2034 – Cap. 11

Capitolo undici

Doni



"Rapporto!"

Chissà perché riusciva egregiamente a cogliere tutti alla sprovvista. Nella guarnigione circolavano delle leggende sul comandante: l'ex mercenario aveva perfezionato l'arte di usare armi fredde e di dileguarsi nel buio. Una volta, ancora prima di stabilirsi alla Sevastopolskaya, aveva trucidato da solo i posti di blocco nemici, bastava questo per mostrare alle vedette quanto fosse superficiale.

Artyom sobbalzò, premendo la cornetta contro l'orecchio e la spalla, fece il saluto militare e con un po' di dispiacere sospese il conteggio. Il comandante si avvicinò al foglietto dei turni, controllò l'orologio e i dati. Era il tre novembre. Posò l'annotazione: dieci e ventidue, firmò e la restituì ad Artyom.

"Silenzio. Nel senso che non c'è nessuno".

"Tacciono?", il comandante strinse le labbra; ammorbidendo i muscoli, fece scrocchiare il collo. "Non ci credo".

"A cosa non crede?", precisò con diffidenza Artyom.

"Nel fatto che abbiano preso la Dobryninskaya tanto in fretta. Cos'è, l'epidemia è già arrivata all'Hansa? Immaginati che cosa scoppierebbe se l'Anello fosse contagiato?"

"Ma noi ancora non lo sappiamo", rispose Artyom insicuro. "Forse il contagio è già anche iniziato. Non ci sono contatti però".

"E se i cavi fossero danneggiati?", il comandante si piegò, cominciando a tamburellare le dita sul tavolo.

"Se fosse come con la base", Artyom fece un cenno con la testa in direzione della galleria che portava alla Sevastopolskaya. "Ammetto che è completamente muto. Anche se squilla. La tecnica funziona".

"Evidentemente alla base noi non serviamo, una volta che nessuno si presenta più alle porte. Oppure non c'è già più nessuna base. E non c'è nemmeno la Dobryninskaya", disse il comandante con tono monocorde. "Ascolta, Popov... E se là non fosse rimasto nessuno, allora anche noi presto moriremo. Nessuno verrà ad aiutarci. E la nostra quarantena a quel punto non avrà alcun senso. Può essere, ma al diavolo! Tu cosa ne pensi?", strinse di nuovo le labbra.

"Non ci sono storie, la quarantena è necessaria", Artyom rinnegò spaventato quell'eresia, ricordando che il comandante tendeva a sparare nello stomaco ai disertori ancor prima di dare lettura della sentenza.

"Necessaria", ripeté lui pensieroso. "Oggi si sono già ammalati in tre. Due del posto e uno dei nostri. Akopov. E Aksyonov è morto."

"Aksyonov?", Artyom inghiottì la saliva, strizzando gli occhi."Si è fracassato la testa sui binari. Ha detto che gli faceva molto male", continuò il comandante con altrettanta indifferenza. "E non è il primo. A Chertovsky doveva fare molto male la testa, se ha tentato per mezz'ora di fracassarsela da solo, stando in ginocchio, no?"
"Esattamente", Artyom si incupì.

"Non hai la nausea? Nessun senso di debolezza?", chiese il comandante preoccupato, puntandogli la torcia in pieno volto. "Apri la bocca. Dì Ahhh. Bravo. Ecco, Popov, faresti meglio a continuare a telefonare. Popov, telefona alla Dobryninskaya, caso mai dovessero dirti che all'Hansa c'è il vaccino e che le loro brigate sanitarie arriveranno presto. E salveranno noi che siamo sani. E guariranno i malati. Così non staremo in quest'Ade nei secoli dei secoli e torneremo a casa dalle nostre mogli. Tu tornerai dalla tua Galya, io da Alena e da Vera. Hai capito Popov?"

"Perfettamente", annuì Artyom convulsamente.

"Riposo!"


* * *


La sua scure era rotta proprio sul manico, non aveva sostenuto il peso della creatura che era franata su di lei. La lama era andata tanto a fondo nel corpo dell'animale, che non avevano nemmeno tentato di toglierla da lì. Il rasato era stato tutto tagliuzzato dagli artigli, non riprendeva conoscenza da quasi tre ore.

