2034 – Cap.1

Capitolo uno

La difesa di Sebastopoli


Non tornarono né martedì, né mercoledì e nemmeno giovedì, che stando agli accordi doveva essere il limite massimo. Il primo posto di blocco aveva un servizio ventiquattro ore su ventiquattro e se le vedette avessero sentito anche solo l'eco di una richiesta di aiuto o notato, laggiù più avanti, in direzione della Nakhimovsky Prospekt, il pallido riflesso di un bagliore sulle pareti scure e umide, avrebbero immediatamente mandato un distaccamento d'assalto.

La tensione cresceva di ora in ora. I migliori combattenti, equipaggiati in anticipo e addestrati in maniera speciale per quel compito, non chiudevano gli occhi nemmeno per un secondo. Il mazzo di carte che usavano per ammazzare il tempo tra un allarme e l'altro prendeva polvere nel cassetto del tavolo in garitta già da quarantotto ore. Il solito chiacchiericcio era stato sostituito da discorsi allarmati, sussurrati a bassa voce e da un pesante silenzio: ognuno sperava di essere il primo a sentire l'eco dei passi della carovana che rientrava. Da quella carovana dipendevano troppe cose, troppe.


La Sevastopolskaya era stata trasformata in un bastione inespugnabile dai suoi abitanti, ognuno dei quali, dal bambino di cinque anni al vecchietto più anziano, sapeva maneggiare le armi. Era irta di rifugi per mitragliatori, che venivano difesi con il filo spinato perfino saldando alle rotaie dei ricci anticarro; questa stazione-fortezza, che sembrava completamente inespugnabile, poteva cadere in qualsiasi momento.

Il suo tallone d'Achille era la perenne insufficienza di munizioni.

Affrontando il fatto che ogni giorno bisognava resistere agli abitanti della Sevastopolskaya, agli abitanti di tutte le altre stazioni probabilmente non passava nemmeno per l'anticamera del cervello di difenderla e fuggivano come topi da una galleria allagata. Perfino la potentissima Hansa, l'unione delle stazioni dell'Anello, dopo aver ponderato tutte le possibilità, molto probabilmente non avrebbe deciso di sprecare delle forze indispensabili per la difesa della Sevastopolskaya. È vero che aveva un grande significato strategico, ma comunque il gioco non valeva la candela.

L'energia elettrica era molto preziosa. Tanto che i sebastopolitani, avendo costruito una delle più grandi stazioni idroelettriche della Metro, fornivano elettricità all'Hansa e ricevevano in cambio cassette di munizioni, ma rimanevano comunque in credito. Tuttavia a molti di loro toccò pagare lo scotto non solo con le cartucce, ma anche con la vita rovinata, strappata.


Le acque sotterranee della Sevastopolskaya, benedette e maledette, aggiravano la stazione da ogni lato, come le acque dello Stige con la fragile barca di Caronte. Facevano ruotare le pale di dieci mulini ad acqua, costruiti dagli autodidatti locali in tutte le gallerie, nelle grotte, negli alvei sotterranei, praticamente ovunque potessero arrivare dei gruppi di ingegneri di ricognizione; davano così luce e calore alla loro stazione e anche a un buon terzo dell'Anello.

Allo stesso tempo, le acque indebolivano inesorabilmente i piloni, corrodevano il cemento delle saldature, gorgogliavano placidamente vicino alle pareti della sala principale, cercando di indebolire la vigilanza degli inquilini. Infine, non permisero di far saltare in aria i tratti superflui, inutilizzati, da dove affluivano alla Sevastopolskaya orde di creature orrende, che si muovevano incessantemente, come un artropode velenoso senza fine che si insinua strisciando nel tritacarne.

Gli abitanti della stazione, il comando di questa fregata illusoria che si muoveva attraverso gli Inferi, erano eternamente condannati a cercare e a scacciare tutti i nuovi perforatori: ormai era molto tempo che la loro nave faceva acqua da tutte le parti e non esisteva un porto dove potesse trovare un po' di tranquillità.

Allo stesso tempo dovevano respingere un attacco dietro l'altro con i mostri della Chertanovskaya e della Nakhimovsky Prospekt che andavano all'arrembaggio servendosi del condotto di aerazione o che si introducevano in stazione passando per gli scoli di canalizzazione rigettati dalle gallerie meridionali, insieme ai rigagnoli impetuosi e torbidi.

Sembrava che tutto il mondo si stesse coalizzando per attaccare i sebastopolitani, senza esclusione di colpi, al fine di cancellare il loro rifugio dalla carta geografica della Metro. Ma gli uomini si aggrapparono fino all'ultimo alla loro stazione, come se, al di fuori di quella, non fosse rimasto niente nell'Universo.

Ma per quanto fossero abili gli ingegneri del luogo, ed esperti e spietati i combattenti che difendevano la Sevastopolskaya, non riuscivano a proteggere la loro abitazione senza cartucce, senza lampade per i riflettori, senza antibiotici e bende. Sì, la stazione produceva elettricità, e l'Hansa era pronta a pagare un buon prezzo per averla, ma all'Anello c'erano anche altri fornitori, e fonti private, mentre gli abitanti della Sevastopolskaya senza finanziamenti dall'esterno difficilmente avrebbero potuto resistere anche solo un mese. Ma l'eventualità più spaventosa era rimanere a corto di munizioni.

