2034 – Cap. 10

Capitolo dieci

Dopo la morte


"Cosa resta dopo che sono morti? Cosa resta dopo ognuno di noi?

Le pietre tombali affondano e nel giro di pochi decenni le iscrizioni che ci sono sopra diventano illeggibili.

Anche nei tempi antichi, quando non c'era più chi si prendesse cura delle tombe, la terra cimiteriale era ridistribuita fra i nuovi morti. A far visita ai cari estinti andavano solo i bambini o i genitori, molto più raramente i nipoti, quasi mai i pronipoti.

Quello che era piacevole chiamare quiete eterna, nelle città ricche significava solo una proroga di mezzo secolo prima che le ossa fossero disturbate: forse, per un'ulteriore compattazione, forse, per arare di nuovo e far sorgere al loro posto delle aree abitabili. La terra era diventata troppo stretta per i vivi e per i morti.

Mezzo secolo era un lusso che potevano permettersi solo quelli che morivano prima della fine del modo. A chi interessa un deceduto, quando perisce un intero pianeta? Nessuno degli abitanti della Metro aveva avuto l'onore di essere seppellito ed era inutile sperare che il suo corpo non fosse annientato dai topi.

In precedenza le spoglie avevano il diritto di esistere solo fino a quando i vivi si ricordavano di coloro ai quali appartenevano. L'uomo ricorda i suoi parenti, i compagni di studi, i colleghi di lavoro. Ma la sua memoria dura solo tre generazioni, cioè circa cinquant'anni o poco più.

Con la stessa leggerezza con cui ognuno di noi cancella dalla memoria l'immagine del proprio nonno o di un compagno di scuola, qualcuno un giorno relegherà anche noi nell'assoluto del non essere. Il ricordo dell'uomo può rivelarsi più longevo del suo scheletro, ma quando se ne va l'ultimo di coloro che si ricordavano di noi, insieme a lui anche noi ci dissolviamo nel tempo.

Fotografie? Chi le scatta più? E quante se ne sono conservate, quando fotografavano tutti? Prima, alla fine di ogni album di famiglia spesso c'era un piccolo spazio riservato ai vecchi scatti ingrigiti, ma erano in pochi a sfogliarli e saper dire con certezza in quale delle immagini fosse rappresentato questo o quell'antenato. In un modo o nell'altro, le fotografie di coloro che ci hanno lasciato si possono considerare una maschera postuma, tolta dal loro corpo, ma non si possono certo considerare un modello di vita dotata di anima. E poi, gli scatti bruciano solo un po' più lentamente di quei corpi che rappresentavano.

E che cosa resta?

I figli?"

Omero toccò con le dita la fiamma della candela. Gli era facile ragionare; le parole di Achmed l'avevano irritato così tanto. Condannato a essere senza figli, privato della possibilità di continuare la sua stirpe, il vecchio a quel punto poteva solo negare la possibilità che fosse possibile avviarsi verso l'immortalità.

Impugnò di nuovo la penna.

"Possono essere simili a noi. Nei loro tratti possiamo vedere l'immagine dei nostri stessi tratti, sorprendentemente intrecciati ai lineamenti di coloro che abbiamo amato. Nei loro gesti, nella curvatura del sopracciglio, nelle smorfie, con tenerezza riconosceremo noi stessi. Gli amici possono dirci che i nostri figli e le nostre figlie sono le nostre copie, che sono fatti con lo stesso stampo. E questo nel suo piccolo promette qualche prolungamento di noi stessi dopo che noi cesseremo di esistere.

Ma allora ognuno di noi non è il modello iniziale, a partire dal quale sono plasmate le copie successive, ma è tutto solo una chimera, fatta di due parti uguali, di interiorità ed esteriorità, di nostro padre e nostra madre, esattamente come loro, a loro volta, sono fatti di metà dei loro genitori. Ne risulta che non c'è nessuna unicità, ma solo un'infinita rimescolanza di minuscoli pezzetti di un mosaico, che esistono in se stessi, composti da miliardi di combinazioni, che non hanno un valore proprio e che formano davanti agli occhi un quadro.

Allora a cosa serve essere tanto orgogliosi perché nei nostri figli vediamo una gobbetta o una fossetta che ci piace considerare nostra, ma che allo stesso tempo in mezzo milione di anni è transitata per migliaia di corpi?

Resterà qualcosa che è davvero venuto da me?"


A Omero era andata peggio che agli altri. Invidiava sinceramente coloro ai quali la fede concedeva la speranza di arrivare a un mondo dell'oltretomba; invece quando sentiva questa parola nel mezzo di un discorso, il pensiero del vecchio volava alla Nakhimovsky Prospekt. Forse Omero non era fatto solo di carne che sarà macinata e assimilata dai mangiacadaveri. E anche se ci fosse in lui ancora qualcosa, oltre a carne e ossa, questo qualcosa non poteva esistere.