Sasha non poteva aiutarlo in nessun modo, ma aveva comunque la necessità di vederlo. Anche solo per dirgli grazie... anche se non avesse potuto sentirla. Ma i medici non le permettevano di entrare nella tenda, dicevano che il ferito aveva solo bisogno stare tranquillo, nient'altro.

Non sapeva con certezza perché il rasato avesse ucciso quegli uomini con l'automotrice. Ma se l'aveva fatto per salvarla, Sasha avrebbe potuto giustificarlo. Tentava onestamente di credere che fosse così, ma non ci riusciva. Era più plausibile la seconda spiegazione: gli veniva più facile uccidere che chiedere.

Una volta alla Paveletskaya era tutto diverso. Non c'erano dubbi: era andato proprio a cercare Sasha ed era anche pronto a uccidere per lei. Significava che si era sbagliata: fra loro cominciava a prendere forma un legame?

Quando l'aveva chiamata là alla Kolomenskaya, si era aspettata un proiettile, non un invito a proseguire insieme. E quando si era voltata docilmente, aveva subito notato che in lui avveniva un cambiamento, anche se il suo viso spaventoso rimaneva comunque impassibile. Stava tutto negli occhi: come se nello spioncino delle pupille nere e immobili fosse improvvisamente balenato qualcos'altro. Qualcuno che era curiosa di scoprire.

Qualcuno a cui lei adesso doveva la vita.

Pensava se dargli l'anello d'argento, come un'allusione, come aveva fatto una volta sua madre, ma temeva che il rasato non cogliesse il segno. E come altro poteva ringraziarlo? Dargli il coltello in cambio di quello che aveva rotto per difenderla era il minimo che Sasha potesse fare. Quando lei era rimasta immobile, davanti al chiosco con le armi, le era venuto questo pensiero semplice, si era immaginata come avrebbe consegnato al rasato la sua nuova sciabola, come l'avrebbe guardata, cosa dire... per un momento si era anche dimenticata che si apprestava a comprare uno strumento di morte, che avrebbe lasciato dietro di sé gole tagliate e ventri squarciati.

In quell'istante per lei non era un bandito, ma un eroe, non un assassino, ma un combattente; e prima di tutto un uomo. E ancora, inespresso e quasi anche non pensato, nella sua testa girava un pensiero: la sua lama si è rotta, e lui, ferito, non può riprendere i sensi. Forse, se avesse un coltello intero... come un amuleto...

Comunque l'aveva comprato.

Ed eccola, accanto al suo letto, nascondeva il regalo dietro la schiena. Sasha aspettava che la sentisse o almeno percepisse la vicinanza della lama. Il rasato diede uno strattone, cominciò a rantolare, si mise a scaracchiare parole sconnesse, ma non riprese i sensi: l'oscurità lo teneva troppo stretto.

Fino a quel punto Sasha non aveva mai pronunciato il suo nome, non solo ad alta voce, ma nemmeno fra sé e sé. Prima di chiamarlo ad alta voce, bisbigliò il suo nome, come se volesse provare, e alla fine si decise:

"Hunter!"

Il rasato si chetò, tendendo le orecchie, come se si trovasse in un luogo lontanissimo e la sua voce giungesse fino a lui come un'eco percepibile: più forte, insistente. Non voleva andarsene finché lui non avesse aperto gli occhi. Voleva diventare il suo fuocherello della galleria.

Nel corridoio qualcuno mandò un grido di meraviglia, strascicò gli stivali e Sasha, per non perdere tempo, si accoccolò e mise il coltello sul comodino accanto al capezzale della branda.

"È per te", disse lei.

Dita di acciaio si chiusero di scatto attorno alla mano di Sasha in una morsa che avrebbe potuto spezzarle l'osso. Il ferito riuscì ad aprire le palpebre, ma il suo sguardo girava intorno incosciente, senza soffermarsi su niente.

"Ti ringrazio...", la ragazza non fece nessun tentativo di liberare la mano presa in trappola.

"Che cosa fa qui?!"

Si avvicinò a lei un ragazzo alto con un camice bianco bisunto, punse il rasato con una siringa e quello subito si rilassò. Facendo alzare in piedi Sasha con uno strattone, l'inserviente sibilò a denti stretti.