Le carovane ben salvaguardate partivano dalla Sevastopolskaya ogni settimana, per comprare a credito aperto dai commercianti dell'Hansa tutto il necessario, senza trattenersi nemmeno un'ora prima di tornare alla base. E finché girava la Terra, finché scorrevano i fiumi sotterranei e reggevano le volte innalzate dai costruttori della Metro, l'ordine non doveva cambiare.

Ma questa volta la carovana si faceva attendere. Il ritardo si prolungava in maniera inammissibile, cosicché era ormai chiaro: era successo qualcosa di terribile, imprevedibile, dal quale non erano riusciti a difendersi nemmeno i soldati di scorta pesantemente armati e temprati dai combattimenti, nemmeno dopo aver instaurato lunghe relazioni con la direzione dell'Hansa.

E non sarebbe stato niente se fosse esistito un collegamento. Una volta era successo qualcosa con il cavo del telefono che andava all'Anello, la comunicazione si era interrotta già il lunedì, mentre la brigata mandata per cercare il guasto era tornata a mani vuote.


* * *


La lampada sotto l'ampia abat-jour verde pendeva sopra un tavolo rotondo, illuminando dei fogli di carta ingialliti sui quali avevano disegnato a matita dei grafici e dei diagrammi. Era una lampadina debole, da quaranta watt, e questo non perché ci fosse la necessità di economizzare energia, ma perché il proprietario dell'ufficio non amava la luce chiara. Il portacenere, straripante di mozziconi di pessime sigarette artigianali, stillava fumo acre grigio-azzurro, che si alzava verso il soffitto basso della stanza per raccogliersi in svogliate nubi vischiose.

Il comandante della stazione si sfregò la fronte e, alzando il braccio, lanciò un solo sguardo al quadrante dell'orologio, era la quinta volta nell'ultima mezz'ora. Poi schioccò le dita e si alzò pesantemente.

L'uomo che gli sedeva di fronte, un vecchio robusto con la giubba da marinaio macchiata e un berretto azzurro logoro, aprì la bocca come per parlare, ma cominciò a tossire e a dimenare le mani, dissipando il fumo. Poi, facendo una smorfia insoddisfatta, gridò: "Su, insomma, te lo ripeto ancora una volta, Vladimir Ivanovich! In direzione sud non possiamo prendere nessuno. I posti di blocco fanno fatica a reggere un impeto così forte. Nell'ultima settimana là abbiamo avuto tre feriti, di cui uno grave, e questo in barba al consolidamento. Non ti permetto di indebolire il sud. Per giunta, servono già due terzi degli esploratori per pattugliare i pozzi e la linea di mezzo, mentre a nord, eccetto quei combattenti della brigata incrociata, non c'è nessuno libero, scusa. Cerca dove ti pare".

"Tu sei il comandante del perimetro, cercatelo tu", rispose bruscamente il direttore. "E io mi occuperò degli affari miei. Ma tra un'ora il gruppo deve partire. Ricordati, io e te siamo di due diverse scuole di pensiero. Non si può decidere solo per i problemi contingenti! E se là fosse successo qualcosa di grave?"

"Penso, Vladimir Ivanovich, che tu voglia decidere in fretta e furia. I calibri 5.45 nell'arsenale due, di quelli non manomessi, bastano esattamente per una settimana e mezza. E a casa mia sotto il cuscino, c'è anche...", il vecchio sogghignò, svelando dei denti gialli robusti, "Ce n'è una cassetta quasi piena. Il guaio non sono le cartucce, ma gli uomini".

"Dai, ti spiego meglio qual è il guaio. Fra due settimane, se non ci accordano la fornitura, tocca sbarrare le gallerie meridionali con le chiusure ermetiche, perché senza munizioni non li sosteniamo. Significa che non possiamo ispezionare e ristrutturare due terzi dei nostri mulini. Fra una settimana cominceranno già ad andare fuori servizio. Le interruzioni di elettricità all'Hansa non fanno felice nessuno. Nel migliore dei casi cominceranno a cercare altri fornitori. Nel peggiore... ma sì, cos'è l'elettricità?! Le gallerie sono già vuote da quasi cinque giorni, nessun uomo! E se ci fosse una frana? E se ci fosse una falla? E se nel frattempo rimanessimo isolati?"

"Smettila! I cavi magnetici sono nella norma. I numeri sul contatore corrono, la corrente funziona, l'Hansa consuma. Se ci fosse stata un'interruzione saresti venuto a saperlo subito. Anche se, poniamo, ci fosse stato un sabotaggio, ci avrebbero tagliato il telefono, ma i conduttori sono nostri. Per quanto riguarda le gallerie invece, chi ci va? Da noi, nemmeno nei tempi migliori, non è mai passato nessuno. Che vuoi che valga una Nakhimovsky Prospekt... i solitari là non ci si avventurano e non si immischiano con noi nemmeno i commercianti peggiori. E i banditi... è chiaro che ne sono informati, non per niente ogni volta ne lasciamo andare uno vivo. Te lo dico io, non farti prendere dal panico".