"Cos'è rimasto dopo gli imperatori d'Egitto? E dopo gli eroi dell'antica Grecia? Dopo gli artisti del Rinascimento? È rimasto qualcosa di loro e loro sono in ciò che è rimasto?

Ma cosa rimane all'uomo di immortale?"


Omero rilesse quello che aveva scritto, rifletté, poi scelse attentamente dei fogli del quaderno, li appallottolò, li mise su un piatto di ferro e diede loro fuoco. Dopo un minuto, del lavoro al quale aveva dedicato le ultime tre ore rimaneva solo una manciata di cenere.



* * *


Era morta.

Sasha si era sempre immaginata la morte: si spegne l'ultimo raggio di luce, tacciono tutte le voci, il corpo si paralizza e resta solo il buio primordiale. L'oscurità e il silenzio da cui provengono gli uomini e dove ritornano inevitabilmente. Sasha aveva sentito favole sul Paradiso e sull'Ade, ma aveva sempre considerato l'Inferno completamente inoffensivo. L'eternità, attraversata in completa cecità, sordità e totale inattività, le sembrava cento volte più spaventosa di una caldaia qualsiasi, piena di carne che bolle.

Ma poi davanti a lei si profilò una minuscola fiammella tremante. Sasha si trascinò in quella direzione, ma non era possibile arrivare a toccarla: la lucciola danzante si allontanava di corsa da lei, poi si avvicinava di nuovo per stuzzicarla, e poi correva via a gambe levate, giocando e richiamandola a sé. Lei sapeva cosa fosse: un fuocherello della galleria.

Il papà diceva che quando un uomo muore nella Metro, la sua anima vaga in preda allo smarrimento per i binari non illuminati delle gallerie e ognuna di queste finisce con un vicolo cieco. Non riesce a comprendere di non essere più legata a un corpo, che il suo essere terreno è finito. Perciò le tocca vagare, finché in un posto lontano non vedrà il fuoco di un falò illusorio. E dopo averlo visto, dovrà affrettarsi a raggiungerlo, perché è stato mandato per quell'anima e quando se ne andrà via la porterà laggiù, dove l'aspetta la pace. Una volta aveva sentito che, mosso a pietà, il fuocherello aveva portato l'anima al corpo perduto. Di questi uomini si chiacchierava che erano tornati dalla luce, anche se sarebbe stato più corretto dire che l'oscurità li aveva lasciati andare.

Il fuocherello la chiamava a sé, era insistente, e Sasha cedette. Non si sentiva le gambe, ma non ne aveva bisogno: per affrettarsi a raggiungere il lume sfuggente bastava semplicemente non perderlo di vista. Guardarlo intensamente, come se stesse cercando di convincerlo, ammansirlo.

Sasha era riuscita a catturarlo; il fuocherello trascinò la ragazza attraverso il buio fitto, per il labirinto delle gallerie dal quale lei da sola non avrebbe mai trovato l'uscita, fino all'ultima stazione sulla linea della sua vita. Davanti a lei ormai era quasi giorno: Sasha allora si meravigliò che la sua guida tracciasse i contorni di un qualche luogo lontano, dove l'aspettavano.

"Sasha!", la chiamò una voce, sorprendentemente conosciuta, anche se non riusciva a ricordare a chi appartenesse.

"Papà?", chiese lei incredula, percependo tenere note familiari nel timbro dell'altra persona.

Arrivarono a destinazione. Il fuoco immaginario della galleria si fermò e, trasformandosi in una fiamma comune, saltò sul lucignolo della candela che si diffondeva sfumando ai bordi, e lì si sistemò comodamente, come un gatto che torna dalla passeggiata.

La mano di qualcuno coprì la sua, fresca e ruvida. Esitando, temendo di andare di nuovo a fondo, Sasha si staccò dal fuocherello. Si spargeva dentro di lei, si delineava un dolore nell'avambraccio squarciato, la tempia dolorante cominciò a farle male. Dall'oscurità emerse e cominciò a ondeggiare il mobilio semplice e statale: un paio di sedie, un comodino... Sasha invece era sdraiata su una brandina vera e tanto comoda che non sentiva affatto la schiena. Come se le avessero restituito il corpo a pezzi e non avessero ancora finito di ricomporli.

"Sasha?", ripeté la voce.

Lei volse lo sguardo alla persona che parlava e tirò via la mano. Presso il suo capezzale c'era il vecchio con il quale era salita sull'automotrice. Nel gesto del vecchio non c'era alcuna rivendicazione, non aveva irritato né offeso Sasha. Ma lei aveva spostato la mano, vergognandosi perché era riuscita a scambiare la voce del padre con quella di un altro uomo e anche perché il fuocherello della galleria l'aveva offesa e non l'aveva portata fin laggiù.

