso era come se fosse una delusione: alla fin fine era solo un buco accecante nel cielo, per quanto divinizzato. Però affascinava, trascinava, preoccupava. Per una persona abituata all'oscurità, il vano d'uscita dalla tana delle bestie era quasi troppo luminoso, ma per un attimo Sasha pensò che il sole fosse esattamente come l'uscita, cioè che portasse in un luogo dove in genere non c'era mai il buio... e se si arriva fino a quel punto, ci si poteva liberare dalla propria terra, proprio come lei si era appena liberata dal suo sottosuolo? Il sole emanava un calore debole, appena percepibile, come se fosse vivo.

Sasha rimase in mezzo a un terreno abbandonato pietroso, circondato da strane costruzioni semidistrutte; i vuoti neri delle finestre si stendevano quasi su dieci file, tanto alte erano quelle case. Le costruzioni erano senza fine, si spintonavano, contendendosi l'attenzione della ragazza, insistevano per guardarla meglio. Da dietro quelli alti, facevano capolino edifici ancora più alti, dietro ai quali si profilavano i contorni di case davvero gigantesche.

Era stupefacente, ma Sasha riusciva a vederli tutti! E per quanto il loro colore tendesse al verde, come la terra sotto i piedi, come l'aria, come il cielo impazzito, lucente, senza fondo, le aprivano comunque orizzonti impensabili.

Gli occhi si erano abituati all'oscurità, ma non erano destinati al buio. Nelle ore notturne dal burrone del ponte si vedevano solo costruzioni mostruose, che distavano alcune centinaia di metri dalle porte ermetiche. Più avanti l'oscurità diventava troppo densa e anche Sasha, che era cresciuta sottoterra, non riusciva a arrivarci con lo sguardo.

La ragazza non si era mai chiesta seriamente quanto fosse grande il mondo in cui viveva. Ma pensandoci, Sasha si era sempre immaginata un piccolo bozzolo crepuscolare: poche centinaia di metri da ogni parte, oltre i quali un burrone già definitivo, il margine dell'universo, iniziava l'oscurità completa.

Anche se sapeva che comunque la terra era più grande, Sasha non riusciva a immaginare che aspetto avesse. Adesso capiva che non ci sarebbe riuscita semplicemente perché non aveva mai visto qualcosa che era impossibile immaginare.

Era strano: per qualche motivo non le era mai sembrato spaventoso essere in mezzo a questo vuoto sconfinato. Prima, sgusciando dalle gallerie al burrone, si sentiva come se l'avessero trascinata fuori da una corazza; adesso invece le sembrava un guscio dal quale alla fine era riuscita a uscire. Alla luce del giorno, ogni pericolo diventava visibile a grande distanza e Sasha aveva tempo in abbondanza per nascondersi o prepararsi a difendersi. C'era anche un sentimento timido, che fino a quel momento le era rimasto sconosciuto: le sembrava di essere tornata a casa.

Lo spiffero d'aria spingeva per il terreno abbandonato i gomitoli intrecciati di rami pungenti, fischiettava malinconico nelle fessure fra gli edifici, spingeva la schiena di Sasha, chiedendole di essere più coraggiosa, ordinandole di partire alla scoperta di questo nuovo mondo.

In sostanza non aveva altra scelta: se voleva scendere nella Metro era costretta a entrare di nuovo in quella stanza che pullulava di creature terrificati; solo che a quel punto non dormivano più. A volte, nei pozzi dei passaggi venivano a galla per un attimo dei corpi biancastri, che sparivano subito: evidentemente, non gradivano la luce del giorno. Ma cosa sarebbe successo al sopraggiungere della notte? Fino a quel punto, se contava di vedere anche solo qualcosa di quello che aveva descritto il vecchio, prima di morire doveva andare il più lontano possibile da lì.

E Sasha andò avanti.

Non si era mai sentita così piccola. Non credeva che questi edifici giganti potessero essere stati costruiti da uomini della sua statura: a che pro? Probabilmente, le ultime generazioni prima della guerra si erano corrotte ed erano diventate più minute... la natura li aveva preparati all'esistenza rigida degli spazi angusti di gallerie e stazioni. Mentre queste costruzioni risalivano agli antenati pieni di dignità degli uomini bassi di oggi: possenti, alti e prestanti come le case in cui vivevano.

Raggiunse un'ampia radura: gli edifici qui si dividevano, mentre la terra era coperta di una crosta grigia e scricchiolante come pietra. Le era bastata una corsa e il mondo era ritornato enorme: da lì si apriva un panorama così lontano che il cuore di Sasha si fermò e le girava la testa.