"Ragioni bene tu", brontolò Vladimir Ivanovich, passandosi un pezzo di stoffa sotto le occhiaie e pulendosi via dalla fronte il sudore che la imperlava.

"Te ne do tre. Al momento non posso fare di più, davvero", disse il vecchio, che si era già ammorbidito. "E basta fumare. Eppure lo sai che io non posso respirare questa roba e tu per primo ti avveleni! Dai, è meglio un tè, ecco..."

"Basta chiedere", il principale si sfregò le mani. "Qui Istomin", brontolò nella cornetta telefonica."Tè per me e per il colonnello".

"E manda a chiamare il funzionario in servizio", chiese il comandante del perimetro, togliendosi il berretto dalla testa. "Devo dare disposizioni a proposito dei tre uomini".


Istomin prendeva sempre il tè locale della VDNKh, del tipo migliore. Erano in pochi a poterselo permettere: recapitato da un'altra zona della Metro, tassato tre volte dai dazi dell'Hansa, il tè preferito del direttore della stazione era diventato così caro, che lui non avrebbe cominciato ad assecondare le proprie debolezze se non fosse stato per i vecchi legami alla Dobryninskaya. Aveva combattuto con qualcuno per un certo periodo, e da quel momento una volta al mese un comandante della carovana che tornava dall'Hansa immancabilmente portava con sé un pacchetto chiaro, che Istomin andava sempre a prendersi da solo.

Un anno prima il tè aveva smesso di arrivare con regolarità. Dalla Sevastopolskaya arrivavano voci preoccupate di una nuova, spaventosa minaccia che pendeva sulla VDNKh e, forse, su tutti i rami della linea arancio: dalla superficie scendevano dei mutanti che prima non si conoscevano e non si erano mai visti; stando a quello che si diceva, erano in grado di leggere nel pensiero, erano quasi invisibili e, come se non bastasse, praticamente instancabili. Dicevano che la stazione si fosse arresa e che l'Hansa, temendo un'invasione, avesse fatto saltare le gallerie oltre la stazione Prospekt Mira. I prezzi del tè avevano subito un'impennata, poi erano caduti del tutto, e Istomin aveva cominciato a preoccuparsi sul serio. Però dopo alcune settimane le paure si alleggerirono da sole e le carovane, che tornavano alla Sevastopolskaya con le cartucce e le lampade, ricominciarono a portare anche il famoso tè aromatico. E cosa poteva esserci di più importante?

Dopo aver versato al comandante l'infuso nella tazza di porcellana con la lamina dorata sbeccata in alcuni punti, e aver inalato il vapore aromatico, Istomin socchiuse addirittura gli occhi per il piacere. Poi lo versò anche per sé, si sedette pesantemente sulla sedia e prese a far tintinnare il cucchiaino d'argento, mentre cercava di sciogliere la tavoletta di saccarina.

Entrambi tacevano, e per mezzo minuto questo melanconico tintinnio fu l'unico rumore che si diffondesse nell'ufficio semibuio, saturo di fumo di sigaretta. E poi, quasi per dire che era scaduto il tempo, la campana sofferente che suonava dalle gallerie coprì il tintinnio.

"Allarme!"

Il comandante del perimetro, con una rapidità impensabile per una persona della sua età, saltò su dalla sedia e schizzò via dalla stanza. Da qualche parte in lontananza tuonò un unico colpo di fucile, al quale fecero coro i mitra: uno, due, tre, dalla piattaforma cominciarono a rimbombare gli stivali ferrati dei militari e già da lontano giunse la voce tonante di basso del colonnello, che lanciava ordini in ogni direzione.

Anche Istomin si era trascinato verso il luccicante fucile automatico militare che era appeso nell'armadio, ma poi si era portato la mano sulle reni e, con un gemito, aveva lasciato perdere, era tornato al tavolo e si era messo a sorseggiare il tè. Aveva di fronte il vapore della tazza abbandonata dal colonnello, che si raffreddava. E il cappello azzurro cascante dimenticato nella fretta. Il capo della stazione gli fece le boccacce e cominciò a discutere a mezza voce con il comandante che era corso via, tornando ai temi discussi in precedenza, ma con nuove argomentazioni, che non gli erano venute in mente mentre battibeccavano.


* * *


Nella Sevastopolskaya circolava un buon numero di scherzi cupi sul perché la vicina Chertanovskaya si chiamasse così. I mulini delle stazioni elettriche erano sparpagliati lontano dalle gallerie che collegavano le due stazioni, ma nessuno avrebbe mai pensato di occupare e fare propria la vuota Chertanovskaya, che era collegata alla buffa Kakhovskaya. I gruppi di ingegneri, con il pretesto di avvicinarsi per posare e ispezionare i generatori periferici, non si decidevano ad arrivare a meno di cento metri dalla piattaforma. Quando si avventuravano là, quasi tutti tranne i più scaltri, si facevano di nascosto il segno della croce e alcuni, in ogni evenienza, dicevano addirittura addio alle famiglie.