Il vecchio sorrise debolmente; sembrava che fosse pienamente soddisfatto anche perché lei aveva ripreso i sensi. Con gli occhi socchiusi, Sasha notò nelle pupille del vecchio dei balenii di luce calda, simili a quelli che aveva visto nello sguardo di un solo uomo. Non era una sorpresa che si fosse sbagliata. Ma all'improvviso si sentì a disagio davanti al vecchio.

"Scusa", disse.

E improvvisamente ricordò gli ultimi minuti alla Paveletskaya. Si alzò di scatto.

"E cos'è successo al tuo amico?"


* * *


Sembrava che non sapesse né piangere né ridere, ma forse non aveva le forze per nessuna delle due cose. Per fortuna, sembrava che gli artigli affilati avessero evitato la ragazza: l'unico colpo della chimera l'aveva presa di piatto. Ma era bastato perché perdesse coscienza per ventiquattro ore. Adesso la sua vita non era più in pericolo, come aveva assicurato il medico a Omero. Il vecchio, invece, non aveva parlato con il dottore dei propri guai.

Sasha era nel sopore, il vecchio si era abituato a chiamarlo così, si era afflosciata e abbandonata sul cuscino, mentre Omero tornava al tavolo dove l'aspettava un comune quaderno aperto, costituito da novantasei pagine completamente bianche. Girò la penna fra le dita e continuò da quel punto in cui aveva interrotto il libro appena cominciato, per avvicinarsi alla ragazza che gemeva nel delirio.

"... Ma questa volta la carovana si faceva attendere. Il ritardo si prolungava in maniera inammissibile, cosicché era ormai chiaro: era successo qualcosa di terribile, imprevedibile, dal quale non erano riusciti a difendersi nemmeno i soldati di scorta pesantemente armati e temprati dai combattimenti, nemmeno dopo aver instaurato lunghe relazioni con la direzione dell'Hansa.

E non sarebbe stato niente se fosse esistito un collegamento. Una volta era successo qualcosa con il cavo del telefono che andava all'Anello, la comunicazione si era interrotta già il lunedì, mentre la brigata mandata per cercare il guasto era tornata a mani vuote".

Omero sollevò gli occhi e sussultò: la ragazza era dietro di lui e da sopra la spalla esaminava i suoi scarabocchi. Sembrava che la tenesse in piedi solo la curiosità.

Imbarazzato, il vecchio voltò il quaderno con la copertina verso l'alto.

"Ti serve l'ispirazione per questo?", gli chiese la ragazza.

"Sono ancora soltanto all'inizio", borbottò Omero per qualche motivo.

"E cos'è successo alla carovana?"
"Non lo so", cominciò a contornare il titolo con una cornicetta. "La storia non è ancora finita. Sdraiati, hai bisogno di riposo".

"Ma questo dipende da te, come vuoi finire il libro", obiettò lei, senza muoversi da dov'era.

"In questo libro da me non dipende niente"; il vecchio posò la penna sul tavolo. "Non lo invento, mi limito a scrivere tutto quello che mi succede".

"Significa che quel libro dipende ancora di più da te", disse pensierosa la ragazza. "Ci sarò anch'io lì dentro?"
"Volevo proprio chiederti il permesso", sorrise Omero.

"Ci penso", gli rispose lei seriamente. "E per cosa lo scrivi?"

Il vecchio si alzò in piedi, per non guardarla dal basso in alto.

Già dopo il suo precedente discorso con Sasha gli era apparso chiaro che la giovinezza e la sua mancanza di esperienza della ragazza suscitavano un'impressione ingannevole; sembrava che nella strana stazione dove l'avevano raccolta un anno valesse come due. Aveva l'abitudine di rispondere non alle domande che venivano poste ad alta voce, ma a quelle che rimanevano inespresse. E Sasha chiedeva a Omero solo le cose che lui per primo non sapeva.

Per di più aveva l'impressione che se avesse voluto contare sulla sua sincerità (altrimenti come sarebbe diventata la sua eroina?) lui per primo doveva essere onesto con lei, non fare il bambino, non chiudersi nel suo mutismo e non dirle niente di meno di ciò che avrebbe detto a se stesso.

"Voglio che la gente si ricordi di me. Di me e di quelli che mi sono stati cari. Perché sappiano com'era il mondo che amavo. Perché sentano le cose più importanti che io ho saputo e capito. Perché la mia vita non sia stata vana. Perché resti qualcosa dopo di me".