Appoggiandosi alle pareti coperte di muschio di un castello con le torri dell'orologio smussate in alto, che arrivavano alle nuvole, provò a immaginarsi quale aspetto avesse questa città prima che la vita la abbandonasse...

Lungo la strada, e quella era indubbiamente una strada, passeggiavano persone alte e belle, con abiti colorati, accanto ai quali i vestiti più eleganti degli abitanti della Paveletskaya sembravano miseri e banali. C'erano automobili che andavano e venivano nella folla chiara, somigliavano moltissimo ai vagoni della Metropolitana, erano solo più piccine e portavano in tutto quattro passeggeri.

Le case non erano così cupe. I vani delle finestre non erano buchi neri, ma avevano i vetri ben lucidati, che brillavano. Sasha riuscì a vedere le impalcature leggere, gettate qua e là fra le case poste dirimpetto alle altezze più varie.

Ma il cielo non era così vuoto: vi passavano senza fretta dei grandi aerei indescrivibili, come se avessero la pancia piena di topi... suo padre le aveva spiegato che per volare non dovevano battere le ali: Sasha li immaginava come pigre creature enormi con ali di libellula; dal balenio quasi invisibile e che riflettevano appena i raggi verdastri del sole.

E cadeva ancora la pioggia.

Anche se era solo acqua che cadeva dal cielo, la sensazione era completamente insolita. Non solo riusciva a cancellare lo sporco e la stanchezza, di questo erano capaci anche i getti bollenti dell'imbuto arrugginito per la doccia; l'acqua dal cielo puliva gli uomini dentro, concedeva il perdono per gli errori commessi. Quell'abluzione magica lavava l'amaro dal cuore, rinnovava e ringiovaniva, dava anche il desiderio di continuare a vivere e le forze per farlo. Tutto come aveva detto il vecchio...

Sasha credeva così fortemente in questo mondo, che grazie alle sue preghiere infantili aveva cominciato anche ad apparire davvero attorno a lei: già sentiva il leggero frinire delle ali chiare là in alto, il cinguettio allegro della folla, il picchiettio ritmico delle ruote e il rumore della pioggia tiepida. Il richiamo della melodia sentita il giorno prima si impossessò di lei e si intrecciò con il paesaggio immaginario... un dolore sconosciuto le pungeva il petto.

Fece un balzo e corse proprio al centro della strada, in direzione opposta rispetto a dove andavano gli uomini.

Aggirando le macchine simili a piccoli vagoni impiantati nella calca, offriva il viso alle gocce pesanti. Sembrava che il vecchio avesse ragione: qui era davvero tutto dolce come una favola e sorprendentemente bello. Bisognava solo raschiare la patina e la muffa del tempo e il passato cominciava a luccicare, come un mosaico colorato o un pannello di bronzo nelle stazioni abbandonate.

Si fermò sul lungofiume verde; il ponte gettato sulla Moskova si interrompeva a mezz'aria; non c'era modo di arrivare sull'altra riva. La magia si esaurì. Il quadro che sembrava così vero, così colorito solo un momento prima, sbiadì e si spense. Le case vuote erano dimagrite e rinsecchite per l'età, la pelle delle strade tornò a screpolarsi come quella dei marciapiedi, poi comparvero erbacce alte due metri: era una massa compatta, selvatica e impenetrabile, che risucchiava i residui di quel mondo meraviglioso e illusorio.

All'improvviso Sasha si sentì profondamente offesa perché non aveva mai potuto vederlo con i propri occhi, perché le toccava scegliere fra la morte e il ritorno nella Metro, e non c'era altro posto sulla terra dove fosse rimasto un gigante prestante con i vestiti chiari... Oltre a lei, sulla strada ampia che correva verso un punto lontano dove il cielo copriva la città abbandonata, non c'era più nemmeno un'anima viva.

Il cielo divenne più sereno. Senza pioggia.

Sasha non riusciva nemmeno a piangere. In questo momento sarebbe stato bello morire e basta.

E come se avesse sentito il suo desiderio, in alto sopra la sua testa, un'ombra nera gigantesca allargò le ali.


* * *


Se avesse dovuto scegliere, cosa avrebbe fatto? Avrebbe lasciato andare il brigadiere e abbandonato il suo libro, sarebbe rimasto alla stazione finché non avesse trovato la ragazzina perduta? O l'avrebbe dimenticata per sempre per seguire Hunter, avrebbe depennato Sasha dal suo romanzo e si sarebbe nascosto con calma zen ad aspettare una nuova eroina?