In stazione tirava una brutta aria e questo lo sentivano tutti quelli che si avvicinavano, anche a mezzo chilometro di distanza. I pesanti drappelli d'assalto che i sebastopolitani per ignoranza prima mandavano alla Chertanovskaya, anche con la speranza di ampliare il proprio territorio, tornavano malconci, dimezzati, ma il più delle volte non tornavano del tutto. Dei combattenti esperti, ridotti in lacrime dallo spavento, con la bava che colava fino al mento, non avevano nemmeno la forza di dominare i brividi, nemmeno stando seduti vicini al falò tanto a lungo che i loro abiti cominciavano a bruciacchiarsi. Avevano difficoltà a ricordare quello che avevano dovuto passare e i ricordi dell'uno non coincidevano mai con quelli dell'altro.

Si pensava che da qualche parte intorno alla Chertanovskaya le diramazioni laterali delle gallerie si tuffassero verso il basso, intrecciandosi ai grandiosi labirinti delle grotte naturali dove, secondo le voci, brulicava ogni genere di cosa impura. Alla stazione presero a chiamare questo posto "le Porte", ma con riserva, perché nessuno degli abitanti viventi della Sevastopolskaya l'aveva mai visto. In verità, era noto il caso in cui già all'alba dell'acquisizione della linea alle stesse Porte si era formato un grande gruppo di indagine che aveva esaminato la Chertanovskaya. Il gruppo si era portato appresso un trasmettitore, un oggetto simile a un telefono a fili. Tramite questo telefono collegato si comunicò alla Sevastopolskaya che gli esploratori si trovavano all'entrata di un corridoio non molto largo, che scendeva verso il basso quasi verticalmente. Non riuscì più a trasmettere altro, ma ancora per qualche minuto, finché il cavo non si ruppe, le persone del comando della Sevastopolskaya che si ammucchiavano attorno al dispositivo di comunicazione sentirono che i soldati del gruppo di esplorazione cadevano uno dopo l'altro, con grida strazianti, piene di terrore e dolore disumano. Nessuno di loro provò nemmeno a sparare, come se a ciascuno dei caduti avesse la certezza che le armi comuni non sarebbero riuscite a difenderli. Per ultimo tacque il comandante del gruppo, un mercenario-bandito proveniente dalla Kitay-Gorod, che collezionava i mignoli dei suoi nemici. Evidentemente si trovava a una certa distanza dalla cornetta del marconista caduto, perché non era facile intuire cosa stesse dicendo; tuttavia, ascoltando i suoi singhiozzi convulsi in punto di morte, il capitano della stazione riconobbe una preghiera, una di quelle semplici che i genitori credenti insegnano ai bambini piccoli.

Dopo questo episodio, tutti i tentativi di penetrare nella Chertanovskaya furono abbandonati; si prepararono anche a lasciare la Sevastopolskaya ed entrare nei possedimenti dell'Hansa. Una volta la chiamavano la stazione maledetta e, a quanto pare, era l'ultima frontiera che segnava i confini dei possedimenti umani all'interno della Metro. Le creature che penetravano indispettivano molto gli abitanti della Sevastopolskaya, ma tutto sommato si potevano uccidere e avevano dalla loro una difesa organizzata correttamente, quindi questi attacchi avevano un effetto relativamente blando e quasi privo di spargimenti di sangue, fintantoché bastavano le munizioni.

Di tanto in tanto dei mostri si avvicinavano strisciando ai posti di blocco, erano forti, si riusciva a fermarli solo con l'aiuto delle pallottole esplosive e trappole con scariche ad alta tensione. Ma più spesso alle vedette toccava comunque avere a che fare con delle carogne che non solo lottavano, ma erano anche eccezionalmente pericolose. Qui li chiamavano, familiarmente, alla Gogol': vampiri.


"Eccoli qua! Dall'alto, nel terzo tubo!"

Il riflettore si era staccato con uno strattone dal punto in cui era fissato al soffitto e, come un impiccato, penzolava appeso a un cavo, irrorando di un'austera luce bianca lo spazio antistante al posto di blocco. Dapprima svelava le figure curve e accucciate nell'ombra dei mutanti che camminavano quatti quatti, un attimo dopo li nascondeva di nuovo nelle tenebre, poi fissava negli occhi la vedetta, accecandola. Tutt'intorno si muovevano ombre tremolanti, che si schiacciavano e poi scattavano come molle, storcendosi e facendo buffi gesti: gli uomini contro le bestie, le bestie contro gli uomini. Il posto di blocco era disposto in modo molto comodo. I tunnel convergevano in quel punto e, poco prima dell'ultima guerra, il Consiglio della Metro aveva intrapreso la ricostruzione, che non era ancora stata portata a termine. In questo ganglio i sebastopolitani avevano istallato una vera e propria fortezza, per quanto piccola: c'erano due punti per le mitragliatrici, rifugi con un metro e mezzo di spessore, fatti con sacchi con pietre, rotoli di filo spinato e sbarre sulle rotaie, trappole elettriche negli accessi più vicini e un sistema di segnalazione progettato con estremo scrupolo. Ma quando arrivavano ondate di mutanti come quel giorno, sembrava che mancasse poco al crollo della difesa.