"Ci riponi la tua anima?", piegò la testa di lato. "Ma è solo un quaderno. Può bruciare o perdersi".

"Un forziere poco adatto per un'anima, no? ", sospirò Omero. "No, ci vuole un quaderno solo per mettere tutto nell'ordine giusto e perché io non dimentichi niente di importante, almeno finché non finisco di scrivere la storia. E poi sarà sufficiente raccontarla ad alcune persone. Se riesco a fare tutto, non avrò più bisogno né della carta né del corpo".

"Probabilmente hai visto molte delle cose che è un peccato dimenticare per sempre", la ragazza strinse le spalle. "Io invece non ho niente da scrivere. Non ho bisogno di un quaderno. Non devo sprecare carta per me".

"Ma tu stai per...", cominciò il vecchio e subito si bloccò: non sarebbe più stato al suo fianco.

La ragazzina non rispose e Omero temette che si fosse chiusa in se stessa. Provò a raccogliere le parole giuste per ritornare indietro, ma riusciva solo a sprofondare ancora di più nei propri dubbi.

"E cos'è la cosa più bella che ti ricordi", chiese improvvisamente lei. "La più bella di tutte?"
Omero esitò, agitato. Era strano condividere i pensieri più segreti con una persona che conosceva solo da due giorni. Non si fidava nemmeno di Elena e lei pensava che sulla parete del loro bugigattolo fosse appeso un paesaggio cittadino qualsiasi. Una ragazzina che aveva vissuto tutta la vita sotto terra sarebbe stata in grado di capire quello che le avrebbe raccontato?

"La pioggia estiva", decise lui.

"È così bella?", fece una smorfia buffa.

"E tu hai mai visto la pioggia?"
"No", disse scuotendo la testa. "Papà mi proibiva di andare in superficie. Comunque sono uscita di nascosto un paio di volte, ma mi sono sentita male. Fa paura non avere le pareti attorno. La pioggia è quando l'acqua cade dall'alto", precisò lei in ogni caso.

Ma Omero già non l'ascoltava più. Improvvisamente era arrivato quel giorno lontano; come un medium che presta il proprio corpo all'anima che ha evocato, si trovava nel vuoto e parlava, parlava...

"Tutto il mese era stato secco e molto caldo. Mia moglie era incinta, faceva fatica anche a respirare, e si cuoceva... In casa c'era un ventilatore per tutto il palazzo e lei si lamentava tutto il tempo che soffocava. E anche io soffocavo per causa sua. Era difficilissimo vivere: per quanti sforzi facessimo, per alcuni anni non era successo niente, poi i medici avevano paura di un aborto. Quindi, per precauzione, era meglio che lei stesse a casa. Era già passato un giorno e non era successo niente. Non aveva dolori, ma dalla direzione non mi davano il permesso di assentarmi. Eppure qualcuno mi aveva detto che se soffriva, il bambino poteva nascere morto. Io ero come un'anima in pena, non appena uscivo dal lavoro, correvo subito a fare la guardia sotto la finestra. Nelle gallerie non c'è il telefono e in ogni stazione mi fermavo a verificare che non ci fossero messaggi per me. Ed ecco che ricevo una comunicazione dal medico: "Mi chiami urgentemente". Mentre sceglievo un posto tranquillo, avevo già seppellito con il pensiero mia moglie e il bambino, stupido ipocondriaco. Mi preparavo..."
Omero tacque, aspettando una risposta. La ragazzina non lo interruppe, tenendo in serbo tutte le domande per dopo.

"Mi dicono: Congratulazioni, è nato suo figlio. Adesso sembra tanto semplice: è nato mio figlio. Ma allora mi avevano restituito mia moglie dal regno dei morti, e già questo era un miracolo... Salgo su e piove. Pioggia fredda. E l'aria era diventata così leggera, pulita. Come se la città fosse stata avvolta da una pellicola impolverata, che era stato rimossa. Le foglie brillavano e il cielo sembrava muoversi, mentre le case erano ringiovanite. Correvo per la via Tverskaya, verso il chiosco del fioraio, e anche io piangevo per la felicità. Avevo l'ombrello, ma non mi preoccupavo di aprirlo, volevo bagnarmi, volevo sentire la pioggia. Adesso non me la restituisce nessuno... era come se insieme alla nascita di mio figlio fossi rinato anche io, guardavo il mondo come se lo vedessi per la prima volta, perché anche lui era fresco, come se gli avessero appena tagliato il cordone ombelicale e gli stessero facendo il primo bagno. Come se tutto fosse nuovo e tutto quello che non era andato bene poteva essere corretto. Era come se avessi avuto due vite. Quello che non riesco a fare io, lo farà mio figlio. E abbiamo ancora tutto davanti. Tutti hanno ancora tutto davanti..."