"Cos'è, non capisci? In quella condizione... il dottore ha vietato..."

"Sei tu che non capisci! Deve aggrapparsi a qualcosa e con le vostre iniezioni gli spezzate le braccia..."

Spinse Sasha verso l'uscita, ma lei, fatti pochi passi, si voltò e lo guardò in tralice.

"Che non ti veda più qui! E questo invece che cos'è?", aveva notato il coltello.

"È suo. Gliel'ho portato io", si impappinò Sasha. "Se lui non... quelle bestie mi avrebbero fatto a pezzi".

"Il dottore farà a pezzi me se viene a saperlo", brontolò l'inserviente. "Basta, smamma!"

Ma Sasha si trattenne ancora per un momento e, rivolgendosi ad Hunter che era annegato nella droga delle medicine, concluse con queste parole: "Grazie. Mi hai salvata".

Fece un passo fuori dalla tenda e all'improvviso sentì un quieto, penoso: "Volevo solo ucciderlo... il mostro..."


La porta le si chiuse in faccia e una chiave girò nella serratura.


* * *


Il coltello era destinato a qualcosa di diverso, Omero l'aveva capito subito. Era sufficiente sentire il tono con cui la ragazzina chiamava il brigadiere che annaspava nel delirio paludoso: in modo perentorio, bisognoso e pietoso. Già pronto a interferire, il vecchio si imbarazzò e rinunciò: qui non doveva salvare nessuno. L'unica cosa sensata da fare era andarsene via al più presto, per non spaventare Sasha.

Come sapere se improvvisamente avesse avuto ragione? Eppure alla Nagatinskaya Hunter si era completamente dimenticato dei suoi compagni di viaggio, lasciandoli in balia del ciclope immaginario. E in questa battaglia... possibile che per il brigadiere la ragazzina potesse significare qualcosa?

Immerso nei suoi pensieri, Omero si incamminò lungo il corridoio, in direzione della sua tenda. Gli veniva incontro l'inserviente, che toccò la spalla al vecchio, ma quello non gli prestò nemmeno attenzione. Era ora di dare a Sasha una cosina che aveva comprato per lei al mercato, si disse Omero. Sembrava che presto le sarebbe tornata utile.

Tolse dal cassetto del tavolo un pacchetto e lo rigirò fra le mani. La ragazzina irruppe nella stanza pochi minuti dopo, tesa, confusa e incollerita. Si arrampicò con i piedi sul suo letto, rimanendo in un angolo. Omero aspettò di sapere se la tempesta sarebbe scoppiata o passata. Sasha taceva, si mise solo a mordicchiarsi le unghie. Era giunto il momento di intraprendere un'azione decisa.

"Ho un regalo per te", il vecchio lo estrasse dal cassetto e mise l'involto sulla coperta, accanto alla ragazza.

"Perché?", disse senza lasciare uno spiraglio nel suo guscio.

"Perché le persone si scambiano dei doni?"

"Per ripagare il bene", ripeté Sasha con sicurezza. "Che a loro è già stato fatto oppure che chiederanno poi".

"Allora diciamo che ti ripago per il bene che mi hai già fatto", sorrise Omero. "Non ti chiederò più niente".

"Io a te non ho fatto niente", si sorprese la ragazza.

"E il mio libro allora? Ti ho già inserita nella storia. Bisogna saldare i conti, non voglio essere in debito. È tutto. Dai, aprilo", inserì una nota scherzosa nel tono di voce.

"Nemmeno a me piace essere in debito", disse Sasha, aprendo il pacco. "Che cos'è? Oh!"

Teneva fra le mani un bel disco di plastica, una scatolina piatta, che si apriva a metà. Un tempo era un portacipria da due soldi, ma entrambe le vaschette, quella per la cipria e quella per il rossetto, erano vuote da tempo. Tuttavia lo specchietto inserito nella parte interna del coperchio si era conservato perfettamente.

"Qui si vede meglio che in una pozzanghera". Sasha sbarrò gli occhi, studiando il proprio riflesso. "Perché mi hai dato questo?"

"A volte è utile vedersi", sorrise Omero. "Aiuta molto a capirsi".

"E cosa devo capire di me?", si mise in guardia lei.