L'addetto alla mitragliatrice biascicò qualcosa con tono infastidito, toccandosi col naso le vesciche insanguinate ed esaminandosi stupefatto i palmi delle mani bagnati di un liquido rosso. L'aria attorno al suo Pechenega inceppato era contorta per il calore. Poi, emettendo un gemito dalla bocca, il tiratore appoggiò fiduciosamente il viso alla spalla del vicino, un combattente robusto con il casco di titanio chiuso, e si calmò. Un secondo dopo risuonò un urlo lacerante: il vampiro stava attaccando.

Il militare con il casco si sollevò sopra il parapetto, spostando l'addetto alla mitragliatrice insanguinato che gli premeva addosso, alzò il mitra e sparò una lunga sventagliata. Quella canaglia ributtante e coriacea, ricoperta di pelle grigio-opaco cominciò a dimenarsi in anticipo, allungando le zampe anteriori nodose e decidendo, dall'alto in basso, quale porzione di pelle esporre. I vampiri si muovevano a velocità impensabile, senza lasciare nemmeno una minima possibilità di indugio, pertanto in questa pattuglia prestavano servizio solo gli uomini più agili ed esperti.

Una raffica di piombo coprì lo strillo, ma il vampiro già morto continuò la caduta per inerzia: mezzo chilo di carne macellata colpì con un rumore sordo il parapetto, sollevando una nuvola di polvere dai sacchi di pietre.

"Come sempre..."

Sembrava si fosse esaurito il flusso di creature, che sembrava infinito solo un paio di minuti prima, quando si erano calati dai tubi segati sul soffitto. Le vedette cominciarono a uscire a stento e con circospezione da sotto la fortificazione.

"Qui i portantini! Medici! Portatelo d'urgenza alla stazione!"

Uno di quelli che non erano stati feriti attaccò l'ultimo vampiro ucciso alla canna del mitra infilzandolo con la baionetta e, senza fretta, cominciò a esaminare gli uccisi e i feriti sparpagliati nella zona d'attacco; schiacciava con lo stivale le bocche piene di denti e infliggeva a ciascuno un breve e misurato colpo di baionetta negli occhi. Poi stancamente si appoggiò con la schiena ai sacchi, la faccia rivolta verso la galleria, e infine sollevò la visiera del casco e si accostò alla borraccia.

I rinforzi dalla stazione arrivarono quando ormai era tutto deciso. Con il respiro pesante e maledicendo i propri dolori, arrivò anche il comandate del perimetro, con indosso la giubba marinara sbottonata.

"Insomma, ecco, dove gli procuro tre uomini? Me li strappo dal cuore?"

"Che sta dicendo, Denis Mikhaylovich?", chiese una delle vedette, che quasi pendeva dalle labbra del comandante.

"Istomin richiede di mandare con urgenza tre persone alla Serpukhovskaya. È preoccupato per la carovana. E io da dove glieli prendo tre uomini? E per giunta adesso..."

"Non si è sentito ancora niente della carovana?", si interessò senza voltarsi mentre si dissetava.

"Niente", confermò il vecchio. "Ma non è che passato moltissimo tempo. Cosa c'è di tanto pericoloso, in fin dei conti? Se noi oggi lasciamo scoperto il sud, fra una settimana non ci sarà nessuno ad accogliere questa carovana!"

Il soldato scosse la testa in silenzio. Non rispose nemmeno quando il comandante, dopo aver brontolato ancora per qualche minuto, chiese alle pattuglie di ronda rimaste sulla breccia se qualcuno volesse offrirsi volontario per prender parte al terzetto che, volenti o nolenti, avrebbero dovuto inviare alla Serpukhovskaya, perché altrimenti il direttore della stazione avrebbe fatto lo scalpo al vecchio.

Non trovarono difficoltà nella scelta dei volontari: molte pattuglie erano rimaste a lungo sul posto e non era facile immaginarsi qualcosa di ancora più pericoloso della difesa delle gallerie meridionali.

Fra i sei convocati per questo spostamento il colonnello scelse quelli che, secondo la sua opinione, in quel momento erano meno necessari alla Sevastopolskaya. Si rivelò una scelta vincente, perché dei tre mandati alla Serpukhovskaya non ne tornò mai indietro nemmeno uno.


* * *


Erano già passati tre giorni dal momento in cui gli esploratori erano partiti alla ricerca della carovana, al colonnello parve che gli sussurrassero qualcosa dietro la schiena e che ovunque gli lanciassero sguardi obliqui. Perfino le discussioni più animate si zittivano quando passava davanti ai parlanti. E, nel silenzio innaturale che si era insediato ovunque lui mettesse piede, gli appariva chiara una richiesta inespressa: doveva spiegare e giustificare.

Ma lui stava solo facendo il suo lavoro: provvedeva alla sicurezza del perimetro bellico della Sevastopolskaya. Era un tattico, non uno stratega. Quando teneva conto di ogni soldato, il colonnello semplicemente non aveva il diritto di mandarli allo sbaraglio, inviandoli in missioni dubbie, se non addirittura dissennate.