Il vecchio si zittì, rivedendo i palazzoni staliniani da dieci piani con il fumo rosa della sera, immersi nel rumore operoso della via Tverskaya, respirando l'aria dolciastra di smog e chiuse gli occhi, offrendo il viso all'acquazzone estivo. Quando tornò in sé, sulle guance e all'angolo dell'occhio rilucevano ancora le gocce di pioggia, a riprova del viaggio che aveva fatto quel giorno.

Si affrettò ad asciugarle con la manica.

"Sai", la ragazzina sembrava imbarazzata almeno quanto Omero, "La pioggia sarà anche bella, ma io non ho di questi ricordi. Però se vuoi posso ricordare la tua?", gli sorrise. "Sarò nel tuo libro. In fondo, deve pur dipendere da qualcuno come finisce".


* * *


"Adesso è ancora troppo presto", tagliò corto il dottore.

Sasha non riusciva a spiegare a questo pignolo quanto fosse importante per lei quello che gli aveva chiesto. Prese fiato per sferrare un altro attacco, ma, prima ancora che lui avesse finito, fece un gesto con il braccio sano e si voltò.

"Niente, porti pazienza. E una volta che sarà in piedi si sentirà così bene da poter cominciare a camminare pian piano". Riunì i suoi strumenti in un pacco di polietilene logoro e porse la mano al vecchio. "Passo fra un paio d'ore. Il comando ha ordinato di vigilare. Capisce anche lei, siamo in debito con voi".

Il vecchio gettò una giubba militare macchiata sulle spalle di Sasha e lei riuscì a fatica a uscire, seguì il dottore nelle altre corsie del lazzaretto, attraverso una serie di stanze e stanzette, ingombre di tavoli e brande, su per due rampe di scale e attraverso una porticina bassa, impercettibile in una sala oblunga immensa. Rimasta immobile sulla soglia, Sasha non trovò per molto tempo il coraggio di entrare. Non aveva mai incontrato tanti uomini insieme; prima di allora non sarebbe nemmeno riuscita a immaginarsi che al mondo ci fossero tante persone viventi.

Migliaia di visi, senza maschere! Così diversi l'uno dall'altro... qui c'erano dei vecchi, completamente consumati dal tempo, e dei giovani. Una grande moltitudine di uomini: barbuti, rasati, nani e giganti, esausti e sfruttati, floridi e muscolosi. Sfiniti dalle battaglie o deformi dalla nascita, bellissimi o con un qualcosa di impalpabile, malgrado l'esteriorità poco appariscente. E quante donne, anche: con i fianchi larghi, commercianti rubiconde in viso con i foulard e gli stivali, ragazze pallide, tornite, con vestiti incredibilmente chiari e collane bizzarre.

Lo vedevano anche loro che Sasha era diversa? Sarebbe riuscita a nascondersi nella folla, fingere si essere una di loro, oppure si sarebbero scagliati a sbranarla, come un branco di topi contro un intruso albino? All'inizio si era meravigliata che tutti gli occhi fossero puntati su di lei e ogni sguardo intercettato per caso le faceva montare il sangue alla testa. Ma passato un quarto d'ora si era già abituata: fra gli uomini che la guardavano ce n'erano di ostili, curiosi e troppo insistenti, ma per la maggior parte erano indifferenti. Dopo averla sfiorata leggermente con gli occhi passavano oltre, senza prestarle alcuna attenzione.

Cominciò a pensare che questi sguardi distratti, privi di intensità, si spalmassero sugli ingranaggi degli uomini indaffarati come grasso di macchina. Se si fossero interessati davvero l'uno all'altro, l'attrito sarebbe troppo alto e tutto il meccanismo si sarebbe paralizzato.

Per inserirsi nella folla non era necessario cambiarsi o tagliarsi i capelli. Bastava non tuffarsi nelle pupille altrui, distogliere rapidamente sguardo dopo averlo appena intinto nel loro. Coperta di studiata indifferenza, Sasha poteva scivolare fra le persone che si muovevano, intrecciandosi agli abitanti di questa stazione, senza più bloccarsi a ogni passo.

Nei primi minuti, il ribollire degli odori umani le faceva bruciare il naso, ma presto l'olfatto cominciò ad abituarsi e imparò a pescare solo gli odori importanti e ignorare tutti gli altri. Attraverso il puzzo acido dei corpi invecchiati si facevano largo gli aromi spessi e stuzzicanti della giovinezza; di tanto in tanto le onde delle essenze che si diffondevano dalle donne curate inondavano la folla. A quello si mescolava il fumo di carne del braciere e i miasmi dei pozzi neri. In una parola, per Sasha il passaggio fra due abitanti della Paveletskaya odorava di vita. Più a lungo sentiva questo odore chiassoso, tanto più debole le sembrava.