"Ci sono uomini che non hanno mai visto il proprio riflesso e, per questo, per tutta la vita pensano di essere qualcun altro. Spesso dall'interno ci si vede male, se non c'è nessuno che ti indirizza... e finché non ti imbatti per caso in uno specchio continuerai a sbagliare. E anche quando guardi ciò che è riflesso, spesso non riesci a credere di essere proprio tu quello che vedi".

"E chi ci vedo dentro?", insistette lei.

"Dimmelo tu", si mise le mani sul petto.

"Me. Beh... una ragazzina", per accertarsene, tornò allo specchietto, guardando prima un profilo poi l'altro.

"Una ragazza", la corresse Omero. "E abbastanza sciatta".

Lei si rigirò ancora un po', poi lanciò un'occhiata a Omero come se fosse in procinto di chiedere qualcosa, poi ci ripensò, tacque, infine prese coraggio e sbottò, costringendo il vecchio a tossire: "Sono un mostro?"

"È difficile dirlo", riuscì a stento a tenere a freno il sorriso che spuntava all'angolo delle labbra. "Non si vede sotto lo sporco".

"Com'è questa cosa?", Sasha alzò le sopracciglia. "Cos'è, gli uomini non percepiscono la bellezza femminile? Bisogna mostrarvi e spiegarvi tutto?"

"Accidenti! Usandola spesso ci ingannano", disse Omero con una risata. "I colori riescono a fare dei veri miracoli con un volto femminile. Ma nel tuo caso non si parla tanto di restaurare un ritratto, ma più che altro di fare uno scavo archeologico. Dal tallone di un'antica statua che emerge dalla terra è difficile giudicarne la bellezza. Anche se quasi sicuramente è bellissima", aggiunse lui con indulgenza.

"Cos'è antica?", Sasha cercava il tranello.

"Vecchia", continuò a divertirsi Omero.

"Ma ho solo diciassette anni!", protestò lei.

"Questo si capisce dopo. Quando si scava". Il vecchio si sedette di nuovo al tavolo con aria imperturbabile, aprì il quaderno all'ultima pagina coperta di parole e si mise a rileggere gli appunti incupendosi man mano.


Se scavano. La ragazza, lui stesso e tutti gli altri. Una volta si divertiva con queste riflessioni: se tra un millennio gli archeologi studiando le rovine dell'antica Mosca, che ormai aveva perso anche il suo nome, avessero trovato una delle entrate nel labirinto sotterraneo? Probabilmente avrebbero pensato di essersi imbattuti in una gigantesca sepoltura di massa. Difficilmente qualcuno avrebbe pensato che la gente potesse vivere in queste catacombe buie. Avrebbero stabilito che talvolta la cultura altamente sviluppata al tramonto della propria esistenza si degrada: hanno seppellito i dirigenti nelle cripte, insieme a tutte le suppellettili, le armi, la servitù e le concubine.

Nel suo quaderno rimanevano ancora oltre ottanta fogli puliti. Sarebbero bastati per accogliere entrambi i mondi: quello che c'era in superficie e quello che c'era nella Metro?

"Non mi stai ascoltando?", la ragazzina lo scosse per il braccio.

"Cosa? Scusa, stavo pensando". Si sfregò la fronte.

"Ma le statue antiche erano davvero belle? Cioè, quello che sembrava bello agli uomini in passato, rimane bello anche oggi?"

"Sì", il vecchio strinse le spalle.

"E sarà lo stesso anche domandi?", continuò a tormentarlo lei.

"Probabilmente. Se ci sarà qualcuno a valutarlo".

Sasha tacque, pensierosa; Omero, che era ritornato sui binari delle sue tristi riflessioni, non sollecitò la conversazione.

"Cioè, la bellezza senza l'uomo non esiste?", chiese infine Sasha perplessa.

"Probabilmente no", rispose lui distratto. "Se nessuno la vede... eppure gli animali non sono in grado..."

"E se le bestie sono diverse dagli uomini per il fatto che non vedono la differenza fra il bello e il mostruoso", rifletté Sasha, "Significa che senza bellezza l'uomo non può esistere?"

"Ci riesce benissimo", il vecchio dondolò la testa. "Molti non ne hanno alcun bisogno".