Tre giorni prima il colonnello ne era sinceramente convinto. Ma adesso, quando ogni sguardo pieno di disapprovazione, di paura e di dubbi lo colpiva alla schiena, la sua sicurezza vacillava. Il gruppo di ricognizione partito con pochi bagagli non avrebbe dovuto impiegare più di ventiquattro ore per completare il tragitto fino all'Hansa e tornare indietro, e questo tenendo conto dei possibili combattimenti e dell'attesa ai confini delle piccole stazioni indipendenti. Quindi...

Dopo aver ordinato che nessuno entrasse, il colonnello si trincerò nella sua stanzetta e cominciò a borbottare qualcosa per la centesima volta, esaminando una a una tutte le varianti di quello che poteva essere successo fra i commercianti e gli esploratori.

Alla Sevastopolskaya non temevano gli uomini, ovviamente a eccezione dell'esercito dell'Hansa. La brutta fama della stazione, i racconti sempre più distorti di alcuni testimoni oculari riguardo al prezzo da pagare per la sopravvivenza agli abitanti, le storielle diffuse e ascoltate dai piccoli imprenditori privati e appassionati, si diffondevano per la Metro, facendo il loro corso. Avendo ben presto compreso quanto fosse utile avere questa reputazione, la direzione della stazione forzò le cose perché si rafforzasse. Gli informatori e caravanisti, i viaggiatori e i diplomatici furono ufficialmente incoraggiati a mentire rendendo ancora più spaventosa la reputazione della Sevastopolskaya, soprattutto nei tratti di linea che iniziavano oltre la stazione.

Solo le unità riuscivano a vedere oltre questa cortina di fumo e a comprenderne l'attrattiva e il vero significato. Negli ultimi anni, dei banditi poco informati avevano tentato con la forza di farsi strada oltre i posti di blocco un paio di volte in tutto, ma la macchina bellica sebastopolitana regolata alla perfezione macinava i drappelli isolati senza la minima difficoltà.

Come se non bastasse, i tre uomini che erano partiti per l'esplorazione avevano ricevuto chiare istruzioni: nel caso in cui avessero avvertito una minaccia non dovevano entrare in collisione con l'avversario, ma tornare indietro il più in fretta possibile.

Si trattava di sicuro della Nagornaya, un posto non tanto inospitale quanto la Chertanovskaya, ma altrettanto pericoloso, più minaccioso. Anche la Nakhimovsky Prospekt, le cui porte ermetiche che conducevano in superficie erano inceppate e non permettevano di proteggere appieno la stazione contro ciò che penetrava dalla superficie. I sebastopolitani non volevano scavare delle uscite: gli stalker locali usavano i "sollevamenti" di Nachimov1. Nessuno osava addentrarsi da solo nella Prospekt, così come la chiamavano alla stazione, e non c'erano ancora stati casi in cui un tre uomini non fossero riusciti a opporre resistenza alle bestie.

Cedimento? Uno sfondamento delle acque sotterranee? Un sabotaggio? Una guerra inspiegabile con l'Hansa? In quel momento era lui, non Istomin, quello costretto a dare una risposta alle mogli degli esploratori scomparsi, che lo fissavano con sguardi tremanti e carichi d'ansia, come cani abbandonati, perché speravano di vedere nei suoi occhi una promessa, una consolazione. Doveva spiegare tutto ai soldati della guarnigione che non facevano domande superflue, che speravano ancora in lui. Tranquillizzati tutti gli allarmati, quando calava la sera, dopo il lavoro, andava vicino all'orologio della stazione, che rilevava l'ora di partenza della carovana.

Istomin disse che negli ultimi giorni gli chiedevano sempre più spesso perché in stazione avessero attenuato l'illuminazione e chiedevano che le lampadine fossero accese alla stessa potenza di prima. Ma nessuno pensava di ridurre la tensione e quindi le lampade ardevano a piena forza. L'oscurità si infittiva non nella stazione, ma negli animi umani e anche le lampade al mercurio più chiare non riuscivano a scacciarla.

Non riuscivano nemmeno a instaurare una comunicazione telefonica con la Serpukhovskaya e in quella settimana che era trascorsa dalla partenza della carovana, il colonnello, come molti altri sebastopolitani, perse la sensazione di vicinanza con gli uomini, che è un bene molto importante e raro per gli abitanti della Metro.

Finché funzionava il collegamento, finché le carovane si recavano all'Hansa con meno di un giorno di viaggio, ognuno degli abitanti della Sevastopolskaya era preoccupato all'idea di partire o restare, tutti sapevano che dopo quattro tratti di ferrovia soltanto aveva inizio la Metro vera e propria, la civiltà... l'umanità.

Così, sicuramente, prima si sentivano abbandonati come quelli che si trovavano al Polo Nord per condurre ricerche scientifiche o per altri lavori stagionali, destinati a trascorrere lunghi mesi di lotta contro il freddo e la solitudine. Tra loro e la "grande terra", c'erano mille chilometri. Tuttavia sapevano che era da qualche parte, lì vicino, almeno finché funzionava la radio, e una volta al mese sopra le loro teste si sentiva il rombo dei motori dell'aeroplano che gettava giù con il paracadute casse di carne stufata.