Per fare un'indagine completa del passaggio sconfinato probabilmente le sarebbe servito un mese intero. Qui ogni cosa era sorprendente.

Avrebbe avuto voglia di guardare per ore i banchi con gli ornamenti, con agganciati decine di piccoli boccali metallici gialli cesellati, o le enormi bancarelle di libri, che accoglievano i saperi più segreti che si potessero acquisire in ogni luogo.

Fu attratta dallo stand con la scritta "Fiori", e una ricca collezione di cartoline d'auguri. Sui cartoncini c'erano fotografie sbiadite con bouquet eleganti di ogni genere. Quando era piccola Sasha ne aveva ricevuta una, ma lì ce n'erano moltissime!

I bambini che si attaccavano al petto della madre, i bimbetti più grandicelli che giocavano con i gatti veri. Le coppie che si sfioravano solo con gli occhi e le coppie che già si sfioravano con le dita.

E anche gli uomini che provavano a sfiorare lei.

Avrebbe potuto prestare loro attenzione e interesse per l'ospitalità o il desiderio di venderle qualcosa, ma le loro parole, pronunciate con uno spirito particolare, la mettevano a disagio e quasi le procuravano disgusto. A cosa gli serviva lei? Non c'erano abbastanza donne locali? Fra loro ce n'erano anche di molto belle; le stoffe a fiori con cui si coprivano le rendevano simili ai boccioli schiusi delle cartoline. Probabilmente di lei ridevano e basta...

Sarebbe stata in grado di suscitare la curiosità maschile? Improvvisamente la punse un dubbio sconosciuto. Forse non capiva tutto? Ma perché altrimenti? L'angoscia le si stirò dentro, là, dove sotto l'arco a tricorno delle costole strette cominciava una fossetta nuova... solo più in profondità. Nel punto esatto di cui aveva scoperto l'esistenza solo un giorno prima.

Cercando di scacciare l'ansia, si trascinò lungo i banchi pieni di merce di ogni genere, fra corazze e gingilli, abiti e strumenti. Ma quelli non la interessavano più così tanto. Sembrava che il suo discorso interiore fosse più forte del vocio della folla schiamazzante, mentre le immagini umane che disegna la memoria erano più vivide degli uomini in carne e ossa.

Lei valeva la sua vita? Poteva giudicarlo dopo quello che era successo? E, soprattutto, che senso avevano i suoi ragionamenti sciocchi? Quando non poteva fare più niente per lui...


Ed ecco che, ancora prima che Sasha riuscisse a capire perché le fosse accaduto tutto ciò, i dubbi si dileguarono e il cuore si placò. Diede ascolto a se stessa e colse l'eco di una melodia lontana, che si diffondeva dall'esterno, che le scorreva accanto nel flusso annebbiato della moltitudine di voci umane, ma senza confondersi con esse.

La musica per Sasha, come per ogni uomo, era iniziata con le canzoncine della mamma. Ma con loro era anche finita: il padre non aveva orecchio e non amava cantare, non c'erano né musicisti ambulanti né semplici amatori all'Avtozavodskaya. Le vedette, che sibilavano accanto al falò canzoni militari tristemente briose, non potevano mettersi a suonare né le corde avviticchiate delle chitarre di legno, né le corde tese di Sasha.

Ma adesso non sentiva il suono malinconico della chitarra... probabilmente il gioco di sfumature della voce fresca e viva di una bambina, forse una ragazza, ma irraggiungibile, troppo alto per la laringe umana e con una potenza altrettanto innaturale. Ma con cosa poteva paragonare questo miracolo Sasha?
La melodia dello strumento sconosciuto incantava, sollevava chi stava a guardare e li portava in un luogo infinitamente lontano, in mondi che le persone nate nella Metro non potevano conoscere e dei quali non potevano nemmeno indovinare le possibilità. Permetteva di sognare e faceva nascere il pensiero che ogni sogno fosse realizzabile. Svegliava un languore poco chiaro e prometteva di appagarlo. Da qui venne qualcosa di buono, era come se dopo essersi smarrita nella stazione abbandonata, Sasha avesse improvvisamente trovato una lanterna e subito dopo alla luce si manifestasse una via d'uscita.


Stava accanto alla tenda dell'armaiolo, ma proprio di fronte a lei c'era un foglio di compensato con vari coltelli attaccati: dai piccoli temperini slanciati alle sciabole da caccia adunche. Sasha si irrigidì, guardando affascinata le lame.

Le sue due metà si unirono in un combattimento senza esclusione di colpi. Le passava per la testa un pensiero semplice e seducente. Il vecchio le aveva dato una giumella di cartucce, che per l'appunto bastavano per acquistare il coltello niellato con le tacche: ampio, affilato, si avvicinava più degli altri a quello che aveva immaginato.