La ragazza affondò la mano nella tasca ed estrasse un oggetto misterioso. Un quadratino disegnato di polietilene o di plastica. Timidamente e orgogliosamente al tempo stesso, come se svelasse un grande tesoro, Sasha lo porse a Omero.

"Cos'è?", chiese quello.

"Dimmelo tu", sorrise lei furba.

"Beh", prese il quadratino in mano con cautela, lesse l'iscrizione e lo restituì alla ragazza. "L'imballaggio di un pacchetto di tè. Con un disegno".

"Con un quadro", lo corresse lei. "Con un bel quadro", aggiunse con sfida. "Se non ci fosse stato, sarei diventata una bestia".


Omero la guardò, aveva la sensazione che gli occhi gli si gonfiassero, che si avvicinassero le lacrime e che diventasse più difficile respirare. Sciocco sentimentale, si rimproverò da solo. Tossì, riprese fiato.

"Non sei mai salita su, in città? Eccetto quella volta?"
"E perché?", Sasha ripose di nuovo il pacchettino. "Vuoi dirmi che là non è come nel quadro? Che questo non esiste per niente? Lo so anche da sola. So com'è la città: case, ponte, fiume. Spaventoso e vuoto".

"Al contrario", rispose il vecchio. "Non ho mai visto niente di più bello di questa città. Tu invece... giudichi tutta la Metro da una traversa. Io, probabilmente, non riesco nemmeno a descrivertela. I palazzi sono più alti di qualunque roccia. I viali ribolliscono come torrenti di montagna. Il cielo che non si consuma, la nebbia lucente... la città è vanitosa, incalzante, come ognuno dei suoi milioni di abitanti. Folle, caotica. Tutto consiste nell'unione dell'inconciliabile, costruito senza un piano. Non è eterno, perché l'eternità è troppo fredda e immobile. Ma così vivo!", strinse il pugno, poi lasciò perdere. "Non puoi capire. Devi vederlo con i tuoi occhi..."
In quel momento lui stesso credeva che se Sasha fosse salita in superficie, anche a lei si sarebbe presentato il carattere di questa città; ci credeva, perché si era completamente dimenticato che, perché fosse così, avrebbe dovuto conoscerla quando era viva.


* * *


Il vecchio riuscì in qualche modo a convincerla e riuscirono a farla passare oltre il cordone dell'Hansa: sotto scorta, come a una fucilazione, li accompagnarono per tutta la stazione nei locali di servizio, dove c'era il bagno.

Le due Paveletskaya avevano in comune solo il nome: sembravano due sorelle separate alla nascita, una delle quali era capitata in una famiglia ricca, mentre l'altra era cresciuta in una stazioncina carente di viveri, o addirittura nelle gallerie. La radiale risultava piuttosto sporca, spericolata, ma leggera e spaziosa. Quella sull'Anello era bassa, tarchiata, ottimamente illuminata e lucidata fino a brillare, dal primo sguardo mostrava il proprio carattere: padronale e spilorcia. A quell'ora non c'era molta gente, probabilmente tutti quelli che lavoravano in stazione preferivano lo spettacolo popolare della radiale alla severità cerimoniosa della stazione sull'Anello.

Nello spogliatoio era da sola. Le pareti, coperte con mattonelle gialle accurate, il pavimento con piastrelle poliedriche frantumate, scaffalini di ferro verniciati per calzature e abiti, una lampada su un cavo elettrico irsuto, due panche rivestite di finta pelle... si bloccò tutta per l'emozione.

L'inserviente del bagno pubblico, baffuta e magrissima, le diede un asciugamano di colore incredibilmente bianco e un mattoncino duro di sapone grigio, e le permise di chiudere la doccia con il chiavistello.

Il quadrato di asciugamano e il profumo rivoltante del sapone... tutto questo apparteneva a un passato lontano lontano, quando Sasha era la figliola del comandante, amata e protetta. Si era anche dimenticata che da qualche parte esistessero ancora queste cose.