Ma nel frattempo il banco di ghiaccio sul quale si trovava la loro stazione si staccava e andava sempre più alla deriva di ora in ora: nella tormenta di ghiaccio, nell'oceano nero, nel niente e nell'ignoto.

L'attesa andava per le lunghe e la vaga inquietudine del colonnello per il destino degli esploratori mandati alla Serpukhovskaya gradualmente cedeva il posto a una certezza cupa: non avrebbe visto mai più quegli uomini. Non riusciva proprio a costringersi a distaccare dal perimetro bellico tre nuovi soldati, per fargli fare la stessa fine e mandarli incontro a un pericolo sicuro, o a una morte certa, pur di trovare una via d'uscita da quella situazione. Abbassare le porte ermetiche, sbarrare i tunnel meridionali e chiamare a raccolta il grande gruppo d'assalto gli sembrava ancora prematuro. Se solo qualcuno avesse potuto prendere la decisione al posto suo... ma era una decisione destinata a rivelarsi sbagliata.

Il comandante del perimetro fece un sospiro, socchiuse la porta e, dopo essersi guardato attorno furtivamente, chiamò la sentinella.

"Mi offri una sigaretta? Ma è l'ultimissima, poi non me ne dai più, anche se te le chiedo in ginocchio! E non dirlo a nessuno, intesi?"


* * *


Nadya, una donnina tarchiata e linguacciuta con un abitino di piuma logoro e il grembiule imbrattato, portò una casseruola bollente con carne e verdure e le vedette si rianimarono. Patate, cetrioli e pomodori qui erano considerati le prelibatezze più ricercate: eccetto alla Sevastopolskaya, le verdure si trovavano forse solo in un paio dei migliori ristoranti dell'Anello o della Polis. Il problema non era solo le difficili condizioni idroponiche, necessarie per coltivare i semi protetti, ma anche il fatto che erano pochi nella Metro quelli che potevano sprecare i kilowatt di elettricità necessari per dare varietà al menù militare.

Perfino alla tavola del comandate c'erano le verdure solo per le feste, di solito erano vizi per i bambini. Istomin dovette litigare a lungo con i cuochi per convincerli ad aggiungere una patata bollita e un pomodoro a testa al maiale che toccava un giorno sì giorno no, per sostenere lo spirito militare.

L'iniziativa funzionò: toccò a Nadya; la donna si tolse dalla spalla il mitra, scoperchiò la pentola e sul viso delle sentinelle le rughe cominciarono a spianarsi. Davanti a quella cena passava la voglia di continuare con i discorsi da mal di testa riguardanti la carovana scomparsa e il gruppo di ispezione trattenuto.

"Oggi, chissà perché, è tutto il giorno che ripenso alla Komsomol'skaya", un vecchio canuto con addosso la giacca imbottita con i galloni della Metropolitana parlò mentre ammorbidiva la sua patata nella scodella di alluminio. "Immagino di andare a vederla... che mosaico c'è! Secondo me è la stazione più bella di Mosca".

"Ma piantala, Omero, è solo che vivevi là, ecco perché la ami tanto", ribatté immediatamente un grassone con la barba lunga e il paraorecchie. "E le vetrate della Novoslobodskaya? E la Mayakovskaya, con quelle colonne eteree e gli affreschi sul soffitto?"

"A me è sempre piaciuta la Piazza della Rivoluzione", ammise timidamente il tiratore scelto, un uomo serio e silenzioso, non più giovane. "Lo so anche io che è una sciocchezza, ma ci sono i marinai e gli aviatori severi, le guardie di frontiera con i cani... è da quando ero bambino che adoro quella stazione!"

"Ma quale sciocchezza? Là ci sono uomini simpaticissimi scolpiti nel bronzo", lo sostenne Nadya, raschiando gli avanzi dalla pentola. "Ehi, brigadiere, badi che resta senza cena!"

Seduto in disparte c'era un militare alto con le spalle larghe, che si avvicinò al falò senza fretta, prese la sua porzione e tornò dov'era seduto prima, a una certa distanza dagli altri.

"Non si fa mai vedere in stazione?", chiese il grassone a bassa voce, indicando con la testa la schiena ampia, avvolta nella semioscurità.

"È più di una settimana che sta seduto lì senza mai muoversi", rispose il tiratore scelto a voce altrettanto bassa. "Passa la notte nel sacco a pelo. Come se stesse in piedi a forza di nervi... può darsi che semplicemente gli piaccia fare così. Tre giorni fa, quando i vampiri hanno quasi sbranato Rinat, è andato a finirli di botte. A mani nude, in quindici minuti. Poi è tornato, con gli stivali tutti insanguinati, e anche il mitra... soddisfatto".

"Non è un uomo, è una macchina...", si intromise il mitragliere allampanato.

"Io ho anche paura di dormirgli vicino. Avete visto che faccia ha? Non riesco a guardarlo negli occhi".