Un minuto dopo Sasha si decise e passò sopra alle esitazioni. Nascose il nuovo acquisto nella tasca sul petto della sua salopette: il più vicino alla parte del corpo che voleva anestetizzare. Tornò nel lazzaretto senza sentire il peso della giubba e dimenticandosi le tempie doloranti.

La folla sovrastava la ragazza di una testa intera e il musicista lontano, che produceva quelle note sorprendenti, restava invisibile ai suoi occhi. Ma la melodia tentava ancora di raggiungerla, farla tornare indietro, dissuaderla.

Invano.


* * *


Bussarono di nuovo alla porta.

Omero, che era inginocchiato, si alzò con un lieve gemito e si asciugò le guance con la manica, muovendosi di scatto verso la catena della vaschetta di scarico. Sul tessuto verde sporco degli stivali era rimasta una piccola striscia marroncina. In ventiquattro ore era già la quinta volta che rimetteva e non aveva mangiato quasi niente.

Quell'indisposizione poteva avere varie spiegazioni, si convinse il vecchio. Perché doveva per forza essere un decorso accelerato della malattia? Il problema poteva anche essere...

"Hai molto?", guaì impaziente un falsetto femminile.

Signore! Possibile che avesse confuso le parole dietro la porta? Omero si bagnò con la manica sporca il viso coperto di sudore, si diede un aspetto imperturbabile e tirò il chiavistello.

"Ubriaco!", una donnina agghindata in maniera vistosa lo spinse da parte e chiuse la porta.

"Che vada", pensò il vecchio. Meglio essere considerato un ubriacone... si avvicinò allo specchio sopra il lavello e ci appoggiò la fronte. Aveva appena vomitato, il respiro affannoso appannava il vetro, notò che il respiratore era scivolato giù e gli ballonzolava sotto il mento. Appena riportato indietro la museruola, Omero chiuse di nuovo gli occhi. No, era impossibile pensare a quello che la morte dona a ogni uomo che la incontra sul suo cammino. Per tornare indietro ormai era tardi: se era stato contagiato, se non aveva mal interpretato i sintomi, in un modo o nell'altro tutta la stazione era già condannata. A cominciare da questa donna, che aveva l'unica colpa di avergli voluto parlare nel momento sbagliato. Che cosa avrebbe fatto se adesso le avesse detto che sarebbe morta entro un mese?

È stupido, pensò Omero, un po' stupido e un po' inefficace. Aveva sognato di immortalare tutte le persone che il destino gli avrebbe fatto incontrare e invece era destinato a essere l'angelo della morte: goffo, calvo, impotente. Gli avevano tagliato le ali e l'avevano inanellato, dandogli trenta giorni di tempo, si sarebbe messo in azione da solo.

L'avevano punito per la presunzione, per la superbia?

No, il vecchio non poteva più tacere su questo. Ma c'era un solo uomo al mondo con cui potesse confessarsi. Omero non sarebbe stato capace di imbrogliarlo a lungo e per entrambi sarebbe stato molto semplice giocare a carte scoperte.

Con passo incerto si mosse verso la stanza ospedaliera.

La tenda che gli serviva era proprio alla fine del corridoio e di solito alle porte c'era un'inserviente seduta, ma adesso il suo posto era vuoto e da dentro veniva un suono rauco, che fuoriusciva da una fessura. Anche se captava alcune delle parole, unirle per comporre frasi di senso compiuto era un'impresa superiore alle forze di Omero.

"Più forte... lottare... bisogna... c'è ancora... opporsi... ricordare... si può ancora... abbiamo sbagliato... ma adesso..."
Le parole si trasformarono in un ruggito, come se il dolore fosse diventato insopportabile e già non permettesse al parlante di cogliere al volo i pensieri che voleva afferrare. Omero entrò.

Hunter giaceva privo di conoscenza, distrutto fra le lenzuola umide e appallottolate. Le bende che stringevano il cranio del brigadiere gli arrivavano fino agli occhi, gli zigomi aguzzi erano madidi di sudore, la mandibola coperta era abbandonata senza volontà. L'ampio petto saliva e scendeva con grande sforzo, come un mantice da fucina che fatica a sostenere il fuoco in un corpo troppo grande.

Al capezzale del malato c'era la ragazzina, con le mani brutte intrecciate dietro la schiena. Dava le spalle a Omero. Non subito, solo quando guardò meglio, il vecchio notò che stringeva con forza un coltello nero, quasi fuso con la stoffa della salopette.



* * *


Uno squillo.

Ancora uno squillo. E ancora.

Milleduecentotrentacinque. Milleduecentotrentasei. Milleduecentotrentasette.