La ragione impediva al vecchio di allontanarsi dal brigadiere. Altrimenti che senso avrebbe avuto tutto il suo vagare, il pericolo mortale al quale si era esposto insieme a tutta la Metro? Non aveva il diritto di mettere a rischio la sua opera: era l'unica cosa che giustificava tutti i sacrifici passati e futuri.

Ma nel momento in cui stava raccogliendo da terra lo specchietto frantumato, Omero capì che andarsene dalla Paveletskaya senza sapere cosa fosse successo alla ragazza sarebbe stato un vero tradimento. Ma prima o poi un tradimento avrebbe inevitabilmente avvelenato sia il vecchio sia il suo romanzo. Non avrebbe mai cancellato Sasha dalla sua memoria.

Qualunque cosa dicesse Hunter, Omero doveva fare di tutto per trovare la ragazzina, oppure per accertarsi che non fosse più fra i vivi. Il vecchio raddoppiò gli sforzi per cercarla, chiedendo ogni tanto ai passanti che ora fosse.

Aveva escluso l'Anello: senza documenti non l'avrebbero fatta entrare nell'Hansa da sola. La galleria di stanze e tende sotto il passaggio? Il vecchio la esaminò da cima a fondo, chiedendo a ogni persona che incontrava se avesse visto la ragazzina. Alla fin fine qualcuno rispose con tono insicuro che probabilmente si era imbattuto in lei, vestita con lo scafandro di tela catramata... da quello Omero, senza credere ai propri occhi e alle proprie orecchie, tracciò il percorso di Sasha fino alla scala mobile.

"E a me che mi frega? Se vuole andare, che vada. Le ho dato dei buoni occhiali", rispose fiaccamente la vedetta nella garitta. "C'è un nido di Forestieri là sopra. Non ci va nessuno. Mi ha fatto addirittura ridere quando me l'ha chiesto". Le sue pupille, grandi come canne di pistola, vagavano nello spazio, senza mai posarsi sul vecchio. "Faresti meglio a tornare nel passaggio, nonno. Farà buio fra poco".

Hunter lo sapeva! Ma cos'aveva in mente quando aveva detto che il vecchio non aveva la forza per far tornare la ragazzina? Possibile che fosse ancora viva?

Incespicando per la preoccupazione, Omero tornò di corsa alla tenda del brigadiere. Si tuffò sotto la trave angusta della porticina segreta, arrancò lungo la scala stretta, spalancò la porta senza bussare...

La camera era vuota: non c'erano né Hunter né le sue armi, le bende diventate marroncine per il sangue erano sparpagliate per tutto il pavimento, insieme a una fialetta che lo guardava con aria smarrita. Dallo sgabuzzino era sparito anche lo scafandro pulito alla meno peggio.

Il brigadiere aveva abbandonato il vecchio senza tanti ripensamenti, come si fa con un cane che ti è venuto a noia, castigato per la testardaggine.


* * *


Suo padre aveva sempre creduto fermamente che l'uomo ricevesse dei segni. Bisognava solo essere in grado di notarli e leggeri.

Sasha diede uno sguardo in alto e si bloccò, meravigliata. Se qualcuno in quel momento voleva mandarle un indizio, non avrebbe potuto escogitare niente di più eloquente.


Poco lontano dal ponte crollato, accanto alle selve scure, c'era una torre tonda e antica, con le estremità bizzarre; era la più alta di tutti gli edifici vicini. Gli anni non le avevano giovato: lungo le pareti correvano delle crepe profonde e anche la torre era pericolosamente inclinata. Sarebbe caduta da tempo, se non fosse stato per un miracolo. Come aveva fatto a non notarlo prima?

L'edificio era circondato da un convolvolo di dimensioni ciclopiche. Il fusto era, ovviamente, molto meno spesso della torre, ma lo spessore e le forze erano più che sufficienti per tenere insieme la costruzione che cadeva a pezzi. Quella pianta sorprendente circondava la torre a spirale; dalla base dello stelo si dipartivano ramoscelli piuttosto spessi, che ne generavano altri ancora più grossi e tutti insieme formavano una rete che non permetteva alla costruzione di disintegrarsi.

Probabilmente un tempo il convolvolo era stato debole e flessibile come i suoi getti più giovani e freschi. Un tempo doveva agganciarsi alle protuberanze e ai balconi della torre, che sembrava eterna e incrollabile. Se non fosse stata così alta, non sarebbe cresciuto tanto.