"E io, invece, mi sento tranquillo solo con lui", disse alzando le spalle il vecchio, che si chiamava Omero. "Perché lo infastidite? È una brava persona, solo che è sfregiato. Per una stazione la bellezza è importante. Ma la tua Novoslobodskaya, per esempio, è del tutto priva di gusto! Quelle vetrate non si possono guardare se non sei ubriaco... te lo dico io cosa sono le vetrate!"

"E i mosaici sui kolkhoz, quelli non sono privi di gusto?"

"E dove trovi alla Komsomolskaya un pannello come quelli?"

"Ma quella è arte sovietica, che diavolo! O c'è la vita nel kolkhoz, o ci sono aviatori eroi!", disse il grassone, che era in disaccordo.

"Serezha, non toccarmi gli aviatori", lo mise in guardia il tiratore scelto.

"La Komsomolskaya è una schifezza e la Novoslobodskaya è una merda", risuonò una voce bassa e sorda".

Per la sorpresa, il grassone strozzò in gola le parole che aveva cominciato a pronunciare e fissò il brigadiere. Anche gli altri si zittirono immediatamente, aspettando che continuasse: quello non prendeva quasi mai parte alle loro conversazioni e anche se gli facevano delle domande dirette rispondeva con due parole o non rispondeva affatto.

Rimaneva seduto laggiù, voltando la schiena agli altri, senza distogliere lo sguardo dal cratere della galleria.

"Alla Komsomolskaya le volte sono troppo alte, le colonne spesse, tutta la piattaforma è percorsa da linee come il palmo di una mano e i passaggi sono scomodi da chiudere. E alla Novoslobodskaya le pareti sono piene di crepe, quelle che non sono riusciti a coprire. Basta una granata per uccidere tutta la stazione. E già da tempo non ci sono più le vetrate. Sono scoppiate. Roba fragile".

Nessuno aveva il coraggio di replicare. Dopo essere rimasto un po' in silenzio, il brigadiere proruppe: "Vado alla stazione. Porto con me Omero. Tra un'ora c'è il cambio. Arthur rimane dietro il più vecchio".

Il cecchino per qualche motivo si alzò di scatto e annuì, anche se il brigadiere non poteva vederlo. Anche il vecchio si alzò e cominciò a raccogliere in fretta e furia le masserizie nella sua sacca, anche se non aveva ancora finito di mangiare la patata. Il militare si avvicinò al fuoco già con tutto l'equipaggiamento per la marcia, con il suo immancabile elmetto e con lo zaino voluminoso sulle spalle.

"Buona fortuna".

Guardando le due figure che si allontanavano lungo il tratto ferroviario illuminato, quella possente del brigadiere e quella magrolina di Omero, il cecchino si sfregò le mani per il freddo e si rannicchiò. "Sì è fatto freddo. Portate del carbone, ok?"


Per tutta la strada il brigadiere quasi non proferì parola, se non per chiedere se veramente Omero prima era stato prima aiuto macchinista e poi cantoniere semplice. Il vecchio lo guardò con diffidenza, ma non si curò di ritrattare, anche se alla Sevastopolskaya diceva sempre a tutti che aveva sempre lavorato come macchinista, mentre preferiva non parlare del lavoro come cantoniere, perché lo riteneva indegno.

Il brigadiere entrò nell'ufficio del capitano della stazione senza bussare, dopo aver reso omaggio in modo asciutto alle sentinelle che gli fecero largo. Sorprendentemente Istomin e il colonnello si alzarono dalla sedia per andargli incontro: scarmigliati, stanchi, smarriti. Omero rimase timidamente immobile sulla porta, spostando il peso da una gamba all'altra.

Il brigadiere si tolse l'elmetto e lo posò proprio sopra le carte di Istomin, passandosi la mano sulla testa rapata a zero. Alla luce della lampada si vedeva chiaramente quanto fosse spaventosamente sfigurato il suo viso: la guancia sinistra era piena di solchi e tenuta insieme da un'enorme cicatrice, come per un'ustione, l'occhio era diventato una fessura stretta: dall'angolo del labbro all'orecchio strisciava un segno violaceo intricato. Anche se Omero pensava di essere già abituato a questo viso, in quel momento, come la prima volta che l'aveva visto, si sentì pervadere da un leggero brivido di disgusto.

"Vado io all'Anello", sparò il brigadiere senza nemmeno salutare.

Sulla stanza cadde un silenzio pesante. Omero aveva sentito dire che il brigadiere, un ex soldato, insostituibile, aveva un legame particolare con i pezzi grossi della stazione. Ma solo in quel momento cominciò a capire che, a quanto pareva, a differenza degli altri sebastopolitani, non provava più alcun senso di sottomissione nei confronti del direttivo.

E anche in quel momento non si aspettava di ottenere l'approvazione da quei due uomini anziani e stanchi, ma dava loro un ordine, a cui erano costretti ad adempire. E in quell'occasione Omero si chiese: "Che razza di uomo è mai questo?"


Il comandante del perimetro scambiò uno sguardo con il colonnello, aggrottò la fronte preparandosi a obiettare ma, con l'aria del condannato a morte, lasciò correre.

"Decidi da solo, Hunter... tanto non c'è verso di farti cambiare idea".