Artyom non li contava per giustificarsi davanti al comando. Era necessario per sentire che stava andando da qualche parte. E se si allontanava dal punto in cui aveva cominciato a contare, significava che con ogni squillo si avvicinava un po' di più al momento in cui tutto sarebbe finito.

Autoinganno? Sì, può essere. Ma ascoltarli, pensando che non si sarebbero mai interrotti era insostenibile. Anche se all'inizio, durante suo primo servizio, quasi gli piacevano: gli squilli, come un metronomo, davano un ordine alla cacofonia dei pensieri, svuotavano la testa, sottomettevano al loro ritmo lento il polso galoppante.

Ma i minuti tagliati a pezzi sembravano esattamente identici l'uno all'altro e Artyom cominciò a pensare di essersi incastrato in qualche trappola temporanea dalla quale era impossibile districarsi, almeno finché gli squilli non si fossero interrotti. Nel Medioevo questa tortura era molto in voga: il colpevole veniva rasato a zero e messo a sedere sotto una botte che gli lasciava cadere sulla testa delle gocce d'acqua, facendo uscire di senno a poco a poco lo sfortunato. Là dove non arrivava il cavalletto delle torture, la semplice acqua dava risultati eccellenti.

Legato al cavo elettrico, Artyom non aveva il diritto di allontanarsi nemmeno per un secondo. Per tutto il servizio cercava di non bere, perché un bisogno non lo costringesse ad allontanarsi dagli squilli. Il giorno prima non si era trattenuto, se n'era andato di corsa dalla stanza, era arrivato in fretta al gabinetto ed era subito tornato indietro. Fin dalla soglia aveva teso l'orecchio ed era rimasto impietrito: il ritmo non era quello, il segnale era fitto, il solito passo misurato si era alterato. Poteva essere successa solo una cosa e questo lo capiva benissimo. Il momento che tanto aspettava era arrivato quando lui non era lì. Mentre tornava spaventato alla porta (che qualcuno l'avesse notato?) Artyom si riprese in fretta e si attaccò alla cornetta.

L'apparecchio stridette e gli squilli, ripristinato il conteggio, tornarono al ritmo abituale. Da quel punto non fu più "occupato" nemmeno una volta e nessuno si avvicinò neppure al telefono. Ma Artyom comunque non aveva il coraggio di lasciare la cornetta, la spostò solo dall'orecchio coperto di sudore a quello congelato, tentando di non confondersi.

Non riferì subito questo fatto alla direzione, ma in quel momento non avrebbero nemmeno creduto che gli squilli potessero suonare anche in altro modo. Gli era stato dato un ordine: telefonare. Era già una settimana che esisteva solo per questo. Per l'infrazione dell'ordine sarebbe andato al cospetto del tribunale, per il quale un errore non aveva niente di diverso dal sabotaggio.

Eppure il telefono gli diceva quanto mancava alla fine del turno. Artyom non aveva un orologio, ma indovinava il momento in cui sarebbe arrivato il cambio: il segnale si ripeteva una volta ogni cinque secondi. Dodici squilli: un minuto. Settecentoventi: un'ora. Tredicimilaseicentoottanta: un turno. Come granelli di sabbia si versavano da uno smisurato matraccio di vetro a un altro. E nel passaggio stretto fra questi due compagni invisibili c'era Artyom che ascoltava il tempo.

Si decise a lasciare la cornetta solo perché il comandante avrebbe potuto sopraggiungere per un controllo in ogni momento. E poi... in quello che faceva non c'era alcun senso. Dall'altra parte del cavo elettrico probabilmente non era rimasta nemmeno un'anima viva. Quando Artyom chiuse gli occhi, davanti a lui c'era di nuovo questa immagine...

Vide il gabinetto al cui interno era barricato il comandante della stazione e il suo padrone, con il viso affondato sul tavolo, che stringeva in mano una makarov. Era ovvio che con le orecchie forate da parte a parte non sentisse il telefono che strepitava. Quelli, dall'esterno, non sapevano nemmeno sfondare una porta, ma i buchi della serratura e le fessure erano rimasti aperti. E il suono discontinuo del vecchio apparecchio ci passava attraverso, si insinuava sotto la piattaforma, sovraccarico di cadaveri tumefatti... Una volta gli squilli del telefono non si sentivano per il chiasso incessante della folla, il fruscio dei passi, il pianto dei bambini, ma adesso, oltre a quelli, non c'era più nessun rumore a disturbare i morti. L'incendio color porpora delle batterie di allarme agonizzanti lampeggiava.

Uno squillo.

Ancora uno squillo.

Millecinquecentosessantatre. Millecinquecentosessantaquattro.

Non risponde nessuno.