Sasha si slacciò la salopette irruvidita dallo sporco e se la tolse velocemente. Strinse la maglietta, si levò i calzoncini e a saltelloni si trascinò al tubo arrugginito ma lindo, con l'imbuto fatto a mano. Facendo scorrere di malavoglia le dita sulla valvola di ferro che bruciava, fece scendere l'acqua bollente... bollente! Stringendosi alla parete per preservarsi dai getti ustionanti, girò anche l'altra manopola. Alla fine miscelò il freddo e il caldo nella giusta proporzione, interruppe il balletto e si dissolse nell'acqua.

Ma nel tubo di scarico insieme all'acqua saponata scendevano anche polvere, fuliggine, grasso di macchina, sangue (di Sasha e di altri uomini), stanchezza e disperazione, colpa e ansia. Passò un po' di tempo prima che l'acqua si schiarisse.

Era sufficiente perché il vecchio smettesse di provocarla, pensava Sasha, come se gli altri esaminassero i suoi piedi rosa ammollati, studiandone le piante insolitamente bianche. Bastava perché gli uomini potessero notare la sua bellezza? Forse Omero aveva ragione ed era stato stupido da parte sua avvicinarsi al ferito senza mettersi in ordine? Probabilmente doveva ancora imparare queste cose.

Avrebbe notato il cambiamento di Sasha? Chiuse la valvola, andò ciabattando allo spogliatoio, spalancò lo specchio che aveva ricevuto in regalo... no, non poteva non prestargli attenzione.

L'acqua bollente l'aveva aiutata ad aprirsi, a sconfiggere i dubbi. Con le sue strane parole sul mostro, il rasato non voleva allontanarla. Solo che non era ancora riuscito a riprendere i sensi e non si rivolgeva a lei, ma continuava solo il dialogo di un incubo durante il quale litigava ferocemente con qualcuno. Doveva solo aspettare che tornasse in sé e in quel momento trovarsi al suo fianco perché... perché Hunter vedesse subito che lei poteva affidarsi a lui in tutto.

Ricordando che il rasato stava delirando, Sasha sentì, anche se non poteva spiegarlo, che Hunter la cercava perché era capace di tranquillizzarlo, di portare sollievo dalla febbre, di aiutarlo a trovare l'equilibrio. E tanto più ci pensava, tanto più caldo le veniva.

Le presero la salopette imbrattata, promettendo di lavarla, in cambio le consegnarono dei pantaloni sottili azzurri e un maglione logoro con il collo. Nei nuovi abiti si sentiva stretta e scomoda. Come se non bastasse, mentre la riportavano al lazzaretto attraverso i posti di frontiera, quasi tutti gli occhi maschili cadevano su pantaloni e pullover. Quando Sasha arrivò al proprio letto aveva già voglia di un'altra doccia.

Il vecchio non era in camera, ma da sola non si sarebbe annoiata. Qualche minuto dopo la porta cigolò e il dottore gettò uno sguardo dentro.

"Buongiorno. Potete fargli visita. Ha ripreso i sensi".


* * *


"Che giorno è oggi?"

Il brigadiere si sollevò sui gomiti, spostando la testa a fatica, e divorò con gli occhi Omero. Quello gli afferrò il polso, ma da tempo non portava l'orologio, e aprì le braccia.

"Il due. Il due novembre", suggerì l'inserviente.

"Tre giorni", Hunter si spostò sul cuscino. "Ho perso tre giorni. Facciamo tardi. Bisogna andare".

"Non puoi andare lontano", tentò di farlo rinsavire l'inserviente. "Quasi non hai più sangue in corpo".

"Bisogna andare", ripeté il brigadiere senza prestargli attenzione. "C'è poco tempo... banditi...", e all'improvviso si interruppe. "Perché hai il respiratore?"

Il vecchio si era preparato a rispondere a questa domanda; aveva avuto tre giorni interi per costruire una linea di difesa e pianificare la controffensiva. La smemoratezza di Hunter l'aveva salvato da una confessione che non era necessaria: adesso poteva sfruttare la bugia che aveva escogitato.

"Non c'è nessun bandito", sussurrò lui, chinandosi sul letto del ferito. "Mentre deliravi, hai parlato tutto il tempo. So tutto".

"Che cosa sai?!", Hunter lo prese per il colletto, tirandolo a sé.

"Dell'epidemia alla Tulskaya... è tutto a posto", il vecchio implorante agitò la mano, trattenendo l'inserviente che si era gettato a staccarlo dal brigadiere. "Ce la faccio. Dobbiamo parlare, posso chiederle..."