Sasha guardò incantata la pianta e l'edificio che aveva salvato. Per lei tutto assumeva un senso nuovo, le era tornato il desiderio di lottare. Stranamente, nella sua vita non era cambiato nulla, solo che all'improvviso, nonostante tutto, attraverso la scorza grigia della disperazione, la speranza cominciava a fare capolino nella sua anima, come il piccolo pollone del convolvolo.

Forse c'erano state anche cose che non avrebbe mai corretto, atti che non poteva cambiare e parole che non poteva ricacciare indietro, ma nella storia attuale c'era ancora molto che poteva cambiare, anche se non sapeva ancora come. L'importante era che le tornassero le forze.

In quel momento a Sasha sembrò di aver capito anche la ragione per cui la chimera spietata le aveva permesso di proseguire incolume: un'entità invisibile teneva incatenato il mostro per dare ancora una possibilità alla ragazza.

Lei gli era grata per questo. Era pronta a perdonare, pronta a provare di nuovo e a giocare la sua partita; ad Hunter chiedeva solo un minuscolo indizio. Ancora un segno.


Il sole che tramontava improvvisamente si spense, ma poi si accese di nuovo. Sasha alzò il mento e con la coda dell'occhio riuscì a cogliere un'ombra nera rapida, che sfrecciò sopra la sua testa; per un momento coprì il corpo celeste, e poi uscì dal suo campo visivo.

A fendere l'aria ci furono un fischio e un lamento acuto: fallì di poco il bersaglio, una cosa enorme, mastodontica, crollò dal cielo su Sasha. All'ultimo momento l'istinto impose alla ragazza di gettarsi a terra, e questo la protesse un po’. Il mostro mai visto sferrò un potente colpo con le ali sottili spalancate, si lanciò in alto e si mise a descrivere un semicerchio, preparandosi a un nuovo attacco.

Sasha si aggrappò al mitra, ma rinunciò a una fantasia inutile. Anche se avesse sparato a bruciapelo non sarebbe riuscita a far perdere la rotta a un animale di quelle dimensioni; non c'era nemmeno da pensare di abbatterlo. Eppure doveva ancora colpirla! La ragazza si lanciò all'indietro, nella radura dalla quale era partita per il suo breve viaggio, senza pensare a come scendere nella Metro.

La bestia volante emise un grido da predatore e si avventò di nuovo su di lei. Muovendosi a fatica nei pantaloni che non erano suoi, Sasha cadde bocconi sulla strada, ma riuscì a riprendersi e rispose bruscamente facendo fuoco. I proiettili lasciarono di stucco la creatura, anche se non le arrecarono alcun danno. Nei secondi guadagnati, la ragazza riuscì a sollevarsi sulle gambe e a correre verso la casa più vicina: aveva capito troppo tardi come ripararsi dal predatore.

Le sagome che si libravano in cielo a quel punto erano due, si reggevano con i battiti pesanti delle ampie ali membranose. L'intento di Sasha era semplice: stare appiccicata alle pareti degli edifici. I mostri volanti erano troppo grandi e goffi per arrivare a prenderla lì; e comunque... non aveva altro posto dove correre.

C'era riuscita! Aderì alla parete, sperando che i mostri si allontanassero da lei, ma quelli erano abituati a stanare le prede, anche quelle più ingegnose. Le creature da incubo, prima uno, poi addirittura due, atterrarono a una ventina di passi dalla ragazza e, trascinandosi sulle ali piegate, si avvicinavano a lei senza fretta.

La sventagliata di mitra non le spaventò, ma quasi le incollerì; sembrava che i proiettili si fermassero nello spesso strato di pelo, senza arrivare alla carne: il muso rovesciato e il labbro nero all'insù mettevano a nudo i denti ricurvi, appuntiti come chiodi.


"A terra!"


Sasha non perse tempo a pensare da dove le fosse giunta questa voce lontana, si limitò a gettarsi a terra bocconi. Molto vicino a lei si sentì un'esplosione; lo spostamento d'aria la fece sobbalzare e la colpì. Subito seguì una seconda esplosione, poi uno stridio bestiale infuriato e colpi d'ali che si allontanavano.

Sollevò pavidamente la testa, tossicchiò, per togliersi la polvere dai polmoni, si guardò attorno. Poco lontano da lei la strada era coperta di buchi appena fatti dalle schegge e macchiata di sangue scuro oleoso. Un'ala sottile bruciacchiata, strappata dalla carne, penzolava a poca di stanza, con attorno qualcosa di informe e carbonizzato.

C'era qualcuno che le veniva incontro attraverso il terreno pietroso, procedeva a passi misurati, senza abbassarsi, era un uomo dalla costituzione possente con un pesante scafandro da difesa.

Hunter!