L'inserviente si fece da parte malvolentieri, coprì con il cappuccio l'ago della siringa e uscì dalla tenda, lasciandoli soli.

"Della Tulskaya...", Hunter non staccava dal vecchio lo sguardo rabbioso, infiammato, ma a poco a poco la morsa si indebolì. "Nient'altro?"

"Solo questo. Che nella stazione c'è il focolaio di un'infezione sconosciuta. Che si trasmette via aria... che i nostri si sono messi in quarantena e aspettano aiuto".

"Bene, bene...", il brigadiere lo lasciò andare. "Sì. Un'epidemia. Temi di essere stato contagiato?"

"La prudenza non è mai troppa", rispose Omero con cautela.

"Ma sì. Niente... io non mi sono avvicinato, la corrente d'aria andava verso di loro... non dovrei..."

"Perché questa storia dei banditi? Cosa hai intenzione di fare?", prese coraggio il vecchio.

"Prima voglio andare alla Dobryninskaya, per prendere accordi. Poi depurare la Tulskaya. Servono dei lanciafiamme. Altrimenti niente..."
"Vuoi bruciarli tutti vivi, in stazione? E i nostri?", il vecchio continuava ancora a sperare che le parole che il brigadiere aveva pronunciato sul lanciafiamme fossero ingannevoli come tutto ciò che aveva detto al comando della Sevastopolskaya.

"Perché vivi? I cadaveri... non c'è scampo. Sono tutti contagiati, tutti i contatti. Tutta l'aria. Ho sentito parlare di questa malattia...", Hunter chiuse gli occhi, si leccò le labbra screpolate. "Non c'è cura. Un paio di anni fa c'è stata una deflagrazione. Duemila morti".

"Eppure si è fermata".

"Assedio. Lanciafiamme", il brigadiere voltò nuovamente il viso deturpato verso il vecchio. "Non c'è altro mezzo. Se sfugge al controllo... Anche un solo uomo. È la fine per tutti. Sì, ho mentito sui banditi. Altrimenti Istomin non avrebbe permesso di ucciderli tutti. Troppo debole. Mentre io sto con quelli che non fanno domande".

"E se per caso ci fossero persone immuni?", esordì timidamente Omero. "E se tornasse la salute? Io... tu hai detto... e se si potessero salvare?"
"Non esiste l'immunità. Tutti quelli che entrano in contatto vengono contagiati. Là non ci sono uomini sani, ci sono solo vivi", tagliò corto il brigadiere. "Per loro è ancora peggio. Soffriranno più a lungo. Vedo... ne hanno bisogno che io... che io li finisca".

"E perché lo fai?", il vecchio si allontanò dalla branda.

Hunter, stanco, chiuse le palpebre e Omero notò di nuovo che l'occhio che si trovava sulla metà del viso deturpata non riusciva a chiudersi del tutto. La risposta del brigadiere si fece attendere a lungo e il vecchio era già pronto a correre dal dottore.

Ma poi parlò, lentamente e con distacco, come se fosse stato mandato da un ipnotizzatore, in un passato infinitamente lontano, a recuperare ricordi persi. Quindi disse a denti stretti:

"Devo. Difendere gli uomini. Eliminare ogni pericolo. Esisto solo per questo".


* * *


Aveva trovato il coltello? Aveva capito che veniva da lei? E se non avesse capito, se non avesse visto nel coltello una promessa? Volò lungo il corridoio inseguendo i suoi pensieri dispettosi, senza sapere ancora cosa gli avrebbe detto... che peccato che avesse ripreso conoscenza prima che lei si trovasse al suo capezzale!

Sasha sentì quasi tutta la conversazione, rimanendo immobile sulla soglia, indietreggiando quando il discorso cadde sugli omicidi. Non poteva decifrare tutto, ma per lei non aveva senso. La cosa più importante l'aveva già sentita. Non aveva senso aspettare oltre, quindi Sasha bussò forte alla porta.

Il vecchio, che le venne incontro, aveva il viso contratto dalla disperazione. Omero si muoveva a stento, come se anche a lui fosse toccata un'iniezione spossante e qualcuno gli avesse strappato il lucignolo delle pupille. A Sasha rispose con un cenno involontario, come un impiccato sulla corda alla quale hanno dato un violento strattone.

La ragazza si sedette sul bordo dello sgabello caldo, si morse il labbro e trattenne il respiro prima di entrare nella nuova galleria inesplorata.

"Ti è piaciuto il mio coltello?"
"Il coltello?", il rasato si guardò intorno, trovò la sciabola nera e, senza toccarla, fissò Sasha con diffidenza. "E che cosa sarebbe?"
"È per te". Era come se le avessero dato un pugno in pieno viso. "Il tuo si è rotto. Quando... grazie..."

"Che strano regalo. Non ho mai ricevuto niente di simile da nessuno", disse dopo un silenzio pesante.

Nelle sue frasi le sembrò di vedere una mezza allusione, una reticenza significativa e lei, cogliendo il gioco senza conoscerne tutte le regole, cominciò a raccogliere le parole a tentoni. Parlava goffamente, era insicura, ma la sua lingua era poco adatta per descrivere quello che accadeva dentro Sasha.

"Anche tu senti che ho un pezzo di te? Quel pezzo che ti hanno tolto... che tu stavi cercando? Che io posso darti?"

"Che cosa dici?", lui le versò addosso dell'acqua gelata.

"No, tu lo senti", disse Sasha rannicchiandosi. "Che con me diventi intero. Che posso stare con te e devo farlo. Altrimenti perché mi avresti presa con te?"

"Ho ceduto al mio collega", la sua voce era incolore e vuota.

"Perché mi hai difesa dagli uomini dell'automotrice?"

"Li avrei uccisi in ogni caso".

"Perché allora mi hai salvato da quella bestia in stazione?!"

"Bisognava annientarli tutti".

"Sarebbe stato meglio se mi avesse mangiata!"

"Non sei contenta di essere ancora viva?", chiese lui senza capire. "Allora prendi la scala mobile e sali. Là ce ne sono ancora quanti ne vuoi".

"Io... tu vuoi che io..."

"Io non voglio niente da te".

"Ti aiuto a fermarti!"

"Tu ti attacchi a me".

"Tu non senti che..."

"Io non sento niente". Le sue parole avevano il gusto dell'acqua rugginosa.

Nemmeno la chela spaventosa del mostro biancastro avrebbe potuto infliggerle un colpo tanto profondo. Sasha si alzò di scatto, ferita, corse via dalla tenda. Fortunatamente, la sua camera era vuota. Si rintanò in un angolo, raggomitolandosi. Cercò in tasca lo specchio, voleva scagliarlo via, ma non lo trovò; a quanto pareva, l'aveva dimenticato accanto al letto del rasato.


Quando le lacrime si asciugarono, sapeva già cosa doveva fare. Non le serviva molto tempo per i preparativi. Il vecchio l'avrebbe perdonata, perché gli rubava il fucile automatico, probabilmente le avrebbe perdonato qualunque cosa. La tuta difensiva di tela catramata, pulita e disinfettata, l'aspettava nello sgabuzzino, pendeva mollemente dal gancio. Come se uno stregone avesse sbudellato e maledetto il grassone ucciso, condannandolo anche dopo la morte a seguire Sasha a compiere la sua volontà.

La infilò, uscì nel corridoio, scivolò nella galleria e salì sulla piattaforma. Da qualche parte lungo il cammino la colse il rivoletto della musica magica, la cui fonte non era riuscita a individuare la volta prima. Nemmeno in quel momento trovò dei minuti liberi per ricercarla. Bloccandosi solo per un attimo, Sasha resistette alla tentazione e andò avanti verso l'obiettivo del suo spostamento.

Di giorno, accanto alla scala mobile, era in servizio solo una vedetta: nelle ore di luce le creature della superficie non disturbavano mai la stazione.

Non ci vollero più di cinque minuti per capire il perché: qui il passaggio verso l'alto era sempre aperto, con la scala mobile non si poteva scendere, solo salire. Lasciando alla sentinella malleabile un caricatore per la mitragliatrice semivuoto, Sasha posò il piede sul primo gradino della scala che puntava dritta verso il cielo.

Spostò i pantaloni scivolosi e salì.